Vivere sull’isola: Un dialogo partecipativo tra giovani under 35 in Sicilia e Sardegna

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Quando l’isolamento geografico diventa isolamento sociale

Il mare che circonda la Sicilia e la Sardegna non è solo un confine naturale: è una barriera che rende ogni scelta di vita più netta. Essere su un’isola significa che la decisione di restare o partire diventa una scelta che tutte le persone che vivono su un’isola si sono chieste almeno una . È proprio attorno a questa consapevolezza che si snoda il racconto di decine di giovani isolani, protagonisti di un’indagine qualitativa che ha esplorato le forme della precarietà nelle due più grandi isole italiane.

I dati parlano di una crisi profonda: in Sardegna il tasso di inattività per gli under 29 è salito al 33,2% nel 2024, mentre la trasformazione dei contratti a tempo determinato in indeterminato colloca la provincia del Sud Sardegna al 102° posto nazionale. In Sicilia, la disoccupazione giovanile supera il 40% tra gli under 35, mentre quindicimila siciliani hanno lasciato l’isola nel 2023.

Ma dietro i numeri c’è una generazione che ha imparato a fare i conti con l’incertezza, trasformandola in una lente attraverso cui leggere il presente. Due luoghi, due storie: Palermo, grande città siciliana, e Iglesias, area interna sarda, diventano i palcoscenici di un dialogo che svela come la precarietà prenda forme diverse ma radici comuni.

Palermo: La normalizzazione dell’instabilità

Nel capoluogo siciliano, la precarietà ha assunto i contorni di una vera e propria cultura urbana. Per i giovani palermitani, il lavoro nero non è un’eccezione ma «la regola per ottenere qualunque impiego». In una città dove oltre il 72% dei giovani sotto i 35 anni vive ancora con i genitori e il 43% dei giovani occupati guadagna meno di 1.000 euro al mese, la precarietà è diventata una condizione così pervasiva da essere normalizzata.

«La precarietà è un continuo arrampicarsi», racconta una partecipante al focus group. La metafora dell’arrampicata ritorna spesso nelle testimonianze: una fatica costante, senza la certezza di raggiungere mai una vetta stabile. «Nella precarietà puoi anche riuscire a costruire un’idea di futuro, ma può crollare tutto da un momento all’altro», aggiunge un’altra voce.

Il paradosso palermitano è che la stessa rete sociale che protegge dalla precarietà ne alimenta, silenziosamente, la perpetuazione. Le “conoscenze” — quel sistema di relazioni personali, familiari o amicali che garantisce una qualche forma di accesso al lavoro — diventano non solo un rifugio ma l’unico varco possibile in un mercato occupazionale stagnante e opaco. Ma questo stesso meccanismo, fondato sull’intermediazione informale, blocca ogni possibilità di mobilità sociale reale: non premia il merito, non riconosce il talento, non valorizza i percorsi formativi. In questo ecosistema, chi non ha reti solide resta escluso, mentre chi le ha finisce spesso incastrato in lavori sottopagati o poco stabili, ma difficili da rifiutare. «Un’identità precaria è un’identità che fallisce», sintetizza brutalmente un giovane laureato, fotografando una generazione costretta a vivere in uno stato di sospensione permanente, dove i propri sforzi individuali sembrano irrilevanti e il futuro resta un orizzonte sfocato, accessibile solo a chi ha le chiavi giuste per aprirlo.

Iglesias: Il vuoto dopo la dismissione

A duecento chilometri di distanza, nel sud-ovest della Sardegna, Iglesias rappresenta l’altra faccia della precarietà isolana. Se Palermo deve fare i conti con un “troppo pieno” di problemi stratificati, Iglesias si confronta con un vuoto: quello lasciato dalla dismissione industriale.

La città ha perso l’11,6% della popolazione in vent’anni, passando da 28.167 abitanti del 2001 ai 24.908 del 2023. Ma sono soprattutto le persone più giovani a raccontare il senso di questa perdita: «Sono disinteressata ai settori di turismo e gastronomia, i soli che offre la Sardegna, e nemmeno tutto l’anno», confida una partecipante di 27 anni.

