X Town Fabriano

Puoi trovare questo nucleo nel numero 66 a pagina 7 del giornale.

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X Town è un progetto editoriale che racconta la trasformazione fisica e sociale delle company town italiane, città la cui vita produttiva gira attorno a una o poche grandi fabbriche.

In un’economia che si sta lasciando il settore dell’industria pesante sempre più alle spalle, questi luoghi si trovano in una fase di transizione profonda e delicata.​

Centro Italia, siamo ad un’oretta scarsa da Ancona e tra i monti dell’appennino umbro-marchigiano c’è una città che la fabbrica, o meglio la carta, ce l’ha nel nome. Fabriano. A scuola, a lavoro, in ufficio, è capitato a tutti, bambini e adulti, almeno una volta nella vita, di avere tra le mani un album o un foglio di carta prodotto qui. In questo piccolo comune marchigiano di poco più di 20mila abitanti, la carta però la fanno da secoli.

Lo scorso dicembre la storica “macchina continua” F3 di una delle principali cartiere fabrianesi è stata spenta dopo cinquant’anni di attività senza sosta. Non produrrà più carta d’ufficio e 173 dipendenti hanno perso il loro posto di lavoro da un giorno all’altro. È un colpo senza precedenti all’economia locale. Stiamo parlando della Giano 1264, dal nome della società del gruppo che la gestisce, Fedrigoni, la storica azienda cartaria veronese che nel 2002 ha comprato dall’Istituto Poligrafico dello Stato le Cartiere Miliani di Fabriano. Un nome che a tutti ricorda in città la storica sede dal color rosso sbiadito; qui non puoi non conoscere almeno una persona che ci ha lavorato. Oggi lì si trovano gli uffici amministrativi della Fondazione Fedrigoni. L’Istituto Poligrafico dello Stato è diventato azionista di maggioranza nel 1978, dopo una breve parentesi di gestione da parte di un consorzio di enti pubblici, ma soprattutto una gestione familiare secolare, portata avanti proprio dalla famiglia Miliani a partire dal 1782.

Parlando con diversi attuali ed ex lavoratori, cittadini e giovani della zona, ma anche con la stessa sindaca di Fabriano, Daniela Ghergo, la crisi più profonda del settore inizia con il passaggio di proprietà delle aziende a gestione familiare, e con un forte legame con il territorio, ai fondi d’investimento. Lo schema ha un chiaro impianto estrattivista: acquisire un marchio, con il suo logo azzurro su sfondo bianco noto in tutto il mondo, estrarre valore dal territorio e lentamente delocalizzare la produzione, svuotando la città-fabbrica e scaricando i costi sociali ed economici sulla popolazione.

La città della carta e della filigrana

«Pensate alla città come il gioco jenga, piano piano ci togli la fabbrica, poi il tribunale, poi l’ospedale, a Fabriano per esempio da sei anni non si nasce più, ha chiuso il reparto di pediatria, cosa ci resta?», ci dice Stefano Ambrosini. Lui oggi è un professore di italiano in un istituto commerciale della zona, «sono stato fortunato», ci dice, per un anno e mezzo a cavallo degli anni Novanta ha lavorato anche lui in cartiera, prendendo il posto del padre.
Lo incontriamo in una delle vie centrali che portano alla piazza del Comune, dove alle spalle della storica fontana campeggia una scritta «Salviamo la storia della nostra città, Fabriano, la carta dal 1264». Uno striscione che avevo visto qualche giorno prima, online, tra i video degli scioperi indetti dopo la chiusura della Giano.
Mentre chiacchieriamo e passeggiamo tra le vie del centro, quella metafora su jenga prende sempre più realtà. È un normalissimo – e soleggiato – lunedì di inizio aprile e la stragrande maggioranza dei negozi hanno le saracinesche abbassate. «Non pensate che siano così perchè è lunedi, qui molti hanno proprio chiuso», sottolinea Ambrosini. Dopo averci raccontato qualcosa sulla storia della città arriviamo nell’area delle vecchie concerie, restaurata all’inizio degli anni duemila. Da un lato le vecchie industrie che si occupavano della concia delle pelli, dall’altra il fiume: «la storia della città non esisterebbe senza il fiume», evidenzia Ambrosini. Il fiume si chiama Giano, per l’appunto, e senza il suo approvvigionamento di acqua nei secoli la lavorazione della carta sarebbe stata impossibile. Entriamo in “Zona Conce, le forme del fare”, tra le altre cose un laboratorio di carta artigianale che sorge all’interno di un ex opificio restaurato, dove all’interno si lavoravano le pelli. All’interno ci spiegano e mostrano come avviene la produzione di carta a mano filigranata: in sostanza quello che avveniva un tempo e che oggi viene replicato a livello industriale, con grandi macchinari e tecnologie avanzate. Si immerge un setaccio in acqua e cotone per estrarre sempre la stessa quantità di pasta, in questo modo le fibre vengono tessute, poi inizia la pulitura, per eliminare l’acqua in eccesso, il foglio viene poggiato su dei feltri, poi pressato ed asciugato.

