Vicoli Corti: una conversazione con Vincenzo Madaro

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La storia delle periferie nel Mezzogiorno d’Italia è spesso una cronaca dell’abbandono, della rassegnazione o, nel peggiore dei casi, della museificazione turistica. Eppure, esiste un angolo dello Jonio pugliese in cui un gruppo di persone ha scelto di riscrivere questo racconto usando la luce di un proiettore e il bianco di una parete di calce. Vicoli Corti – Cinema di Periferia non è mai stato un semplice festival estivo, una vetrina per riempire il calendario delle serate estive. Fin dal suo primo respiro, è stato una dichiarazione d’indipendenza culturale, un’urgenza nata sul muretto di una piazza semi-abbandonata e cresciuta fino a diventare uno dei presidi culturali più autentici e radicali del Sud Italia.

Quando chiedo a Vincenzo Madaro da quale esigenza profonda sia nato tutto questo, la risposta arriva senza troppi giri di parole: «Da un muretto, una birra e una parete bianca». È il 2004, Madaro ha ventisette anni e è appena rientrato a Massafra dopo gli studi universitari fuori, scontrandosi con il vuoto di una provincia immobile. La genesi del festival è legata a un’idea di riappropriazione quasi fisica dello spazio, ma soprattutto alla gestione collettiva di uno stato d’animo: «Davanti alla mancanza di stimoli, l’unica soluzione era crearseli da soli – racconta – le idee migliori nascono sul muretto, perché lì condividi la cosa più importante: condividi la noia. Quando la rompi, inneschi un processo».

Il luogo di quell’innesco fu Piazza Santi Medici. Oggi parzialmente gentrificata, all’inizio degli anni Duemila era un’appendice del centro storico scivolata nel margine, un luogo abbandonato a se stesso affacciato sulla gravina. In quel contrasto stridente tra il degrado e la bellezza naturale della roccia, la parete incalcinata di una casa divenne d’impatto una tela. L’intuizione fu immediata: «Ci siamo detti: proiettiamo dei film. Ma invece del cineforum, abbiamo pensato a un concorso di cortometraggi». Il nome, Vicoli Corti, giocava con un rimando alle caselle del Monopoli e con la geografia reale del posto, accessibile solo attraverso tre viuzze strettissime. Corti come quei vicoli, corti come le opere da proiettare.

L’esordio del 2004 appartiene a un’archeologia tecnologica che oggi fa sorridere. Senza social network e con internet ancora primitivo, la gestione era tutta offline. «Era un festival super artigianale», ammette Madaro. «Mettevamo le locandine sotto il braccio e andavamo nei bar dei paesi vicini e nei lidi ad attaccarle. I bandi venivano spediti per raccomandata ai DAMS e alle accademie d’arte; i registi rispondevano spedendo plichi con dentro i DVD o i Mini-DV, la scheda d’iscrizione compilata a mano e la banconota da dieci euro infilata nella busta come quota d’iscrizione».

Eppure, dentro quella prima edizione imbastita grazie a una rete informale di amici che regalavano stanze per ospitare gli autori, c’era già una strana chiaroveggenza. In concorso c’erano i primissimi lavori di Giacomo Abruzzese e Alessandro Aronadio, registi allora sconosciuti e oggi affermati nel cinema d’autore. «Diciamo sempre che Vicoli porta fortuna», sorride Vincenzo. «Forse c’entra l’esoterismo di Massafra: quella piazza era storicamente il quartiere dei magiari, dei maghi. Chissà, magari quell’energia si è trasferita sui lavori di chi è passato da qui».

Dopo un anno di pausa nel 2005 per far fronte alle difficoltà economiche, il festival ha ripreso la sua corsa, trovando nel 2010 la sua struttura matura. Le sezioni si sono allargate ai diritti umani, al lavoro e alla biodiversità grazie a partner come Amnesty International, CGIL e Slow Food. Ma il vero salto di qualità di Vicoli Corti è stato il passaggio da scommessa spontanea a cantiere culturale strutturato, un percorso che negli anni ha saputo costruire passo dopo passo la propria credibilità.

