X Town Carrara

Puoi trovare questo nucleo nel numero 60 a pagina 35 del giornale.

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X Town è un progetto editoriale che racconta la trasformazione fisica e sociale delle company town italiane, città la cui vita produttiva gira attorno a una o poche grandi fabbriche.

In un’economia che si sta lasciando il settore dell’industria pesante sempre più alle spalle, questi luoghi si trovano in una fase di transizione profonda e delicata.​

«Le montagne non ricrescono». Sembra un assunto apparentemente ovvio per chiunque. Eppure c’è un luogo in cui questa frase ha un significato molto più esteso, in cui il passare degli anni è scandito da vuoti che nascono all’orizzonte, lì dove prima c’era proprio un pezzo di montagna. 

Siamo a Carrara, a nord della Toscana, nel territorio delle Alpi Apuane, e «le montagne non ricrescono» riecheggia in molti discorsi con la comunità che ci abita. 

Vette mozzate, spianate, pendii scorticati e sempre più bianchi. «Non è neve come pensano i turisti», ci dicono scherzando appena arriviamo in stazione. Questa zona è conosciuta da millenni per l’estrazione del celebre marmo di Carrara, quello della pietà di Michelangelo e della torre di Pisa, solo per citare alcune opere in cui è stato utilizzato.

Oggi però il suo impiego prevalente riguarda tutt’altro. Appena l’1% del marmo viene estratto per monumenti e opere d’arte, secondo i dati dell’osservatorio “Ambiente e Legalità” di Legambiente, il 20% viene immesso sul mercato sotto forma di lastre, piani cucina, piastrelle, e la restante parte, il 75% circa del totale di marmo estratto, viene trasformato in polvere per diventare carbonato di calcio. Il vero business del momento. Un affare che, come tutto l’indotto, continua a generare profitto solo nelle mani di pochi, ovvero i proprietari delle cave – da anni gli stessi – con utili stratosferici e fatturati che superano spesso anche i 50 milioni di euro all’anno. Un bene pubblico come la montagna viene privatizzato. I crescenti costi sociali, economici e soprattutto ambientali dell’estrazione del marmo, invece, li pagano tutti, con un conseguente grande problema di redistribuzione della ricchezza.

La montagna non è un bene comune

Dopo un primo giro della zona ci rechiamo in località Fantiscritti, poco sopra Carrara. Via via che in auto si sale lungo i tornanti, il manto stradale si fa sempre più bianco, un segnale che le cave sono più vicine. Chissà quanta polvere respira chi ogni giorno passa da qui per andare a lavorare, penso. Poi una serie di gallerie strette, ci passa una macchina a malapena, buio fitto. Dopo qualche centinaio di metri si intravede un po’ di luce, poco più avanti sulla destra una piazzola di sosta si apre davanti ad un piccolo chioschetto. Riconosco dall’altro lato i Ponti di Vara, che avevo visto poco prima in città sulle cartoline mainstream che raffigurano Carrara. Il panorama è così unico e caratteristico che la devastazione ambientale delle Alpi Apuane negli anni è diventata anche un’attrazione turistica. Ci si può prendere un aperitivo dentro le cave, fare i marble tours a bordo di una jeep tra uno spritz e una bruschetta con il lardo di Colonnata. Un processo di turistificazione che non tiene conto delle esternalità negative che l’estrazione ha sul territorio e l’ambiente circostante.

La storia delle cave non è però solo legata ai comuni di Massa e Carrara, ma anche a diverse comunità più piccole che abitano attorno e abbracciano le Alpi Apuane, Miseglia, Torano, Codena, Bedizzano, Casette, Forno, e la più nota Colonnata. Queste sono state per anni piccole company town, abitate da cavatori che partivano a piedi di mattina per scalare la montagna e andare a lavorare. Oggi il loro ruolo è cambiato e se agli inizi del Novecento si estraeva con picconate poi sostituite da esplosioni (note come “varate”, da cui deriva proprio il nome dei Ponti di Vara), man mano lo sviluppo tecnologico ha reso tutto meno faticoso e più sicuro, anche se con un impatto notevole sugli occupati e l’ambiente. Si è passati dall’estrarre con il filo elicoidale all’attuale filo diamantato, un cavo di metallo rivestito e intervallato da piccole perle di diamante sintetico. Il filo scorre sul marmo, taglia e forma il blocco. L’avanzamento tecnologico ha dato infatti un notevole impulso alla produzione, massimizzando il sacrificio della montagna: in passato si tagliava mezzo metro quadrato di marmo all’ora, 36 volte in meno rispetto agli oltre 18 metri quadrati odierni. Si stima che dalle cave di Carrara negli ultimi trent’anni sia stato estratto più marmo che nei duemila anni precedenti. Dalle tre alle quattro milioni di tonnellate l’anno. Un dato inversamente proporzionale alla crescita dell’occupazione che, invece, è in continuo e netto calo. All’inizio del Novecento le cave contavano oltre i 20mila occupati, oggi non più di ottocento. E il numero è diminuito anche negli ultimi anni, ci hanno detto alcuni attuali lavoratori che abbiamo incontrato.

