Vivere la marginalità nel cambiamento climatico: un reportage nella Bologna alluvionata

Abbiamo incontrato residenti e attraversato una parte della città dopo quarantasei giorni dal weekend in cui è caduta, in dodici ore, la quantità di pioggia prevista in due mesi

Per raggiungere la chiesa di San Paolo di Ravone ci ritroviamo a fare lo slalom tra sacchi di sabbia accatastati sul marciapiede. Quando attraversiamo Bologna sono passati quarantasei giorni dal weekend in cui in dodici ore è caduta la quantità di pioggia prevista per due mesi: le vie del centro storico, le stesse percorse da macchine galleggianti nelle fotografie poi diventate virali, erano pulite e aperte ai turisti già dal giorno successivo. Lungo Via Andrea Costa, invece, il tempo sembra essersi fermato. Nastri segnalatori vigono su due tombini scoperchiati e si gonfiano di un silenzio strano.

Mattia Valentini, fotografo residente del quartiere, ci saluta con l’unica mano libera: nell’altra, la macchina fotografica con cui ha documentato l’alluvione e curato la mostra Esondiamo, ancora esposta sulle mura degli edifici più colpiti e della parrocchia in cui sono state coordinate le attività di volontariato. Si scusa perché la tracolla è macchiata di fango: «Non va più via. Quando spalavo tenevo la macchina a portata di mano, la coprivo con una busta».

Nel bar in cui siamo seduti Mattia sorride in continuazione, sembra essere amico di tutti. «Io non conoscevo nessuno qui. Adesso le persone mi chiamano per nome, ci conosciamo».

Il torrente Ravone, affluente del Reno, scorre nei sotterranei di Bologna dagli anni Sessanta. La prima esondazione si è verificata l’anno scorso, quando a causa dell’alluvione in Emilia Romagna hanno perso la vita diciassette persone. Quest’anno a perdere la vita è stato un ventenne, travolto dall’acqua mentre si trovava fango intrappolato nella sua macchina. Oltre ai danni economici, gli effetti hanno compreso 3500 sfollati e 15mila case senza elettricità.

L’intervento dei volontari può essere descritto soprattutto «storico», perlomeno secondo Luca Simoni, attivista di PLAT, piattaforma di intervento sociale.  «Tra le tremilacinquecento e le quattromila persone attivate in una settimana. Una grossa fetta era composta da giovani e giovanissimi, dalle scuole superiori e dai collettivi universitari. Ma poi c’erano anche lavoratori, lavoratrici e persone anziane, chi non poteva spalare o spostare faceva altro: chi cucinava, chi faceva da coordinatore per capire quali fossero le zone più colpite, chi gestiva le richieste». Il centro di coordinamento per i volontari si è sviluppato «naturalmente» presso la parrocchia di San Paolo di Ravone, dove per tutto il periodo dell’intervento persone di ogni età si sono riunite per assegnare il lavoro, attrezzarsi e mangiare. La solidarietà ha compensato il ritardo delle istituzioni in un momento drammatico.

«Le pale non c’erano, e quindi in tanti hanno spalato con le mani. In piena esposizione batterica», Luca Simoni, attivista

Bologna, il dopo è ancora durante

«Eravamo soli». Questa è la prima impressione che ci riporta Mattia sulla mattina del 20 ottobre, con l’acqua del torrente che dopo l’esondazione aveva già superato il livello di 3 metri e provocato l’esplosione del condotto sotterraneo in più punti. «Non si è visto nessuno, sono arrivati solo i vigili del fuoco che hanno risucchiato l’acqua, non potevano risucchiare il fango perché non avevano i mezzi. Quindi, con i volontari, abbiamo provato a spalare il fango anche dalla strada, non solo dalle cantine». Tra le foto appese lungo Via Costa, una ritrae quattro ragazzi intenti a spostare a mani nude un tappeto di fango spingendo una spranga di legno, una sorta di «ruspa umana», perché le pale messe a disposizione dai volontari non bastavano. «È come se fossimo stati noi la protezione civile». Nonostante l’indispensabile altruismo e coesione dei cittadini, praticamente nessuno degli interventi sul quartiere si è svolto in sicurezza. «Quando avevamo già iniziato a spalare è venuto fuori il dubbio che i garage esplosi per il Ravone fossero fatti di amianto, solo tre giorni dopo è arrivato un tecnico della protezione civile a fare un esame. Fortunatamente era solo calcestruzzo e cemento. Le pale non c’erano, e quindi in tanti hanno spalato con le mani. In piena esposizione batterica».

Seguiamo Mattia lungo il percorso della mostra che ci porta dentro l’androne di un condominio, poi dentro una casa: la porta non esiste più, restano a malapena gli infissi in un appartamento tagliato in due dall’impronta del fango. «La portafinestra è esplosa per la pressione dell’acqua. La famiglia è uscita nuotando, tenevano la bambina di una settimana in braccio».

