- Introduzione
- “Passeggiata" sopra le scorie
- La salute dei crotonesi
- Il movimento operaio
- La Regione che emigra
Puoi trovare questo nucleo nel numero 72 a pagina 7 del giornale.
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X Town è un progetto editoriale che racconta la trasformazione fisica e sociale delle company town italiane, città la cui vita produttiva gira attorno a una o poche grandi fabbriche.
In un’economia che si sta lasciando il settore dell’industria pesante sempre più alle spalle, questi luoghi si trovano in una fase di transizione profonda e delicata.
Sud Italia, costa orientale della Calabria. C’è una città, Crotone, in attesa delle bonifiche ambientali da oltre 25 anni. Una comunità di poco più di 50mila abitanti che da molto – troppo – tempo convive con oltre un milione di tonnellate di rifiuti nel proprio territorio: il mare, le fondamenta di case, strade e addirittura di una scuola sono interamente contaminate. Quello che una volta era uno dei poli industriali più importante del Meridione d’Italia oggi incarna tutte le problematiche di un processo di deindustrializzazione mai realmente avvenuto, acquisendo il triste primato di sito industriale tra i più inquinati d’Europa. Chi vive e nasce qui è già segnato dalle fabbriche, anche se non le ha mai viste in attività, dal momento che l’inquinamento dovuto all’assenza di bonifiche delle centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti pericolosi sta causando gravi danni alla salute della popolazione.
Se si attraversa in auto la nota strada statale 106 Jonica, nel tratto che costeggia la città di Crotone, quello che si vede oggi dal finestrino è completamente diverso dal paesaggio di inizio millennio. Non c’è più quella distesa senza fine di prefabbricati e capannoni industriali: nessun altoforno all’orizzonte, sono stati tutti abbattuti nei primi lavori di decommission, il cosiddetto “smantellamento”, partiti subito dopo la chiusura delle fabbriche nei primi anni duemila e durati circa otto anni. È rimasta in piedi solo qualche struttura abbandonata dell’ex Montedison. Qui quello che continua ad inquinare non si vede, come ci hanno detto quasi tutte le persone che abbiamo incontrato.
“La passeggiata degli innamorati” sopra tonnellate di scorie
Oggi nel complesso, il Sito di Interesse Nazionale di Crotone-Cassano-Cerchiara comprende circa 1.448 ettari di aree a mare e altri 884 ettari a terra, tutti necessari di bonifica. Per dare l’idea delle dimensioni d’estensione parliamo di circa 3260 campi da calcio a undici. I costi della bonifica nel 2001 erano stimati a quasi due miliardi di euro, ma secondo molti nel giro di 25 anni sono sicuramente aumentati.
L’area comprende l’ex Pertusola, un tempo attiva nella produzione di zinco, l’ex Fosfotec, che produceva acido fosforico e l’ex Agricoltura, produttrice di fertilizzanti. Queste ultime due costituivano le diramazioni di quella che era chiamata ex Montedison, dopo i vari passaggi di proprietà.
I siti industriali si trovavano tutti a ridosso del mare, e nel 1988 fu deciso di costruire delle “discariche a mare” , facilmente visibili lungo la strada, per destinare gli scarti della Fosfotec e della Pertusola. Lì sono seppellite tonnellate di rifiuti che contengono metalli pesanti (arsenico, cadmio, mercurio, cromo, piombo, nichel), amianto e Tenorm, un materiale radioattivo altamente pericoloso. Nel 2001 il governo Berlusconi ha inserito tutta la zona industriale nella lista dei Siti di interesse nazionale (SIN) da bonificare, ma nonostante ciò – e sette “commissari straordinari” che si sono succeduti – quei rifiuti sono rimasti lì ad inquinare. Nel 2012 il tribunale di Milano ha condannato Eni Rewind (l’ex Syndial) a presentare un piano di bonifica per risarcire il danno ambientale: «i livelli di contaminazione sono stati accertati nel terreno fino a 3 metri per tutti i metalli e fino a 10 metri per il cadmio», hanno scritto i giudici nelle motivazioni della sentenza, sottolineando che erano state inquinate anche le acque di falda. Una situazione ormai compromessa, che si estende anche ad una vasta area archeologica della città.
