X Town Val d’Agri

Puoi trovare questo nucleo nel numero 75 a pagina 7 del giornale.

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X Town è un progetto editoriale che racconta la trasformazione fisica e sociale delle company town italiane, città la cui vita produttiva gira attorno a una o poche grandi fabbriche.

In un’economia che si sta lasciando il settore dell’industria pesante sempre più alle spalle, questi luoghi si trovano in una fase di transizione profonda e delicata.​

In pochi lo sanno, ma in Italia c’è il più grande giacimento petrolifero su terraferma d’Europa. È la Basilicata, una regione di poco più di 500mila abitanti, cuore del Sud Italia, tra la Puglia, la Campania e la Calabria. È il luogo dove c’è la massima concentrazione di petrolio nel nostro Paese. Una regione bagnata da due mari e immersa in un mare di petrolio. 

La location perfetta nell’immaginario dei tanti lobbisti dell’industria dei combustibili fossili che stanno minando in questi anni l’intera architettura politica e multilaterale di lotta al cambiamento climatico.

Non è un caso, infatti, che qualche mese fa un quotidiano locale titolava in prima pagina «Presto, nascondetegli la Basilicata, Texas d’Europa»: il riferimento con tanto di foto è a Donald Trump, all’indomani dell’attacco degli Stati Uniti in Venezuela, con l’obiettivo, tra gli altri, di controllare le risorse petrolifere del paese.

Ma negli anni la definizione giornalistica di “Texas d’Europa” non ha ugualmente aiutato a far emergere a livello nazionale le tante contraddizioni connesse all’attività estrattiva in questo territorio. Al contrario, sono state create le condizioni per invisibilizzare mediaticamente la questione. Quella che apparentemente poteva essere la regione più ricca d’Italia, invece, è ad oggi la regione con il reddito medio lordo più basso, insieme alla Calabria.

Il fulcro di questa attività estrattiva è la Val d’Agri, una vasta zona che attraversa la provincia di Potenza e che è compresa tra i monti Sirino e Volturino. Il giacimento ad olio Val d’Agri, scoperto nel 1987, che si estende per oltre 660 km², è una concessione a maggioranza Eni (con una quota del 60%) e per la restante parte della britannica Shell.

Una regione simbolo dell'abbandono istituzionale delle aree interne

Mentre si parla sempre di più dell’importanza della decarbonizzazione e del disinvestimento dalle fonti fossili, qui si estraggono ogni giorno in media 34mila barili di petrolio (con una capacità massima di 104 mila barili) e due milioni e trecentomila metri cubi di gas. L’80% circa del petrolio estratto in Italia arriva dalla Basilicata: 24 pozzi di estrazione, di cui sette rientrano all’interno del Parco Nazionale Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese. 

I pozzi sono collegati tramite una rete di raccolta all’«impianto cardine» delle attività di Eni qui – come lo definisce la multinazionale sul suo sito – ovvero il Centro Olio Val d’Agri, detto COVA, attivo dal 2001 nella zona industriale di Viggiano, dove vengono trattati gli idrocarburi prodotti dal giacimento, separando olio, gas e acque di strato. È un impianto enorme e molto complesso: l’olio greggio estratto viene stoccato in appositi serbatoi per poi essere trasferito tramite un oleodotto direttamente alla Raffineria di Taranto per la raffinazione.

La rete di raccolta attraversa e coinvolge tanti dei principali comuni della valle: Viggiano, Calvello, Marsico Nuovo, Grumento Nova, Marsicovetere, Montemurro, Paterno e Tramutola.

 

Sono tutti comuni che, per la stessa conformazione del territorio, sono nati con una vocazione ed economia prevalentemente agricola. Ce lo racconta anche Emilio Logiurato, 69 anni, di Paterno, ex lavoratore all’interno del Centro Olio dal 2003 al 2024 e oggi impegnato con il Sindacato Pensionati Italiani della Cgil della Val d’Agri. 

Lo incontriamo a Villa d’Agri, una frazione del comune di Marsicovetere che oggi è molto frequentata [conta oltre tremila e cinquecento abitanti, più della metà dell’intero comune,ndr] essendo uno dei punti di passaggio obbligati per arrivare al COVA, e per questo motivo negli anni si è sviluppata come area commerciale. 

Percorrendo proprio il tratto di strada che collega Villa d’Agri alla zona industriale dove si trova il Centro Olio, a metà tra il territorio dei comuni di Viggiano e Grumento Nova, Logiurato ci mostra quelli che un tempo erano «tutti terreni agricoli», e «che oggi per la maggior parte sono abbandonati».