A Fabriano il primo documento legato alla produzione di carta risale al 1264. Proprio a cavallo di quegli anni, nel trecento, fu protagonista delle più importanti innovazioni per la produzione moderna della carta: la pila a magli multipli per battere meccanicamente gli stracci da cui si ricava la pasta di cotone per la carta; l’impiego della gelatina animale sulla superficie dei fogli per rendere la carta resistente ai liquidi, quindi più facilmente scrivibile con inchiostro; e infine la nota filigrana. I cartai fabrianesi furono i primi ad utilizzarla per marchiare la propria carta. La filigrana è quell’immagine che si vede in alcuni fogli se messi in controluce, e veniva formata con un filo di rame cucito direttamente sul telaio usato da setaccio. La filigrana tutt’oggi è utilizzata per fare la carta moneta, per evitare la contraffazione delle banconote.

Con il professor Ambrosini in auto ci spostiamo verso la sede storica delle Cartiere Miliani, fondata da Pietro Miliani nel 1782. Alla fine di una breve discesa costeggiata dagli alberi si intravede il cancello chiuso dell’ingresso della cartiera, una volta la portineria, che si apre su un cortile interno con al centro una fontana bianca.

«Qui sulla sinistra una volta c’era l’asilo nido, frequentato dai figli dei dipendenti, anche io l’ho frequentato e di fianco c’era lo spaccio aziendale che serviva per calmierare i prezzi dell’intera città. La struttura della fabbrica richiamava molto quella dell’Inghilterra dell’Ottocento. Era poi una realtà altamente sindacalizzata», continua Ambrosini.

La chiusura della “macchina continua” F3

Più tardi ci muoviamo verso lo stabilimento finito al centro delle cronache alla fine del 2024, quando ha smesso di produrre carta d’ufficio.
Molti lavoratori sono finiti in cassa integrazione, in attesa di un promesso “ricollocamento”, che però nella stragrande maggioranza dei casi è stato solo temporaneo. Come per Raniero Bertini, dipendente delle Cartiere Miliani dal 1994, di 57 anni, che incontriamo proprio davanti lo stabilimento dove lavorava ed era in attività la “macchina continua” F3. «Dal 10 dicembre 2024 hanno cessato questo tipo di attività. Hanno detto che non guadagnano quanto dovrebbero», ci racconta. «Il 3 ottobre ci hanno comunicato l’imminente chiusura del reparto, di lì a meno di tre mesi, ancora non riesco a capacitarmi, l’ho saputo da un mio amico, pensa. Ero in giro durante il mio giorno di riposo, mi ha chiamo e mi ha detto “vedi che la cartiera chiude”», ci dice Bertini con gli occhi lucidi ma allo stesso tempo pieni di rabbia. «“Che stai dicendo” gli ho risposto», continua, «poi da quel momento telefonate, messaggi…era tutto vero». Nel 2023 era stato anche creato un nuovo ramo d’azienda, chiamandolo Giano 1264 riprendendo una data storica per Fabriano: «un oltraggio alla storia», sottolinea senza mezzi termini Bertini.