«Negli anni chi era deputato a bonificare ovviamente non lo ha voluto fare», ci dice Filippo Sestito, presidente dell’Arci di Crotone, con cui ci muoviamo proprio nei pressi delle discariche fronte mare. Secondo Sestito, c’è un concorso di responsabilità politica, istituzionale e non solo nella totale negligenza che ha portato questa fabbrica ad inquinare ancora di più da chiusa, è per questo che citare i responsabili è utile – oltre che necessario – per ricostruire e sradicare le strutture di potere che hanno permesso alla multinazionale Eni di continuare a non bonificare, nella totale impunità, in tutti questi anni.
Basti pensare che nei primi anni Duemila, la zona delle “discariche a mare” era stata ridenominata “Passeggiata degli innamorati”, dall’allora sindaco dell’MSI Pasquale Senatore, per tranquillizzare i cittadini sulla sicurezza di attraversare il lungomare. Ovviamente da trent’anni quella porzione di mare non è più balneabile ed è conosciuta come la zona dei “veleni” di Crotone.
A metà giugno scorso, Eni Rewind, la società di Eni che si occupa di bonifiche industriali ha annunciato la partenza dei lavori di bonifica, che ci risultano essere in corso durante il nostro lavoro sul campo: il piano prevede di trasportare in Svezia e Germania nel prossimo anno 70mila delle 360mila tonnellate di rifiuti pericolosi, mentre quelli non pericolosi in una discarica italiana fuori dalla Calabria. La destinazione di queste scorie è stata, infatti, molto discussa, poichè qualche mese prima Eni Rewind ha provato ad aggirare il Paur, il provvedimento autorizzatorio unico regionale, un vincolo che dal 2019 impone lo smaltimento dei rifiuti della bonifica fuori dalla Calabria. Il tutto grazie ad un decreto del ministero dell’Ambiente che chiedeva alla Regione la modifica del Paur, per autorizzare Eni Rewind, a conferire i materiali pericolosi in un impianto a qualche chilometro da Crotone, la discarica Sovreco. Il commissario straordinario per le bonifiche, Emilio Errigo [il cui mandato è terminato a settembre 2025, senza una nuova nomina da parte del Governo Meloni, ndr], ha autorizzato il tutto ad aprile con un’ordinanza che è stata poi impugnata davanti al Tribunale Amministrativo Regionale, il Tar, dallo stesso Sestito con l’Arci di Crotone, il WWF, il Comune, la Provincia e la Regione, proprio per violazione del Paur, portando dunque allo stop dei lavori e all’individuazione di nuovi siti fuori dall’Italia.
«Fin quando una fabbrica altamente inquinante è aperta c’è una attività di controllo fondamentale dovuta ai lavoratori stessi, e non solo. Quando una fabbrica altamente inquinante chiude non si inquina solo quel pezzo di territorio, ma anche tutto il resto, comprese le falde acquifere, il mare, la catena alimentare», sottolinea Sestito.
Eni vuole realizzare la bonifica «a risparmio», prosegue Sestito, «senza ridare dignità al territorio», che lui stesso definisce «violentato».
A maggio 2026 però, entrerà in vigore un Regolamento dell’Unione Europea che vieta l’esportazione di rifiuti pericolosi in altri Stati membri, a meno che si dimostri che “i rifiuti non possono essere smaltiti in modo tecnicamente fattibile ed economicamente sostenibile nel Paese in cui sono stati prodotti”: Eni Rewind sul suo sito dove aggiorna sulle bonifiche in corso, non menziona come proseguiranno i lavori da quel momento.