La memoria del passato minerario è ancora viva anche tra i più giovani, che descrivono la dismissione industriale come “una ferita” che ha privato il territorio di prospettive diverse dal turismo stagionale. «Per me ha fatto la differenza allontanarmi da quest’isola», racconta un altro partecipante al focus, sintetizzando il dilemma generazionale: restare significa accettare un orizzonte limitato, partire significa spezzare legami sociali più intensi e duraturi di quelli che si trovano altrove.

Il turismo, unica economia superstite in molte aree interne e costiere, viene vissuto dai giovani con una profonda ambivalenza. Da un lato rappresenta una delle poche vie d’accesso al lavoro, soprattutto durante l’estate, grazie a occupazioni stagionali facilmente reperibili e spesso ben retribuite nel breve periodo. Dall’altro lato, però, è percepito come una forza centrifuga che rischia di snaturare i territori, svuotandoli del loro tessuto sociale e culturale. A Iglesias, cittadina del sud-ovest sardo, molti giovani guardano con crescente preoccupazione al modello del nord dell’isola, dove il turismo di massa ha trasformato interi paesi in scenografie estive, rendendoli inaccessibili — economicamente e simbolicamente — per chi ci vive tutto l’anno. Le case diventano B&B, i centri storici vetrine, i contratti stabili un’eccezione. Il lavoro stagionale, seppur necessario, viene così percepito come una trappola: offre una soluzione immediata, ma contribuisce a un’economia fragile e dipendente, in cui i giovani oscillano tra l’accettazione rassegnata e il desiderio, ancora inespresso, di un’alternativa più solida e duratura.

I giovani di Iglesias guardano con preoccupazione al modello del nord Sardegna, dove il turismo di massa ha reso i territori «inaccessibili per chi ci vive». Il modello “Costa Smeralda” è l’esempio più evidente di come il turismo possa diventare un progetto calato dall’alto, più che una risorsa per il territorio. Nato negli anni ’60 per volontà del principe ismaelita Karim Aga Khan, che ne fece un consorzio esclusivo a uso e consumo del jet-set internazionale, ha trasformato una porzione di Sardegna in un enclave di lusso completamente separata dalla realtà locale. I prezzi degli immobili sono quadruplicati, i servizi si sono orientati unicamente verso il turismo d’élite, e la popolazione residente è stata progressivamente marginalizzata. Un territorio un tempo agricolo e accessibile è diventato un’icona patinata, dove vivere è quasi impossibile per chi non lavora nel settore — e solo d’estate. Questo modello, temono molti giovani sardi, rischia di replicarsi anche altrove, erodendo lentamente l’identità dei luoghi in nome di un’economia che non appartiene a chi quei luoghi li abita.

 

I fili comuni dell’instabilità

Pur nelle loro differenze, Palermo e Iglesias condividono alcune caratteristiche strutturali che disegnano un quadro più ampio della precarietà isolana. Entrambe le realtà mostrano come la condizione di insularità amplifichi le difficoltà tipiche del Meridione, creando una doppia marginalità.

La specializzazione turistica, che caratterizza entrambi i territori, genera una dipendenza economica che si traduce in precarietà strutturale. Se a Palermo questo significa convivere con una forma di gentrificazione turistica, a Iglesias comporta l’accettazione di un’economia completamente stagionale. Nello specifico tuttavia il tema centrale non è tanto l’overtourism, quanto l’isolamento: dai trasporti quasi inesistenti ai rifornimenti lenti, fino all’assenza di alcune testate giornalistiche nelle edicole. La precarietà qui è geografica prima ancora che economica, e contribuisce a plasmare un’identità collettiva segnata da un sentimento diffuso di abbandono. È da questa distanza forzata — fisica, logistica, ma anche simbolica — che nasce un bisogno di autodeterminazione che in certi casi sfocia in forme esplicite di indipendentismo, e in altri in un desiderio più sottile ma altrettanto forte: quello di immaginare un futuro che non debba continuamente arrivare da fuori.

