Un semplice messaggio, sotto forma di notifica sull’app del telefono, è bastato a incidere profondamente sulla vita quotidiana di decine di palestinesi legalmente residenti in Europa. Wise, piattaforma finanziaria digitale specializzata in trasferimenti internazionali e conti multivaluta, ha bloccato all’improvviso i loro conti bancari, congelando risparmi e salari senza fornire spiegazioni verificabili. «Ci siamo trovate davanti a una serie di chiusure improvvise di conti Wise intestati a persone palestinesi», racconta Agnese Valenti, avvocata dello European Legal Support Center (ELSC). «I primi casi che ci sono stati riportati hanno riguardato due donne di Gaza con permesso di soggiorno in Italia e una persona palestinese in Belgio, tutte colpite nelle settimane immediatamente successive al 7 ottobre 2023, senza alcun preavviso né motivazione».
Wise, fintech britannica specializzata in trasferimenti di denaro internazionali e conti multivaluta, si presenta sul proprio sito come un servizio “built to save you money” e “designed to make money borderless”. Oggi è invece al centro di un procedimento civile, incardinato presso il foro di Bruxelles e sostenuto da ELSC, che denuncia l’uso delle infrastrutture finanziarie come strumenti di esclusione. Fondata nel 2019 e attiva tra Amsterdam, Berlino e Londra, con una rete di referenti anche in Italia, ELSC fornisce assistenza legale gratuita ad associazioni, ONG per i diritti umani e individui impegnati nella solidarietà con la Palestina in Europa e nel Regno Unito. Il suo lavoro si concentra sul contrasto alle restrizioni arbitrarie e alla criminalizzazione dell’attivismo, attraverso azioni legali strategiche e attività di monitoraggio.
«Dopo le prime segnalazioni di chiusura di conti Wise senza preavviso né spiegazioni, nel giro di poche settimane sono emerse decine di situazioni analoghe», spiega Valenti. «Persone che avevano account attivi da anni e che improvvisamente si sono viste bloccare i conti e trattenere i fondi». In alcuni casi seguiti da ELSC, il denaro è stato sbloccato solo dopo mesi. Il meccanismo è quello che nel linguaggio bancario viene definito de-risking: invece di valutare il rischio reale di una singolo cliente o transazione, banche e piattaforme di pagamento scelgono di escludere intere categorie considerate potenzialmente “problematiche”. «È una pratica che non è nuova», chiarisce Valenti, «ma che dopo il 7 ottobre si è intensificata, come molte altre forme di repressione che esistono da anni».
Questa ampia discrezionalità si traduce, nei fatti, in una discriminazione sistematica. «Una transazione diretta in Palestina o nei territori occupati viene automaticamente bloccata. Quando invece è diretta verso gli insediamenti coloniali israeliani, non esiste uno scrutinio comparabile», osserva Valenti. «Le banche godono di un’enorme libertà contrattuale: spesso i termini consentono loro di recedere unilateralmente, senza dover fornire alcuna motivazione o invocando ragioni legate alla compliance».
Germania: il caso Jüdische Stimme
La questione non riguarda però soltanto l’Italia. In Germania, secondo esportatore mondiale di armi verso Israele dopo gli Stati Uniti, il nesso tra repressione politica e infrastrutture finanziarie emerge con particolare chiarezza nel caso di Jüdische Stimme, associazione ebraica antisionista e ramo tedesco della rete European Jews for a Just Peace (EJJP). Attiva nel sostegno ai diritti umani dei palestinesi e nella critica all’occupazione israeliana, l’associazione è stata più volte bersaglio di campagne di delegittimazione che, sotto il pretesto della lotta all’antisemitismo, hanno contribuito a restringere il dibattito pubblico sulla Palestina in Germania. Jüdische Stimme ha contestato l’assimilazione tra critica a Israele e antisemitismo e il coinvolgimento di istituzioni statali, accademiche e finanziarie tedesche nel genocidio del popolo palestinese.