Le conseguenze sulla salute dei crotonesi
Negli anni è stato poi scoperto un altro problema, per molto tempo rimasto sconosciuto prima di un’inchiesta della magistratura denominata “Black mountain”. Il tutto parte da un materiale di scarto delle lavorazioni siderurgiche dell’ex Pertusola, un terriccio nero detto “CIC” [conglomerato idraulico catalizzato,ndr] che dopo la chiusura dello stabilimento è stato ceduto a due imprese edili e utilizzato come materiale inerte per riempire le strade, le fondamenta di case popolari, villette, banchine del porto, piazzali, di scuole e della questura. Sarebbero oltre 20 i siti contaminati da “CIC”, attualmente censiti e inseriti nel piano di bonifica. I materiali tossici, il tenorm, i metalli pesanti sono finiti ovunque e ancora di più nella quotidianità delle persone. Ad esempio, due scuole sono state chiuse nel 2009 a tempo indeterminato: una di queste è la scuola San Francesco, che si trova nell’omonimo quartiere e insieme al quartiere Gesù sono tra le zone della città più prossime ai siti industriali e nati appositamente per dare alloggio agli operai: gli abitanti hanno subito effetti devastanti sulla loro salute.
Passiamo proprio davanti la scuola San Francesco, dove i lavori di bonifica sono ancora in corso, insieme a Francesco Rocca, medico e già Direttore dello SPISAL (il Servizio per la prevenzione e la sicurezza negli ambienti di lavoro) e del Dipartimento di Prevenzione ASP Crotone. Con lui poi ci fermiamo a chiacchierare davanti il murales dedicato a Rino Gaetano, nato proprio a Crotone, e realizzato da Jorit in uno dei quartieri di edilizia popolare della città, il quartiere “300 alloggi”. Anche molti anni dopo la chiusura delle fabbriche e la cessazione delle emissioni, «non era stata fatta alcuna verifica sulla situazione della contaminazione residua nella popolazione», denuncia Rocca. Lui stesso si è sottoposto ad alcuni prelievi ematici e test urinari riscontrando una presenza drammatica di tutti i metalli tossici assorbiti dal territorio (alluminio, cromo, tungsteno, nichel) con valori dalle dieci alle cento volte superiori ai limiti. «Tutta la popolazione è contaminata e sta vivendo sulla propria pelle i danni dovuti all’esposizione prolungata ai metalli pesanti, non c’è distinzione tra chi era impiegato nei siti industriali prima della chiusura e chi non ci ha mai lavorato», denuncia Rocca.
Questa affermazione ha ovviamente un riconosciuto riscontro scientifico, che deriva sia dalla sua esperienza personale sia da quella in ambito medico: Rocca ha supportato l’oncologo Pasquale Montilla e l’Osservatorio Nazionale Amianto di Roma, diretto dall’avvocato Ezio Bonanni, in uno screening tossicologico e molecolare sulla popolazione di Crotone a 25 anni dallo stop degli impianti.
Incontriamo il dottor Montilla nel suo studio ambulatoriale a Catanzaro. Non a caso è da poco rientrato da Roma, dove ha presentato al Ministero della Salute i risultati delle sue analisi avanzate in materia di danno ambientale e salute pubblica, proprio sul caso dell’ex Pertusola di Crotone.
Lo screening, ci spiega Montilla, è stato condotto su un totale di 15 persone (insieme ad altri due pazienti oncologici già coinvolti inizialmente): 5 ex operai «professionalmente esposti» dell’ex fabbrica Pertusola, 5 pazienti oncologici di Crotone e 5 persone selezionate casualmente senza alcun legame apparente con l’esposizione professionale o con patologie specifiche.
«L’obiettivo era comprendere se le sostanze tossiche, una volta entrate nell’organismo (per via inalatoria, ingestione o contatto), fossero ancora presenti, considerato che alcune di esse non vengono eliminate e si bioaccumulano in organi come fegato, milza e ossa», sottolinea Montilla.
«I test sono stati effettuati su campioni ematici e urinari, preceduti da un test di stimolazione, sotto controllo medico, per mobilitare i metalli depositati nell’organismo», ci racconta Montilla.