Lui ha ancora quattro anni e mezzo prima della pensione, ma «al di là della pensione ho un mutuo fino a settembre del 2027, 420 euro al mese. Mi sono sentito a pezzi, dal 3 ottobre fino a tutto gennaio non ho dormito, ho una rabbia in corpo». La sua situazione infatti è molto precaria: «mi hanno fatto un contratto di quattro mesi, sempre a ciclo continuo, senza notti. Per la salute forse è un bene, però economicamente sulla pensione già ci sono andato a perdere. Sempre se riuscirò ad andarci. Dicono che devo essere contento e sentirmi fortunato perché mi hanno fatto questo contrattino, ma io non lo sono».

Alcuni come ci dice, «sono stati ricollocati alle macchine in tondo, 4-5 persone, altrettanti alle termoformatrici, altri invece sono stati ricollocati temporaneamente all’allestimento, con contratti brevi. Pochi sono stati messi fissi». Altri ancora sono stati ricollocati negli stabilimenti di Castelraimondo e Pioraco, ma sempre in via temporanea, con contratti da 1 a 4 mesi. Su circa 55 posti che la Fedrigoni aveva messo a disposizione negli altri stabilimenti del gruppo al Nord Italia solamente nove hanno accettato il trasferimento, distribuiti tra Trentino, Veneto e Friuli. Una soluzione impossibile per chi vive da una vita qui e ha famiglia. «Non sono per niente fiducioso perché, per come la penso io, arriverà maggio e andrò di nuovo in cassa integrazione per fare posto a chi ancora non ha lavorato. Ci sono più di 30 persone ancora in cassa integrazione e credo che faranno a rotazione».

Mentre siamo alle spalle dello stabilimento di “Ponte del Gualdo” negli ultimi anni conosciuto come Giano, davanti il vecchio cancello inaccessibile da fine anni Settanta, ci raggiunge anche Jessica Bocci, 32 anni, entrata diciannovenne in cartiera, e che fa parte del reparto allestimento. In una parte dello stabilimento si produceva fino a qualche tempo fa anche la carta da banconote «facevamo la 20 euro», ci dice Bocci, oggi non più. L’unica carta moneta che viene prodotta è destinata a Paesi non europei. Una parte della produzione, con le termoformatrici, è destinata inoltre alla creazione di scatolette per profumi. Bocci nonostante non sia stata direttamente investita dalla chiusura dell’F3 ci racconta che «la situazione ha toccato anche gli altri reparti, la notizia è stata del tutto inaspettata», sottolinea Bocci, «come per tutta la squadra di lavoro che per me è come una famiglia». «Non è che stavano in perdita, non guadagnavano i numeri che dicevano loro. Per questo fondo statunitense 2+2 deve fare sei», le fa eco Bertini. La Fedrigoni nel 2017 è stata acquistata dal fondo d’investimento americano Bain Capital, a cui due anni fa si è aggiunta l’inglese BC Partners.

Sono tutte grandi società che negli anni hanno deliberatamente trascurato il legame identitario di Fabriano con la carta oltre che la sua importanza per l’economia locale. Delocalizzare e chiudere: questo sembra essere l’obiettivo ultimo agli occhi di molti. Un approccio che avrà messo in imbarazzo e non poco anche l’attuale governo Meloni, di fronte alla loro difesa sfrenata del “made in Italy”, che fatti alla mano sembra essere molto più parole che azioni concrete.

È della stessa idea Daniele Bonafoni, 55 anni, Rappresentante Sindacale Unitario, RSU, per il Sindacato Lavoratori della Comunicazione della Cgil, che comprende anche cartai e cartotecnici: «Giano è una cartiera che non fa più carta», ci dice mentre chiacchierando attraversiamo il marciapiede lungo la cartiera proprio all’altezza dove era in funzione l’F3.

«L’F3 produceva 150mila tonnellate di carta all’anno», invece oggi la caldaia termoelettrica dove lavora Bonafoni «fa un decimo del vapore rispetto ad una volta». Lui dopo aver frequentato l’istituto cartaio ha iniziato a lavorare a 25 anni in una cartiera vicino al lago di Como, per poi spostarsi a Fabriano a giugno 1995. Ci mostra due nuovi impianti di aerazione per la macchina continua mai entrati in funzione, costruiti sei mesi prima della chiusura: «le anomalie di questo mondo», sottolinea Bonafoni.