Al primo distributore di benzina che incontriamo lungo la strada, Logiurato ci invita subito a guardare in alto i prezzi, commentando: «secondo voi sono i prezzi di un territorio che estrae petrolio? Noi paghiamo la benzina quanto gli altri, se non di più: da questo già capisci che i costi dell’estrazione li pagano i cittadini della Val d’Agri».

In effetti è così. Più di tredici anni fa, racconta Logiurato, «è stato fatto solamente un bonus idrocarburi», di 180 euro per ogni automobilista lucano, e recentemente dal 2022 è attivo il “bonus gas”. La giunta regionale di centrodestra, come scritto nella legge regionale, da un accordo «in materia di compensazione ambientale» con le compagnie energetiche impegnate nell’estrazione, ha permesso che ai residenti venisse rimborsato il gas consumato da ogni utenza familiare, «al fine di attenuare a livello regionale gli effetti negativi della crisi energetica e di favorire il processo di ripopolamento del territorio lucano», scrive la Regione Basilicata.

 

A proposito di spopolamento, secondo Logiurato, dall’inizio delle estrazioni petrolifere i paesi della Valle «non sono cresciuti in termini di popolazione, tranne Villa d’Agri, e le prospettive economiche all’inizio erano decisamente altre». Ce ne parla mentre arriviamo in auto alle Vigne di Viggiano, una zona che un tempo era ricca di vigneti e olivi. Era l’area abitata più prossima al Cova, prima dell’acquisizione di tutti i terreni, ettaro dopo ettaro, da parte dell’Eni per la costruzione del Centro.

 

«Io sono stato qui fino all’84 e poi sono andato via in Svizzera. Quando sono tornato, all’età di 26 anni, ho avuto la percezione che non era più la stessa cosa, anche se la centrale era ancora in fase di allestimento. Avevo speranza come tanti, che economicamente la valle avrebbe potuto svilupparsi».

L’assenza di infrastrutture in grado di connettere i 131 comuni dell’intera regione – più estesa che popolosa – al resto del Paese, è una delle tante contraddizioni a cui accennavamo.  

È come se, ironicamente, si fosse avverata la profezia del celebre film “Basilicata coast to coast”, dell’attore e regista lucano Rocco Papaleo: in molti periodi dell’anno, infatti, qui ci si può spostare solamente su gomma, per i costanti lavori di manutenzione della linea ferroviaria. «Prima di costruire tutto questo avrebbero dovuto fare quello che mancava. Invece qui anche lo Stato si è occupato solo di sfruttare quello che c’era e basta. Si parlava di interporto, aeroporto, nulla di tutto ciò», sottolinea Logiurato. La Basilicata è la fotografia dell’abbandono istituzionale delle aree interne. 

 

In tutta questa storia, il grande elefante nella stanza, soprattutto a livello politico, è la gestione delle cosiddette “royalties”. In Italia, chi produce idrocarburi deve versare allo Stato, alle Regioni e ai comuni il 7% del valore del gas e del greggio estratti. Di questo 7%, il 30% va allo Stato, il 55% alle Regioni e il 15% ai comuni. Come si legge sul sito di Eni, per la Basilicata e per le altre Regioni del Sud Italia a statuto ordinario, «l’aliquota dovuta allo Stato viene interamente devoluta alla Regione competente, che pertanto percepisce l’85% delle royalty versate». «Nel periodo compreso tra il 1996 e il 30 giugno 2025 Eni, in joint-venture con Shell, ha versato alla Regione Basilicata e ai Comuni interessati dall’attività estrattiva, un importo pari a 2,45 miliardi di euro in royalty». Nel 2025 – sempre alla data del 30 giugno – i  due comuni  che  hanno  ricevuto  maggiori  proventi  sono  stati  Viggiano  (circa  3.300  abitanti) con 4.239.452,13 euro, a cui segue Calvello (circa 1.700 abitanti) con 1.069.411,35 euro.

Sono tutti comuni molto piccoli che nel corso degli anni si sono trovati a gestire una ingente quantità di risorse, sproporzionate rispetto alla stessa macchina operativa delle amministrazioni. È così che – senza una regia regionale e nazionale efficace – attraversando Viggiano e i paesi vicini, la sensazione è di essere in diverse “cattedrali nel deserto”, piccole isole felici circondate dal nulla, in termini di servizi ai cittadini. Da opportunità, nella maggioranza dei casi, le royalties sono diventate uno spreco, secondo molti abitanti. «C’è un paradosso, hai a disposizione tutti questi soldi senza riuscire a fare niente», ci dice Logiurato, davanti uno degli ultimi reparti del COVA dove ha lavorato. 

