La violenza di genere come discorso anti-migranti: la retorica della destra

In tutto il mondo i partiti di destra utilizzano la violenza di genere per alimentare stereotipi

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Manca qualche giorno alle 60° elezioni presidenziali negli Stati Uniti, sulle quali gravano un esito quanto mai incerto e un preoccupante carico di implicazioni sul piano della sicurezza internazionale. Anche la campagna elettorale precedente si è rivelata fuori dall’ordinario, culminando nel ritiro di un candidato in seguito al tradizionale confronto televisivo con lo sfidante. Il carattere straordinario di questo caso, senza precedenti nella storia del Paese, ha tuttavia fatto passare in secondo piano un altro elemento peculiare del dibattito.

Prima di andare in onda, Trump ha parlato al telefono con la madre di Jocelyn Nungaray, una ragazza di 12 anni brutalmente uccisa pochi giorni prima a North Houston, in Texas, da due migranti irregolari provenienti dal Venezuela. Durante la diretta, il candidato repubblicano ha poi fatto diverse allusioni alla tragedia, concentrandosi principalmente sullo status legale dei due assassini. «Ci sono state numerose giovani donne uccise dalle stesse persone alle quali lui [Biden] permette di attraversare il confine», ha dichiarato Trump. E ancora: «Questi assassini stanno entrando nel nostro paese e violentando e uccidendo le donne. È terribile».

Sentire Donald Trump, storico portabandiera di un modello culturale machista e patriarcale, utilizzare il tema della violenza di genere come argomento chiave della sua campagna può lasciare interdetti. Eppure le parole del candidato repubblicano rappresentano in realtà un caso meno anomalo di quanto si potrebbe inizialmente pensare.

Lo scorso 17 giugno, alla vigilia delle elezioni che lo vedevano favorito, il leader del partito francese di estrema destra Rassemblement National (RN), Jordan Bardella, ha diffuso sui social un video nel quale proclamava: «domani sarò il primo premier a garantire immancabilmente a ogni donna e ragazza i propri diritti e le proprie libertà». 

Ancora più disorientante è il caso di Alternative für Deutschland (AfD), il partito ultranazionalista tedesco recentemente finito al centro di forti polemiche in seguito alla notizia che diversi suoi esponenti hanno preso parte a una conferenza segreta sulla deportazione degli immigrati. In seguito a questo scandalo, alcuni sostenitori di AfD hanno iniziato a usare lo slogan “Abschiebung sind Frauen-Schutz” (letteralmente “la deportazione protegge le donne”). Anche Alice Wiedel, dirigente del partito, si è espressa più volte nella stessa direzione, sostenendo che «la crisi migratoria è completamente fuori controllo» e affermando che «i crimini compiuti da stranieri sono alle stelle, e questo significa più stupri e più omicidi».

Tuttavia queste affermazioni, sia quelle riguardanti gli Stati Uniti che i Paesi europei presi come esempio, non trovano alcun fondamento nella realtà. Non esistono infatti studi o statistiche che mostrano una correlazione fra l’aumento di persone migranti in un dato paese e la crescita dei casi di violenza di genere. 

Nonostante ciò, questa retorica sembra trovare un terreno molto fertile, soprattutto negli USA: in un sondaggio condotto a maggio dall’agenzia di stampa Reuters in collaborazione con la società di consulenza Ipsos, il 75% degli intervistati ha affermato di vedere gli immigrati irregolari come «una minaccia per la sicurezza pubblica». Per comprendere meglio il successo di questa narrazione politica, ci siamo rivolti a Francesco Antonelli, docente di sociologia generale all’Università degli Studi Roma Tre. 

«Trattandosi del mio ambito di studi, non sono sorpreso da questa tendenza», ha subito detto Antonelli. Mettendo a fuoco una evidente ambivalenza fra le posizioni ultraconservatrici e sessiste di questi partiti e la loro rivendicazione di agire in difesa delle donne, il sociologo definisce tale elemento come una caratteristica intrinseca dell’estrema destra. 

Antonelli delinea quindi un percorso a partire dall’epoca fascista, quando si è affermato l’ideale di portare la civiltà in Africa abolendo la schiavitù delle donne, esemplificato anche dal celebre canto “Faccetta nera. A questo si può anche accostare il caso della Ruhr, una regione tedesca occupata dall’esercito francese dopo la prima guerra mondiale. In questo territorio erano infatti di stanza numerosi soldati francesi provenienti dalle colonie, che il neonato partito nazista additava come una minaccia per le donne del luogo. 