Tutti i soggetti testati sono risultati positivi alla presenza di metalli pesanti, con valori dalle 10 alle 100 volte superiori agli standard. Un risultato atteso per gli ex operai, ma non così certo per i pazienti oncologici e soprattutto per gli individui selezionati randomicamente.
L’esposizione ai metalli pesanti anche dopo la chiusura delle fabbriche, con il “CIC” utilizzato in gran parte della città, ha favorito «l’accumulo acuto e cronico di elementi tossici nella popolazione, determinando un’elevata incidenza di patologie oncologiche e altre gravi malattie (cardiologiche, renali, neurologiche centrali e periferiche). Gli scarti industriali sono stati interrati impropriamente causando il rilascio ambientale di isotopi radioattivi e metalli pesanti», evidenzia Montilla. Una criticità, secondo l’oncologo, è appunto l’assenza di studi pubblici radiometrici e tossicologici mirati sulla popolazione crotonese, entro 50 km dalle fonti di emissione, insieme ad un monitoraggio sulla salute dei lavoratori non residenti che hanno operato nell’area. L’obiettivo dell’ONA non è unicamente la ricostruzione a posteriori del danno, ma stimolare la definizione di strategie di prevenzione fondate su dati scientifici verificabili.
Lo stesso Sesto rapporto “Sentieri”, lo Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento, scrive che relativamente all’area Sin di Crotone emerge «un eccesso di rischio in entrambi i generi per la mortalità generale e per tutti i tumori maligni». Nello specifico, «un rischio superiore per tumori epatici in entrambi i generi, tumore mammario femminile e neoplasie vescicali e linfomi non-Hodgkin nei maschi. Tutte cause per la quale esiste un’associazione a priori con la presenza di discariche».
Montilla ci fa notare, inoltre, che nonostante la rilevanza del fenomeno «la Regione Calabria recentemente ha di fatto azzerato i registri tumori calabresi, incluso quello di Crotone, a causa di gravi criticità nella loro elaborazione». In un documento visionato da Scomodo, il dipartimento regionale “Salute e Welfare”, parlando di un «progetto di riallineamento» per il biennio 2024-2026 del registro tumori con una revisione del sistema informativo e della riorganizzazione del lavoro, ammette anche che allo stato attuale «la Regione Calabria non possiede uno strumento efficiente e credibile per monitorare i dati di incidenza registrati sul proprio territorio».
«I dati epidemiologici relativi all’incidenza tumorale nella popolazione di Crotone non risultano essere stati accolti nei database internazionali come la “Cancer Incidence in Five Continents” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità», prosegue Montilla, «una criticità che limita la comprensione complessiva del rischio sanitario e ostacola l’elaborazione di politiche sanitarie pubbliche adeguate».
«Non ci si rende conto che le cause delle malattie potrebbero trovarsi a pochi chilometri dal proprio ospedale», conclude l’oncologo Pasquale Montilla.
È la sorte che è toccata a Giorgio Romano, 80 anni, ex lavoratore della Montedison, perito elettrotecnico e leccese di origine, arrivato a Crotone in un periodo di espansione e crescita della fabbrica attratto proprio dalle prospettive occupazionali. Lo incontriamo nella scuola di danza di sua nipote, gestita e avviata anni fa da lui: «in parallelo alla chiusura delle fabbriche ho dovuto reinventarmi, attorno a quella che è stata sempre una mia grande passione, per questo mi ritengo fortunato rispetto a tanti colleghi che in pochi giorni hanno perso il posto di lavoro».
Romano ci racconta che dopo la chiusura delle fabbriche, la città ha cambiato completamente assetto, «l’intera Crotone viveva in funzione delle fabbriche». Ce lo fa capire con un esempio emblematico: «i negozi di abbigliamento facevano credito agli operai, che saldavano a fine mese appena ricevevano lo stipendio. I mercati rionali aprivano molto presto, alle sei del mattino, per permettere agli operai di fare la spesa dopo il turno notturno, oggi invece aprono molto più tardi».
Romano è tra le tante persone che hanno vissuto sul loro corpo le conseguenze drammatiche dell’inquinamento ambientale. Lui ha avuto due tumori, un “GIST” gastrico, un tumore del tratto digerente e un tumore al colon, entrambi negli ultimi 10 anni.
