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X Town Augusta

Puoi trovare questo nucleo nel numero 56 a pagina 11 del giornale.

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X Town è un progetto editoriale che racconta la trasformazione fisica e sociale delle company town italiane, città la cui vita produttiva gira attorno a una o poche grandi fabbriche.

In un’economia che si sta lasciando il settore dell’industria pesante sempre più alle spalle, questi luoghi si trovano in una fase di transizione profonda e delicata.​

Attraversando la strada statale ss114 o una parte dell’autostrada che collega Catania a Siracusa, per lunghi tratti si fa fatica a vedere il mare. Eppure, siamo a pochi chilometri in linea d’aria dalla costa orientale della Sicilia ma il mare a stento si intravede negli spazi che dividono una raffineria dall’altra. Sono 30 km di costa e sono tutti così. A partire da Augusta, passando per i comuni di Priolo Gargallo e Melilli, fino a Siracusa. Trenta chilometri di industrie, dove il color ruggine misto ad un argentato lucido delle ciminiere, che si aggrovigliano innalzandosi, fiancheggiate dalle fiaccole a strisce bianche e rosse, domina sull’azzurro del cielo e del mare. Questa area industriale così estesa ha reso il polo petrolchimico siracusano il più grande d’Europa, secondo per produzione dopo quello di Rotterdam. Una capacità di produzione di mezzo milione di barili di greggio al giorno. Qui si raffina circa il 30% del fabbisogno nazionale di idrocarburi.

 

Non sono solo questi i primati, però, che definiscono questa zona dell’isola. Augusta, Priolo, Melilli e Siracusa sono perlopiù note come il “Quadrilatero della morte”: qui secondo lo studio SENTIERI, Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento dell’Istituto Superiore di Sanità, si muore già per «eccesso» di cancro. Dal dopoguerra il territorio siracusano – con l’approvazione delle istituzioni locali e regionali – è diventato terra di conquista per la grande industria, tra multinazionali del fossile italiane e non, e oggi convive con un tasso di inquinamento così elevato che ha toccato tutte le matrici ambientali, aria, acqua, suolo e sottosuolo. Tonnellate di mercurio sversate in mare, terreni e falda idrica contaminati. Un impatto devastante per la vita di intere comunità su cui la grande industria ha fatto leva, a seguito delle precarie condizioni economiche lasciate dalla guerra e non solo, mettendole ogni giorno di fronte ad una scelta: salute o lavoro. Un ricatto occupazionale che continua a distanza di tempo e che investe generazioni, in attesa di un insperato piano di bonifica, che però con il passare degli anni rischia di diventare insanabile.

Una strage silenziosa

«Se ci fosse un solo intervento da realizzare, sarebbe quello della bonifica della rada di Augusta, la madre di tutte le battaglie ambientali siciliane, una prospettiva alla quale però la gente quasi non guarda più. Troppi anni di disillusioni insegnano a non coltivare speranze. Eppure non erano mancate le opportunità. La prima è stata involontariamente offerta da un operatore tecnico dell’azienda EniChem. Nella mattina del 10 settembre 2001, apre un rubinetto che doveva rimanere chiuso e colora di rosso fuoco lo specchio di mare antistante alla cittadina di Priolo. È l’effetto del mercurio fuoriuscito da un canale di scolo arrugginito, che il malcapitato stava pulendo con l’acido. Scatta l’inchiesta della Procura di Siracusa e viene così scoperchiato un segreto custodito da troppo tempo: gli impianti EniChem, ex Cloro Soda, avevano per decenni scaricato mercurio nelle acque priolesi, non lontano dalla diga foranea a sud della rada di Augusta. Gli inquirenti ispezionano il canale e subito evidenziano un foro di circa settanta centimetri, attraverso il quale il metallo tossico scivolava in un tombino che sboccava in mare», scrive Fabio Lo Verso, giornalista palermitano che nel suo libro “Il mare color veleno” racconta proprio il quadrilatero della morte come «uno dei più grandi disastri ambientali del Paese». 

L’inchiesta denominata poi “Mare Rosso” ha indubbiamente segnato un punto di svolta nella storia del rapporto tra il territorio augustano e l’industria pesante, ma negli anni “la sveglia” è arrivata proprio grazie all’attività di denuncia da parte della società civile. Un figura icastica di questa battaglia è Don Palmiro Prisutto, 69 anni, oggi rettore di un piccolo santuario nei pressi di Brucoli, ad una decina di chilometri a nord di Augusta. 

