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X Town Marghera

Puoi trovare questo nucleo nel numero 49 a pagina 35 del giornale.

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X Town è un progetto editoriale che racconta la trasformazione fisica e sociale delle company town italiane, città la cui vita produttiva gira attorno a una o poche grandi fabbriche.

In un’economia che si sta lasciando il settore dell’industria pesante sempre più alle spalle, questi luoghi si trovano in una fase di transizione profonda e delicata.​

Arrivando in auto o in treno a Venezia, l’unica via di accesso percorribile è il ponte della Libertà, che collega il centro storico di Venezia alla terraferma. Poco meno di quattro chilometri che rappresentano una sorta di viaggio nel tempo: di fronte, si trovano Venezia e la sua stazione, sempre strapiena di turisti. Con lo sguardo a destra, invece, spunta la grande area industriale di Porto Marghera, una delle maggiori aree industriali costiere d’Europa, volano economico produttivo italiano per oltre tre decenni anche in termini occupazionali. L’area di Porto Marghera è compresa tra le zone urbane di Marghera e Mestre e situata nella laguna di Venezia si estende su una superficie complessiva di duemila ettari, dei quali circa millequattrocento occupati da attività industriali collegate da una vasta rete infrastrutturale viaria e ferroviaria.
Nonostante la sua forte dimensione multicompartimentale, Porto Marghera nell’ultimo secolo ha attraversato una evoluzione che ha profondamente modificato non solo la sua configurazione spaziale ma anche il suo tessuto produttivo, con evidenti conseguenze sulle prospettive delle nuove generazioni che ci vivono. Dopo il periodo di massima espansione degli anni ‘60, ‘70 e ‘80 del Novecento, caratterizzati da uno storico fermento sindacale, è iniziata una lenta crisi con risultati visibili – almeno in parte – ancora oggi.

La nascita del Porto

In sostanza, Porto Marghera nasce per aiutare Venezia. La zona portuale deriva dalla necessità di riconfigurare il comparto industriale e infrastrutturale Veneziano. Alla fine del XIX secolo, l’isola di Venezia ospita diverse fabbriche, spesso redditizie. Queste portano a uno sviluppo repentino dell’area portuale della città, ma la zona risulta però presto inadatta: le fragili strutture urbane del centro storico di Venezia non possono sostenere un traffico così ingente. Agli albori del ventesimo secolo, questa consapevolezza, insieme alla volontà di incrementare la produzione industriale su scala nazionale, portano allo sviluppo, approvazione e attuazione del progetto che nel 1917 inaugura l’area di Porto Marghera.

A partire dagli anni 30 del ‘900, il distretto di Porto Marghera diventa progressivamente locomotiva trainante del progresso industriale su scala nazionale. Diversi stabilimenti industriali pesanti aprono qui le proprie sedi. Questo insediamento viene favorito anche non solo dalla predisposizione strutturale dell’area ma anche da vari intrecci tra capitalismo privato e contributo pubblico.

Durante il secondo conflitto mondiale, l’esperienza bellica permea le mura industriali. Nella laguna, le fabbriche diventano luogo chiave per la resistenza. La comunità operaia di Porto Marghera cresce esponenzialmente al livello numerico e acquista un progressivo sviluppo identitario: è sempre di più la consapevolezza dell’importanza strutturale dell’industria e del ruolo dei suoi lavoratori. Tratti caratterizzanti che definiscono anche le battaglie sindacali degli anni a venire in materia di tutela della salute e dell’ambiente circostante, in particolare a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, anche grazie all’impeto dei moti del Sessantotto.

Cosa resta

Oggi rimane ben poco dei luoghi di quella mobilitazione che da Porto Marghera non ha stravolto solamente il tessuto economico sociale e industriale del nord-est, ma anche quello nazionale. 

Attraversando gran parte dell’area industriale a bordo di una piccola barca, e percorrendo il cosiddetto “canale petroli” – punto di passaggio in passato delle petroliere – l’aria è pesante, un odore acro e pungente è accompagnato dal verso dei gabbiani. Le enormi industrie sovrastano l’orizzonte, che rimane visibile nonostante una leggera nebbia. Diverse fabbriche sono ormai dismesse e non in attività, altre invece ancora intensamente attive. A febbraio 2023, l’ultimo e sesto rapporto SENTIERI, lo Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento –  finanziato dal ministero della Salute e coordinato dall’Istituto superiore di sanità – ha fatto nuovamente luce sui rischi di eccessi di mortalità e tumori maligni nei 46 siti di interesse monitorati a livello nazionale. Tra questi anche Porto Marghera, che viene inserita tra le aree messe in allarme per «l’eccesso di rischio per tumore e altre patologie nei residenti». 

