Visioni Future e Racconti del Sud: La Periferia Inedita di Vicoli Corti

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La ventunesima edizione di Vicoli Corti – Cinema di Periferia si è conclusa a Massafra con ottomila presenze registrate in sei giorni di programmazione, oltre sessanta pellicole proiettate e circa cinquanta ospiti giunti da tutta Europa per dialogare con il pubblico. Le presenze fisiche sono aumentate del 50% rispetto all’edizione del 2025, dimostrando una fame di spazi e di senso che specialmente al sud viene ignorata. Un risultato che premia, prima di ogni altra cosa, un coraggioso azzardo logistico, estetico e politico: aver abbandonato i rassicuranti e storici confini del centro cittadino per piantare il seme del cinema indipendente nel cuore del Parco Madre Teresa di Calcutta.

Visioni future
Abitare per la prima volta questo polmone verde, allestendo due aree di proiezione vicine agli spazi per talk e masterclass, ha trasformato un vuoto urbano in un vero e proprio villaggio culturale aperto. Non si tratta solo di architettura logistica, ma di una chiara vocazione collettiva: dimostrare con i fatti che la periferia meridionale non è un margine degradato da cui fuggire o da cui distogliere lo sguardo, ma uno spazio vivo da riabitare, capace di generare occasioni impreviste di incontro attraverso il cinema. Il clima che si è respirato durante le calde serate di fine agosto è stato quello di una conquista collettiva, un entusiasmo palpabile e contagioso che il direttore artistico Vincenzo Madaro sottolinea con evidente orgoglio, nel comunicato stampa conclusivo del festival: «È stata un’edizione molto partecipata e davvero ricca di contenuti, questo anche grazie alla nuova casa. Quando si cambia luogo in maniera così radicale non è mai scontato che si possano ottenere questi risultati». La conferma del parco per la prossima edizione e la volontà di potenziare lo scouting diventano così un argine vitale per connettere i professionisti del settore e rompere l’isolamento della provincia.

A dare peso a questa visione è l’anagrafe: gli under 35 rappresentano oggi oltre il 40% del pubblico fisico. È la risposta tangibile di una generazione che le narrazioni dominanti descrivono come apatica o costretta a emigrare, e che invece rivendica luoghi di aggregazione dove costruire un pensiero critico, lontano dalle logiche del mero consumo. Questa vitalità straripante si specchia nei dati digitali: oltre un milione di visualizzazioni complessive, trainate per il 32,3% dalla fascia 25-34 anni su Instagram, varcando i confini nazionali per raggiungere appassionati in Germania, Francia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti. Un fermento che non si spegne con le notti estive, prolungando il suo impatto civile e formativo con iniziative di altissimo profilo, come l’atteso e apprezzatissimo omaggio a Bernardo Bertolucci, che proseguirà a settembre al teatro comunale in stretta collaborazione con la Fondazione dedicata al grande maestro del cinema italiano.

Racconti del Sud dal Sud
Se l’infrastruttura logistica e organizzativa del festival si consolida espandendosi verso il futuro, la sua anima esplorativa e poetica trova la massima e più viscerale espressione nell’indagine cinematografica del territorio. Questo enorme sforzo concettuale si cristallizza nella sezione Apulian Way, un percorso competitivo dedicato a registi capaci di tradurre i paesaggi, i corpi e le comunità del Mezzogiorno in un racconto universale, spietato e nettamente slegato dalle logiche rassicuranti della cartolina turistica. All’interno di questo prezioso contenitore identitario, le voci del vincitore Saverio Cappiello e di Maria Guidone, insignita di una meritata menzione speciale, tracciano due traiettorie stilistiche profondamente complementari per decodificare il Sud contemporaneo, lontane anni luce dalla vecchia, stantia grammatica dell’esaltazione folkloristica.

Saverio Cappiello ha conquistato la sezione con il cortometraggio Camsex, chemsex e una serie di umiliazioni, premiato dalla giuria per aver messo in scena «un modello di mascolinità fragile, insicuro e precario». Il suo sguardo ruvido sventra la narrazione bucolica pugliese per calarsi nelle derive dell’alienazione contemporanea. Il suo cinema rifugge i filtri rassicuranti: «Non credo che l’arte tragga mai beneficio dalla propaganda», riflette il regista. «Quello che vedo nella realtà che vivo e frequento è feroce e, proprio per questo, sincera. Non mi dispiace affatto che i miei film contribuiscano a raccontare una Puglia inedita, lontana dai cliché». Il cuore della sua indagine batte in quei margini urbani che conosce bene, un mondo «fatto di chiaroscuri» in cui «la periferia può essere feroce, ma allo stesso tempo schietta e accogliente». In un’industria che drena irreversibilmente risorse verso le metropoli, il regista riconosce in Vicoli Corti uno dei pochi sogni capaci di sopravvivere: «Dare spazio ai cortometraggi, mostrarne tanti e, soprattutto, educare il pubblico locale a guardarli e a riconoscerne il valore è qualcosa che mi riempie il cuore. Tuttavia, resta un’oasi nel deserto. Tutto il resto fuori da questo è resistenza».

La stessa necessità di evasione e ridefinizione abita l’opera di Maria Guidone con l’ipnotico Frammenti terrestri offerti alla luce. La sua opera respinge il dramma sociale esasperato per esplorare l’immobilismo della provincia attraverso la lente del mito. «Ho un rapporto davvero complesso e ambivalente con la mia terra», ha ammesso la regista. «In Frammenti terrestri offerti alla luce racconto la paralisi e il soffocamento della vita di provincia, così immobilizzante che a volte per scappare hai bisogno di forze che ti trascendono. Così il corpo della protagonista diventa il luogo di un miracolo: sulla sua pelle si compie una metamorfosi che la libera dalla grettezza in cui è immersa. Diventa un animale mitico, una sirena che può andare lontano».

Per Guidone, il folklore a uso turistico non è “settima arte”. «Il cinema deve trasfigurare, raccontare i luoghi restituendone le infinite sfumature di luce», afferma, ricordando attraverso le parole di Richard Wright che la descrizione è in sé un atto politico. La chiave per amare e inquadrare le proprie radici, paradossalmente, risiede nella lontananza. «Ho sempre voluto guardare la mia terra da lontano, aggiungere layers, filtri, pensarla attraverso il prisma del mondo», conclude la regista evocando Proust. «Cerco di mantenere la distanza, il mistero, per amarla più che posso e per raccontarla meglio che so».

di Vincenzo Rizzo (Vincenzo Rizzo)

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