 

Viggiano, ad esempio, ha un grande campo da calcio, secondo Centro federale territoriale in Basilicata, costato all’incirca 7 milioni di euro e costruito impiegando i soldi delle royalties, così come la piscina, la palestra, il campo da padel, la statua di ingresso del paese (costata circa 200mila euro), le due nuove piazze, il teatro e altre statue sparse in giro per celebrare Viggiano “città dell’arpa e della musica”. Con il santuario della Madonna Nera, “Regina patrona lucana”, Viggiano è uno dei centri di spiritualità di fede mariana più importanti del Mezzogiorno e la festa patronale ha una portata inconsueta per un comune di queste dimensioni: ha portato negli anni cantanti del calibro di Alvaro Soler. Inoltre, molte persone che abbiamo incontrato ci hanno detto che i marciapiedi, ad esempio, sono stati rifatti più volte anche nel giro di pochi anni. L’illuminazione è perfetta. Per questo motivo, il logo di Eni lo vedi quasi ovunque in giro per il paese, persino sull’insegna di un centro anziani.

L’impiego delle royalties è certamente un tema molto complesso, ma a livello regionale nel rinnovo delle concessioni che per la Val d’Agri sono state prorogate fino al 2029, si potrebbe portare chi estrae a bonificare e decarbonizzare, investendo in altro tipo di energie, costruendo centri di ricerca, come suggeriscono in molti, e puntando su una transizione energetica che parta dalle comunità della Valle.

La direzione percorsa, però, è un’altra con nuovi permessi di ricerca. Lo si capisce anche guardando ad un altro giacimento petrolifero lucano, chiamato “Tempa Rossa”, gestito da Total, Shell e Mitsui e distante 40 km dal COVA, in un vasto territorio tra i comuni di Corleto Perticara (PZ) e Gorgoglione, in provincia di Matera. Qui la giunta regionale della Basilicata guidata da Vito Bardi (Forza Italia) ha approvato il rinnovo delle concessioni fino al 2028, prevedendo di estrarre petrolio fino al 2068. Per altri 42 anni. 

 

«Da un lato c’è occupazione, perché non puoi non impiegare gente locale per i profitti che fai, però dall’altro lato ci sono stati anche aspetti negativi», aggiunge Logiurato.

Uno di questi è la questione ambientale. Logiurato, da lavoratore, ha vissuto l’unico periodo di fermo degli impianti. Il Cova, infatti, è stato nel corso degli anni al centro di diversi procedimenti giudiziari.

Nel 2021, nell’ambito del processo “Petrolgate”, Eni è stata condannata in primo grado per traffico illecito di rifiuti prodotti dal Centro Olio di Viggiano, insieme a sei dirigenti della multinazionale e un funzionario regionale. Il procedimento riguarda un’inchiesta che nel 2016 portò al sequestro di due vasche di stoccaggio e un pozzo, al seguito del quale il Centro Oli di Viggiano rimase fermo per quattro mesi. Nella sentenza di appello, è notizia proprio dello scorso 20 febbraio 2026, i giudici di secondo grado hanno assolto tutti gli imputati e la stessa Eni: «il fatto non sussiste». [Nel momento in cui scriviamo le motivazioni della sentenza non sono state ancora pubblicate, ndr].

Sempre presso il Tribunale di Potenza è in corso il processo ai manager Eni, accusati della fuoriuscita di 400 tonnellate di petrolio dal COVA, accertata nel 2017. Le ipotesi accusatorie, in primo luogo, erano di disastro ambientale, poi derubricato a disastro generico. 

Una vicenda che ha raccolto un certa mobilitazione, portando diverse associazioni ambientaliste a costituirsi parte civile nei vari procedimenti giudiziari. 

Una di queste è «l’Osservatorio Popolare della Val d’Agri, nato nel 2018, subito dopo la chiusura temporanea del centro olio per lo sversamento, con la necessità di avere uno strumento che consentisse di fare anche azioni pratiche come denunce, esposti o l’azionariato critico [l’Osservatorio ha partecipato e posto domande, insieme a Re Common, ad alcune assemblee degli azionisti di Eni, ndr]. Ci voleva qualcosa di giuridicamente riconosciuto», ci racconta Isabella Abate, presidente dell’Osservatorio.

