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X Town Carbonia

Puoi trovare questo nucleo nel numero 52 a pagina 7 del giornale.

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X Town è un progetto editoriale che racconta la trasformazione fisica e sociale delle company town italiane, città la cui vita produttiva gira attorno a una o poche grandi fabbriche.

In un’economia che si sta lasciando il settore dell’industria pesante sempre più alle spalle, questi luoghi si trovano in una fase di transizione profonda e delicata.​

Sud Sardegna, strade del Sulcis Iglesiente. Siamo a un’oretta scarsa in treno dall’aeroporto di Cagliari-Elmas, e una delle ultime fermate della linea ferroviaria – attraversata anche dal tratto che collega il capoluogo sardo ad Iglesias – fa tappa a Carbonia-Serbariu. Una stazione che già dal nome evoca la storia centenaria di vita in miniera della città in cui stiamo per arrivare: Carbonia.

Qui poco meno di novant’anni fa – ancor prima che sorgesse la città di Carbonia – nasceva la grande miniera di Serbariu, sito estrattivo che, con l’intero bacino carbonifero del Sulcis, ha rappresentato tra gli anni ‘30 e ‘50 una delle più importanti risorse energetiche d’Italia. Posto di lavoro per quasi tre generazioni, oggi pura archeologia industriale e da migliaia di lavoratori impiegati ne restano quasi duecento. In un limbo tra dismissione, riconversione, messa in sicurezza e la vera sfida della transizione. Con la chiusura progressiva delle miniere, infatti, la comunità ha affrontato una trasformazione economica e sociale significativa, cercando di preservare la sua identità e trovandosi contemporaneamente a confrontarsi con la fine di un’era industriale. La stragrande maggioranza dei giovani oggi decide di partire e lasciare Carbonia, investendo le proprie conoscenze in nuove professioni, a tratti molto lontane da quelle dei propri genitori, zii o nonni. Come chi decide di rimanere, fa tutt’altro. “La città del carbone” diventa punto di appoggio per molti, che lavorano comunque in Sardegna ma a Cagliari o Iglesias, o punto di ritorno durante le festività. La piazza centrale deserta, poco prima delle otto di sera, ci colpisce: «una città che di giorno trasferisce tutt’altre sensazioni», penso.

Il lavoro in miniera unisce

Il fatto stesso che sia nata prima la miniera di Serbariu – che fa quasi da porta d’ingresso oggi alla città, con i due castelli per l’accesso in miniera visibili in lontananza – e poi Carbonia è una netta anticipazione del segno indelebile che ha lasciato sulla comunità dell’area l’intensa attività mineraria. «Se sei nato a Carbonia non puoi non conoscere qualcuno, anche un nonno o un lontano parente che ha lavorato in miniera», ci dice un ragazzo che incontriamo nella piazza centrale. I primi movimenti estrattivi nel territorio risalgono addirittura alla seconda metà dell’Ottocento, a pochi chilometri da dove ci troviamo, a Bacu Abis, centro che insieme a Cortoghiana, Portoscuso e altre varie piccole realtà dell’hinterland, diventerà poi villaggio per moltissimi minatori. In quegli anni, si stima che fossero circa diciottomila gli operai accorsi qui da tutta Italia e attratti dalle promesse di un lavoro stabile e dalle abitazioni a basso costo. «Da ragazzino conoscevo già le prime miniere, mio padre lavorava nella miniera di Sirai, ha iniziato a lavorare lì all’età di 15 anni, nel periodo del fascismo, quest’anno avrebbe compiuto cento anni. È stato lui a trasmettermi la passione del lavoro in miniera, infatti poi mi sono diplomato all’Istituto minerario perché volevo entrarci anche io. Carbonia quando ero piccolo toccava anche i 50mila abitanti, oggi siamo poco sopra i 23mila», ci racconta con una certa emozione Antonello Deidda, ex minatore di 67 anni e attuale segretario del Sindacato Pensionati, Spi, della Cgil di Carbonia.