Quel “made in Italy” di facciata e l’assenza di responsabilità sociale e di legami con il territorio di chi investe

Proseguiamo in auto verso lo stabilimento di Rocchetta, nella periferia di Fabriano andando verso Ancona. Poco prima di arrivare passiamo dalla Merloni poi venduta ad Ariston che un giorno produceva circa 10mila lavatrici al giorno, di fianco l’azienda Elica nota per la produzione di cappe da cucina.
Il tratto che stiamo percorrendo in passato veniva attraversato anche dai camion che trasportavano bobine di carta da Giano fino a Rocchetta, tutt’oggi centro di taglio, impacchettamento e imballaggio. Stessa cosa che fanno a Castelraimondo, nel maceratese, poco più distante, con la carta da album da disegno che arriva da Pioraco. Proprio a Pioraco, distante una mezz’ora scarsa di strada da Fabriano, ci rechiamo il giorno seguente. Quello è uno stabilimento incastonato nella roccia, alle spalle una piccola cittadina ricca di verde e caratterizzata dal fiume Potenza che attraversa l’abitato con una serie di rapide.

Bonafoni ha partecipato ai due incontri che ci sono stati proprio al ministero delle imprese e del Made in Italy subito dopo l’annuncio della chiusura per chiedere e concordare poi la cassa integrazione. Erano presenti oltre al ministro Adolfo Urso e le parti sindacali, il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli, la sindaca di Fabriano Daniela Ghergo e il vescovo della diocesi di Fabriano-Matelica che «ha illustrato i numeri della povertà diffusa a Fabriano», ci dice Bonafoni. Il tavolo ha toccato anche un’altra questione che ha dato un duro colpo all’economia locale recentemente: il “bianco”, il settore così ridenominato per la produzione di elettrodomestici, ha visto oltre 400 esuberi, nello stabilimento della multinazionale Beko.

Riguardo alle cartiere Bonafoni, come molti dei lavoratori che abbiamo intervistato, crede che stiano «usando questa cassa integrazione come una sorta di ufficio di collocamento, il che rende difficile fare una completa fotografia: con questi contratti brevi si esce e si entra dalla cassa. Il quesito è sempre quello, ma per quanto tempo?». È una domanda che si è posta più volte anche la sindaca di Fabriano, Daniela Ghergo, che incontriamo nel suo ufficio in comune. «È il momento più difficile per questa città. Ci troviamo ad affrontare una crisi che è una crisi occupazionale, ma anche una crisi economica e che rischia di diventare una crisi sociale e identitaria. Il senso di smarrimento dei miei concittadini è enorme», dichiara Ghergo a Scomodo. Al tavolo del ministero, la sindaca ci racconta di aver piú volte sottolineato che la «difesa dei lavoratori è anche la difesa delle loro competenze», per un marchio noto in tutto il mondo, «perché sono competenze che con gli esuberi noi rischiamo di perdere per sempre e questo territorio ne sarebbe altamente impoverito». Per la città in questo momento, rimarca Ghergo, «è difficile immaginare il futuro, ha la carta nel suo DNA. Improvvisamente ci si è paventata una realtà che non ci aspettavamo con queste tempistiche e dinamiche». Nella chiacchierata con la sindaca emerge più volte un concetto che dovrebbe guidare l’azione di qualsiasi società grande o piccola in rapporto con il territorio in cui opera: «la responsabilità sociale, di cui parla anche la Costituzione», sottolinea Ghergo, «significa essere attenti al benessere dei propri lavoratori, ma anche al benessere della comunità in cui l’impresa esercita la propria attività. L’impresa non dà soltanto occupazione, non prende soltanto dei lavoratori, deve restituire al territorio tutto quello che il territorio dà all’impresa».