 

Un quadro molto attuale che caratterizza ancor più la situazione del periodo di maggiore attività in quell’area. Con il lento percorso di dismissione industriale e riconversione economica degli anni ‘90 e duemila, oggi restano tante storie e vite segnate da quel periodo. Un impatto percepibile sulla comunità, sia per quanti hanno vissuto da protagonisti quegli anni provando a far sentire la loro voce, sia per le nuove generazioni che oggi ci abitano.

«La salute non si monetizza»

Incontriamo proprio nei pressi del petrolchimico, precisamente alla portineria 3 dove lavorava, Franco Baldan, 78 anni, pensionato ex lavoratore petrolchimico, anche segretario del sindacato dei Chimici, allora chiamato Filcea e oggi Filctem CGIL. Ha attraversato quell’ingresso ogni mattina per 40 anni e ora è tutto abbandonato. Parte dell’impianto dove lui lavorava è stata dismessa e la portineria 3 chiusa nei primi anni duemila. Guardando i cancelli oggi un color ruggine domina sulla facciata della struttura, l’erba è alta, a terra c’è qualche calcinaccio e le insegne con le varie indicazioni sono sbiadite. Oltre il cancello si intravede comunque una scritta, “Benvenuti nello stabilimento di Marghera” con al fianco il logo di Eni. 

Baldan è stato assunto nel settembre del 1970, all’età di 25 anni come operatore d’impianto dopo una precedente parentesi nella metalmeccanica. «Ho sempre avuto una particolare sensibilità per le ingiustizie sul posto di lavoro, già nei primi anni della mia attività lavorativa se qualcosa non mi andava bene lo facevo subito presente», ci racconta. Anche quando è arrivato al petrolchimico Baldan ha mantenuto questo forte fermento e si è interessato ai temi sindacali, dall’ambiente alla sicurezza. L’ex lavoratore petrolchimico ci tiene ad insistere su quest’ultimo punto per contestualizzare la mobilitazione generale di quegli anni.

«La nostra mobilitazione generale ha riguardato sin da subito quella del risanamento dell’ambiente, dell’attenzione alla salute dei lavoratori. La svolta è stata negli anni ‘80, le parole d’ordine delle nostre lotte erano: “la salute non si monetizza” e “il malato si cura”». 

 

Baldan ci indica gli impianti a CVM dove lavorava, poco più avanti di quelli a PVC ritenuti più pericolosi. «La mattina quando arrivavo sembrava avesse sempre nevicato, c’era una patina bianca a terra». L’obiettivo dei lavoratori non era, però, la chiusura degli impianti bensì il miglioramento delle condizioni di lavoro, modernizzare la fabbrica con maggior prevenzione, precauzioni e sicurezza. 

«C’era anche uno scontro generazionale all’epoca, molti volevano farsi pagare l’indennizzo, denominato “disagiata”. Io, insieme a molti altri, non ero assolutamente d’accordo, non ho mai barattato soldi per la salute, perché facendoti pagare che forza hai un giorno di dirgli no a quelle condizioni. Io, ma non solo, mi sono preso tre giorni di sospensione per aver detto al capogruppo “ci vai tu a lavorare in quelle condizioni”: scaricavano i fondi e gli scarichi dei prodotti e delle colonne di distillazione finivano nei cunicoli, gli altri andavano scaricati nei camini e gli sfiati andavano all’aria. Le analisi dei campioni dei colorati dei prodotti venivano fatte a cielo aperto».

