X Town Terni

Puoi trovare questo nucleo nel numero 69 a pagina 9 del giornale.

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X Town è un progetto editoriale che racconta la trasformazione fisica e sociale delle company town italiane, città la cui vita produttiva gira attorno a una o poche grandi fabbriche.

In un’economia che si sta lasciando il settore dell’industria pesante sempre più alle spalle, questi luoghi si trovano in una fase di transizione profonda e delicata.​

«La Terni», così la chiamano. Una personificazione, a tutti gli effetti, che restituisce in maniera inequivocabile il legame del territorio in cui ci troviamo con la sua fabbrica. Siamo in Umbria, una delle poche regioni italiane non bagnate dal mare, comunemente definita il «cuore verde d’Italia», per la sua posizione estremamente centrale nella penisola e per il ricco patrimonio naturale. Eppure la storia della città che stiamo attraversando comunica tutt’altra colorazione, un grigio acciaio lucente, della «città dell’acciaio», appunto, Terni. 

Se si arriva in treno nel secondo capoluogo di provincia umbro all’uscita della stazione, in Piazza Dante, il biglietto da visita è un’enorme pressa idraulica. 12mila tonnellate per quasi diciassette metri d’altezza sono difficili da ignorare. È un monumento che ogni ternano, ma non solo, riconosce come il simbolo della storia della città. Quella pressa, per diversi anni la più grande al mondo e in grado di forgiare lingotti dal peso di 200 tonnellate, è stata in funzione nelle acciaierie dal 1935 al 1994, quando poi è diventata un pezzo di archeologia industriale. In quell’occasione il Comune di Terni si è attivato assicurandosi la proprietà della pressa, che con un contributo di altri enti e associazioni, è stata restaurata e non ridotta a rottame e fusa nei forni delle acciaierie.

Il 1994, tra l’altro, non è una data banale per le stesse acciaierie: dopo 110 anni a controllo pubblico sono state ufficialmente privatizzate, e la società AST (Acciai Speciali Terni) è passata sotto il controllo di un gruppo tedesco, la ThyssenKrupp, che ne ha assunto la gestione fino al 2022 quando il gruppo italiano cremonese Arvedi ha acquisito la società AST.

Le acciaierie di Terni nascono per la necessità di fabbricare più armi

Le Acciaierie di Terni, nate nel 1884, sono state «la prima grande industria siderurgica italiana. Un impianto industriale dotato delle tecnologie più avanzate dell’epoca per la produzione di acciai di alta qualità destinati alla fabbricazione di materiale bellico», come rivendica ancora oggi il gruppo Arvedi sul suo sito.

Attraversando viale Brin, un lungo stradone che spacca in due la città, è infatti possibile ricostruire questo legame quasi primordiale con l’industria bellica. Qualche centinaio di metri prima delle due storiche portinerie di ingresso delle acciaierie si trova la fabbrica d’armi. La vicinanza all’impianto industriale si deve infatti proprio a colui a cui è dedicato il viale che percorriamo, l’allora ministro della Marina, Benedetto Brin, che in quel periodo portò avanti diverse politiche per potenziare l’industria militare italiana e emanciparla dalle forniture di armi straniere. L’acciaieria fu  costruita proprio qui data la lontananza dalle frontiere, che la rendevano più facilmente difendibile. Un percorso poi proseguito sotto la dittatura fascista di Mussolini che fece di Terni un’importante componente dell’industria strategica nazionale in vista della seconda guerra mondiale. Nel 1940 ci lavoravano poco meno di 10mila persone, con una capacità annua di produzione di 66mila tonnellate di acciaio bellico: corazze e cannoni e altre armi per la distruzione, oltre alle prime navi in possesso della marina italiana.

Oggi l’impianto è specializzato in particolare in prodotti laminati piani inossidabili, nella realizzazione di tubi saldati e fucinati di grandi dimensioni destinati principalmente a diversi settori industriali come l’edilizia, i trasporti e le industrie meccaniche. La fabbrica d’armi vicina di casa delle acciaierie è diventata per una parte un museo, mentre è tuttora attiva, non più per la produzione, ma per la manutenzione dell’armamento leggero dell’Esercito Italiano e della Nato e ha assunto la denominazione di «Polo Mantenimento delle Armi Leggere».