Ci muoviamo con lui in macchina per un primo tour della zona, spostandoci a nord-ovest di Carbonia verso l’altopiano del Monte Sirai. Sulle sue pendici, troviamo le miniere di Nuraxi Figus e Seruci, aperte dopo quella di Serbariu, intorno agli anni ‘50, e costruite con criteri – al tempo – di notevole avanguardia, unici in Europa. In molte miniere europee l’estrazione era effettuata con metodi primitivi, invece a Seruci la Società carbonifera sarda ha da subito introdotto la meccanizzazione del processo estrattivo con lo scopo di aumentare la produzione e rendere, almeno in parte, il lavoro in miniera meno faticoso. Il territorio tra Seruci e Nuraxi Figus è molto rude, sterpaglie e cumuli di terra circondano un’area che in quegli anni era molto frequentata. Proprio Deidda era responsabile dei cantieri di scavo per costruire le gallerie di collegamento – lunghe circa 4km – tra le due miniere di Nuraxi Figus e Seruci. Quest’ultima è stata una delle prime miniere ad adottare il minatore continuo, una grande macchina lunga oltre tre metri e che ricorda la struttura di un carro armato, utilizzato per piallare i pannelli di carbone scelti per il taglio. «La lignite picea, il carbon fossile tipico di queste aree, è geologicamente giovane, povero di potere calorifico, contiene molto zolfo e ha bisogno di un lungo trattamento che lo rende meno pregiato di altri carboni. Oltre che uno dei carboni più inquinanti», descrive Deidda.

Uno degli ultimi esemplari di questo macchinario, che tutto arrugginito trasuda anni di storia, è conservato nel piazzale antistante l’ingresso della miniera di Serbariu. È lì che Deidda ci porta, per continuare la nostra chiacchierata più in tranquillità. Conserva ancora il libretto che riporta i suoi primi stipendi da minatore, da giugno a dicembre del ‘67: «Quando vedo l’importo ancora un po’ sorrido, due milioni e seicento novantotto lire per sei mesi».

Poco dopo ci raggiungono due suoi storici colleghi, oggi attivi sindacalmente nello Spi: Antonello Argiolas,  70 anni, entrato in Carbosulcis nel ‘77, inizialmente operante alle pompe per il prosciugamento dei pozzi di Nuraxi Figus, poi agli argani per muovere gli ascensori e infine anni di lavoro nei pozzi in miniera. Carlo La Marca, 68 anni, rientrato in Sardegna nel 1978 ed assunto in miniera dopo qualche anno. Ci mostrano gli attrezzi indispensabili per il lavoro in miniera: elmetto, lampada e autorespiratore. 

Sia Argiolas che La Marca rimarcano più volte quanto lavorare a quattrocento metri sotto terra contribuisca a costruire forti rapporti tra colleghi: «il lavoro nei pozzi e in miniera ti unisce, crea solidarietà tra i lavoratori, si diventa una famiglia ed è la cosa che mi manca di più».

A testimonianza dei sentimenti contrastanti che caratterizzavano la vita in miniera su quello che un tempo era l’ingresso principale della miniera, dietro alcuni alberi, campeggia una scritta sbiadita dal tempo. Proprio nel punto di passaggio quotidiano di ogni minatore prima di andare in lampisteria – dove, dopo aver indossato la tuta da lavoro, era possibile recuperare elmetto, lampada e autorespiratore di salvataggio. Osservando attentamente e controluce la parete gialla scolorita dell’ingresso è possibile leggere una frase: «coloro che io preferisco sono quelli che lavorano duro, secco, sodo, in obbedienza e possibilmente in silenzio». La firma si distingue, dagli altri caratteri grattati dalle intemperie, per essere in corsivo: Mussolini. Una frase icastica, che già sola riesce a restituire il clima di quegli anni sotto il regime. 