Lo incontriamo proprio al Santuario della Madonna dell’Adonai, poco prima della messa serale. Una piccola comunità in un luogo incantevole a strapiombo sul mare, con l’altare e l’abside incastonati nella roccia. «Qui davanti abbiamo il golfo di Catania, la maestosità dell’Etna e in questi giorni si vede anche lo stretto di Messina e la Calabria», ci descrive Don Palmiro, tra i nostri sguardi estasiati, poco prima di raggiungere per una chiacchierata il cortile antistante il santuario. «Sono qui a godermi la pace di questo luogo, che è molto diversa dalla situazione che vive Augusta, dove l’aria non è buona e dove il paesaggio è deturpato dalla presenza di certi impianti», ci dice. Don Palmiro va dritto al punto, quasi a smorzare il nostro senso di stupore e riportarci alla realtà di un tratto di costa dominato da industrie. «Ho cominciato ad interessarmi riguardo alcune dinamiche del mio territorio attorno agli anni Settanta, quando è esplosa la questione ambientale, che ha dato ad Augusta un triste primato ovvero quello di essere uno dei più grandi disastri ambientali, non solo a livello locale ma anche internazionale». Negli anni, Don Palmiro ha infatti trasformato la sua missione sacerdotale in una grande esperienza di cittadinanza attiva. Prima di essere rettore del Santuario dell’Adonai, da arciprete del Duomo di Augusta, nel pieno centro del comune del siracusano, ha deciso di denunciare le conseguenze ambientali subite dal suo territorio e dalla sua comunità: ogni ventotto del mese, dal 2014, celebra una messa dedicata alle vittime di cancro. «Celebrando diversi funerali, ad un certo punto mi sono trovato davanti in poche settimane un numero impressionante di persone decedute a causa del cancro», racconta Don Palmiro, «ho deciso di denunciare questa problematica istituendo questa messa per la vita, sono passati dieci anni e in questa messa ho fatto l’elenco di tutte le vittime del cancro, ovviamente, quando dico tutte intendo riferirmi soltanto ai nominativi che mi sono stati forniti dalla gente della mia comunità». Don Palmiro ci dice che ha voluto creare così uno spazio di denuncia, pubblico, in quella che definisce «una strage infinita e silenziosa». Secondo lui si tratta appunto di una strage infinita perché, a differenza di altre stragi per cui si istituiscono delle giornate in ricordo delle vittime, «è ancora in atto, ogni giorno si aggiungono altre vittime a questo triste elenco». Don Palmiro rimarca questo concetto sostenendo anche che si tratti di «una strage di Stato, perché lo Stato dovrebbe tutelare la salute e la vita dei suoi cittadini. Qui, ad Augusta, abbiamo visto come lo Stato non ha affatto tutelato né la salute e la vita dei cittadini e delle generazioni future e né quella dei lavoratori del polo petrolchimico, soprattutto. L’inquinamento ha toccato tutte le matrici ambientali», aggiunge. 

 

Oggi, infatti, secondo Don Palmiro «per le nuove generazioni nell’area non c’è possibilità di un lavoro pulito, non ci sono avvisaglie che qualcosa possa cambiare, non esiste una transizione energetica». Il parroco augustano ha dedicato gran parte della sua vita a questa problematica: «per me è sempre stata oltre che una questione etica e morale, anche una questione di coerenza, non potevo non prendere posizione, anche quando mi dicevano che la chiesa non doveva interessarsi di queste questioni». Ad un certo punto, infatti, Don Palmiro è stato trasferito dal Duomo di Augusta al Santuario dell’Adonai: «certe scelte che sono state fatte hanno decisamente nociuto alla comunità già qualche settimana dopo il mio allontanamento dal Duomo di Augusta, si è visto un crollo verticale delle presenze in chiesa. Non perché la gente venisse per vedere me, ma perché tutta una serie di circostanze hanno convinto la comunità che un certo tipo di chiesa con certe scelte non può essere certamente credibile. Ma chi ha fatto certe scelte, se ne deve assumere anche la responsabilità», conclude rammaricato.