L’Acciai Speciali Terni nel frattempo ha attraversato diversi periodi di crisi, arrivando ad occupare – secondo i dati che ci ha fornito la Fiom Cgil di Terni e aggiornati al 10 luglio 2025 – 2359 dipendenti, compresi gli impiegati del tubificio. A questi si aggiungono 114 lavoratori e lavoratrici somministrati e circa 800 persone che di media operano al suo interno ma fanno capo ad altre altre ditte.

Il “Palazzone” operaio che non dormiva mai

«Per Terni  lavorare in acciaieria significava avere uno stipendio fisso. Anch’io l’ho considerato tale quando ci sono entrato nel 1979 subito dopo gli studi, benché fosse un lavoraccio era un lavoro sicuro, cosa che invece adesso non è più. Anche i ragazzi prima di scegliere questo lavoro ci pensano due, tre volte perché è un lavoro duro. E poi non è detto che sia sempre tranquillo e salubre», ci racconta Fausto Paccara, 68 anni, che nelle acciaierie di Terni ci ha lavorato per 32 anni, nel reparto forni elettrici e sulle colate continue a caldo. 

 

Il suo racconto, quando lo incontriamo, si muove tra aneddoti della vita operaia familiare, dai genitori allo zio, fino alle storiche battaglie sindacali. Crescendo in questo contesto ha accresciuto una grande «coscienza sulle problematiche del lavoro». 

«Sviluppammo per primi in Italia l’incapsulamento dei forni elettrici, con scioperi anche nell’area a caldo che comunque diversamente dalle altre parti in cui si lavora necessita di una certa continuità produttiva. I forni elettrici causano rumori incredibili e anche parlando ad una distanza ravvicinata devi vedere il labiale. Quando stavi davanti a quei forni avevi una sorta di vibrazione del torace», ci dice Paccara. Lui ricorda di un certo linguaggio informale che si era consolidato tanto il rumore, come «fischi e gesti».  Per non parlare della frequente esposizione al calore, «che poi sviluppa tutte quelle problematiche cardiovascolari e respiratorie che ti ritrovi puntualmente a sessanta o settant’anni», sorride Paccara.

 

Nel tempo sono stati fatti passi in avanti riguardo la sicurezza sul lavoro dato che nelle acciaierie il problema principale è sempre stato quello della polvere: «a terra c’erano quindici centimetri di polvere, tanto che con gli scarponi camminando affondavi nella polvere bianca di silicio che rimaneva all’interno dei capannoni e controluce vedevi questa sorta di nebbia». 

I dispositivi di protezione individuali restano una cosa essenziale, ma al tempo non scontata. Paccara ci mostra alcuni indumenti che utilizzava a lavoro e che oggi conserva come ricordo di quegli anni: come i pantaloni pesanti di lana ignifuga dell’85 e i guanti così tanto spessi da rendere complicato il movimento delle mani. Il cimelio che custodisce con più cura è l’ultimo casco bianco che ha indossato nel 2011 l’ultimo giorno prima di andare in pensione, «è firmato da tutti i colleghi che erano con me quel giorno a lavoro», racconta emozionato.

