A Vicenza tra i boschi occupati contro la Tav: un reportage

A inizio maggio due boschi di Vicenza sono stati occupati contro un progetto di linea alta velocità

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Scendo dal treno: fermata Vicenza. All’uscita della stazione sbuco di fronte a un grande viale che trapassa Campo Marzo per lungo. Lo percorro e in pochi minuti mi lascio il parco alle spalle. Mi inoltro nel cuore della città. Tiro dritto sotto il sole dell’asfissiante estate padana, attraverso il trafficato quartiere di San Felice e in una decina di minuti raggiungo l’imbocco del quartiere Ferrovieri.

Svolto a sinistra e mi accorgo subito che l’ambiente attorno a me è cambiato rispetto a prima. Case e vecchi edifici si abbracciano e si incastrano occupando ogni singolo centimetro di spazio disponibile; una scuola e al suo ingresso un gruppo di liceali – le uniche persone che incontro in questa terra di mezzo.

Infine, una passerella che scavalca la ferrovia, un punto panoramico perfetto per osservare ciò che di questa città verrà probabilmente spazzato via. Gli edifici che costeggiano i binari dovrebbero infatti essere demoliti per lasciare spazio alla costruzione di una nuova coppia di binari.

È il cosiddetto sdoppiamento dei binari previsto dal progetto Tav a Vicenza, che si inserisce nel progetto alta velocità/alta capacità Torino-Milano-Venezia. I lavori che interessano Vicenza sono stati divisi in tre parti, che in gergo tecnico si dicono lotti

La seconda parte, che sul sito del progetto viene denominata «attraversamento di Vicenza», è quella che riguarda il quartiere dove mi trovo. Consiste nella costruzione di 6,2 chilometri di binari attraverso il Comune per un costo di oltre 2 miliardi di euro. La realizzazione, ad opera della società Iricav Due, impiegherà almeno 9 anni di lavoro in cui la città sarà costellata di circa 20 cantieri e comporterà la demolizione di 35 edifici con annesso esproprio di 200 famiglie, oltre l’abbattimento di 50.000 metri quadrati di aree verdi. 

Tra gli spazi verdi che saranno abbattuti ci sono il bosco Lanerossi e il bosco Ca’ Alte. Qui ci sono da mesi gruppi di persone e attivisti che lottano per preservarli.

I boschi

Entrambi i boschi si trovano nel quartiere Ferrovieri, ai due lati opposti del bivio che si incontra scendendo dalla passerella che passa sopra i binari. Il primo bosco che vado a vedere è il bosco Lanerossi. Lungo la strada non incontro nessuno, le serrande delle abitazioni sono abbassate e il silenzio è rotto solamente dal canto delle cicale. 

L’afa di mezzogiorno vieta a chiunque di uscire di casa. Proseguo dritto senza navigatore: ad indicarmi la strada è il susseguirsi di bandiere No Tav appese ai balconi delle case e affisse alle finestre dei negozi. Quando arrivo alla fine della via incontro un gruppo di persone che stanno uscendo dall’edificio del centro sociale Bocciodromo. 

 

«Anna sei tu?», mi sento chiamare. 

 

Sono Elena Guerra e Marco Zilio, membri dell’Assemblea del bosco Lanerossi. Avevamo appuntamento all’ingresso del bosco che scopro essere proprio qui, di fianco al centro sociale. Io e Marco iniziamo ad addentrarci. Camminiamo sotto l’ombra dei gelsi, ci inoltriamo nel boschetto di pioppi e  circondiamo il monumentale esemplare di Liquidambar. Nel mentre, Marco mi racconta la storia di questo luogo. 

Il bosco Lanerossi è un bosco che si estende per circa 11 mila metri quadri sviluppatosi negli ultimi trent’anni in modo spontaneo sul suolo del parco abbandonato della fabbrica Lanerossi, chiusa ufficialmente nel 1994. «La maggior parte del parco era coperta di terra battuta e cemento con alcune piante ornamentali. Queste hanno creato consociazioni con piante autoctone e hanno coperto il cemento con un substrato vitale. Le radici si sono sviluppate in verticale tra pianta e pianta per far sì che la vita si potesse sviluppare anche in presenza di un suolo non fertile», spiega Marco. 

Per la restante parte si tratta di un bosco autoctono di piante giovani di 30 anni tra le quali è già possibile camminare godendo del fresco. Marco mi spiega che all’interno del bosco sono presenti in tutto 80 specie di piante di cui 30 specie arboree: una biodiversità vasta e tale da renderlo capace di adattarsi ai cambiamenti climatici e ad altri tipi di attacchi. «Beh, sicuramente non alle ruspe di Iricav Due, che andrebbero a radere al suolo tutto, ma per quello proviamo a dargli una mano noi», scherza. 