Questi dati si scontrano con la narrazione degli stessi pochi imprenditori proprietari delle cave che invece hanno da sempre fatto leva sul ricatto occupazionale per offuscare le problematiche che l’attività estrattiva comporta, sia in termini di gestione di una risorsa pubblica sia riguardo l’annoso tema delle concessioni. 

Il 30% dei proprietari di cave non pagano le tasse e lo fanno appellandosi ad un editto di oltre 270 anni fa: parliamo di milioni e milioni di euro che non entrano nelle casse dello Stato annualmente e quindi sottratti a potenziali investimenti in welfare pubblico. Molti imprenditori evadono le tasse rifacendosi a questo editto del 1751, della duchessa di Massa e principessa di Carrara Maria Teresa Cybo-Malaspina che cercò di regolamentare l’estrazione del marmo: chi avesse lavorato un pezzo di montagna per almeno vent’anni avrebbe ottenuto una concessione perpetua gratuita. Vennero creati, dunque, i cosiddetti “beni estimati”, considerati di fatto come proprietà privata. Questi beni sono stati tramandati o venduti nel tempo e oggi molti proprietari sfruttano questo titolo senza pagare tasse a comuni, regioni o Stato, ritenendoli di loro esclusiva proprietà. I ricorsi delle istituzioni, inclusi quelli del comune di Carrara, sono stati tutti respinti, tranne uno, presentato nel 2022 e ancora in attesa di giudizio. Attualmente, i beni estimati coprono il 33% dell’area estrattiva di Carrara, mentre la restante parte dei così chiamati “agri marmiferi” comunali è gestita tramite concessioni, della durata di 25 anni.

L’impatto ambientale

«I proprietari delle cave trattano le montagne come se fossero di loro proprietà, non un bene comune», ci dice un attivista, che ci ha chiesto di rimanere anonimo, di Apuane Libere, un’associazione che lotta per la difesa delle Alpi Apuane. Alcuni sono alpinisti, o semplici «innamorati della catena montuosa», come scrivono sul loro sito, e dal 2021 fanno da “sentinelle” monitorando e documentando, talvolta con foto e video, le diverse violazioni ambientali perpetuate nelle cave, dagli sversamenti illegali di scarti fino agli sconfinamenti del perimetro di scavo. Con alcuni attivisti di Apuane Libere, dopo poco più di quaranta minuti d’auto partendo da Carrara, arriviamo a Foce di Pianza, un ampio valico situato tra il bacino marmifero di Ravaccione e quello del Sagro. Un’ampia vista che dall’alto racconta l’impatto ambientale dell’estrazione del marmo. La nebbia è abbastanza fitta, fa freddo, siamo a 1270 metri sul livello del mare, ma normalmente in lontananza si dovrebbe intravedere nitidamente Marina di Carrara.

Ci incamminiamo attraverso una strada interamente composta da detriti di marmo che al lato finiscono per formare dei robusti costoni bianchi, il percorso porta ad alcune cave sospese. Via via che ci si avvicina tutto il paesaggio assume una dimensione diversa, le montagne svuotate da sotto fanno impressione. «Qui inizi a capire cosa significa entrare dentro una montagna», ci racconta un attivista di Apuane Libere. Ci troviamo in un punto in cui prima sorgeva una montagna, era una valle, oggi si vedono delle pareti bianche squadrate con venature grigio scuro. Il gruppo di Apuane libere che ci accompagna ci mostra una recente scoperta che li ha visti protagonisti, nella Cava Crespina II, dove ci troviamo. All’interno di un laghetto che si è formato dalla sospensiva della cava, creando un mix tra acqua piovana e acqua sorgiva che viene anche giù dal monte, hanno scoperto una colonia di tritoni alpestri, un piccolo anfibio che solitamente abita i laghi di montagna. «Insieme a diversi esperti abbiamo fatto un censimento di queste specie, con campionamenti in diverse zone per verificare il numero di esemplari: trovandosi in una cava sospesa, ed essendo una specie protetta, endemica, la riapertura della cava è stata ritardata», ci raccontano.