Sono gli effetti di anni di esposizione all’amianto, «un contatto diretto con le fibre, sia durante il lavoro ordinario sia durante le operazioni di manutenzione. Il male lo portavi anche in casa, come nel caso di mogli di operai che si sono ammalate lavando gli indumenti contaminati», racconta Romano. Quando ce ne parla, con la voce bassa, rotta a tratti dall’emozione, lo definisce un «doppio trauma», collettivo, familiare: la perdita del posto di lavoro e la malattia, contratta proprio nel luogo che ha segnato immaginari e racconti comuni, legati alla città e alla vita quotidiana.
A causa dello stop dei siti industriali, Romano e tanti suoi colleghi sono andati in prepensionamento, vedendosi ridurre notevolmente la pensione, per gli anni persi. Per questa ragione lui ha deciso di fare causa all’ex Montedison, oggi Eni, sia per gli anni persi che per il riconoscimento della malattia professionale.
Una rivendicazione che, ci tiene a sottolineare, ha come obiettivo il maggiore il riconoscimento di un suo diritto, che la mera conversione in risarcimento economico.
Il movimento operaio crotonese
La questione ambientale è sempre stata centrale nelle rivendicazioni della classe operaia crotonese. È tra le prime cose che ci dice Pino Greco, 70 anni, ex lavoratore della Pertusola, in fabbrica dal 1982 nel reparto raffinazione del germanio, dopo essersi formato nel laboratorio di ricerca della stessa Pertusola. Ci mostra alcune foto d’epoca che conserva ancora dopo molti anni: le foto delle grandi manifestazioni, gli spazi interni della fabbrica che oggi non esistono più – il suo reparto è stato completamente abbattuto – o anche la fotografia che lo ritrae con la tuta da lavoro affianco a papa Giovanni Paolo II, durante la sua visita agli stabilimenti di Crotone nel 1984.
In quegli anni in Pertusola gli iscritti al PCI e il tasso di sindacalizzazione, soprattutto alla Cgil, erano molto alti, e la grande sensibilità attorno alla sicurezza sul lavoro, e di riflesso a quella della cittadinanza, ha portato ad importanti conquiste: «inizialmente la “nocività” dell’esposizione prolungata a lavorazioni e sostanze inquinanti era una voce in busta paga. Questo significava che ad un maggiore rischio corrispondeva maggiore denaro. A noi la monetizzazione della salute non andava bene, e con i consigli di fabbrica abbiamo ribaltato questa logica», sottolinea Greco. Vennero, inoltre, promosse convenzioni con cliniche del lavoro di Genova, Perugia e Milano per la tutela della salute, «fu creato un laboratorio analisi interno con il controllo del consiglio di fabbrica, e i lavoratori a rischio venivano ricoverati, continua Greco, infine, «per superare anche i dubbi di alcuni operai che non erano d’accordo con la rimozione della “bonus nocività”, furono introdotte «delle borse di studio per i figli meritevoli dei lavoratori, monetizzando la cultura invece della salute» e delle sale relax insonorizzate, permettendo pause di quindici minuti in un ambiente protetto dai forti rumori.
Secondo Greco, la classe operaia crotonese «non fu una classe isolata, ma un soggetto pensante capace di creare alleanze con le lotte del bracciantato agricolo, portando alla nascita di industrie di trasformazione agricole negli anni ’60. Un movimento che interagiva con la città influenzando l’assetto urbanistico e la creazione di servizi per i lavoratori».
Ci parla del ruolo della classe operaia, attiva in tutte le manifestazioni politiche e sociali della città, anche Gaetano Leonardi, cultore di storia locale e coautore del libro “Quando eravamo operai” insieme allo storico Christian Palmieri. «Gli operai fungevano da “cinghia di trasmissione” tra le fabbriche e le famiglie, diffondendo informazioni e politicizzazione», sottolinea Leonardi, «c’era una forte rappresentanza operaia in consiglio comunale, alcuni operai di Crotone sono stati candidati ed eletti deputati al Parlamento italiano, a riprova del loro peso politico. Quando le fabbriche furono sull’orlo della chiusura, l’intera città si è mobilitata con un blocco totale, occupando i binari ferroviari. In quel momento ovviamente la priorità era la difesa dei posti di lavoro, non tanto l’ambiente».