Con lui ci muoviamo in auto verso viale Brin e mentre ci avviciniamo ci indica subito un palazzo di colore rosso bruno invitandoci a parcheggiare lì vicino. Un tempo era il palazzo più alto della città. «È il Palazzone», definito anni fa la «roccaforte operaia, un pezzo di storia di Terni e della Terni». Successivamente allo sviluppo delle acciaierie, infatti, la città si è ingrandita a livello di popolazione ma anche in termini urbanistici, guardando alle necessità di chi la abitava, «erano la maggior parte famiglie, operai, manovali, contadini che venivano da fuori», sottolinea Fausto Paccara. Fino a tutto il 1914, gli operai avevano costruito circa 7mila appartamenti, con i loro soldi e spesso anche con le loro mani, in confronto ai circa 240 edificati dall’azienda. In quest’ottica è nato il cosiddetto «Palazzone» in cui entriamo: cinque piani con un ballatoio e un cortile interno, la classica struttura “a caserma”, costruito dalla società Valnerina nel 1888 e passato infine alla Terni. Oggi è in parte ancora abitato, un tempo ci vivevano seicento persone, in una novantina di appartamenti, l’affitto costava circa un quinto del salario medio operaio. Paccara ci racconta che spesso «si dormiva in un’unica stanza affollata, capitava che chi aveva il turno di notte cedesse il proprio letto a chi lavorava di giorno» e viceversa, così «si provava a risparmiare». Le condizioni igieniche infatti erano molto precarie, l’acqua potabile scarseggiava e a fine Ottocento si registrò anche un caso di colera.

L’edificio però ha sempre rappresentato un luogo di socializzazione operaia, dove si sono creati i riti, la quotidianità e la solidarietà dei lavoratori della fabbrica. Infatti, ciò che lo distingueva dalle altre case popolari costruite appositamente per gli operai della Terni erano i momenti di vita collettiva nel cortile interno, o le botteghe al piano terra, i lavatoi e la fontanella.  

Paccara ci racconta che oltre al Palazzone poi sono stati costruiti altri quartieri operai, come Sant’agnese, definito un tempo la «borgata popolare» e tra le zone più povere della città, Villaggio italia, che insieme a Villaggio Matteotti e Borgo Bovio sono diventate delle piccole città giardino ed abitati anche da lavoratori e lavoratrici temporanei, che magari si trattenevano anche per soli quindici giorni. Il quartiere, invece, più a ridosso delle acciaierie e quello che vive costantemente e giornalmente l’inquinamento dalle polveri della fabbrica, è Prisciano, su cui ci torneremo più avanti.

Le grandi vertenze che hanno mobilitato l’intera città

Uscendo dal Palazzone torniamo su viale Brin, muovendoci verso l’ingresso parallelo, che si distingue più dagli altri per il numero di biciclette e moto esterne alla portineria: «le biciclette della classe operaia di una volta», esordisce Paccara ridendo. In effetti era proprio così, tra i  ricordi usciti più di frequente con molti degli attuali ed ex lavoratori che abbiamo incontrato, c’è il momento del cambio turno, o in occasione di alcuni scioperi, quando viale Brin in senso opposto era impercorribile, tante le persone in bici o in moto. 

Momenti che Paccara ha vissuto anche da più piccolo, con il padre e lo «zio Alfio», che nomina spesso durante la nostra chiacchierata. È proprio da lui che ci accompagna in macchina verso l’abitazione dello zio. Alfio Paccara, 98 anni, ci accoglie con un sorriso sorpreso, insieme alle due figlie Annarita e Sandra, seduto fuori al fresco del suo giardino. È entrato in fabbrica nel 1940, all’età di 15 anni, come bobinatore dei motori elettrici, in sostanza riparava quelli usurati. Ma la sua è stata soprattutto una grande storia politica e sindacale nella Cgil e di forte militanza antifascista nelle fabbriche, con il Partito Comunista, in un periodo storico molto delicato. Dalla rivolta popolare del 1953, con le barricate organizzate contro il primo grande drammatico licenziamento di 700 lavoratori [tra il ‘52 e il ‘53 ne vennero licenziati oltre duemila, ndr], che incontrarono la violenza della repressione della polizia di fronte a migliaia di manifestanti totalmente disarmati, fino alla necessità di innalzare il livello per gli infortuni e le morti sul lavoro. Il clima politico in costante e imprevedibile evoluzione influenzava e non poco il potere contrattuale delle singole organizzazioni sindacali più a sinistra, che venivano spesso emarginate nella fabbrica. Negli anni Settanta, però, Alfio Paccara fu tra i fautori del Me.So.P, la cosiddetta  “medicina sociale preventiva nei luoghi di lavoro”, che portò ad un netto miglioramento delle condizioni lavorative interne alle acciaierie oltre che ad abbandonare lentamente la pratica dell’indennizzazione dei rischi per la salute. 