La incontriamo insieme a Camilla Nigro, anche lei parte dell’Osservatorio, e tra le prime attiviste impegnate sul tema in Val d’Agri: «negli anni Settanta facevo il liceo, qui c’erano vigne e olivi, era la zona più bella di Viggiano anche con un microclima particolare, quando hanno cominciato a stendere i fili, a mettere le mine [per individuare le zone ricche di petrolio,ndr] entrando nei nostri terreni senza chiedere autorizzazione. Il primo pozzo l’hanno poi costruito nel 1981, iniziando a comprare gran parte dei terreni della zona», ricorda Nigro. 

«A quel punto iniziarono a nascere i primi comitati per chiedere conto dell’inquinamento, del forte rumore [la mattina presto o la sera dall’alto di Viggiano si sente ancora un rumore di sottofondo,ndr] e della puzza che veniva dal Centro olio, aggiunge Nigro. Ci indica un terreno che nel 2012 ha affittato proprio a nome suo e dove ha montato la tenda di Libera Basilicata, contribuendo alla nascita del presidio in Val d’Agri dell’associazione, proprio attorno a questa tematica. La tenda ha ospitato in quei mesi diversi incontri di sensibilizzazione, con scolaresche, scienziati, giornalisti e amministratori locali.

«Nel frattempo era nata anche l’Onda Rosa, una libera associazione di donne, che ha iniziato un’attività di monitoraggio dal basso. Si chiamava la “centralina dei cinque sensi”: vibrazioni, molestie olfattive, e tutto quello a cui assisteva chi abitava qui vicino venivano segnalate in un sito web. Il materiale raccolto ci ha permesso di iniziare a far sentire la nostra voce», prosegue Nigro. 

 

L’Osservatorio, su questa linea, da sempre fa luce sulla mancanza totale di un monitoraggio sanitario e ambientale delle aree interessate dalle attività di estrazione petrolifera. 

«Abbiamo spinto tantissimo affinché si facesse il primo e l’ultimo studio sulla sanità dei due paesi interessati direttamente dall’estrazione, Viggiano e Grumento Nova: la VIS, valutazione di impatto sanitario, che i due Comuni hanno anche finanziato e che poi non è stata diffusa, perché i dati non erano per nulla confortanti». In quel caso, infatti, come si legge in un comunicato dell’Osservatorio datato 2017, presente sul sito della stessa Regione Basilicata, i dati hanno riscontrato un «eccesso di mortalità e morbilità». Lo studio epidemiologico, realizzato da trenta ricercatori con la collaborazione di tre istituti del CNR, dell’Università di Bari e del Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario della Regione Lazio, aveva fatto emergere un quadro preoccupante. «Eni, pur essendo parte della Commissione VIS, appena emersi i risultati li ha sostanzialmente disconosciuti, passando nuovamente e pericolosamente dal ruolo del controllato a quello del censore», si legge sempre nel comunicato del 2017.

Dopo la pubblicazione della VIS e le conseguenti preoccupazioni della cittadinanza, al fine di sistematizzare e rendere continuative le indagini epidemiologiche e ambientali, la Regione aveva contribuito alla implementazione della FARBAS, Fondazione Ambiente Ricerca Basilicata. La FARBAS, nata proprio da un protocollo di intenti tra Regione ed Eni, ha poi inglobato le attività dell’“EPIBAS”, l’indagine epidemiologica relativa alla popolazione residente nei 28 Comuni interessati dalle concessioni petrolifere Val d’Agri e Gorgoglione. Allo studio hanno preso parte volontariamente 400 cittadini. Per quanto riguarda le attività relative alla sorveglianza sanitaria iniziate nel 2020 – come si legge nell’unico report “EPIBAS” disponibile e datato giugno 2020 – queste sono state sospese a marzo 2020 «a causa dell’emergenza da Covid19» e mai più riprese, stando alle informazioni disponibili. Recentemente nel 2025 è partito un altro progetto, chiamato LucAS (di cui fa parte anche FARBAS), finanziato con 25 milioni di euro nel quadro degli accordi aggiuntivi tra Total, Eni, Mitsui e Shell. Tra gli obiettivi, c’è quello di fare una «ricognizione degli studi e delle attività sinora condotte relative alla valutazione dello stato di salute della popolazione lucana e una fotografia dello stato ambientale», con nuove valutazioni e attività di prevenzione. Che sia la volta buona.