Insieme a Leonardi, nella camera del lavoro di Crotone, incontriamo Franco Mungari ex lavoratore della Pertusola e segretario della Cgil di Crotone negli anni a cavallo della chiusura delle fabbriche. Mungari nato nel 1954, entra in fabbrica nel 1970, all’età di soli 16 anni dopo la morte del padre, avvenuta proprio sul luogo di lavoro. La vicenda paterna l’ha segnato profondamente orientando molto il suo impegno sindacale futuro. «Era un mondo, quello della fabbrica, che prima di entrarci conoscevo solo attraverso i racconti di mio padre, quando lo aspettavo dopo il turno per pranzo», racconta Mungari, che a 39 anni, ha lasciato la fabbrica per assumere l’incarico di segretario generale della Cgil di Crotone: «la sua morte sul lavoro mi ha anche formato nel comprendere meglio le esigenze e i diritti dei lavoratori, stargli vicino sulla questione della salute e il rapporto con l’ambiente». Sul tema, è tra i protagonisti delle grande conquiste interne alla fabbrica di cui ci parlava anche Greco.
Ricorda con emozione, quando durante il periodo più delicato della chiusura «entravamo e uscivamo dalla sala verde di Palazzo Chigi per le innumerevoli trattative su cosa dovesse succedere, sul futuro della città e di migliaia di famiglie».
Il processo di industrializzazione dagli anni Venti del Novecento, infatti, aveva portato alla creazione di circa 5mila posti di lavoro tra i lavoratori diretti e quelli dell’indotto, la popolazione era raddoppiata, prosegue Mungari, «generando benessere economico e una notevole crescita sociale e culturale, e trasformando Crotone in una “città del proletariato”».
A tal punto che venne registrato un flusso di lavoratori specializzati dal Nord Italia verso Crotone, un fenomeno inverso e insolito per il Mezzogiorno.
È il caso di Luigia Clerici e suo marito, crotonese di origine, che si erano conosciuti ad Arese, in provincia di Milano, e sono ritornati in Calabria dopo che il marito aveva trovato lavoro nuovamente in Montedison.
Inizialmente l’esperienza è stata positiva, ma Clerici ci racconta che si sentiva presto «”stretta” dalla condizione di casalinga» e questa insoddisfazione l’ha spinta all’attivismo politico nel Partito Comunista, diventando dirigente della commissione femminile. Ha partecipato a importanti battaglie per i diritti delle donne, come quella sull’aborto, e ha avviato un’indagine rivoluzionaria sull’inquinamento delle fabbriche, andando casa per casa a somministrare dei questionari nei quartieri vicini (Gesù e San Francesco). L’indagine rivelerà un’alta incidenza di malattie respiratorie croniche, malformazioni alla nascita e aborti. «Dopo questa ricerca la commissione femminile si scontrò con il Consiglio di Fabbrica, che temeva la chiusura. Il nostro obiettivo non era la chiusura, ma la riqualificazione e la protezione ambientale per la salute dei lavoratori e di tutti i cittadini. L’unica azione concreta ottenuta è stata l’innalzamento di una ciminiera di cinque metri», ci dice Clerici. Anche lei ha vissuto un epilogo che purtroppo accomuna tante famiglie che vivono in questa città: all’età di 72 anni suo marito è morto, a seguito di un tumore alla vescica, poi estesosi al fegato. «Dove ha lavorato suo marito?, è stata la prima domanda che il medico mi ha fatto dopo avermi comunicato la diagnosi, una domanda che significa tutto», continua.