In questo contesto, nel marzo 2024, la banca Berliner Sparkasse, istituto in parte pubblico, ha congelato con breve preavviso il conto dell’associazione e successivamente cancellato il contratto. La decisione è stata impugnata con il supporto di ELSC e, nel giugno 2024, la Corte d’Appello di Berlino ha stabilito l’illegalità del provvedimento. Il blocco del conto arrivava proprio qualche settimana dopo un caso di repressione molto discusso in Germania, quello del Palästina Kongress di Berlino, un’assemblea di voci palestinesi, ebraiche e internazionali che in un grande evento pubblico chiedeva la fine del genocidio a Gaza e denunciava la complicità tedesca.
L’evento è stato impedito dalle autorità attraverso pressioni sui luoghi ospitanti, divieti di ingresso per alcuni relatori, tra cui il chirurgo palestinese Ghassan Abu-Sittah, e un massiccio intervento di polizia. Jüdische Stimme aveva gestito le donazioni per il congresso tramite il proprio conto bancario e, secondo quanto ricostruito, la Sparkasse avrebbe persino richiesto una lista completa dei membri dell’associazione, dopo ripetute pressioni della polizia tedesca, prima di bloccare l’account.
Svizzera: il caso DCIP anche prima del 7 ottobre
Un caso svizzero del 2022 dimostra, invece, come il de-risking abbia colpito il lavoro delle organizzazioni per i diritti umani ben prima del 7 ottobre. In quell’anno, Defense for Children International (DCI), organizzazione con sede a Ginevra impegnata nella documentazione delle violazioni dei diritti dei minori, è stata al centro della vigilanza bancaria per il suo sostegno a Defense for Children International – Palestine (DCIP). La sede distaccata della rinomata ONG internazionale si occupa, tra le altre attività, di assistenza legale alle oltre 300 bambine e bambini palestinesi detenuti nei tribunali militari israeliani. Nel caso svizzero, UBS, in qualità di correspondent bank (banca intermediaria che gestisce i trasferimenti internazionali per conto di altri istituti), ha rifiutato i trasferimenti diretti verso DCIP, mentre CLER — banca di DCI International da oltre quarant’anni — ha risposto prospettando la chiusura del conto.
Secondo quanto ricostruito da ELSC, il problema non è stato legato alle operazioni finanziarie in sé, ma alla figura del nuovo presidente di DCI International, avvocato palestinese. «In modo informale ci è stato fatto capire che la sua elezione è stata considerata “problematica”», ha spiegato Agnese Valenti, «perché il nuovo Presidente sarebbe palestinese e la Palestina è considerata come area ad alto rischio». Quando ELSC ha chiesto chiarimenti scritti, le banche si sono rifiutate di fornirli. Nel caso, sono intervenuti anche relatori ONU, tra cui Francesca Albanese, e organizzazioni come Amnesty International. Dopo poco, però, è arrivata comunque una comunicazione ufficiale che ha imposto la chiusura del conto entro un mese. Nel frattempo, DCIP ha perso donazioni e capacità operativa; anche il successivo tentativo di aprire un conto presso PostFinance, servizio finanziario pubblico svizzero, è fallito, poiché i fondi erano destinati alla Palestina.
Dai conti Wise bloccati in Italia, al caso tedesco di Jüdische Stimme, fino all’isolamento finanziario di DCI in Svizzera, emerge un filo comune: l’uso delle infrastrutture bancarie come strumento di controllo politico.
«Parliamo di una discriminazione finanziaria sistemica», conclude Valenti. «Non è un problema tecnico né una misura eccezionale, è una pratica che colpisce persone e organizzazioni in quanto palestinesi, o perché solidali con la Palestina. Da prima del 7 ottobre e dopo in modo più intenso. Oggi per lo meno c’è una rete solidale e mediatica più forte».
Dietro il linguaggio della “compliance” e della sicurezza, il de-risking produce effetti concreti. «Il risultato», sottolinea Valenti, «è l’esclusione dalla vita quotidiana e dallo spazio civico». Ed è su questo terreno, quello apparentemente neutro del denaro, che oggi si gioca una delle forme più silenziose e pervasive della repressione delle palestinesi.