La nascita

«Camerati, ingegneri, tecnici, lavoratori, oggi 18 dicembre dell’anno diciassettesimo dell’era fascista nasce con questo semplice rito inaugurale il più giovane comune del Regno d’Italia». Nel 1937, con queste parole, Mussolini ufficializzò la nascita di Carbonia. Quella che prima era considerata una landa inospitale infestata dalla malaria andava rivelando le ricchezze del proprio sottosuolo, dove si riconobbero i giacimenti per la costruzione di nuove miniere. Ben presto vide sorgere, intorno a sé, i numerosi impianti industriali e le abitazioni intensive imposte dal popolamento del luogo da parte di operai provenienti da altre regioni del Paese. Così, Carbonia si accingeva a diventare il centro propulsore e direttivo del bacino carbonifero del Sulcis, nel tentativo di garantire un sempre più alto contributo all’indipendenza economica del Paese. L’enfasi con cui si esprimeva, nel Regio Decreto Legge n.2189, l’esigenza di fondare al più presto la città, metteva già in luce la logica aziendalistica che avrebbe sotteso lo sviluppo del nuovo Comune, privato fin da subito di poteri importanti, e trasferiti direttamente nelle mani dell’Azienda Carboni Italiani, istituita come Ente di diritto pubblico nel 1935 e operante in condizioni di pieno monopolio. L’ACaI gestiva i permessi di ricerca e di coltivazioni delle aree di interesse estrattivo, controllava la vendita del combustibile e finanziava le società carbonifere affiliate, sempre sotto il controllo dello Stato.

La pianta

Di riflesso alle forti forme di potere e di subordinazione che regolavano i rapporti interni alla fabbrica, la città si sviluppò secondo una pianta a scacchiera, già a metterne in luce la rigida struttura sociale basata, nei vari quartieri, sulla divisione degli spazi in base al ceto di appartenenza, distinti per condizioni economiche e professionali. Sorvolando sulla città con un drone, la pianta iniziale è rimasta pressoché intatta. In alcuni complessi la struttura urbana fascista è così tanto presente che dall’alto è facile leggere dalla pianta di alcuni edifici una forma che ricorda quasi la lettera M. La stessa ritrovabile ancora, poco sotto il tetto, sulle facciate di alcune vecchie abitazioni.

Una conformazione urbana fascista e classista che con uno sguardo più attento è possibile individuare anche oggi, ripercorrendo le vie di Carbonia partendo dalla zona centrale di Piazza Roma. E non solo dal punto di vista architettonico e toponomastico. Infatti, diversi ex lavoratori ma anche attuali abitanti ci hanno raccontato che l’allora formazione del centro abitato seguiva una scala gerarchica: prima le villette dei dirigenti e poi, alquanto distanziate e in posizione circolare rispetto alla piazza principale, le “case operaie” destinate ai minatori e alle loro famiglie, che formavano l’ossatura di Carbonia e per le quali era ugualmente prevista l’imposizione di un canone di affitto.

 

Entrare in miniera

La scoperta dei ricchi giacimenti carboniferi nel territorio sulcitano ha stravolto le prospettive di vita, lavorative e non solo, di intere famiglie e generazioni della seconda isola più grande del Mediterraneo. Interi nuclei familiari sono emigrati a Carbonia dati i numerosi posti di lavoro disponibili: «Nel 1938 quando sono arrivato io c’era stato il boom delle occupazioni», ci dice Dante Ennas, 96 anni, di cui 35 passati in miniera, che incontriamo nella sua casa di Carbonia, visti i suoi piccoli problemi di salute. Lui nel 1927 non nasce qui ma ad una cinquantina di chilometri di distanza, a Guspini. La sua famiglia è stata costretta a trasferirsi a Carbonia per dare la possibilità al fratello maggiore di Dante di trovare lavoro, dopo la prematura scomparsa del padre «a causa di una malattia professionale» – sottolinea Ennas. «In quel periodo per le famiglie di persone decedute non c’erano né sussidi né pensioni». Il padre lavorava nella miniera di Montevecchio, sito di natura metallifera, e allora alla fine del suo periodo estrattivo. 

Dante, rimasto orfano a nove anni, frequenta le elementari e le medie a Carbonia, ma «arrivato anche io ai 14 anni – età in cui era possibile iniziare a lavorare in miniera, all’esterno – sono stato costretto a lasciare gli studi a causa della morte in guerra del mio fratello maggiore», racconta. 

Ennas ha lavorato nella miniera di Bacu Abis inizialmente come muratore e poi come manovale addetto al trasporto della ferramenta dai cantieri all’officina, perché si poteva scendere in miniera solamente compiuti 18 anni. 

«Da ragazzo non mi aspettavo di lavorare in miniera, infatti la prima volta che ci sono entrato non mi immaginavo fosse un lavoro così sofferente. Un sacrificio enorme muoversi in posti alti ottanta centimetri, fino ad un massimo di un metro e cinquanta o ottanta; malnutriti e costantemente sottoposti per tutte le otto ore a temperature di 30-32 gradi».