Sul sito della Regione Basilicata è invece disponibile settimanalmente un monitoraggio delle acque superficiali [delle acque sotterranee se ne occupa l’ARPAB,ndr] e della qualità dell’aria attorno al COVA. In quest’ultimo caso, le misurazioni vengono effettuate da cinque centraline Eni e la validazione dei dati è «a cura di una società terza», per conto della multinazionale. 

L’attività di monitoraggio costante assume ancora più importanza in un’area come questa, ricca di un grande patrimonio naturalistico. Isabella Abate, educatrice ambientale nonché guida ufficiale del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano, ce lo conferma: «​​il Parco era l’unico mezzo legale per contrastare il petrolio e invece poi sette pozzi si sono presi il parco. È assurdo, perché doveva essere l’unione tra il Pollino e il Vallo Di Diano, costituendo così un corridoio ecologico importantissimo sia per le specie animali che quelle vegetali, di cui questa terra è ricchissima. Noi ancora oggi ci stupiscono della intensità di questa biodiversità. Io personalmente, ad esempio, ho censito più di 90 specie di orchidee nell’area del parco», ci dice Abate. 

Anche con lei ritorniamo sul tema della gestione delle royalties, in un territorio che definisce «al centro di dinamiche mondiali»: «le royalties sono diventate il bancomat dei lucani, dove prima c’era una buonissima progettazione, anche sui fondi europei, dove eravamo tra i più virtuosi, oggi non è più così. Con i tanti soldi a disposizione non c’è una buona programmazione e quindi vanno a finire nei buchi della sanità, dell’università, che altrimenti sarebbe chiusa. E intanto viene depotenziato l’ospedale: a Villa d’Agri hanno chiuso quasi tutti i reparti, invece di migliorarlo».

Prima di salutarle, Nigro vuole lasciarci «con un po’ di speranza», raccontandoci un’esperienza che l’ha vista protagonista. Nel 2022, ci racconta, «è nata la prima comunità solare del Sud in terra di petrolio e ad oggi siamo 15 famiglie». Le comunità solari, prosegue Nigro, «ribaltano proprio il paradigma, per cui non c’è un produttore centrale che poi dà e vende energia agli altri, ma ci sono diversi prosumer» [produttori e consumatori,ndr]. «L’idea è di mettere tante famiglie insieme, in modo che ognuno con i pannelli solari produca l’energia che gli serve, chi non riesce ad avere i pannelli prende l’energia direttamente dal vicino, a chilometro zero. È un’energia democratica, un’alternativa senza grossi investimenti, senza occupazione di suolo», conclude Nigro. Ci sono energie che uniscono comunità, altre le frammentano.

Come sta il lago del Pertusillo, a dieci minuti dal Cova

Al centro della questione ambientale della Val d’Agri è finito anche un lago, il Pertusillo, distante meno di dieci minuti in macchina dal Centro Olio. Incontriamo Giorgio Santoriello, dell’associazione “CovaContro”, proprio sulle sponde del lago del Pertusillo, una delle principali riserve di acqua potabile del Sud Italia, delimitato a sud da una diga e distante circa 200 metri in linea d’aria dal pozzo più vicino. È un invaso artificiale costruito tra il 1957 e il 1963 con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno.

È lì che a fine 2022, dopo le segnalazioni arrivate da alcuni cittadini, Santoriello si è accorto che in vari punti l’acqua del lago era diventata di color marrone scuro. A quel punto gli attivisti di CovaContro, con l’utilizzo di un drone, hanno scattato delle fotografie dall’alto della superficie del lago e, facendo un raffronto con le immagini satellitari, sono riusciti a confermare l’anomalia del colore assunto dall’acqua. La Regione e l’ARPAB, una volta ricevuta la segnalazione degli attivisti, hanno analizzato la macchia marrone concludendo che si trattasse di una «fioritura algale anomala», causata dall’innalzamento della temperatura dell’acqua per l’inverno mite, con livelli di azoto e fosforo sopra i limiti, per gli scarichi industriali e i pesticidi usati dagli agricoltori della zona. «Qui alcune persone si fanno addirittura il bagno, nonostante il divieto, e ogni tanto ci sono dei pescatori di frodo», racconta Santoriello.