L’ultima tappa è una panetteria. Perlomeno da quanto ci dice Mattia: una saracinesca aperta solo a metà fa ombra su un locale semibuio, il pavimento coperto di polvere e qualche cartone. Un uomo esce sorridendo da quello che scopriremo essere il laboratorio della panetteria, completamente travolto dal fango. Gianni e Giulia ci raccontano, con il sottofondo dei deumidificatori in funzione, di un’attività che a settimane dall’alluvione fatica a rimettersi in piedi.

«Noi vogliamo lavorare perché dobbiamo lavorare, sono quaranta giorni che non lavoriamo, che quello non si chiude», dice Gianni indicando il contatore di cassa. Ma tanto anche il cassetto con l’alluvione se n’è andato nell’acqua». La stima dei danni è «solo di macchine, sui centomila euro. Come dobbiamo prenderla? Dobbiamo essere positivi, perché se inizi a pensare male e a sbattere la testa contro il muro innanzitutto ti fai male, e poi cosa fai?».

«C’erano i bimbi, quello sì. Ragazzi di sedici, diciassette anni. A loro ho detto di fermarsi, non volevo che si facessero male». Mentre parliamo, almeno due passanti si sono già affacciati dalla saracinesca per chiedere se c’è bisogno di una mano.

«Il messaggio che vorrei che passasse», ci dice Giulia, che per la prima volta da quando siamo arrivati non sorride «è che dobbiamo fare qualcosa. Sta cambiando qualcosa, e quindi dobbiamo cambiare qualcosa, perché la natura…», e fa il gesto con la mano, «quella da mo’ che l’hai cambiata».

«I lavoratori più esposti e in pericolo sono quelli più nascosti», Michele Bulgarelli, segretario CGIL Bologna

Il cambiamento climatico come amplificatore delle disparità sociali

Gli impatti del cambiamento climatico sugli individui e sulle comunità ci spingono a riflettere sulle implicazioni pratiche della indissolubile relazione che deve esserci tra il concetto di giustizia climatica e quello di giustizia sociale. È proprio davanti a disastri climatici come questo che dobbiamo fare lo sforzo collettivo di renderci conto che ci sono delle categorie sociali già fragili che vengono rese ancora più vulnerabili dalla crisi climatica. Questo non avviene solo quando parliamo di avvenimenti globali; si è verificato anche tra le vie e sotto i portici di Bologna, quando l’Alluvione ha messo ancora una volta in luce le profonde differenze di classe e di condizione economica radicate nella nostra società. Non è stato semplice individuare e incontrare queste persone perché spesso sono invisibilizzate e marginalizzate. Lo è, nel modo più concreto possibile, chi in modo fisico abita ai margini di Bologna: pensiamo alle persone senza fissa dimora che non hanno perso nulla proprio perché non hanno niente di materiale da poter perdere. Ma proprio per questo la loro condizione è diventata ancora più estrema: senza un riparo stabile e con accesso limitato a informazioni e risorse, si sono trovate ancora più isolate in mezzo al disastro. 

Le disuguaglianze sono presenti anche nel mondo del lavoro in cui  «i lavoratori più esposti e in pericolo sono quelli più nascosti» come ci ha spiegato Michele Bulgarelli, segretario della CGIL di Bologna. Sono spesso lavoratori e lavoratrici precari che sono stati costretti a percorrere quelle strade allagate e pericolanti per non perdere un giorno di lavoro, a differenza di chi ha potuto godere del privilegio di poter lavorare in smart working. «Dobbiamo riconoscere che ci sono lavoratori – prevalentemente persone migranti – che difficilmente possono far sentire la propria voce» e che possono rivendicare il diritto ad essere tutelati in situazioni emergenziali di questo genere.  Se la nuova normalità è fatta di eventi climatici estremi così gravi e impattanti, il compito dei sindacati – ricorda Bulgarelli – è quello di sviluppare e richiedere nuovi strumenti per affrontarla, avendo sempre ben presente il fine di tutelare i lavoratori più esposti. 