«Le morti sul lavoro non sono mai una fatalità, hanno una responsabilità oggettiva in quello che riguarda l’organizzazione, la condizione in cui si opera e la tranquillità dei lavoratori», dice anche Cipriano Crescioni, 71 anni, entrato in fabbrica a 22 anni nell’agosto del ‘66. La sua forte sensibilità sul tema è dovuto anche ad una tragica vicenda personale: in acciaieria durante un turno di notte ho perso un carissimo compagno e collega. Ancora mi ci sento male quando ci penso», ci racconta.

Il Me.So.p insegnò che i rischi per la salute andavano prevenuti con un alto livello di sicurezza, anche perché iniziò a diffondersi una consapevolezza profonda che ogni progresso nella vita della fabbrica e dei lavoratori avrebbe avuto una ricaduta positiva su tutta la società, sull’ambiente e la città circostante.

Negli anni successivi, con la privatizzazione delle acciaierie – che divennero una delle prime industrie italiane di proprietà straniera – nel 1994 e il passaggio alla ThyssenKrupp, quella mobilitazione trasversale in città degli anni Cinquanta venne a galla quando nel 2004 la multinazionale tedesca decise di trasferire il reparto in cui si produceva acciaio al silicio, chiamato “Magnetico”, in Germania, licenziando 400 lavoratori su circa 2400.

La vertenza sindacale, chiamata proprio “Magnetico”, fu la prima contro una azienda straniera che gli operai ternani si trovarono ad affrontare. Come scrive il ricercatore Matteo Saltalippi questa «evidenziò il potere della ThyssenKrupp sulla forza lavoro, le istituzioni locali e il governo». 

30.000 cittadini marciarono per le vie di Terni per difendere lo stabilimento, ci raccontano che anche molti negozi abbassarono le saracinesche per l’occasione esponendo un cartello: «chiudiamo oggi per non chiudere domani». Nonostante ciò il reparto fu chiuso e le competenze di una produzione specializzata andarono perse con lo stabilimento convertito a una monoproduzione, concentrato sull’acciaio inossidabile. Lo storico Alessandro Portelli , nel libro “Acciai speciali. Terni, la ThyssenKrupp, la globalizzazione”, indicò come «la vertenza portò a nuove forme di espressione e tattiche di lotta, proprio da parte dei lavoratori più giovani […]. Le provocazioni, i toni polemici e sarcastici, gli slogan che caratterizzarono lo sciopero, a volte presi in prestito dalla cultura dello stadio, contribuirono alla formazione di un antagonismo in termini nazionali tra Germania e Italia».

Una situazione che si è ripresentata dopo dieci anni con una seconda grande vertenza: nel 2014 la Thyssenkrupp, per un importante deficit di bilancio, sottopose le acciaierie a un processo di ristrutturazione che prevedeva la ripresa economica nel giro di quattro anni. Come? Sempre con un licenziamento di 550 lavoratori e lavoratrici, un taglio dei bonus agli operai e del 10% dei costi di assunzione in tutti i reparti, e meno il 20% del costo delle ditte in appalto. Si prospettava anche la chiusura di una delle due fornaci per ridurre la produzione di laminati a caldo. L’azienda, nonostante i tentativi di dialogo e di negoziazione da parte dei lavoratori, si mostrò molto intransigente: seguirono uno sciopero totale con i picchetti fuori dai cancelli della fabbrica e 20mila persone in piazza. Una mobilitazione di tutta la città e non solo che non fermò il piano di ridimensionamento voluto dalla Thyssen: dopo sette mesi di vertenza di sette mesi, l’accordo raggiunto a dicembre prevedeva la buonuscita di 80.000 euro per il licenziamento su base volontaria di circa 500 persone, il taglio dello stipendio di circa 100 euro per quelli che rimanevano direttamente impiegati da AST, e il taglio del 20% sul costo degli appalti alle ditte esterne.