Clerici oggi, da presidente dell’Auser di Crotone, continua a battersi per il tema delle bonifiche, spinta dalla costruzione di spazi di lotta politica intergenerazionali: «io continuo ad andare in piazza a lottare per un futuro migliore, anche se ho preso batoste da tutte le parti, fin quando ce la faccio vado, non bisogna arrendersi. Proprio come facevo ai tempi della chiusura delle fabbriche con tante donne di Crotone, scendendo in piazza, occupando la stazione a mano a mano con i figli piccoli e partecipando alle varie proteste».
Delle fabbriche come spazio fondamentale per portare politicamente la questione femminile e i diritti delle donne dentro e fuori il posto di lavoro, ce lo testimonia anche Maria Turco, prima donna assunta nel sito industriale di Crotone che incontriamo davanti alla portineria di ingresso della sua vecchia fabbrica, un cancello bianco arrugginito e pieno di sterpaglie con strutture fatiscenti alle spalle, tra le poche ancora in piedi dopo i diversi lavori di demolizione. A 19 anni Turco è entrata nella Montedison, nel reparto di igiene ambientale, «subito con l’intenzione di rompere lo stereotipo secondo il quale le donne non potevano stare in fabbrica. Io volevo portare il diritto all’autodeterminazione delle donne e tutte le nostre istanze all’interno della fabbrica, che mai come allora erano il fulcro dell’attività politica e sindacale di un territorio», sottolinea. Lo ha fatto sin da subito prendendo iniziativa anche all’interno del sindacato, diventando rappresentante della Filcea Cgil, per far sì che la sua storia rappresentasse un’opportunità di sbocco per le donne nel contesto industriale crotonese. «Addirittura quando sono entrata in fabbrica non c’erano i bagni per le donne, un dettaglio che fa capire anche come fossero pensati quegli spazi, e sono stati costruiti solo dopo diverso tempo e altrettante assunzioni», racconta Turco. I momenti che le sono rimasti più impressi sono quelli vissuti durante le diverse manifestazioni, in cui «ci si sentiva parte della stessa famiglia, in solidarietà con tutto il gruppo di lavoro. In particolare non posso dimenticarmi un giorno in cui mi sono incatenata insieme ad altri lavoratori al cancello dell’Eni a Roma, quando si stava discutendo della chiusura delle fabbriche, oppure quando abbiamo occupato il distributore Agip di Crotone».
In merito a questa fase, ci parla molto – come le altre testimonianze -della cosiddetta “notte dei fuochi” del 6 settembre 1993, è un momento spartiacque per il movimento operaio crotonese. Ci troviamo proprio nel punto della strada statale 106 Jonica in cui alcuni lavoratori, durante una protesta molto violenta per l’imminente licenziamento, portarono sulla strada alcuni bidoni di fosforo che a contatto con l’ossigeno presero fuoco. Altri operai distrussero con delle spranghe anche diversi macchinari ancora attivi all’interno dell’Enichem.
«Quella notte mi sono dimessa dal sindacato, ero in totale disaccordo con il comportamento di molte persone, non ho accettato “i fuochi” e la mentalità che ha portato a distruggere gli impianti. Quel giorno la situazione è sfuggita di mano anche a chi pensava di governarla, ho avuto paura, ma sono rimasta qui, sono andata via solo quando ormai la mattina la fabbrica era assediata dalla polizia».
Turco gli anni successivi ha accettato un trasferimento temporaneo di quattro mesi a Ferrara, in un’altra fabbrica chimica, ma poco dopo ci ha rinunciato per motivi familiari, lavorando poi come insegnante di sostegno per 18 anni. «La mancanza di lavoro a Crotone ha costretto molte persone di questa terra, inclusi i miei fratelli e cognati, a emigrare in altre regioni italiane», conclude Turco. I dati confermano che il fenomeno non si è di fatto mai arrestato.
La Regione dove si emigra di più
La Calabria, secondo gli ultimi dati Istat, registra il tasso di emigratorietà più alto, quasi nove individui per mille residenti della regione si sono diretti verso il Centro-Nord, nel biennio 2023-2024. A livello provinciale, il tasso di emigratorietà più elevato si registra proprio a Crotone, da cui partono verso il Centro-Nord in media quasi 11 individui per mille residenti.