A marzo il comune di Fabriano ha diffidato la società Fedrigoni dopo aver appreso dalla stampa dell’accordo di licenza quinquennale che ha sottoscritto con il distributore internazionale tedesco Jacob Jurgensen per produrre e distribuire in Europa carta per fotocopie Copy 1 e 2 mantenendo il marchio Fabriano pur producendo fuori dal territorio marchigiano. «Mi è sembrato un atto di sfida e di arroganza da parte del management delle cartiere Fedrigoni», evidenza Ghergo. «Il nome della città è legato ad una produzione di Carta di qualità e questo significa difendere l’identità della mia città. Noi abbiamo subito intimato la Fedrigoni di non far utilizzare il marchio a un distributore e produttore straniero e di concederlo soltanto a produzioni che possono essere legate alla nostra città. Si tratta anche di un uso ingannevole del marchio nei confronti del consumatore. Io questa cosa non posso accettarla, perseguiremo la nostra battaglia», dichiara Ghergo. In effetti, c’è stato un primo passo indietro dopo le forti pressioni della cittadinanza e delle diverse parti sociali, «con una risposta molto interlocutoria, anche perché l’accordo che hanno sottoscritto con il produttore distributore non gli consente la facoltà di recedere», conclude Ghergo.

«Questi fondi non pensano a progetto industriale, ma minano solamente a progetto economico, quindi al loro guadagno», sottolinea anche Carlo Cimmino, 46 anni che ha lavorato in Fedrigoni per circa 20 anni, poi dopo una carriera di RSU è diventato segretario provinciale della Slc Cgil di Ancona. Ci racconta emozionato il giorno che ha saputo dello stop dell’F3: «questa vicenda chiaramente mi ha colpito in maniera forte, visto che parliamo anche di miei colleghi, […] quel giorno mi scendevano quasi le lacrime vedendo i miei colleghi sotto a protestare per un’azione fatta dall’azienda unilateralmente, mentre noi cercavamo di trattare con l’azienda e cercare una soluzione alternativa».

Anche Pierluigi Berionni, 63 anni, che ha vissuto negli anni altre crisi, nonostante sia un appena pensionato dopo 41 anni in fabbrica, dice che «è come se non fossi mai uscito», in questi mesi supportando Cimmino ha seguito da vicino la vicenda, «molto dolorosa».
Entrambi evidenziano l’aspetto della giovane età dei lavoratori, «molti erano ragazzi giovani in procinto di costruire una famiglia, di accedere a un mutuo di casa. Tutti questi loro progetti sono stati spezzati», conclude Cimmino.

Essere giovani a Fabriano

Un sentimento di disillusione verso il futuro del territorio che percepiamo anche parlando con Karolina 19 anni, Alba 25 anni e Costanza e Chiara di 29 anni che ci accolgono all’interno del Laboratorio Sociale Fabbri, uno spazio che un tempo era un asilo rimasto totalmente vuoto e abbandonato e che è stato poi occupato. «Il Laboratorio nasce nel 2013 e nel 2019 il comune ha approvato il comodato d’uso, scaduto proprio alla fine di quest’anno, stiamo costruendo progetti per provare a ridargli vita», ci dice Karolina. Dentro c’è una sala bar, una stanza con una parete per arrampicare, una libreria e anche una palestra con sala pesi.

«Qui mancano proprio dei posti di aggregazione, cioè dei posti in cui dare un po’ un senso alle proprie giornate e stare sul pezzo riguardo tematiche sociali e politiche. O anche solo spazi che siano in grado di generare socialità, dialogo e fare politica e restare a fianco di realtà purtroppo discriminate e non prese in considerazione. Dar voce a chi cerca in qualche modo di farsi sentire», denuncia Chiara, ma è un pensiero che accomuna tutte le attiviste.

La discussione non può che andare su quanto l’unica vocazione lavorativa della città in cui sono nate abbia orientato i loro diversi percorsi futuri. «Sembrava che il lavoro in cartiera fosse, fino a poco tempo fa, quel lavoro sicuro, ti portavi a casa anche un buono stipendio portando avanti una famiglia. Adesso non è più così. La gente è sicuramente arrabbiata ma non sa neanche come direzionare quella rabbia», aggiunge Alba.

Tra loro c’è anche Maurizio, detto Mizio, 40 anni, della vecchia guardia, che ha partecipato alle prime occupazioni in città e che tra l’altro è tra i lavoratori in cassa integrazione dalle cartiere. Ci racconta delle prime mobilitazioni e occupazioni nella zona e di come questo posto sia nato «proprio dall’esigenza di un qualcosa di diverso a Fabriano, perché non c’era niente al di fuori del classico bar in centro e della discoteca del paese. C’era bisogno di qualcosa di alternativo, che venisse dal basso. E quindi nel 2007 abbiamo deciso di partire con la prima occupazione».