Qui la natura indisturbata si riprende i suoi spazi, ma al tempo stesso manifesta le ferite più profonde dell’attività estrattiva: è facile seguire le creste della montagna e notare gli enormi pezzi mancanti. In materia «in realtà ci sarebbero diversi vincoli e regole che però vengono puntualmente non rispettati o elusi con escamotage. Tipo sarebbe vietato intaccare le creste delle montagne, ma vengono ugualmente tagliate». Oppure, secondo la legge Galasso del 1985 è vietato scavare sugli Appennini oltre i 1200 metri di altezza, ma diverse cave sulle Apuane arrivano anche fino a 1600 metri. C’è una grande impunità. 

«Questa legge è stata fatta nell’ottica distorta che la parte della montagna distrutta sia meno visibile dal mare», ci fanno notare gli attivisti di Apuane Libere. Questo patrimonio ambientale avrebbe invece bisogno di maggiori tutele, dato le Alpi Apuane sono una delle aree carsiche più importanti d’Europa.

Un’altro grande problema è rappresentato dalla marmettola, ovvero una polvere molto sottile che si crea nel momento in cui viene scavato e tagliato il marmo, composta principalmente da carbonato di calcio e diverse sostanze utilizzate nel taglio del marmo, come oli, lubrificanti e metalli pesanti. «Con le piogge dilavata finisce nei fiumi,  compromettendo la vita dell’intero ecosistema fluviale e degli organismi che ci vivono», ci dicono gli attivisti. Al di là del suo defluire naturalmente nel corso degli anni, per abbattere i costi di smaltimento, la marmettola è stata spesso sversata nei fiumi o anche nell’aria con delle idropulitrici. 

Uno degli attivisti raccoglie da terra proprio un po’ di marmettola per mostrarcela, «quando si solidifica diventa come il cemento».  Il Carrione, il fiume che attraversa Carrara, scendendo in città dopo una giornata di pioggia lo ritroviamo colorato di bianco per lunghi tratti. Questo comporta dei rischi ambientali elevatissimi poiché la marmettola, insieme agli altri detriti e scarti, depositandosi nei fiumi rende il letto e il terreno attorno impermeabili, impedendo il filtraggio dell’acqua nel sottosuolo e impoverendo il rifornimento della riserva idrica.  Ciò significa che in caso di forti piogge – fenomeno molto frequente anche a causa della crisi climatica – tutta l’acqua non può essere trattenuta e il Carrione esonda. È già successo molte volte causando ingenti danni ai carraresi: nel 2003 è morta una donna, Ida Niccolai, di 76 anni, travolta dalla piena del fiume. La città è stata sommersa dal fango e dai detriti per due volte nel 2010, tre volte nel 2012 e nel 2014 ha causato danni a circa cinquemila famiglie, con abitazioni e attività commerciali, trecento sfollati. Dalle indagini partite dopo l’alluvione del 2003, grazie ad una perizia di esperti idrogeologici, è emersa la correlazione tra l’evento alluvionale e l’attività estrattiva, intesa come lo smaltimento illegale di rifiuti, tra cui la stessa marmettola, detriti e scaglie.

Nonostante ciò i proprietari delle cave (molte sono imponenti società per azioni) hanno continuato a diminuire l’impatto dell’inquinamento da marmettola, che ha portato in località Cartaro, vicino Massa, alla costruzione di un depuratore. Quest’impianto ha proprio la funzione di ripulire l’acqua dai fanghi della marmettola che arrivano da alcune cave che si trovano sopra una sorgente idropotabile. «Qui l’acqua sarebbe pulita se solo non venisse inquinata dalla marmettola proveniente da quelle cave», ci indica un attivista di Apuane libere, descrivendoci dal ciglio della strada il funzionamento del depuratore che abbiamo di fronte. Da lontano riusciamo a vedere una vasca verde piena di marmettola. Ad oggi, ci fanno notare, «non sono stati trovati dei metodi efficaci per consentire la tracciabilità di questa tipologia di inquinamento, e quindi chi è il responsabile». Il depuratore costa circa 400mila euro all’anno: «sono soldi pubblici che paghiamo noi per far fare dei profitti ad un privato», denunciano gli ambientalisti.