Emiliano Moscatelli, 53 anni, ha un ricordo nitido delle ultime due vertenze anche se le ha vissute differentemente: «nel 2004 ero più giovane, e senza figli, quella del 2014 emotivamente è stata più tosta», ci dice. È da 25 anni in fabbrica, oggi come manutentore meccanico. Lo incontriamo il giorno dopo in viale Brin tra la portineria e la mensa delle acciaierie, davanti a un vecchio chiosco abbandonato e che prima era un bar. Mentre chiacchieriamo, con in sottofondo i rumori della fabbrica e dei mezzi pesanti che attraversano un lato e l’altro delle acciaierie attraverso un piccolo passaggio a livello, ci raggiungono anche Massimiliano Catini, 55 anni, e Anna Rita Marchetti, 58 anni. «Quella del 2014 è stata la vertenza più dura, un pezzo di acciaieria è stato svenduto, sembrava che venisse dismesso dato che non c’era mercato, invece interessava ai tedeschi in Germania», sottolinea Marchetti, lavoratrice della Terni da quando aveva 28 anni, passata dall’ufficio acquisti, all’area commerciale, al tubificio e ora all’accettazione ordini. «Siamo, comunque in una situazione di costante allarme, abbiamo perso tanto ma i forni sono ancora entrambi accesi e da due anni e mezzo stiamo un po’ iniziando a conquistare qualcosa a livello contrattuale che ci era stato tolto negli anni», commenta Marchetti. «Anche se ormai lavoriamo per tre o quattro grandi clienti, prima erano molti di più», replica Moscatelli, che non vede l’attualità molto chiara in termini di garanzie industriali future, «l’accordo di programma con la Stato e la Regione firmato a giugno scorso a Roma in realtà è tutto posticipato. Sono investimenti che loro hanno già fatto, la parte più grossa si è spostata tutta al 2029. Da oggi al 2029 può cambiare di tutto». Catini anche da delegato sindacale per la Fiom Cgil in acciaieria avverte il peso doppio della responsabilità, «noi siamo sia lavoratori che cittadini. Quindi quello che succede dentro la fabbrica lo subiamo due volte, uno da lavoratori e un’altra da cittadini». Il riferimento chiaro è al tema della sicurezza sul lavoro: «è importante che anche i lavoratori più giovani vengano supportati in questo». In generale, ci spiegano che c’è il rischio che gli incidenti avvengono quando si è costretti a lavorare rapidamente e sotto pressione per far ripartire una linea che magari è ferma per un imprevisto o una riparazione.

Nessuno dei loro figli lavora nelle acciaierie. Se con la generazione degli attuali lavoratori e lavoratrici era infatti più semplice ricostruire storie familiari legate all’acciaieria, oggi non lo è più.

Un tempo – come ci descrivono anche ex lavoratori – quando si andava al bar la domenica a fare colazione molti si vestivano ugualmente con la tuta della fabbrica, a testimonianza della forte appartenenza, c’erano anche molti più operai in consiglio comunale, mentre oggi se ne contano a malapena un paio. Le generazioni successive sono invece la testimonianza della forte frattura della Terni con la città: le due grandi vertenze degli ultimi vent’anni, vissute in maniera più o meno diretta, hanno alimentato un senso comune di forte precarietà. 

Vietato coltivare

Ce lo riferiscono anche gli attivisti del Centro Sociale autogestito “Germinal Cimarelli” che raggiungiamo nel loro spazio in via del Lanificio a Terni, situato proprio a poche centinaia di metri dall’ingresso delle acciaierie di viale Brin e la fabbrica d’armi. Il Cimarelli si trova infatti proprio negli ex locali della foresteria in uso al comandante della fabbrica d’armi: due unità immobiliari, di proprietà del demanio, disabitate e abbandonate dai primi anni 2000, passate poi al Comune di Terni, che gli attivisti hanno reso di nuovo agibile a partire dal 2008. Il fatto di essere lì «non è apparentemente un atto simbolico, ma un atto politico da restituire alla città» sottolineano gli attivisti. Dalle azioni contro il riarmo e il genocidio in Palestina. Oggi c’è una biblioteca, un bar, una sala concerti, una sala registrazioni e un enorme giardino dove d’estate vengono organizzati diversi eventi, cineforum, dibattiti e assemblee. Oltre a diverse iniziative per la comunità come la spesa solidale e i corsi di italiano per le persone migranti. Uno spazio d’aggregazione e anche espressione artistica e culturale, «in una città che dagli anni ‘90 ce ne ha sempre meno», continuano gli attivisti. 

