Dal 2006 Short Theatre propone di offrire alla città di Roma un’accurata selezione di performance, concerti, incontri, installazioni e spettacoli. Si tratta del tentativo di proporre linguaggi capaci di scardinare l’ordinario, grazie alla collaborazione con artisti provenienti dalla scena europea ed extraeuropea. Da sempre l’arte contemporanea ha cercato di portare la pratica del “fare arte” al di fuori di quelli che sono i suoi luoghi canonici e Short Theatre propone proprio un programma che tiene conto della contemporaneità e che si inserisce perfettamente nello spazio ospitante.
Dal 5 al 15 settembre si è tenuta la diciannovesima edizione del festival, dedicato alla creazione contemporanea e alle performing arts. Contraddistinta dall’internazionalità, dalla stratificazione dei linguaggi, dal desiderio di incontrare la città e di percorrerne lo spazio attraverso la lente dell’immaginazione artistica questa edizione ha visto la direzione artistica di Piersandra Di Matteo. Negli 11 giorni di programmazione si sono susseguiti oltre 50 progetti, con 40 compagnie provenienti da 13 paesi europei ed extraeuropei dislocati in 10 location disseminate in 5 municipi della città di Roma. La varietà delle performance, che spaziano dalla danza al teatro, dalla musica alle arti visive, riflette un approccio multidisciplinare che invita il pubblico a esplorare la propria soggettività e a partecipare a esperienze immersive. Si tratta non solo di un evento artistico, ma anche un’opportunità di coinvolgimento comunitario. Attraverso la collaborazione con istituzioni locali, come l’Accademia di Belle Arti di Roma e diversi Istituti di Cultura, il festival intende integrarsi nel tessuto sociale della città. Gli eventi sono progettati per stimolare il dialogo e la partecipazione attiva dei cittadini, creando nuove connessioni tra arte e vita urbana.
Quest’anno, l’attraversamento della città ha seguito un itinerario inaspettato, includendo luoghi insoliti e suggestivi, annodando fili con spazi alternativi e reinterpretando il contesto urbano. Progetti come “Cuerpos Celestes” e “Ultraficción” hanno utilizzato l’arte per interrogarsi a proposito dello spazio pubblico e riappropriarsene, rivelando nuove possibilità di interazione e configurazione del senso comune. L’attenzione verso le dinamiche urbane, l’innovazione sociale e la sperimentazione artistica è centrale al festival, che cerca di spalancare nuovi orizzonti di immaginazione tanto nelle arti quanto nelle relazioni politiche e sociali. In quest’ottica, il festival include anche performance dedicate all’accessibilità e alla disabilità, dimostrando un impegno verso l’inclusione e l’equità.
Sia Cuerpos Celestes” e “Ultraficción” sono state curate da El Conde de Torrefiel, compagnia teatrale catalana che si dimostra una delle più rilevanti avanguardie nell’innovazione della drammaturgia contemporanea europea, capace di incorporare nel proprio linguaggio elementi scenici, coreografici, letterari e cinematografici.
Ad aver avuto priorità quest’anno nel progetto è stata la necessità di connettere l’impianto urbano alle realtà che operano culturalmente e socialmente nella città di Roma. L’attenzione verso processi e forme di vita urbane è un tratto necessario per una realtà culturale che vuole essere integralmente trasformativa e innovativa, non a caso il titolo scelto per questa edizione è stato Viscous Porosity, un titolo che vuole rappresentare “una chiamata ad accendere la percezione sull’interconnessione tra le relazioni umane, naturali e sociali, sul contagio e la capacità di trasformazione reciproca; un invito ad allenare la lettura del presente osservandone le criticità, le incongruenze e le forme di dissenso”.
Nel contesto dei fenomeni fisici, la viscosità rappresenta la resistenza di un fluido allo scorrimento: una misura di quanto le molecole siano legate le une alle altre, di quanto siano restie a lasciarsi andare. Al contrario, la porosità indica quanto un materiale sia permeabile, aperto a lasciare che sostanze esterne lo attraversino, che fluiscano all’interno di esso. Applicando queste due idee apparentemente opposte al contesto urbano e all’arte contemporanea, si può immaginare una città che, al tempo stesso, resiste e si lascia pervadere dall’arte.
L’edizione “Viscous Porosity” si è presentata esattamente come un tentativo di giocare su questi concetti: l’arte, come un fluido viscoso, penetra lentamente nelle fessure della città, insinuandosi con insistenza tra le vie, i quartieri, le piazze, trovando spazi porosi in cui attecchire. Una città permeabile non è quella che accoglie passivamente l’arte, ma quella che crea vuoti, spazi di respiro dove l’arte può entrare, mescolarsi e creare nuovi significati. Questo processo è tutt’altro che immediato o semplice; come un fluido viscoso, l’arte contemporanea ha bisogno di tempo per sedimentare, per stabilire connessioni con il contesto sociale e culturale in cui si inserisce.
Gilles Deleuze e Félix Guattari parlavano della città come di un “assemblaggio” di relazioni, un organismo vivo fatto di connessioni che si formano, si dissolvono e si riformano continuamente.Short Theatre sembra incarnare proprio questo tipo di visione: un evento che non si limita a esporre opere d’arte, ma che trasforma gli spazi urbani in un tessuto connettivo che assorbe, filtra e rilascia nuove esperienze artistiche. L’arte contemporanea, in particolare, ha la capacità di rendere evidenti le fratture, i vuoti invisibili della città. Le sue opere, spesso provocatorie o destabilizzanti, costringono i passanti a fermarsi, a guardare con occhi nuovi quello che fino a poco prima sembrava ovvio. Un esempio che rafforza questa idea viene dagli studi di Michel de Certeau, che nel suo celebre “L’invenzione del quotidiano” rifletteva su come i cittadini plasmino la città attraverso pratiche inconsce, piccoli gesti che riorganizzano continuamente lo spazio urbano. Allo stesso modo, le pratiche d’arte contemporanea proposte da Short Theatre possono essere viste come un atto di riappropriazione degli spazi: un intervento che, pur temporaneo, lascia tracce durature nel tessuto urbano.
La città – in occasioni come queste – diventa più di una semplice cornice. Si trasforma in un campo di forze in cui l’arte diventa il mezzo attraverso cui si ridefiniscono i confini tra pubblico e privato, tra visibile e invisibile. Ogni performance o installazione non è un oggetto chiuso in sé, ma un punto di partenza per un dialogo che si diffonde come un fluido nelle strade, nelle conversazioni, negli incontri casuali che prendono forma in luoghi inusuali in una città che assorbe l’arte e la trasforma, creando un ciclo continuo di contaminazione reciproca.