Dopo aver salutato Don Palmiro decidiamo di raggiungere proprio il Duomo di Augusta. Entrando nella navata laterale, a destra, è ancora affissa una grande bacheca, rinominata “Piazza martiri di cancro”. È il segno tangibile della denuncia di Don Palmiro: una ventina e più di fogli bianchi e neri. Altrettante tabelle, centinaia e centinaia di nomi: su ogni riga c’è scritta l’attività lavorativa svolta, data e motivazione del decesso. Tumore al pancreas, colon, fegato, reni e tiroide tra i più comuni. 

 

Qui la prima messa di denuncia di Don Palmiro Prisutto ha dato l’impulso alla costituzione di un comitato di attivisti, il Comitato Stop Veleni. Incontriamo una delle fondatrici, Cinzia Di Modica, 54 anni, muovendoci in auto verso Marina di Priolo. Il Comitato riunisce oggi diverse persone, la cui vita è stata stravolta dall’inquinamento: «c’è chi ha perso un padre, una madre, una figlia di cancro, oppure chi si è ammalato direttamente». Di Modica spiega però che «al di là del danno personale subito, facciamo tutto ciò per riscattare il territorio, un riscatto che deve passare attraverso le bonifiche, in modo da lasciare uno stato ambientale alle future generazioni un po’ più salubre e vivibile». Il Comitato negli anni ha fatto da “sentinella” all’attività delle istituzioni in materia di tutela ambientale, «abbiamo lavorato molto su quella che è la qualità dell’aria, aprendo delle collaborazioni con la Citizen Science del CNR, con Arpa Sicilia attraverso documentazioni e denunce ma anche un’applicazione di segnalazione delle molestie olfattive, chiamata Nose, scaricabile online.  Il contributo della comunità è fondamentale». Un’altra figura che ha ispirato una generazione di ambientalisti e la stessa Cinzia con il Comitato Stop Veleni è Giacinto Franco, pediatra, ex primario dell’ospedale Muscatello di Augusta, fautore dello studio riguardo le diverse nascite di bimbi malformati, che denunciò dai primi anni Ottanta. Da quella denuncia nacque un’inchiesta giudiziaria: nel 2002, nacquero il 5,6% dei bimbi nati malformati, il doppio della media nazionale. All’epoca ne parlarono molte testate nazionali, ma l’industria petrolchimica escludeva che le malformazioni congenite fossero una conseguenza della sua attività. Nel 2006 la Syndial, ex EniChem, come racconta il giornalista Lo Verso, «si rende inaspettatamente disponibile a indennizzare le famiglie dei piccoli», senza che nessun tribunale avesse emesso una sentenza di risarcimento. 

 

Con il dottor Franco il Muscatello di Augusta, era diventato un centro di controllo delle nascite dei bambini malformati ma successivamente alla  sua morte, la competenza è stata trasferita all’ospedale di Lentini, dove il numero di malformazioni in proporzione è molto inferiore, insabbiando del tutto la questione. Ci ha raggiunto anche Giusy Nanè, avvocata e membro del Comitato che sostiene, come  il loro obiettivo sia stato «non tanto quello di una chiusura definitiva delle fabbriche, ma far sì queste siano sempre più in linea con serie politiche ambientali, non si può continuare ad inquinare così tanto». 

“Divieto di balneazione”

 

Cinzia ci guida verso l’ingresso della penisola Magnisi, indicando alcune collinette ricoperte da teloni bianchi e verdi, poco a ridosso del mare. «Sono cumuli di pirite, sono tossici», ci racconta. La cenere di pirite è una polvere di colore rosso, residuo dell’arrostimento in forni speciali del minerale usato per fabbricare acido solforico, la base chimica della raffinazione del greggio. Per anni tonnellate di questa cenere sono state lasciate senza alcuna copertura, a pochi passi dalla spiaggia di Priolo, bastava quindi una giornata ventosa, un po’ di pioggia, per contaminare Priolo e i suoi abitanti con le polveri cancerogene. L’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente (ARPA) ha rilevato anche la presenza di ceneri di pirite in un campo di calcio ad Augusta: arsenico, piombo e cadmio – sostanze cancerogene confluite nelle ceneri di pirite – usate per ricoprire la superficie dello stadio. Come racconta Lo Verso, nel “Mare color veleno”, negli anni Settanta si ebbe l’idea «di usare gli scarti della produzione chimica come “materiale riutilizzabile” dopo averne composto un impasto solidificato. L’ingegno consisteva nel farne dei rivestimenti stradali e nel ricoprire le zone paludose. Ad Augusta, nel 1976 la Montedison ne fece dunque un campo di calcio, un “regalo” ai cittadini grati del generoso dono. Per lunghi anni, centinaia di sventurati calciatori si sono passati la palla correndo su un terreno pieno zeppo di rifiuti tossici. Qualcuno forse aveva cominciato a nutrire dubbi, con la pelle che bruciava al contatto delle polveri e le partite interrotte per sciacquarsi i polpacci sotto il rubinetto». 