 

Il peso politico delle loro rivendicazioni di quegli anni si percepisce dal tono del suo racconto, fermo, deciso e allo stesso tempo emozionato nel tornare indietro nel tempo. La portineria 3 dove ci troviamo costeggia la Strada Regionale 11 Padana superiore, la statale che collega Padova a Venezia. «Chiudevamo questa strada già alle cinque di mattina, con dei bancali per bloccare il passaggio e gli ingressi nei giorni di sciopero». Sporgendosi, infatti, poco oltre il cancello si intravede quello che era il sottopassaggio che consentiva ai lavoratori di attraversare la statale per raggiungere la mensa e il capannone per le assemblee. Il ridenominato “Capanon” era luogo simbolo del movimento operaio e della storia del lavoro di Porto Marghera, fulcro delle rivendicazioni sindacali di quegli anni. In quest’area di poco più di 100 mq i lavoratori trascorrevano gran parte della loro giornata: «non c’erano orari, facevo otto ore di turno e poi quasi altrettante nel capannone per le assemblee», sottolinea Baldan.

All’interno ancora oggi si trovano testimonianze delle storiche battaglie sindacali seppure la struttura sia stata acquistata senza consultare i sindacati dall’amministrazione Brugnaro. 

 

«Gli scioperi ovviamente li pagavi, non c’è stato un mese che ho preso lo stipendio intero», conclude Baldan, «ma il problema di uno era il problema di tutti, la nostra sicurezza era quella di tutta la città». Baldan non è l’unico a sottolineare la profonda solidarietà e comunanza di intenti tra cittadinanza e lavoratori, e tra i lavoratori stessi. I lavoratori avevano un forte consenso nella cittadinanza. È un sentimento che ritorna anche nelle parole di Bruno Polesel, 74 anni, che incontriamo davanti la fabbrica dove lavorava. Oggi in quello stabile sono in corso dei lavori per costruirci degli appartamenti, infatti i suoi racconti sono interrotti da alcuni rumori da cantiere. Polesel ha lavorato per dieci anni in una fabbrica metalmeccanica, poi in una piccola fabbrica di produzione di oggetti di arredamento e poi come operaio nella Manifattura Tabacchi di Venezia. È stato anche  presidente della Municipalità di Marghera e ora è segretario dello Spi (Sindacato Pensionati CGIL) di Marghera.

Prima di incontrarlo, al telefono ci racconta del difficile trasferimento all’età di 11 anni da Burano, dove abitava, a Marghera: «trasferirsi da un ambiente lagunare decisamente salubre come Burano, a Marghera proprio nel pieno della sua zona industriale non è stato semplice. I primi anni ho sofferto il cambiamento di clima da un ambiente naturale come quello della laguna a uno grigio e molto inquinato come quello di Marghera». 

Polesel è entrato in quella fabbrica come apprendista e nonostante le difficoltà condivide un bel ricordo di quegli anni. Ci mostra una foto che lo raffigura proprio nel punto in cui siamo, davanti alla fabbrica, all’età di 19 anni, anno 1969. Felice ci fa vedere anche una foto dello stesso giorno con alcuni colleghi, tutti sorridenti: «quando la classe operaia sognava il paradiso», aggiunge. «La fabbrica aveva quasi una funzione pedagogica, produceva solidarietà tra i lavoratori, nessuno era lasciato indietro. Credo che sia stata un’esperienza tipica di quegli anni. Oggi invece c’è un’altra Marghera, pura archeologia industriale dato che i dipendenti della zona industriale da 40 mila che erano, sono più che dimezzati. C’è un forte precariato e una profonda incertezza sul futuro».

 

La grande sfida che ci viene raccontata dagli ex lavoratori era quella di provare a garantire il binomio tra sviluppo dell’industria produttiva e garanzie sulla sicurezza. Era la finalità di ogni sciopero. Lo sottolinea anche Paolo Gastaldi, 75 anni, ex metalmeccanico. Dove lui lavorava era una officina meccanica di correzione degli stampi di estrusione, Gastaldi ha iniziato a lavorarci nel 1969, a 21 anni, tornato in anticipo dalla leva militare. La sua realtà è stata chiusa a fine anni Novanta e lui è andato in prepensionamento all’età di 48 anni, dopo trenta anni di servizio nei quali per vent’anni delegato del consiglio di fabbrica per la Fiom CGIL. Infatti, dove ci incontriamo della sua fabbrica dismessa non c’è davvero più nulla, solo terra battuta oltre la recinzione, una gru e del laminatoio in cui lavorava rimangono solo alcuni mattoncini, «delle cabine elettriche, probabilmente le ultime abbattute», suppone Gastaldi.
Anche lui denuncia la carenza di sicurezza all’interno delle varie industrie: «era la grande battaglia di quegli anni, per chiedere dei guanti e un caschetto. Molte cose riguardo l’inquinamento e l’impatto sulla salute non si sapevano e man mano che si conoscevano si è acquisita una sensibilità tale da far cambiare anche l’agenda politica e le varie opinioni».