I lavori di cantierizzazione sarebbero dovuti iniziare tra aprile, maggio e giugno: il bosco Lanerossi e il bosco Ca’ Alte dovevano essere spianati e se ne doveva fare la bonifica bellica per rendere operativi i cantieri entro settembre. Ad oggi i lavori di cantierizzazione non sono ancora iniziati.

Il 3 maggio il bosco Lanerossi è stato occupato dai cittadini e dalle cittadine di Vicenza e dai membri di decine di enti e di associazioni. Insieme hanno attivato sistemi di difesa e di protezione del bosco: orti, barricate, casette e  piattaforme sulle quali l’intenzione è quella di stare per impedire che gli alberi vengano abbattuti. Marco mi mostra la tecnica di arrampicata sugli alberi insegnata loro da un gruppo di ragazzi. La definisce una tecnica “democratica” per la sua accessibilità: non richiede l’utilizzo di una grande forza fisica ma solo un po’ di pratica e dei buoni nodi. «Non hai rischio di cadere: una volta che hai fatto bene i nodi, ti tengono. Uno per il piede, uno per la vita».

Marco mi spiega che il progetto Tav a Vicenza è sempre stato criticato ma che i numeri sul consumo del suolo e sugli effetti della cementificazione sono diventati concreti nel momento in cui i boschi sono stati aperti e attraversati. «Ora è arrivato il momento di difendere i boschi e denunciare l’insostenibilità ambientale ed economica del progetto. (…) Questi boschi danno benefici alla città assorbendo CO2. Ora dovrebbero essere abbattuti per fare spazio a due grandi cantieri con lavorazioni industriali del cemento, producendo ancora più inquinamento». 

Polveri sottili e PFAS

Secondo l’Associazione Medici per l’Ambiente ISDE il progetto Tav a Vicenza rappresenta un «disastro ambientale e sanitario» che espone i cittadini e le cittadine di Vicenza a gravi rischi per la salute. Nel report Mal d’Aria pubblicato nel 2024, l’aggiornamento annuale di Legambiente sull’inquinamento atmosferico delle città italiane, Vicenza risulta essere tra le 18 città in cui, nel 2023, la concentrazione media della polvere sottile PM10 ha superato la soglia di 50 microgrammi per metro cubo per più di 35 giorni, tempo limite oltre il quale si viola la normativa vigente in materia. 

Solo nel mese di gennaio 2024, a Vicenza la soglia di 50 microgrammi per metro cubo è stata superata per 18 giorni. La correlazione accertata tra un’elevata concentrazione di polveri sottili e l’aumento della mortalità e dei ricoveri ospedalieri per malattie cardiache e respiratorie preoccupa associazioni, esperti e medici rispetto alle conseguenze del progetto Tav sulla salute dei cittadini e delle cittadine di Vicenza. 

Il problema delle polveri sottili si lega ad un’altra questione critica: la contaminazione da PFAS delle falde acquifere di Vicenza Ovest, ovvero la zona in cui avranno inizio i lavori. I PFAS sono sostanze con documentati effetti nocivi sulla salute: l’esposizione prolungata ai PFAS è associata all’insorgenza di tumori, di infertilità maschile e di malattie riproduttive per le donne. I cantieri Tav consumeranno circa 360 mila litri di acqua al giorno ma il progetto definitivo non specifica da dove verrà presa tutta questa quantità d’acqua. 

A marzo 2024 il Coordinamento salute, ambiente, territorio (CAST) ha presentato una diffida al Comune e alla Provincia di Vicenza e alla Regione Veneto chiedendo che venga monitorato l’operato di Iricav Due. Il CAST ha denunciato la mancanza di valutazioni da parte dell’azienda circa il possibile aggravamento della contaminazione da PFAS a causa dei lavori Tav. Le trivellazioni potrebbero, infatti, mettere in comunicazione falde inquinate con falde non inquinate ed «esiste il concreto rischio che l’inquinamento da PFAS venga trasferito dalle acque utilizzate nei lavori di cantieri all’atmosfera», come si legge nel testo della diffida. 

Le preoccupazioni di associazioni e popolazione locale per gli effetti negativi del progetto Tav non si fermano all’inquinamento atmosferico e ai rischi per la salute. Per almeno 9 anni in tutto il centro urbano di Vicenza saranno costantemente operativi cantieri che sconvolgeranno la viabilità e il paesaggio, contribuendo inoltre alla produzione di inquinamento acustico. 

Marco mi spiega che una previsione del possibile impatto del progetto Tav è visibile a pochi chilometri da Vicenza. «Altavilla è un paese alle porte di Vicenza dove si lavora giorno e notte con martelli pneumatici lungo la ferrovia e in altre zone, e dove sono stati chiusi ponti creando disagi alla viabilità. Avviare un progetto mastodontico come quello che è previsto qua a Vicenza, una città piccola e già stipata dal traffico, avrà degli effetti catastrofici ed esponenzialmente più gravi di quello che abbiamo visto in provincia».