Maurizio dopo aver frequentato l’istituto cartaio ha iniziato a lavorare in cartiera nei primi anni duemila, prima di entrare in cassa integrazione lavorava allo stabilimento di Rocchetta: «Io stavo per comprar casa e poi casa non l’ho comprata più, ci stanno condannando al precariato».

«Per noi di Fabriano che siamo impastati di carta la chiusura di una fabbrica è una cosa un po’ traumatica»

Un senso di precarietà e preoccupazione per nipoti e figli che ritroviamo anche chiacchierando con alcuni ex lavoratori e lavoratrici delle Cartiere Miliani, con cui camminiamo proprio attorno alla vecchia sede. Sul retro c’è una piccola cascata e spostandosi un po’ oltre si intravedono quelli che un tempo erano dei magazzini. Se si arriva da una strada secondaria c’è anche un vecchio deposito di carta abbandonato, all’interno ci sono ancora delle vecchie insegne, carta “sfatta” e bagnata e quelli che sembrano essere i contenitori dove c’erano fogli e risme. Ce ne parla Attilio Silvestrini, 74 anni, che ha iniziato a lavorare qui il 2 gennaio 1967. Torna indietro negli anni provando a descrivere come quel complesso storico sia cambiato. Ci è entrato a «15 anni appena compiuti da una settimana, quando praticamente non ero mai uscito di casa. Potete immaginare quello che significava uscire di casa ed entrare in un posto di lavoro importante, quello che poi è diventato praticamente una scuola di vita». Ritorna spesso su quanto i suoi colleghi l’abbiano formato, «sono stato fortunato perché ho avuto a che fare con compagni di lavoro straordinari, che tutelavano più me che il lavoro».
Uno dei suoi storici compagni di lavoro, diventato poi amico di lunga data, è Casimiro Giampieri, 76 anni, in pensione dal 2007. È entrato a lavorare in cantiere a 23 anni, nel 1972 lavorando nel reparto allestimento, poi alle macchine continue e al magazzino merci.
«Il magazzino merci gestisce i ricambi delle macchine: è una cosa abbastanza grossa perché le macchine da cartiera sono macchine mastodontiche lunghe anche cento metri. Avevamo diecimila ricambi, cioè diecimila codici di ricambi», racconta Giampieri.

Entrambi credono che oggi ci sia «una mancanza di progettualità rispetto al rapporto che c’è tra chi produce e chi lavora per la produzione. Questo processo si è ristretto a tal punto che il lavoratore è diventato più un numero», come sottolinea Silvestrini. «La chiusura di una fabbrica o anche di una parte, per gente come come noi di Fabriano che siamo impastati di carta, è una cosa un po’ traumatica, la cartiera per me è stata un po’ la vita», aggiunge Giampieri.

Margherita Meneghin, 66 anni, invece, ha iniziato a lavorare in cantiera ad agosto del 1981 e ci racconta come «in quegli anni potevi essere anche laureata, ma se donna venivi assunta in cartiera e inserita di primo acchito nel pool. Il pool praticamente raggruppava i telefax perché ovviamente all’epoca non c’era la posta elettronica. I corrispondenti commerciali ci portavano il biglietto, lo “sbrogliaccio” anche scritto a mano e dovevi batterlo a macchina o mandare il fax».

Oggi Meneghin prova ««grande angoscia» riguardo il futuro del settore in città. «Io penso che non è quella la strada giusta. È vero che le risme di carta per ufficio hanno un margine molto ridotto rispetto alle altre tipologie di prodotto ma non credo che sia un mercato a finire, la carta per fotocopie sarà sempre utile».

«Avendo messo la firma sul primo metro quadro di produzione nell’aprile del ‘77, ho avuto la fortuna di non aver messo la firma sull’ultimo metro quadro come è successo ad altri ex compagni di lavoro», conclude con gli occhi lucidi Silvestrini.

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