In effetti, l’immagine-simbolo del 20 ottobre corrisponde a un’immagine che  potrebbe essere stata catturata in qualsiasi città d’Italia: dal letto marrone dell’acqua pluviale  a coperta dell’asfalto emerge il vivido arancione di una mantella, intenta a coprire un uomo su un motorino, ed il celeste lucido di un contenitore portapizze. Si tratta di un rider, persone a cui l’algoritmo continuava – letteralmente – a dare ordini, nonostante il meteo. «Eventi di questo tipo colpiscono e colpiranno sempre di più i soggetti più vulnerabili, come i lavoratori e le lavoratrici che attraversano le strade, tra i quali i rider.» commenta Riccardo Mancuso, tra i fondatori di Riders Union Bologna, il quale ritiene opportuno, in questi casi, un intervento pubblico. «Sarebbe stato auspicabile un comunicato dell’autorità comunale che, basandosi sulla carta dei diritti di cui sopra, avrebbe potuto decretare la chiusura del servizio di consegna a domicilio.» L’immagine, circolata anche tra media di portata nazionale, ha causato molto scalpore e, talvolta, ha generato, secondo Mancuso, «toni pietistici e compassionevoli» che poco o nulla servono alla lotta. «Esiste un tema che andrebbe affrontato urgentemente», invece, «ed è l’efficacia degli strumenti utilizzati per fronteggiare forme di precariato difficili da dipanare, sfruttando un utilizzo improprio delle nuove tecnologie. Ritengo che i collettivi autorganizzati abbiamo dato un buon esempio di come si potrebbe pensare ad un rinnovamento delle pratiche sindacali, anche se non è scontato si agisca in tal senso».

«Io, data la mia invalidità, avevo bisogno dell’ascensore anche solo per spostarmi al pian terreno, ma in quei giorni non c’era la corrente», un residente del quartiere Saragozza

Vivere l’anzianità nel cambiamento climatico

In queste settimane, camminando per le strade del quartiere Porto-Saragozza – una delle zone più colpite – ci siamo resi conto del perché i suoi cittadini lo definiscono spesso un «bivio» e un «punto di incontro» tra generazioni. È proprio in quelle vie che è ambientata una delle immagini dei giorni dopo l’alluvione che ancora abbiamo nitida nella mente: un signore anziano che, davanti alla fila di giovani volontari che stavano svuotando la sua cantina completamente allagata, guarda con sguardo pieno di dolore alcune foto stampate – ricordi di una vita intera – che la scatoletta di legno in cui erano contenute da tempo non è riuscita a proteggere dalla distruttiva ondata di fango. Le persone anziane, che spesso abitano sole, non sono solo ostacolate dai limiti fisici imposti dalla loro età anagrafica, ma anche per la difficoltà a metabolizzare psicologicamente un mondo che cambia così rapidamente: «la difficoltà sta anche nel comprendere il cambiamento climatico: è traumatico se hai vissuto per settant’anni con un determinato ciclo di stagioni vedere tutto cambiare così improvvisamente», ci ricorda Mattia. Durante i nostri numerosi incontri e lunghe chiacchierate abbiamo conosciuto anche Oscar, residente del quartiere Saragozza, che ci ha consegnato la sua storia: «Era una situazione davvero da rischio estremo. Io, data la mia invalidità, avevo bisogno dell’ascensore anche solo per spostarmi al pian terreno, ma in quei giorni non c’era la corrente». La sua voce si incrina mentre ripensa al suono del Ravone che scorreva impetuoso sotto la sua casa. Inoltre, dobbiamo tenere bene a mente che l’abituale rete di cura e di sostegno alle persone anziane o con disabilità ha subito rallentamenti ed è stata ostacolata dalle strade bloccate dal fango. Ed è proprio per questo che, come ricorda Michele Bulgarelli, «è importante capire quali tipi di monitoraggi e mappature ci sono sulla popolazione anziana e disabile nei diversi comuni, soprattutto nelle zone più fragili. È un tema da attenzionare perché la popolazione invecchia e ci sono sempre più nuclei familiari composti da un solo anziano». 

Anche se sono passati quarantasei giorni da quel weekend di metà ottobre, c’è ancora molto da costruire. Non solo locali da pulire, persone da risarcire e ferite interiori da ricucire, ma della necessità di progettare ed edificare una comunità nuova e una città diversa. Il mutuo aiuto di quei giorni è «la concretizzazione del desiderio che c’è di voler esserci per gli altri; ora la sfida è riproporlo nella quotidianità e nella normalità», riflette Giulio d’Errico, consigliere del quartiere Porto-Saragozza, interrogandosi su quali siano le proposte da poter fare a livello politico. «Dobbiamo realizzare delle dinamiche di continuità, non può essere tutto confinato all’emergenzialità dell’alluvione. Dobbiamo costruire la battaglia contro il cambiamento climatico in primis con chi è stato più colpito, con chi è più vulnerabile davanti ai suoi effetti», afferma Luca con voce convinta, sottolineando, ancora una volta, la necessità morale e politica di avere un approccio il più possibile intersezionale, fatto di intrecci e incontri. Per cominciare, forse, il primo passo è  riconoscere, davanti alle catastrofi climatiche sempre più frequenti, il nostro privilegio, guardarlo con sguardo critico e prenderci delle responsabilità per cambiare le cose. 

di Katherina Ricchi (Katherina Ricchi),Gaia Sironi (Gaia Sironi),Dario Morgante (Dario Morgante)

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