È un tema di cui discutiamo molto con Simone Monesi, Jole Marchio, Davide Otranto e Altea Panebianco, giovani crotonesi che incontriamo alla Radio Barrio, un progetto nato nel 2015 dall’associazione “Il Barrio” [dallo spagnolo “quartiere” e che per loro assume il significato di “voce della strada” e della comunità,ndr] che ha sede all’interno di Co-llab, il primo spazio di coworking nel centro della città. Insieme all’ARCI, Radio Barrio si è fatta portavoce delle istanze relative alle bonifica, denunciando nel tempo anche i tentativi di greenwashing di Eni.
Jole ci descrive quello spazio come un «rifugio», per poter esprimere se stessi e le proprie idee, «una responsabilità che sentiamo di avere nei confronti di questo territorio», aggiunge Davide.
È per questo motivo che Simone, Davide e Jole hanno scelto di restare qui, nonostante tutte le difficoltà del contesto che spesso porta molti coetanei a partire. «Mi piace poter dire di essere di Crotone per quello che Crotone rappresenta e ha rappresentato nella storia, per tutti i problemi che si porta dietro, per la possibilità che ho qui di fare controcultura, attraverso l’arte o la musica, come nel mio caso, organizzando serate», continua Davide, «non mi voglio rassegnare davanti all’omertà».
«Io ci tengo a precisare che la nostra non è una visione, come si dice, borghese del restare, del vivere il proprio territorio, in maniera puramente romantica. Allo stesso tempo, penso di essere portatore di un privilegio di poter stare qui, nessuno mi ha mai costretto a partire per lavorare o per altro», interviene Simone.
Altea, invece, ha deciso di trasferirsi fuori per l’università, e ora da Parma andrà a vivere a Roma per il dottorato. «Quello che mi aveva spinto a partire era una sensazione di isolamento e distanza dai luoghi dove succedono le cose, avevo bisogno di nuovi stimoli», ci racconta in videochiamata dallo studio della radio.
Ora il dottorato che inizierà a Roma in “Territorializzazione del rischio tra contaminazione ambientale e nuove forme di espropriazione. Il ruolo delle comunità nella pianificazione delle trasformazioni in territori contesi”, verterà proprio sul caso studio della sua città, Crotone.
«Fare questo tipo di ricerca è anche un modo per tornare», dice Altea, desiderosa di approfondire «come la fase di “limbo” post-industrializzazione, caratterizzata da una apparente “rimozione” dei problemi, apra a nuove forme di estrattivismo, come quello dei rifiuti».
Una sensibilità che nasce anche negli anni delle scuole superiori a Crotone, quando proprio insieme a Davide erano rappresentanti d’istituto, e dopo l’inchiesta Black Mountain hanno organizzato diverse manifestazioni. «Il 2018 io lo ricordo come un anno terribile, perché appunto ci siamo sentiti proprio condannati, più che sacrificati», sottolinea Altea, «c’era chi aveva scoperto di aver studiato in scuole costruite con materiale tossico, è stato bruttissimo».
C’è un’intera generazione nata e cresciuta con l’illusione delle bonifiche, un territorio segnato dall’inquinamento e da politiche che hanno finito per riprodurre nel tempo gli stessi problemi sistemici.
Crotone poteva essere il primo progetto post-industriale del Mezzogiorno ma non sono state create neanche le condizioni minime, essenziali, per dare alla comunità la possibilità di scegliere il proprio futuro. Quella che per molti – con un sottile e non irrilevante retorica anti meridionalista – rappresentava “una anomalia positiva” a livello industriale del Sud Italia, ha manifestato a tutti gli effetti i sintomi di un modello di sviluppo che ha amplificato le disuguaglianze e portato ad un’ulteriore marginalizzazione di Crotone, aprendo la strada a nuove – e vecchie – forme di sfruttamento del territorio.
Hanno collaborato

Luca Ianniello
Redattore