Poco dopo ci spostiamo a Forno, una frazione del comune di Massa, dove sorge tra le altre una cava di origine molto antica e romana, è la cosiddetta Cava Romana di Forno, al centro negli anni di diversi dibattimenti legali per violazioni ambientali. Nel 2017 non è stata rinnovata la compatibilità ambientale, ed è chiusa, come diverse li attorno. 

È infatti una zona piena di ravaneti, cumuli enormi di detriti e scarti, un’altro degli impatti che le cave hanno su questo territorio. Nel momento in cui avviene il processo dell’estrazione, una parte del materiale che non può essere processato viene riversato sulle scarpate a valle della cava. «Qui c’era una confluenza di due torrenti», ci descrive un attivista, «questo che era un fiume è stato completamente riempito di detriti, non c’è più un goccio d’acqua, è tutto tombato».

Si muore ancora di lavoro

Il processo estrattivo, con il passare degli anni, sta lentamente mostrando le sue contraddizioni in ogni aspetto, non solo quello ambientale. Recentemente, è tornato dirompente il tema della sicurezza per i lavoratori e le lavoratrici in cava dopo che, durante un fuori onda della trasmissione d’inchiesta Report, su Rai3, un noto imprenditore della zona e proprietario di cave, Alberto Franchi, ha scaricato le responsabilità degli infortuni e le morti in cava sui lavoratori. «Qua i cavatori si fanno male perché sono deficienti. Gli incidenti che ci sono stati negli ultimi dieci anni, mi spiace dirlo, ma purtroppo sono colpa dell’operaio. Che fai, lo picchi?», ha detto Franchi. 

Oltre la violenza e la gravità delle sue parole, i numeri raccontano tutt’altro scenario, ovvero un settore ancora molto pericoloso. Dal 1950 al 1999 ci sono stati 171 morti, mentre i dati più recenti e ufficiali sembrano risalire solo al 2016: secondo l’Asl di Massa Carrara, dal 2005 al 2016 ci sono stati undici morti e 1258 infortuni. Considerato che le giornate lavorative sono circa 250 all’anno, si parla di un infortunio ogni due giorni.

 

L’importanza della sicurezza in cava viene fuori anche nelle chiacchierate con attuali ed ex lavoratori, come Giovanni Ricci, 64 anni, che oggi fa parte dello Spi e ha lavorato come filista in cava – ovvero colui che esegue il taglio dei massi – per 44 anni, prima di raggiungere la pensione due anni fa. Lo incontriamo alla camera del lavoro di Carrara e dai suoi racconti esce subito fuori il tema della sicurezza sul lavoro: «i pericoli c’erano e ci sono, c’era il rischio di lasciarci la gherba, come diciamo in dialetto», racconta Ricci, «Il mio paese, Casette, è nato per il marmo, perché se non c’era il marmo non c’era neanche il paese, erano per lo più allevatori». Anche il suo bisnonno, il nonno, il padre e i suoi fratelli erano cavatori. 

Ricci dopo averci parlato di una sua giornata tipo a lavoro racconta di un giorno in cui un suo collega in cava ha perso la vita. «Una volta è successa una tragedia, uno dei più giovani è rimasto schiacciato sotto una lastra di marmo, questa cosa mi ha segnato. Durante le notti successive ci ho pensato spesso, volevo abbandonare il lavoro. Avevo visto con i miei occhi quanto fosse pericoloso». Da quel momento Ricci ha però iniziato a sviluppare una forte coscienza politica: «volevo lottare affinché non succedesse mai più». Ci parla del suo rapporto conflittuale con il «padrone» e di quanto poi le mobilitazioni sindacali di quel periodo abbiano portato a risultati concreti. «Una volta abbiamo protestato e tenuto ferme le cave con blocchi stradali anche per tre settimane, per chiedere maggiori garanzie contrattuali».

Anche Ricci riconosce le contraddizioni odierne di questo modello produttivo: «In questi anni c’è sempre stata una grossa discussione, cave si o cave no. Prima di tutto dico che i padroni delle cave in questi anni hanno lavorato senza regole, fanno quello che vogliono delle montagne, chi dice il contrario mente sapendo di mentire». Con tono marcato dice «io tra questo sì e no, sono per le regole, per tutelare la montagna e l’ecosistema, che sono di tutti. Bisogna rimettere al centro il bene comune. Chi lavora in quel sito ci deve stare alle regole, altrimenti gli deve essere tolta la cava: il marmo non è un campo di patate che togli e ricresce».