Ennas spiega che il momento più critico è passate le sei ore di lavoro, quando stava per finire il turno e poteva iniziare a riposarsi, «invece dovevo preparare già il lavoro per il turno successivo, caricare e scaricare. Un calvario». Gli effetti sulla salute erano così tanto sconosciuti quanto devastanti. 

C’erano tre turni: il primo dalle 7 di mattina fino alle tre di pomeriggio; dalle tre alle undici di sera e dalle undici alle sette di mattina. «Quando ero più piccolo vedevo quanto il regime fascista schiavizzasse: la vita lavorativa era alternata a malapena dai pasti e nulla più. All’orario del giornale radio era obbligatorio alzarsi e fare il saluto romano. Ma fortunatamente passati gli anni più difficili come lavoratori siamo riusciti ad uscire da quel letargo imposto dal regime e avevamo una commissione che verificava le condizioni di lavoro: prima ogni giorno vedevo 3-4 persone che svenivano e venivano portate fuori». Quando gli chiediamo di descrivere una normale discesa nel sottosuolo il tono è incalzante, come se stesse ripercorrendo quei movimenti così automatici quanto indispensabili: «certamente scendere a 18 anni in miniera non era semplice, a 400 metri di profondità non è un gioco. La discesa nei primi giorni nella gabbia era complicata, il personale veniva chiuso da una rete metallica e la gabbia procedeva verso il basso ad una velocità abbastanza sostenuta. Superati i 200 metri di discesa io mi accorgevo che mi iniziava a venire lo stomaco su». Ennas sottolinea più volte quanto nel periodo in cui lui lavorava il fabbisogno quotidiano di calorie non fosse sufficiente per le condizioni dei lavoratori, infatti, «visti i numerosi svenimenti si decise che i minatori che lavoravano in miniera allo spaccio aziendale avessero diritto a cinquanta o cento grammi di pane in più. Tutti, viste le famiglie numerose, decidevano di portare quel pezzo di pane a casa per darlo alla famiglia, così che il problema non si risolse. Scoperto ciò ci costrinsero a prendere e mangiare il pane solo prima di scendere in miniera». 

Cosa resta

Il ricordo che riaffiora con più facilità nei racconti con passati e attuali lavoratori di Carbonia è il racconto della prima discesa in miniera. «La prima domanda che ho fatto quando sono sceso in miniera è stata: come si respira? È un ambiente diverso, devi impararare a rapportarti con il buio e con i rumori», rimembra Gian Matteo Sabiu, 51 anni, attuale lavoratore dal 2006 come topografo di miniera nell’ultimo sito di Carbosulcis, tra Seruci e Nuraxi Figus, in cui è anche RSU per la Filctem Cgil. «Ricordo una volta che mi si spense la lampada, sentivo solo il rumore dei tarli del legno o del sistema di ventilazione. Una volta erano cadute delle pietroline e mi sono spaventato mettendomi a correre e suscitando il riso tra i miei colleghi». Sabiu ci parla di fronte a uno dei castelli simbolo di Carbonia, davanti alla miniera di Serbariu, dove lo incontriamo. Ci svela una curiosità della discesa in miniera: «Santa Barbara è la santa protettrice anche dei minatori; qui è stata sempre vista con rispetto anche dagli atei, non solo dai più credenti, proprio perché si invocava Santa Barbara prima di ogni discesa in galleria per evitare l’esplosione di polveri e i vari incidenti».

La conversazione con Sabiu, a differenza delle altre più rivolte al passato, apre a molti spunti di riflessione per il futuro dell’area e delle nuove generazioni che ci abitano. Parlando con gli attuali pensionati tutti i loro figli sono ormai lontani da Carbonia, abitano o lavorano in altre parti d’Italia, se non addirittura all’estero. Sabiu ci parla di alcuni progetti di riconversione che hanno fatto seguito alla direttiva della Commissione europea che nel 2011 invitava alla chiusura dell’attività estrattiva. «Nel 2015 è partito lo studio di un progetto, in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, per il riutilizzo del pozzo uno della miniera di Seruci per la costruzione e installazione di una torre di distillazione criogenica per la produzione di isotopi stabili per la ricerca scientifica». Il faro da seguire secondo Sabiu è sfruttare le competenze sviluppate dal territorio, dopo anni di attività mineraria, per poter dare nuovamente vita all’area. «Noi vorremmo che questi progetti non portassero alla pensione noi dipendenti, ma che creassero quel posto in più», conclude. L’obiettivo è trasferire e adattare queste competenze a nuovi contesti e nuove applicazioni, favorendo la sostenibilità, l’innovazione e la diversificazione economica.