 

A distanza di poco meno di un chilometro dai cumuli di pirite di penisola Magnisi, nonostante gran parte di questi tratti siano tappezzati di cartelli di divieto di balneazione e divieto di pesca, molte persone decidono di farsi un bagno a mare. Il clima è già molto caldo, per essere inizio aprile, sulla spiaggia di domenica ci sono diverse persone: sullo sfondo non lidi, chalet, ma le ciminiere delle raffinerie. «Diversi pesci nella rada di Augusta sono stati pescati con la colonna vertebrale malformata, alcuni pescatori hanno denunciato la cosa ad una biologa marina che aveva poi verificato già nei primi anni Duemila la presenza eccessiva di mercurio nell’acqua», ci spiega Cinzia.

Ripercorriamo proprio la statale che costeggia i vari impianti, dalla raffineria Isab (ex ERG e AGIP), poi Eni Versalis, nonché l’ex impianto EniChem dove è partita l’inchiesta Mare Rosso, contaminando gran parte della rada di Augusta. Lungo questa strada se dovessi fare rifornimento all’auto avresti l’imbarazzo della scelta, ci sono tantissimi distributori di benzina, anche a distanza di cento metri l’uno dall’altro: Eni, Lukoil, Esso, Agip, Erg.

 

Siamo in direzione della penisola di Magnisi, dove ancora oggi – ci dice Cinzia –  molte persone si chiedono se sia stata una scelta saggia destinare una così bella e vasta area costiera, ricca di preziose testimonianze archeologiche, a una zona industriale così invasiva e inquinante come quella petrolifera. In quest’area infatti si trovano, ad esempio, la necropoli della cultura di Thapsos e i resti archeologici della città greca di Megara Hyblaea, circondati e quasi inglobati dalle industrie. Gran parte dei resti, potenziali attrazioni turistiche, oggi – osservandole con un drone dall’alto – sono ricoperti da vegetazione incolta. Inoltre, pare non si possa del tutto escludere che durante le grandi costruzioni non siano stati distrutti reperti ancora sepolti e sconosciuti.

Il depuratore che non depurava e l’urgenza delle bonifiche

Non molto distante dalla penisola Magnisi, si trova il depuratore IAS (gestito dall’Industria Acqua Siracusana) dove arrivano e vengono scaricati tutti i reflui della zona industriale, oltre a quelli dei comuni di Priolo e Melilli. Lì il giorno seguente, dopo un giro della zona, ci accompagna Carmelo Rapisarda, 57 anni, attuale lavoratore della Sonatrach, la compagnia petrolifera di stato algerina che nel 2018 ha acquisito la raffineria di Augusta, prima di proprietà di Esso Italiana. Rapisarda lavora nella zona industriale dal 1987, è il segretario organizzativo della Filctem Siracusa e si occupa anche del settore industrie della Cgil di Siracusa.

Nel 2022 la magistratura ha messo sotto sequestro il depuratore perchè semplicemente non depurava: fra il 2016 e il 2020, secondo i calcoli degli inquirenti della Procura di Siracusa, sono state immesse nell’atmosfera quasi quattrocento tonnellate di sostanze cancerogene, come il benzene, e nel mare sono state sversate oltre duemilacinquecento tonnellate di idrocarburi. La Procura siracusana per la prima volta ha avviato un’azione penale per il reato di disastro ambientale aggravato. La pesante accusa ha colpito anche le società del petrolchimico: Versalis ex ENI, Sasol, Sonatrach e Lukoil. 