 

Anche CovaContro ha fatto analizzare i campioni che ha prelevato, riscontrando la presenza di 311 microgrammi di idrocarburi pesanti per ogni litro di acqua (il limite per parlare di contaminazione secondo l’Istituto Superiore di Sanità sarebbe di 350 microgrammi). Le preoccupazioni per l’inquinamento del lago – utilizzato anche per irrigare le colture limitrofe – erano già emerse all’epoca dello sversamento di petrolio dal Centro Olio nel 2017, quando ci fu una fioritura di alghe molto simile a quella del 2022. Nel 2021, infatti, uno studio della rivista scientifica Remote Sensing aveva sostenuto che la fioritura delle alghe fosse dovuta alla presenza di idrocarburi nelle acque. La ricerca ha fatto emergere che «nell’ultimo decennio sono state osservate nel lago ripetute e su larga scala morie stagionali di pesci». 

 

«CovaContro è nata in maniera molto spontanea: un gruppo Facebook per pubblicare le segnalazioni e una PostePay per raccogliere le donazioni pubbliche e permetterci di effettuare le prime analisi», ci dice Santoriello. Nel frattempo, torniamo con lui nuovamente nei pressi del COVA. La crescita e il riconoscimento dell’associazione hanno consentito di ricevere un finanziamento per l’acquisto di una termocamera capace di rilevare metano, propano, butano, etano, etilene, benzene e componenti organici volatili attraverso due sensori: uno termografico (che rileva la temperatura di vapori e gas caldi) e un “gas finder” specifico per idrocarburi e gas.

Grazie a questo strumento molto costoso, CovaContro e ReCommon hanno realizzato uno studio dal titolo “Le emissioni invisibili di Eni in Basilicata”. Santoriello ha portato con sé anche la termocamera, con cui ci mostra queste «emissioni invisibili» dal marciapiede poco fuori il piazzale antistante l’ingresso del Cova. [Da quel momento in poi, una macchina della vigilanza privata del Centro ci ha seguiti per tutti i successivi giri attorno allo stabilimento,ndr]. 

«Questo strumento ci ha permesso di studiare e dare una forma alla puzza, ottenendo prove incontestabili in tempo reale», dice Santoriello, mentre prepara la termocamera misurando la distanza dalle torce.

Dallo studio, è emerso che «durante la campagna di misurazione si sono riscontrate numerose anomalie, tanto che, in quasi tutte le giornate di acquisizione dei dati, la torcia di terra mostrava emissioni importanti di idrocarburi, notevoli per portata e costanza. I tenori di composti organici volatili registrati in alcuni casi sono stati molto alti, soprattutto per il benzene, degni di nota sono stati anche l’etilene ed il metano».

«È uno strumento che mostra la strada che fanno le emissioni, perché in determinate condizioni meteoclimatiche questa roba fa chilometri e chilometri. Arriva nei centri abitati o finisce a terra negli impianti», ci mostra Santoriello. «Se i legislatori, ARPAB [che misura parzialmente questi dati con le sue centraline, come scrive lo studio,ndr] ed ISPRA volessero, i monitoraggi ambientali potrebbero fare un enorme salto di qualità proprio nel contrasto alle perdite ed alle emissioni climalteranti», conclude lo studio. «Aziende private, come la stessa Eni, si avvalgono di queste tecnologie da decenni», aggiunge Santoriello.

 

In generale, le norme ambientali vigenti in Italia, secondo Santoriello, sono nella maggior parte dei casi dei «compromessi che tutelano più l’iniziativa industriale e l’interesse nazionale che la salute e l’ambiente».

Il rapporto lavorativo con una risorsa finita

Un altro argomento di discussione frequente con le diverse persone che abbiamo intervistato è quello delle prospettive future di questo sito, da cui dipende ovviamente il futuro dell’area e, visto il peso economico nei bilanci regionali, anche di tutta la Regione. È un discorso che nel dibattito pubblico e politico regionale emerge molto poco, eppure siamo di fronte ad una risorsa che per natura si esaurirà. 

Dell’aspetto occupazionale ne parliamo con Pierino Ferrara, 66 anni, attuale lavoratore del Centro olio, tra i circa 3mila dipendenti indiretti e quindi parte delle aziende dell’indotto (i dipendenti diretti di Eni sono 460). 

Ferrara ha iniziato a lavorare nel 1995,  per la costruzione del centro Monte Alpi, da cui ha preso il nome uno dei primi pozzi. Oggi si occupa della manutenzione della parte elettrica dell’impianto e ha avuto, come RSU per la Fiom-Cgil, intorno al 2007, un ruolo nella negoziazione del cosiddetto “Patto di sito”, tra azienda e le diverse parti sociali. «È un accordo che garantisce la continuità lavorativa degli operai anche al cambio dell’azienda appaltatrice, stabilendo un costo fisso per un certo numero di operai, e assicurando in questo modo che non perdano il lavoro nel passaggio tra le ditte all’interno dell’indotto», ci spiega Ferrara.