Su questo tema, il conflitto tra lavoratori e ambientalisti è presente ed emerge chiaramente dalle chiacchierate che abbiamo avuto con chiunque a Carrara. Ed è un conflitto che, secondo Ricci, ha un chiaro agente catalizzatore, ovvero chi le cave le possiede e vuole spostare l’attenzione del dibattito pubblico dalle sue responsabilità: «mettere contro lavoratori e ambientalisti facendo delle cave quello che si vuole è una questione aberrante: i proprietari di cava non si rendono conto che così facendo saranno loro stessi a chiudere le cave». 

Con un altro ex lavoratore in cava torniamo, invece, un po’ più indietro nel tempo. Il suo mestiere, il lizzatore, è stato infatti spazzato via dall’avvento di nuove tecnologie. Sergio Giorgi, 83 anni, lavorava in una cooperativa in località Fantiscritti. «A 14 anni mi piaceva andare a guardare le cave e quindi ho deciso di lasciare la scuola e dopo meno di due anni ho iniziato a lavorare lì», ci dice Giorgi.

Lui proviene da una famiglia di lizzatori, che fa presto a spiegarci di cosa si tratta, con un modellino che ha ricostruito lui stesso in marmo e che ci regala. «Fare il lizzatore consisteva nel trasportare i blocchi di marmo dalle cave alla ferrovia, dal monte al piano: venivano lizzati giù per i ravaneti trattenuti da fune, sotto mettevamo delle lizze, ovvero tre pezzi di legno di albero di faggio e poi una ventina di parati».

Dopo aver salutato Ricci e Giorgi, incontriamo alla fine del suo turno di lavoro Francesco Dolci, 53 anni, attuale lavoratore in cava e delegato sindacale, iscritto alla Fillea Cgil, la Federazione italiana dei lavoratori del legno, dell’edilizia, delle industrie affini ed estrattive. In macchina raggiungiamo la zona del bacino di Torano, e ci fermiamo nei pressi della cava dove lavora. In una piazzola ci sono dei container che fungono da spogliatoi e diverse jeep che i lavoratori utilizzano per muoversi tra le strade dissestate e piene di detriti. Dolci ci mostra alcuni attrezzi essenziali, come il caschetto e il filo diamantato usato per i tagli. Con lui affrontiamo diversi temi, dallo spopolamento al calo occupazionale delle stesse cave, nonostante i profitti record di chi le possiede. «Il turnover in cava non esiste più, prima c’era la fila, oggi questo è un lavoro che le nuove generazioni non vogliono fare», ci dice. Su questo aspetto ha una notevole influenza certamente la questione ambientale e infatti il discorso fatto da Ricci lo ritroviamo anche nelle sue parole. «L’assenza della redistribuzione delle ricchezze la viviamo tutti, io sono per riaprire un dialogo tra lavoratori e ambientalisti, le cui posizioni sono sempre state in contrasto. È necessario», ci ripete Dolci, «altrimenti a trarne vantaggio e profitto da questo conflitto saranno sempre i proprietari di cava e i loro interessi».

Un altro punto che tocchiamo riguarda un traguardo che il mondo sindacale Cgil e Fillea dopo quattro giorni di sciopero è riuscito ad ottenere a livello contrattuale: «lavorare meno e lavorare meglio», ci dice anche il segretario generale della Cgil Massa-Carrara, Nicola Del Vecchio. In sintesi, una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario nei mesi che vanno da maggio a settembre, in cui le alte temperature dovute sia al caldo estivo che alla stessa crisi climatica rendono il lavoro in cava molto più stressante.

Con il segretario Del Vecchio entriamo nella galleria Fantiscritti, per avere la percezione di cosa significhi entrare letteralmente dentro il cuore – lacerato – di una montagna. Il rumore di escavatori e tagliatrici è assordante tanto che in alcuni punti si fa fatica a sentire l’altro parlare. Se da lontano non è percepibile l’ordine di grandezza di una cava, entrare in una galleria riporta tutto alla reale dimensione.

«Sono entrato a lavorare in cava da poche settimane», ci dice Aurelio, 27 anni, uno dei lavoratori più giovani che incrociamo in galleria. «Qui se non entri in cava cosa fai, sei già fortunato», interviene un suo collega Fabio, di quattro anni più grande.