Marco sostiene che sia importante che questo tema venga portato in città attraverso manifestazioni e iniziative affinché sempre più persone si mobilitino a difesa dei boschi. Mi racconta che il 30 maggio è stata organizzata una fiaccolata di protesta contro la cantierizzazione dei boschi. «Quando lanci una manifestazione a fine maggio e sotto il diluvio universale partecipano tra le 500 e 600 persone, sia della città che del quartiere, questo ti fa dire che la città probabilmente sta notando il patrimonio collettivo e bene comune che c’è qua» dice.

La fiaccolata del 30 maggio partiva dal bosco Lanerossi e arrivava al bosco Ca’ Alte. Seguo lo stesso percorso e raggiungo Ca’ Alte, dove vengo accolta da Elena. Al mio arrivo sta passando il decespugliatore per preparare lo spazio che ospiterà il mercato della mattina seguente. Mi inoltro nel bosco: le casette e le piattaforme sono costruite ancora più in alto di quelle del bosco Lanerossi. 

L’area di Ca’ Altesi si estende fino alla sponda del fiume Retrone: qui la zona è delimitata dalle reti arancioni apposte da Iricav Due. «I primi di maggio sono venuti a mettere le reti nell’area di Ca’ Alte per iniziare la bonifica bellica e i lavori. Noi molto tranquillamente abbiamo tirato giù le reti, le abbiamo impacchettate e riportate alla sede di Iricav in quanto c’è un ricorso al Tar del Lazio in corso e, anche se non ha sospensiva, secondo noi non è il caso di iniziare i lavori finché il ricorso è in atto», racconta.  

Il ricorso a cui fa riferimento Elena risale a dicembre del 2023 ed è stato depositato dall’associazione Italia Nostra con lo scopo di far annullare il progetto. Italia Nostra considera il progetto illegittimo in quanto incompleto e non conforme «alle norme europee e nazionali che obbligano a rispettare il principio di non arrecare danno significativo all’ambiente per le opere pubbliche (…) finanziate attraverso il fondo Complementare al PNRR come questo progetto». 

Elena sottolinea l’importanza di mettere al centro la questione dei boschi in città, soprattutto a fronte della cecità delle istituzioni. «Hanno detto che alla fine dei lavori cercheranno di ripristinare le aree boschive con delle compensazioni, per cui per ogni albero abbattuto ne ripianteranno sette. Le piantumazioni artificiali prevedono di ripiantare 4 specie vegetali contro le 80 che stiamo andando ad abbattere. Queste non sono compensazioni. Questa è fuffa, è un tentativo di greenwashing e non è accettabile». 

Il sindaco di Vicenza Giacomo Possamai (PD) ha dichiarato più volte, sia in campagna elettorale che nel corso del suo mandato, di non poter e non voler fermare il progetto Tav e di voler piuttosto lavorare affinché vengano fatte modifiche che mitighino l’impatto del progetto sulla città. Attiviste e attivisti No Tav chiedono una presa di posizione più coraggiosa da parte delle istituzioni e che queste si dimostrino pronte a difendere la città. 

Elena mi racconta che da quando il bosco Lanerossi e il bosco Ca’ Alte sono stati aperti, la solidarietà rispetto alla causa No Tav e il movimento stesso sono cresciuti. 

«La risposta della città è stata bellissima. Il primo mese di apertura sono passate migliaia  di persone. Questo perché il bosco fa da aggancio ad una persona che vede il verde e poi di quel verde s’innamora. Allora hai la possibilità di aprire un dialogo e spiegare cosa succederà. A quel punto diventa tangibile quale sarà l’effetto del progetto Tav per chi vive a Vicenza. (…) Ora tutti si mobilitano. La signora qua di fianco ogni due giorni scende e viene a dare da bere all’orto collettivo. Se passa qualcuno che potrebbe essere sospetto, tipo Iricav che viene ad abbattere il bosco, partono subito dal bar e girano una serie di telefonate che sembra di essere al Grande Fratello», spiega Elena. 

La comunità di Vicenza che si oppone al progetto Tav ne chiede la sospensione e la valutazione di alternative che tengano in considerazione le esigenze della cittadinanza. Tra queste c’è l’opzione zero: prevede la non realizzazione della nuova linea ferroviaria e l’applicazione di sistemi tecnologici sui binari già esistenti, così da aumentarne la capacità di trasporto evitando di cementificare e inquinare ulteriormente la città di Vicenza.

I boschi di Vicenza, gli alberi e gli animali che li abitano continuano a resistere protetti da una comunità che cresce ogni giorno. Dal 6 all’8 settembre il bosco Lanerossi e il bosco Ca’ Alte saranno sede del Venice Climate Camp. Quest’anno il campeggio si sposta a Vicenza, «un Altrove in cui mettere radici e creare consociazioni tra persone, esattamente come fanno le piante che stiamo difendendo».

di Anna Bonzanino (Anna Bonzanino)

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