Un festival come Vicoli Corti, infatti, non è mai stato una semplice manifestazione di pochi giorni, ma un progetto complesso e permanente che genera ricadute culturali, sociali ed economiche su un intero territorio. La sfida principale per realtà nate dal basso risiede proprio nella capacità delle amministrazioni locali di cogliere questa portata strategica nel medio e lungo periodo: l’attitudine a creare partecipazione, valorizzare i luoghi, costruire comunità e raccontare una città attraverso uno sguardo inedito. Quando questa consapevolezza matura e le istituzioni scelgono di investire con continuità e visione, la cultura smette di essere percepita come una semplice voce di spesa per diventare un volano di crescita condiviso. Quando questa sensibilità manca, invece, il rischio è che iniziative di valore vengano semplicemente sopportate anziché realmente sostenute.

Questa cura rigorosa, ritrovata e affinata appieno nelle edizioni al Castello Medievale e oggi nella nuova dimensione del Parco Madre Teresa di Calcutta, si riflette nel rispetto per l’opera e per uno spettatore finalmente sottratto alla calca distratta della piazza, garantendo un’esperienza di visione impeccabile. Non a caso, molto pubblico arriva ormai anche da fuori provincia, richiamato da una proposta che mette al centro il valore autentico del cinema d’autore.

Il focus sul cinema di periferia ha dovuto poi fare i conti con le profonde mutazioni della Puglia, investita da una narrazione turistica spinta che rischia di trasformare i centri storici in scenografie vuote. Contro la fretta di allinearsi al cliché da cartolina social, la posizione di Madaro è nettissima: «C’è questa tendenza a voler emulare sempre qualcos’altro, tutti a chiederci perché non diventiamo come Locorotondo. La verità è che noi siamo diversi, e a me quel modello, da villaggio dei Puffi, non piace più. C’è la smania di appendere centrini o ombrelli pur di compiacere il turista. Bisogna lavorare per sottrazione, ripulire e lasciare che la bellezza naturale delle gravine emerga da sola».

È per sfuggire a questa deriva e assecondare un progetto che oggi muove circa quaranta persone tra staff e volontari, che il festival ha iniziato a migrare. Dalla piazza antica al Castello Medievale, fino all’approdo recente nel Parco Madre Teresa di Calcutta. Una scelta che sposta fisicamente lo schermo nel cuore della periferia residenziale di Massafra, tra palazzine popolari e complessi signorili, trasformando un parco di solito vuoto in un cantiere di progettazione partecipata insieme al comitato di quartiere.

Perché il cinema, per Vicoli Corti, non è mai stato una parentesi estiva. In una città in cui le sale commerciali hanno chiuso da anni, l’associazione Il Serraglio ha risposto creando la sala permanente del Piccolo Cinema Pricò al Teatro Comunale, dove prende vita una fitta programmazione invernale. È da lì che parte il Progetto Pricò rivolto alle scuole, che coinvolge oltre 2000 studenti della provincia ionica tra laboratori di sceneggiatura, masterclass di regia e proiezioni accessibili pensate per bambini con spettro autistico, affiancate al lavoro nelle biblioteche e nelle carceri.

«Quello che ci manca a Massafra è ottenere uno spazio pubblico da gestire in modo continuativo», ammette Madaro, rimarcando il ritardo di una classe politica che fatica a cogliere il valore strategico della cultura autonoma. Ma il festival guarda comunque oltre, consolidando una dimensione internazionale fatta di scouting, anteprime ed estendendo la sua azione alle residenze artistiche.

L’impronta civile rimane la bussola di tutto: dalle giornate sui diritti umani con Amnesty International a venticinque anni dal G8 di Genova, fino alla risonorizzazione dal vivo in chiave elettronica di perle del muto come La guerra e il sogno di Momi (1917) o alle grandi retrospettive dedicate a Bernardo Bertolucci. «Scegliere Bertolucci oggi significa parlare di antifascismo e di conflitti di classe, temi di un’attualità bruciante», conclude Vincenzo. «Non cerchiamo i tappeti rossi o i formalismi dei dress code, ma vogliamo continuare a essere un presidio di libertà, una carezza e uno stimolo per chiunque scelga di non rassegnarsi al vuoto del proprio margine».

di Vincenzo Rizzo (Vincenzo Rizzo)

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