«Credo che chi vive il territorio e subisce l’impatto ambientale delle attività debba avere continuità lavorativa. Poi negli anni successivi con l’accordo di sito abbiamo provato sindacalmente a far capire anche a Eni di fare degli investimenti post-Cova», sottolinea Ferrara.

Dal suo punto di vista, ultimamente si sta «cercando di poter tirare quello che rimane nei pozzi attivi. Credo che sia tutto finalizzato all’attesa di nuove concessioni», continua Ferrara.

 

Parlandone anche con Marcantonio Ricciardi, 53 anni, attuale lavoratore dell’indotto che si occupa della parte di automazione dei vari pozzi, colpisce molto che sin da subito utilizzi l’espressione «illusione del benessere», relativa sia alla condizione contrattuale che lavorativa. «Mi riferisco al fatto che siamo persone che hanno un contratto a tempo indeterminato ma determinato dal momento che è legato all’esistenza del giacimento. A differenza di tutte le altre realtà, dove il persistere dell’impiego è legato anche a scelte imprenditoriali giuste o errate. Da noi non ci sono scelte da fare: se non c’è l’alternativa quando finirà il petrolio, è finita», spiega Ricciardi.

 

«Se non c’è continuità, anche se vivi con un salario medio-alto, è solo un benessere apparente, non reale. Io ho affrontato anche un mutuo molto importante sulla scorta di dichiarazioni fatte da dirigenti ENI, che hanno detto che per i prossimi 35 anni non ci saranno problemi. Chi ha fatto quella dichiarazione ha pensato ad una riconversione oppure ad una ricollocazione degli esuberi in altre posizioni?», si chiede Ricciardi.

 

«Visti gli accordi che ci sono, tutti i lavoratori attualmente a tempo indeterminato devono essere portati alla pensione. Per questo motivo io credo in quelle parole, nei 35 anni ci credo fermamente», conclude Ricciardi.

«Qui non c’è un caz*o»

Ragionare da oggi a 35 anni è ancor più complicato per una generazione già precaria che sta costruendo il proprio futuro in un contesto in cui di futuro non si parla. Oppure se ne parla declinandolo al passato, avendo come riferimento modelli industriali che dovremmo aver abbandonato da tempo. La risposta è in pochi dati e tendenze demografiche.  

Otto studenti lucani su dieci decidono di frequentare l’università fuori dalla regione. Se rapportato al corpo elettorale, infatti, la percentuale di studenti e lavoratori lucani fuori sede è la più alta d’Italia (con il 7.8%). In sostanza, fuori dalla Basilicata c’è quasi un’altra Basilicata. Secondo una recente proiezione demografica al 2050 dello Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), in assenza di flussi migratori significativi e senza nuove politiche pubbliche per il diritto a restare, nei prossimi ventiquattro anni la Basilicata sarà la regione d’Italia a perdere più popolazione (-22,5%).

Sono numeri allarmanti impossibili da ignorare eppure non fanno notizia, in una regione che alcuni studiosi di media americani definirebbero un news desert,  un “deserto di notizie”: un’area geografica o una comunità sociale, in cui è difficile accedere a media e informazioni locali, regionali e comunitarie sufficienti, affidabili, diversificate e indipendenti. E lo è ancora di più se pensiamo al fatto che, in Basilicata, l’industria fossile è entrata lentamente anche nelle scuole e nelle università, finanziando progetti di alternanza scuola-lavoro, dottorati, viaggi d’istruzione e visite guidate al Centro Olio.

Ce lo raccontano, Teresa D’Onofrio, 23 anni, e Costanza Chiappetta, 18 anni, attive con la Rete degli Studenti Val d’Agri, nata nel 2019. Le incontriamo nello spazio che a Villa d’Agri settimanalmente ospita i loro incontri, «vedersi però è un po’ complesso, soprattutto per i problemi di trasporti che ci impediscono di trovarci facilmente in un unico posto, pur abitando tutti in Valle», dice Costanza. «È ancor più difficile immaginare iniziative sociali e culturali quando i tuoi coetanei non possono raggiungere il luogo fisico dove l’iniziativa si tiene», aggiunge Teresa.