Il tema della difesa della donna è poi tornato a giocare un ruolo chiave nel discorso politico dell’ultradestra dopo il 2015, quando la questione dei migranti è diventata centrale in tutta Europa a causa dell’esodo di massa generato dalla guerra civile siriana. La destra cerca di operare una «tradizionalizzazione della modernità», prosegue Antonelli. «Essa prende i pilastri della società industriale come la famiglia tradizionale e l’industria nazionale e li eleva a valori di riferimento. Fra questi vi è anche l’emancipazione della donna, ma intesa unicamente come libertà civica. In questo modo si crea un paradosso: ergendosi a paladina del femminismo perché difende la sicurezza delle donne, l’ultradestra ne distorce completamente la natura fondamentale di pensiero inclusivo». Questa corrente di pensiero, ricorda il sociologo, è nota come “femonazionalismo”. 

Antonelli sottolinea poi come questa retorica sia maggiormente utilizzata dai partiti di estrema destra europei, in particolare nei paesi del centro-nord, che da quelli italiani. Ciò dipende, secondo lo studioso, da un insieme di fattori di diversa natura. 

Il primo fra questi è la provenienza dei cittadini italiani di origine straniera, per la maggior parte originari dell’Europa orientale e della Cina e non dei paesi di cultura araba, verso i quali viene operata la contrapposizione più netta. Importanti sono poi la mancanza di “quartieri ghetto” nel senso stretto del termine (vale a dire agglomerati urbani dove sono relegate esclusivamente persone appartenenti allo stesso gruppo nazionale, etnico o religioso), piuttosto diffusi invece in altri paesi europei, e l’assenza ad oggi di precedenti storici riguranti attentati terroristici di matrice islamista. Infine, il sociologo ritiene importante anche la minore presa esercitata dal tema dei diritti civili sulla società italiana rispetto ai paesi del nord Europa, dove la storica popolarità dell’argomento conferisce una maggiore rilevanza a tutte le tematiche di attualità legate alla questione di genere.

Allo snaturamento del femminismo operato dalle destre si accompagna poi una simultanea depersonalizzazione del migrante. In una ricerca pubblicata nel 2017, la studiosa statunitense Caitlin Carroll descrive il «mito dell’immigrato violentatore», una retorica nella quale i corpi delle donne bianche sono ritratti come oggetti fragili e bisognosi di protezione contro la violenza sessuale dell’uomo di colore. Carroll si sofferma sul concetto di “mito”, inteso come un «discorso depoliticizzato che rappresenta rapporti di potere nella vita reale senza preoccuparsi di spiegarli», creando così una eccessiva semplificazione di dinamiche complesse.

La retorica derivante dalla combinazione di questi due processi risulta estremamente pericolosa. Da un lato, essa nega l’esistenza di un problema strutturale riguardante la parità e la violenza di genere nella nostra società. L’estrema destra attribuisce infatti il problema interamente alle persone migranti, in particolare a quelli di religione islamica, ignorando completamente l’esistenza di una disuguaglianza profondamente radicata nella cultura occidentale. Dall’altra parte, invece, si crea l’erronea convinzione che l’estrema destra difenda i diritti delle donne.

A questo proposito Carroll ricorda che un elevato numero di donne subiscono abusi percorrendo le rotte migratorie, tradizionalmente dominate da figure maschili dedite alla violenza come scafisti e trafficanti di esseri umani. Un approccio più duro verso i migranti significa quindi la condanna di un numero ancora superiore di donne a questa spaventosa sorte, e la totale mancanza di riguardo dell’estrema destra per queste persone rivela la vera natura del suo discorso come prettamente nazionalista e completamente estraneo al femminismo.

Inoltre, i due partiti europei menzionati all’inizio dell’articolo possono fornire esempi ulteriori del paradosso messo in luce da Antonelli: nel caso di AfD, la già citata parlamentare Alice Weidel è l’unica dirigente donna in una leadership di 14 persone. Per quanto riguarda RN, invece, il partito ha boicottato negli anni innumerevoli disegni di legge inerenti all’emancipazione della donna. Solo per citare alcuni di questi, possiamo ricordarne uno per incrementare le pene nei casi di reato a sfondo sessuale (2018), uno per promuovere l’uguaglianza sul posto di lavoro (2021) e uno per una maggiore rappresentanza femminile nelle cariche pubbliche (2023).

Purtroppo, questa retorica è ancora in grado di raggiungere ampie porzioni della nostra società, grazie a canali di informazione e personalità social che diffondono fake news e messaggi di odio. L’esempio più recente sono i disordini che hanno travolto diverse città dell’Inghilterra all’inizio di agosto in seguito alla strage commessa da un diciassettenne nella cittadina di Southport, vicino Liverpool. In seguito all’aggressione, nella quale tre bambine sono state uccise e altre otto ferite, diversi profili social anche non correlati fra loro hanno diffuso la falsa informazione che l’assassino fosse un estremista islamico, peraltro smentita subito dalle forze dell’ordine. Durante la successiva veglia per le vittime, diversi cittadini hanno preso d’assalto la moschea della città, scontrandosi con la polizia, e i disordini si sono poi allargati a tutto il Paese nella settimana successiva, con un bilancio di 400 arresti e 6.000 agenti antisommossa impiegati per sedare gli scontri.

di Giovanni Benedetti (Giovanni Benedetti)

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