Un secondo elemento comune è il rapporto con l’emigrazione giovanile. In entrambi i contesti, l’ipotesi di “lasciare l’isola” è considerata non solo legittima ma quasi inevitabile. «Non sapere dove andrò a finire mi fa paura», confida una studentessa di Iglesias, esprimendo un sentimento condiviso da molti coetanei. 

Le reti sociali rappresentano un terzo filo conduttore. Sia a Palermo che a Iglesias, i legami familiari e amicali costituiscono la principale forma di protezione dalla precarietà. Tuttavia, questa protezione ha un prezzo: limita le possibilità di cambiamento e mobilità sociale. Come emerge dai focus group, chi ha reti sociali solide soffre meno la precarietà economica ma rischia di rimanere intrappolato in un sistema che non offre prospettive di crescita.

Un ulteriore aspetto che emerge con particolare forza è la pervasività del lavoro sommerso. Se a Palermo il lavoro nero è descritto dai alcuni partecipanti al focus group come «la regola», a Iglesias si intreccia con la fragilità di un tessuto economico desertificato. In entrambi i casi, rappresenta insieme una risorsa di sopravvivenza e un ostacolo alla stabilizzazione.

Il problema non è solo economico ma culturale. Le persone più giovani crescono in contesti dove l’informalità è la norma, dove le competenze si acquisiscono attraverso canali non ufficiali, dove il riconoscimento professionale dipende più dalle conoscenze personali che dalle qualifiche formali. Questo genera quella che una partecipante di Palermo definisce efficacemente «precarietà come blocco sentimentale, economico e di crescita».

Prospettive e resistenze

Nonostante il quadro critico, dai focus group emergono anche forme di resistenza e adattamento. La generazione che ha vissuto la propria formazione in “stato semipermanente di crisi” si descrive come «più attrezzata delle precedenti a fronteggiare la precarietà». È una consapevolezza amara ma pragmatica, che si traduce in strategie di sopravvivenza creative.

A Iglesias, alcuni giovani stanno sperimentando forme di turismo alternativo, «più lente e culturali», per sottrarsi al modello estrattivo del turismo di massa. A Palermo, nonostante le difficoltà, si registrano tentativi di costruire reti professionali che bypassino i canali informali tradizionali.

La presenza di sedi universitarie distaccate viene valorizzata come elemento di ancoraggio territoriale. «Forse dobbiamo aiutare i giovani nel senso di dargli voce», suggerisce una partecipante, indicando nella rappresentanza e nella partecipazione possibili vie d’uscita.

Oltre l’isola: una precarietà che ci riguarda tutti

L’insularità rende più visibili e drammatiche contraddizioni che attraversano tutto il Paese: la dipendenza dal turismo, la fuga dei cervelli, la normalizzazione del lavoro precario, l’indebolimento dell’ascensore sociale.

Sicilia e Sardegna diventano così un laboratorio involontario per comprendere come la precarietà si radichi nei territori, li trasformi, li svuoti di prospettive. Ma mostrano anche come i giovani sappiano inventare forme di resistenza, costruire reti di solidarietà, immaginare futuri diversi.

«Da partita iva, non posso che pensare continuamente a fare soldi», confessa una giovane palermitana, sintetizzando la riduzione esistenziale imposta dalla precarietà. Le isole ci parlano di una precarietà che ha radici profonde ma non è immutabile. Ci ricordano che dietro ogni statistica c’è una biografia, dietro ogni dato demografico una scelta individuale che diventa collettiva. E ci suggeriscono che forse è tempo di smettere di considerare normale ciò che normale non è: una generazione costretta a vivere in bilico tra l’isola e il continente, tra il restare e il partire, tra la sicurezza dei legami e la libertà del cambiamento.

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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