«Con la chiusura del depuratore avrebbero dovuto fermare la produzione anche tutti gli impianti, il Governo ha poi dichiarato quest’area di “interesse strategico” per poter consentire alle diverse raffinerie di continuare a lavorare attraverso propri impianti di depurazione», ci descrive Rapisarda. Il depuratore oggi sta lentamente ripartendo ma nella zona, anche per noi che ci siamo passati diverse volte, «l’impatto più pesante e immediato è quello odorifero: il progetto che era previsto per la copertura delle vasche dell’impianto è stato sempre rimandato, facendo sì che le emissioni per la vaporizzazione di queste sostanze hanno impattato sulla comunità e sul territorio», aggiunge Rapisarda.

 

Passeggiando lungo una spiaggia con diversi rifiuti abbandonati sulla riva, Carmelo sostiene che questa tipologia di industria non vada chiusa, ma ripensata: «è inevitabile che questo tipo di industria diventi un altro tipo di industria, questa transizione va governata attivamente, ci sono numerose aree da bonificare in modo che il territorio possa diventare attrattivo per nuove filiere produttive e controbilanciare la potenziale migrazione, dettata da una chiusura che sarebbe devastante a livello sociale e lavorativo». 

 

Rapisarda, in tal senso, crede che per accelerare questo processo di transizione sia necessaria una lotta trasversale a livello intergenerazionale, anche per migliorare le condizioni lavorative, ambientali e combattere il precariato. «Noi abbiamo imparato molte cose dai movimenti studenteschi, per questo decidiamo sempre di sostenere le loro mobilitazioni, come accaduto dopo le violenti cariche della polizia a Pisa». L’auspicio di Rapisarda è che si faccia sempre più fronte comune tra mondo studentesco e lavorativo anche su altre battaglie e rivendicazioni.

 

È della stessa idea anche Debora Lombardo, 36 anni, chimica industriale che lavora presso il polo industriale siracusano da 11 anni e che incontriamo in località Punta Cugno. Lei è stata la prima donna in turno: «sono orgogliosa di aver sdoganato una filiera di pensiero sbagliata, ovvero che all’interno del  settore della raffinazione o della siderurgia le donne non potessero trovare collocazione. Ad un anno e mezzo dalla mia assunzione sono state assunte altre donne, a riprova di quanto questo retaggio culturale sia da superare», ci dice. Lombardo vede il futuro del territorio «un po’ in stand-by», perché secondo lei, «tutto dipende anche dall’approccio che lo Stato avrà con questo territorio, da soli non possiamo farcela, dobbiamo avere degli aiuti forti a livello economico che possano aiutarci ad investire nel territorio». «Una transizione è fattibile e la sento da madre ancora più urgente, dobbiamo lavorare oggi per dare un domani ai nostri figli, con fonti ed energie rinnovabili, un futuro migliore sia a livello lavorativo che ambientale e soprattutto qui nel nostro territorio», rimarca.

 

La necessità di lasciare una terra più salubre rispetto a quella in cui sono stati costretti a lavorare le prime generazioni è un discorso che ritroviamo parlando sia con gli attuali lavoratori che con la passata generazione, ormai in pensione. «Bisogna parlarne, Augusta non può continuare ad essere sfruttata oggi per poi cadere nel dimenticatoio domani», ci dicono alcuni pensionati che animano la sede del Sindacato dei Pensionati italiani, Spi Cgil, con attività di Caf, in via Megara, nel centro di Augusta. La strada termina con uno sguardo su tutto il porto. «Le conseguenze dell’inquinamento e della poca consapevolezza attorno a questo tema degli anni Settanta le stiamo pagando ancora oggi, a questo si aggiungono i pochi contratti a tempo indeterminato», ci dice Luigi Rapina, 75 anni, in pensione dal 2008. Lui nella zona industriale si occupava della coibentazione dei tubi di ferro: «oggi se penso al futuro dell’area industriale ho molta paura», racconta con occhi visibilmente lucidi. «Augusta ha fatto da lezione a molti, dopo tutti gli scandali che sono usciti, bisogna investire sulle bonifiche affinché non sia sempre la classe operaia a pagare a caro prezzo le conseguenze». 