In questi anni hanno sempre sostenuto le lotte degli operai delle acciaierie, muovendo forti critiche al modello industriale: «la stragrande maggioranza di noi hanno scelto però proprio apertamente di non lavorarci», dicono gli attivisti, «tutti quanti siamo figli di questa città-fabbrica, sia perché qualcuno c’ha lavorato, sia perché qualcuno della famiglia ci è morto o c’ha una malattia. Abbiamo vissuto per anni il ricatto occupazionale salute-lavoro, e ora ci opponiamo a questo sistema produttivo che precarizza e smantella diritti e tutele». 

I livelli di inquinamento della città sono comunque alti sottolineano: Terni secondo lo studio “Mal d’aria” di Legambiente, riferito ai dati Arpa e pubblicato a gennaio 2025, è il diciannovesimo capoluogo di provincia più inquinato d’Italia: con una concentrazione media annua di pm10 pari a 27,7 microgrammi per metro cubo, la città dovrebbe ridurre la presenza di polveri sottili nell’aria del 28,8%. A questo dato si aggiunge quello dello studio Sentieri, lo Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento, che certifica come la mortalità generale sia in eccesso, sia nel complesso che per le principali cause, e i tumori maligni pesano in modo significativo su questo aumento.

C’è un zona della città che vive l’inquinamento più di altre. A Prisciano non si può coltivare, se non in serra. «La quantità di polveri che respiriamo qui è indescrivibile, così come i rumori incessanti che arrivano dagli impianti. Di sera con l’illuminazione è facilmente visibile la nube di polvere costante che si alza», ci dice Romina Botondi, 52 anni, una delle residenti che hanno fondato a marzo del 2024 il Comitato Prisciano-Terni est, «stanchi di questa situazione e di non essere ascoltati». Hanno una pagina Facebook aperta alle segnalazioni di tutti i cittadini. Entriamo nel quartiere costeggiando via dell’industria, i cartelli stradali sono sbiaditi e non perchè sono particolarmente datati: solamente un tratto di strada e una barriera alta non più di tre metri dividono casa di Daniele Li Vigni, anche lui parte del Comitato, dalle acciaierie. Ci accoglie nel giardino di casa mostrandoci da subito la notevole quantità di polvere che si raccoglie nel piazzale. Quasi ogno giorno è costretto a spazzare il terrazzo e coprire l’auto e il suo camper con dei teli, «la polvere sta corrodendo la carrozzeria», ci dice mostrandoci le macchie sul vetro e sul parabrezza che non vanno più via. In un secchio raccoglie di volta in volte la polvere che gli si accumula nei canali di scolo dell’acqua e sui balconi, con una calamita ci mostra che questa rimane attaccata, essendo ovviamente di natura ferrosa. Le tegole dei tetti sono completamente bianche. Anche gran parte della vegetazione e delle piante nel giardino sono ricoperti da una patina bianca.   «Le molestie olfattive sono continue», aggiunge Botondi, «una puzza forte simile a quella di un copertone bruciato, è impossibile tenere aperte le finestre». Fino a qualche tempo fa c’erano diversi alberi lungo la strada a fungere da barriera sia per i rumori che per le polveri: «sono stati abbattutti e piantati degli altri alberi che però sono molto più piccoli e questo ha peggiorato la situazione, ci metteranno diversi anni a crescere» ci racconta Giorgia Menciotti. Lei ha deciso di attivarsi per sostenere la causa del comitato mossa soprattutto dalla nascita del figlio: «la mia visione è cambiata , finisci per non pensare più solamente a te, pensi anche a lui, al suo futuro, per consentirgli di vivere in un ambiente più salubre».

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