L’anno scorso hanno lanciato una campagna, dal titolo “Qui non c’è un caz*o”, un progetto che è una risposta e al tempo stesso una denuncia.  «Qui non c’è una caz*o di aula studio e quindi ci siamo organizzati per trasformare questo spazio dove ci incontriamo anche in un’aula studio; qui non c’è un caz*o di cinema e abbiamo organizziamo dei cineforum, ad esempio, rendendoli itineranti nei diversi paesi della Valle in modo che tutti possano partecipare», racconta Teresa.

La Rete è cresciuta molto nell’ultimo anno e questo, secondo Costanza, «dimostra quanta voglia ci sia di fare qualcosa per questo posto. Mi piangeva il cuore a vedere il niente attorno e anche se adesso non è che ci sia molto di più, il solo fatto di impegnarsi ci spinge in generale ad andare avanti, per riuscire a smuovere qualche coscienza». Teresa ha deciso di rimanere qui per l’università, studia design a Matera: «la scelta di restare è stata una determinante del mio percorso, perché immaginare e  costruire qualcosa di diverso è possibile. Ma mi rendo conto che per molti non è così, perché banalmente non c’è neanche quel tipo di facoltà». 

Costanza, invece, frequenta a Moliterno l’ultimo anno di scuola superiore, al «chimico, uno di quei famosi istituti nati per il COVA», racconta. «Quando vai all’open day, una delle carte che si giocano per farti iscrivere è che appena ti diplomi, se studi e sei una persona competente, vieni subito assunto in Eni con uno stipendio maggiore di quello del professore che ti ha insegnato fino a una settimana prima. È assurdo ma allo stesso tempo è complesso parlarne e far capire che ci sono altre sfaccettature», continua Costanza.

«Anche la mia scuola ha fatto un progetto di PCTO con Eni, qui è la normalità. Da quando si è bambini, si viene coinvolti con varie attività culturali, che non sono altro che greenwashing, come coltivare lavanda nei campi adiacenti il COVA facendo quasi credere che anche lì un’agricoltura è possibile», aggiunge Teresa.

Per tutti questi motivi, c’è la volontà di portare un altro sguardo sul territorio, una narrazione diversa, che rompa quel tipo di egemonia culturale. È quello che, a Viggiano, sta provando a fare “Podolico”, una nuova associazione nata nell’ultimo anno dalla «volontà di creare uno spazio di autonarrazione», in cui si discuta di realtà quotidiane come lo spopolamento, la marginalizzazione culturale e le sfide ambientali. «L’idea è quella di dare voce ai cittadini attraverso il cinema e la scrittura collettiva per raccontare il passato, il presente e immaginare l’ipotetico futuro della nostra terra». «L’obiettivo finale è la creazione di cortometraggi, in modo che tutti possiamo fermarci un attimo a ragionare su questi temi», ci dicono Luigi Alberti, 26 anni, e Maria Pia Delfranco, 25 anni, di Podolico.

«Il solo fatto di esistere e di provare a riempire questi vuoti che ci sono all’interno della nostra regione è già una risposta alla retorica anti meridionalista che invisibilizza il meridione e poi la Basilicata», conclude Teresa.

Ecco perché questa storia dovrebbe coinvolgere tutti e tutte noi. Chi se ne vuole andare e se ne va, chi resta, chi spera di tornare. Una storia di dipendenza dall’oro nero in cui ricercare le cause di questa crisi climatica e trovare nuova linfa per combatterla collettivamente. Riconoscere il sintomo principale di questa dipendenza e curarlo. Una sintomatologia che nasce, soprattutto a livello politico, nella incapacità – o assenza di volontà – di trovare soluzioni per soddisfare i bisogni attuali, senza compromettere le risorse delle generazioni future. 

Scrive Ferdinando Cotugno, in “Tempo di ritorno”, «­l’ecologia è ­l’amore di chi non ha alternative e noi, specie umana, non abbiamo un altro posto dove ­andare».

Per tornare a rendere questa Terra un po’ più abitabile, dovremmo partire proprio dalla Basilicata.

Scomodo ha trasmesso alcune domande alla multinazionale Eni, relative alle sue attività in Val d’Agri. Pubblicheremo integralmente le risposte sul nostro sito.

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Questa attività è organizzata da Fondazione Poetica, sotto la guida del prof. Mauro Magatti dell’Università Cattolica di Milano, per Unhate Foundation e ha finalità esclusivamente di ricerca sociale.

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