 

Essere giovani ad Augusta

Al calar del sole, ritornando verso Siracusa, le luci delle industrie sovrastano le illuminazioni cittadine, sulla statale 114, le raffinerie sono punti di riferimento illuminando gran parte della zona antistante. Percorrendo alcune vie interne a colpire il nostro sguardo è un numeroso gruppo di mucche al pascolo. Siamo ad un paio di chilometri in linea d’area da Sonatrach, una delle più grandi raffinerie. Nella zona si coltiva e alleva normalmente, e quel cibo finisce sulla tavola di numerosi abitanti. Non solo le specie ittiche, qui l’intera catena alimentare è fortemente compromessa. 

A pochi metri dal mare ci sono simil discariche a cielo aperto. È come se la sfrontatezza delle istituzioni nell’aver reso questi luoghi terre di conquista per multinazionali, pronti a sfruttare territori, avesse contagiato anche una parte della popolazione che quindi decide di abbandonare materassi, wc, spazzatura, pneumatici e copertoni anche in riva. È la situazione che ci siamo trovati di fronte a Marina di Melilli che oggi è un paese fantasma. Nel 1979 ai residenti furono proposti degli indennizzi per lasciare la propria casa e far spazio all’espansione delle raffinerie Isab. La maggior parte accettarono, tranne una persona, Salvatore Guerrieri, che con determinazione voleva difendere il suo territorio e il piccolo borgo marinaro dal prevaricante sviluppo industriale. Guerrieri resta l’unico abitante e per vent’anni lotta in solitaria, fin quando nel 1992 viene ritrovato morto dentro il bagagliaio di una vecchia Alfa Romeo con un colpo in testa, mani e piedi legate. Oggi sulla parete di quella che era la sua casa campeggia un murales, che l’associazione Siracusa Ribelle gli ha dedicato, trasformandolo in un luogo di memoria, con il suo viso ritratto e la scritta «resterò qui fino all’ultimo». 

In questi trenta chilometri di costa quel tipo di sviluppo che avrebbe dovuto fermare l’emigrazione, in realtà l’ha ritardata soltanto di una generazione, per quanti aspiravano ad altre condizioni e tipologie di lavoro: chi ha trovato lavoro negli anni Settanta e Ottanta è rimasto qui, ma ha visto poi andare via i propri figli e ora i propri nipoti. Nella provincia di Siracusa, da anni il tasso di disoccupazione non si allontana dalla media del 20% e sale vertiginosamente oltre il 50% fra i giovani. 

È anche il quadro che ci raccontano Davide Bella e Domenico Abramo, entrambi di 24 anni, che incontriamo in una calda domenica d’aprile al faro Santa Croce, punto di ritrovo di molti giovani augustani. «Quest’anno molti hanno fatto il primo bagno già il 7 di aprile, solitamente si aspettava almeno il 25», esordiscono dopo alcune prime presentazioni. La giornata infatti è caldissima, 27 gradi, e con loro ci spostiamo alle porte di Augusta. Davide e Domenico sono andati al liceo insieme, e le loro storie seppur contrapposte sono l’emblema di ciò che significa essere giovani ad Augusta: se non vuoi lavorare nelle raffinerie, ci sono poche altre soluzioni, se non andare via. Davide, molto impegnato nell’associazionismo, ha deciso di rimanere ad Augusta e ha iniziato a lavorare alla Sonatrach. Domenico dopo una triennale a Middlesbrough, nel Regno Unito, ha deciso di tornare in Italia e proseguire gli studi alla Sapienza di Roma. «Studio ingegneria aerospaziale e chi come me non vuole lavorare nel polo industriale è costretto ad andar via».

 

Questo pezzo di Sicilia è la fotografia del settore dell’industria pesante in Italia e delle sue politiche estrattive. La continua esternalizzazione dei costi sociali ed economici sulle comunità locali ha generato un contesto di crescente insostenibilità e ingiustizia. È imperativo ripensare le politiche industriali, adottando un approccio più responsabile e sostenibile che ponga al centro la tutela dell’ambiente e il benessere delle persone. Solo attraverso una visione integrata e lungimirante, che coniughi sviluppo economico e salvaguardia ambientale, sarà possibile costruire un futuro più equo e resiliente per le generazioni presenti e future di tante aree come questa del Paese.

Articolo di

Andrea Carcuro
Andrea Carcuro

Caporedattore

Foto di

Hanno collaborato

 Luca Ianniello
Luca Ianniello

Redattore

Alessandro Lonigro
Alessandro Lonigro

Redattore