Una Marghera diversa

Tornando indietro in auto verso via Fratelli Bandiera, strada che divide la zona urbana da quella industriale, si trova il Centro Sociale Rivolta, che dal 1995 e da quasi trent’anni ha trasformato un abbandonato magazzino di spezie in un centro sociale, ma non solo. All’interno si organizzano concerti, serate, c’è un bar, una palestra, corsi di italiano per chiunque ne abbia bisogno. Entrando c’è un bel colpo d’occhio per i numerosi murales dipinti sulle pareti. Ma negli anni ha rappresentato soprattutto uno spazio di espressione, di lotta e denuncia contro l’evoluzione e l’espansione dell’area industriale di Marghera con le sue conseguenze annesse. Anche tante altre battaglie come il “No” al passaggio delle grandi navi nella laguna di Venezia. 

 

«Le nostre denunce riguardo l’inquinamento spesso si scontrano con la normalizzazione del problema dell’inquinamento, ci cresci, ci convivi, spesso nessuno te lo spiega, perché ormai molti dicono “tanto è così da un sacco di anni, già potremmo esserci ammalati”», ci spiega un attivista del Rivolta, Sebastiano Bergamaschi, 24 anni. Lui, come tanti altri e altre, ci descrive le difficoltà che come giovani hanno riscontrato nel continuare a tenere alta l’attenzione su un tema che per quanto longevo e immutato rischia di trasferire soltanto inettitudine. Il desiderio di una «Marghera diversa» scaturisce per alcuni dalle esperienze passate di nonni, parenti o semplici conoscenti. Gli attivisti hanno contribuito anche in maniera concreta a supportare uno studio, in collaborazione con l’Associazione medici per l’ambiente (Isde Italia), per analizzare un campione di uova prodotte da galline che razzolano a terra in zone limitrofe a quelle industriali. L’indagine è stata condotta nel corso dell’estate 2023 su quattro campioni di uova provenienti da galline allevate all’aperto in pollai familiari, senza uso di antibiotici o altri prodotti chimici ed ha evidenziato «valori altissimi di diossine da due a oltre cinque volte il limite di legge», denuncia Sebastiano. La stessa iniziativa di Venezia Capitale Mondiale della sostenibilità viene vista come il «volto del greenwashing», data la totale mancanza di progetti concreti che coinvolgono anche le giovani generazioni, nonostante l’opportunità del Pnrr.

«Marghera è un territorio devastato da industrie, sfruttamento e da grandi opere che si continuano a voler costruire. Secondo me è importante ciò che facciamo, essere giovani in questa città e dire io non voglio andarmene ma voglio riuscire a vivere bene in questo territorio», sottolinea Valentina Valerio, 21 anni, vive a Mestre ed è anche lei una attivista del CS Rivolta.

Un sentimento che accomuna diversi giovani che decidono di rimanere a Venezia. Incontriamo anche Edoardo Frater, 24 anni che vive a Venezia e studia a Padova. Sul ciglio della strada dove l’area attualmente – per le politiche di riconversione – è destinata principalmente alla logistica, con muri di container alti oltre dieci metri, ci racconta un po’ la storia lavorativa di suo nonno. «Dal 1964 al 1966 ha lavorato al petrolchimico come analista chimico, ma sin da subito ciò ha iniziato a causargli non pochi problemi a livello di salute. Per questo poi non è riuscito a continuare e ha lasciato quell’ambito lavorativo dopo due anni». Edoardo ci racconta quanto molti sapessero delle problematiche connesse a quel tipo di lavoro in quegli anni, svolto senza alcuna precauzione. «A mio nonno la mattina quando arrivava davano un bicchiere di latte, dicendo che bevendo quello non si sarebbe ammalato». 