Essere giovani

Ma nonostante questi primi tentativi di riconversione e ripensamento di una professione centenaria, oggi, molti giovani decidono di lasciare Carbonia oppure di cambiare totalmente sfera lavorativa. Sebbene provino ugualmente a tenere viva la memoria sulla principale vocazione del loro paese nativo. Come testimoniano le storie di Danila Pisu e Marco Marras rispettivamente di 29 e 27 anni.

Danila si è trasferita a Carbonia all’età di 16 anni ed è arrivata direttamente in contatto con la storia della città quando nel 2016 ha svolto il tirocinio al Museo del Carbone, che nella cittadina sarda conserva reperti e memoria storica degli anni in miniera. «È stato emozionante e bello ripercorrere come guida il percorso nelle gallerie [quelle accessibili e adibite alle visite, ndr] attraversate allora dai minatori; imparare e raccontare la loro storia, tornare indietro nel tempo», ci mostra. Danila oggi però fa tutt’altro, è una social media manager, dopo una prima laurea in lingue e comunicazione si è specializzata in Scienze della produzione multimediale. È per questo che saltuariamente collabora con la Fabbrica del Cinema, un centro culturale che promuove la memoria audiovisiva del territorio, e che sorge all’interno dell’ex Direzione Amministrativa della Grande Miniera di Serbariu, dove la incontriamo e con cui collabora nell’organizzazione del Festival del Cinema.

Con Marco, invece, ci vediamo in serata, in Piazza Roma di fronte il Teatro Centrale, di ritorno da Cagliari, dove lavora come grafico pubblicista. Ha collaborato per molto tempo con una compagnia teatrale di Carbonia e ci spiega che nonostante non lavori nella sua città natale ha sempre voluto mantenere un legame attivo con la comunità, dal teatro e poi relazionandosi con diverse associazioni. 

 

La trasformazione di Carbonia offre un’opportunità unica per riflettere sul destino di comunità che per anni hanno visto davanti a loro solo un’unica opportunità. Sebbene qui l’industria estrattiva abbia fornito per decenni occupazione e prosperità, il suo impatto sul tessuto sociale ha generato cambiamenti significativi che ora influenzano le decisioni delle nuove generazioni. L’eredità industriale ha portato a cambiamenti demografici e sociali evidenti. Mentre le miniere garantivano lavoro, hanno anche lasciato un’impronta ambientale e sociale. L’inquinamento, la sicurezza sul lavoro e l’instabilità economica sono diventati motivi per cui i giovani spesso rifiutano l’adesione a settori come questi.

 

Discutendo con alcuni giovani di Carbonia l’intento è chiaro: cercare alternative più sostenibili e sicure. In questo contesto, il rifiuto delle vecchie industrie da parte dei giovani diventa un atto di aspirazione a qualcosa di diverso. È il rifiuto di ulteriori mancanze di visioni alternative per simili contesti. La forte consapevolezza ambientale e la ricerca di un equilibrio tra sviluppo economico e benessere sociale sono diventate priorità.

L’obiettivo è creare un ambiente che non solo attrae i giovani, ma li coinvolge attivamente nella costruzione di un futuro sostenibile e inclusivo. E che si ponga, a differenza del passato, una domanda reale: ma quando tutto finirà, cosa faremo?

 

Parte VII

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Parte VIII

Testi di Andrea Carcuro e Francesco Paolo Savatteri

Foto di Mattia Crocetti

Hanno collaborato: Nives Giovannetti e Luca Ianniello

 

Con il supporto di Lucia Tedesco e Elisabetta Tiveron

Articolo di

Andrea Carcuro
Andrea Carcuro

Caporedattore

Foto di

Hanno collaborato

Federica Scannavacca
Federica Scannavacca

Redattrice

Luca Ianniello
Luca Ianniello

Redattore