Essere giovane

Alla lunga è infatti problematico costruire l’economia di un territorio su un settore ambientalmente e socialmente così impattante. C’è chi, a tal proposito, prova a costruire uno spazio politico e generazionale di denuncia del modello economico estrattivista. Qui il termine “estrattivismo” è noto a molti, anche perché chi abita questo territorio ne è vittima. L’estrattivismo è «un processo di estrazione di valore dal territorio che di fatto concentra i profitti in poche mani e restituisce gli impatti e le ricadute sulla popolazione umana e non umana che ci abita», ci dice Chiara Braucher, 33 anni, che lo conosce bene, essendo una ricercatrice dell’Università di Trento che si occupa da tempo di estrattivismo nelle sue diverse forme. Vive a Carrara da ormai 5 anni: «quello che sta succedendo qui ha influenzato molto il mio percorso accademico, io facevo già ricerca, quando mi sono avvicinata ad alcune realtà di attivismo politico che stavano nascendo in questa provincia sulla scia dei Fridays For Future, mi sono molto appassionata. Ho trovato uno spaccato che mi ha molto interessato diventando oggetto dei miei studi», racconta nello spazio Officina Creativa sociale. Con lei, nella sala teatrale in allestimento di questo spazio, incontriamo anche Matteo Procuranti, 49 anni, un attore che ha portato il tema dell’estrattivismo nelle sue rappresentazioni teatrali, insieme all’associazione La Gora. Lo fanno attraverso spettacoli satirici che raccontano l’impatto dell’estrazione sulla città di Carrara: «durante le rappresentazioni vengono messi dei blocchi di legno e pitturati a marmo e sono blocchi che rappresentano esattamente la quantità di marmo estratta al minuto. Così il pubblico ha la percezione chiara di quanti minuti ci vogliono per ricoprirci e quanto può durare il concerto con questo livello di escavazione, perché ad un certo punto scompariamo». Il padre di Procuranti lavorava in cava e questo gli ha dato modo di conoscere quel mondo e capire tutte le problematiche, anche quando da piccolo si divertiva nel guidare l’escavatore: «poi mio padre è stata la prima fonte di informazioni che ha fatto partire tutto il nostro lavoro satirico», ci dice, «bisognava smontare tutta quella mitologia che stava intorno alla cava, anche tutto quel machismo che stava intorno ai cavatori».

Secondo Braucher, a Carrara diversi anni di battaglie e innumerevoli associazioni si sono rinvigorite anche attraverso un’analisi e una narrazione rinnovata dopo i Fridays For Future: «ritrovare una relazione tra questo tipo di processi, la crisi climatica e dimensioni di ricadute a tappeto sul territorio, che non sono solo quindi impatto ambientale. Basta pensare al tema dello spopolamento e della disoccupazione, molto alti se si considera il distretto industriale, in particolare lapideo, in cui ci troviamo». 

 

A Carrara la dimensione generazionale della difesa delle Alpi Apuane è tangibile, e lo spazio politico riempito da tanti collettivi si è rafforzato mentre il processo estrattivista ha visto un’impennata negli ultimi 50 anni. Le nuove generazioni sono quelle che riescono maggiormente a guardare oltre un settore che per la restante parte della città ha rappresentato per anni una sorta di “culto”.

Uno di questi collettivi è il Tirtenla, nato all’inizio del 2020 «dall’esigenza di noi liceali di fare qualcosa per il nostro territorio, perché abituati ad andare in montagna, da appassionati, vedevamo sotto i nostri occhi quello che stava accadendo», ci dice Laura, una di loro, che incontriamo insieme a Margherita, Andrea e Nicolò in piazza Duomo a Carrara. Hanno tra i 23 e i 25 anni e oggi studiano tutti fuori, tra Pisa e Genova.
«Il nostro obiettivo iniziale era far conoscere il problema non solo tra la popolazione studentesca ma anche quella locale, creando uno spazio di espressione e denuncia. Molti, pur vivendo qui, non conoscono il problema fino in fondo, è un problema che resta sulle montagne», interviene Andrea che si sta laureando in estetica del paesaggio. «Se non conosci qualcosa poi difficilmente impari a prendertene cura», conclude Margherita che sulla sua borsa di tela ha un messaggio ironico ed emblematico: «fate l’amore non la marmettola».

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