 

Prospettive future

La diffidenza diffusa nella cittadinanza è il filo conduttore che lega diversi racconti, dai più giovani ai più anziani. È della stessa idea Giuseppe Tosatto, 59 anni, lavoratore dal 1995 al 2023 prima al petrolchimico di Porto Marghera e poi alla raffineria di Venezia. Lo incontriamo alla Camera del Lavoro di Venezia, a Mestre, prima di un giro in sua compagnia nella seconda zona industriale attualmente percorribile e accessibile, in località Fusina dove è situata la grande Centrale termoelettrica “Andrea Palladio” di proprietà di ENEL e dove Tosatto ha avuto una breve parentesi lavorativa. Per molti pescatori in barca è spesso un punto di riferimento e orientamento, perché visibile anche da lontano per il suo colore azzurro acceso. Insolito rispetto al grigiume che contraddistingue l’intera area industriale. 

É arrivato nella parte conclusiva del percorso della chimica a Porto Marghera, nella fase finale della trasformazione e poi del cambiamento, guidando le rivendicazioni sindacali nella fase della grande dimissione degli ultimi vent’anni. «Ho avuto modo di vedere ancor più da vicino che quando si parla di chimica molte persone hanno timore e paura, siccome negli anni l’inquinamento è stato molto alto. Ho visto storici impianti chiudere perché senza sicurezza». Tosatto prova a spiegarci la genesi di questa inquietudine: «spesso accadeva che la cittadinanza venisse a conoscenza di fughe di gas o perdite dopo tre giorni dall’accaduto. E ovviamente se chi non doveva nasconderlo lo nascondeva anche solo una volta per tutta la comunità giustamente lo aveva fatto sempre, nessuno ci credeva più al singolo episodio. Un avvenimento simile poteva essere stato tranquillamente nascosto altre volte nei precedenti vent’anni». 

Dario Seccarello, attuale lavoratore chimico e delegato sindacale per la Filctem CGIL, è molto critico riguardo l’iper concentrazione di industrie in quell’area, decisa in passato. «Marghera è nata con un peccato originale, di fronte alla laguna e Venezia». Di fronte a dove incontriamo Seccarello c’è un immenso parcheggio di automobili pronte per essere trasferite da un punto vendita all’altro. «Oggi quelli che in passato erano capannoni industriali sono spazi immensi destinati perlopiù alla logistica, dato che comunque ci troviamo in un punto che per i trasporti è molto strategico». 

 

Il pensiero alle incerte prospettive future nel territorio veneziano accomuna le chiacchierate con giovani e adulti. I primi spaventati per un modello di sfruttamento del territorio ormai difficile da sradicare, per i passati e presenti investimenti miopi che a volte hanno sottovalutato le conseguenze a lungo termine di un processo che mostrava già da tempo le sue profonde problematiche. Dalle parole dei secondi, invece emerge un senso di smarrimento per il domani dei propri figli.
«Da madre di due ragazzi di vent’anni, oggi a Marghera non c’è moltissimo. Sono rimasti alcuni stabilimenti industriali che riescono a impiegare comunque alcune persone, altrimenti l’alternativa è lavorare nel turismo a Venezia. Il lavoro così lo trovi, però anche in questo caso i livelli di sfruttamento possono essere molto alti» ci dice a telefono Elisabetta Tiveron, scrittrice nata a Marghera da una famiglia operaia, che ha curato una raccolta di racconti intitolata Porto Marghera – Cent’anni di Storie.
Anche Tosatto ha qualche dubbio in merito: «a Venezia ha preso il sopravvento il turismo, che comunque secondo me crea un lavoro non stabile, l’abbiamo visto con il Covid».
Dall’altro lato «per assicurare un futuro – industriale e non – a Marghera serve una progettualità politica. Serve una volontà anche a livello statale per allocare risorse e definire piani per il futuro, anche a lungo termine. Altrimenti non c’è molto che si può fare», conclude Tiveron.

Parte VI

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Parte VIII

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Articolo di

Andrea Carcuro
Andrea Carcuro

Caporedattore

Francesco Paolo Savatteri
Francesco Paolo Savatteri

Caporedattore

Hanno collaborato

Nives Giovannetti
Nives Giovannetti

Redattrice

Luca Ianniello
Luca Ianniello

Redattore

Foto di

Con il supporto di

Lucia Tedesco
Lucia Tedesco
Elisabetta Tiveron
Elisabetta Tiveron