All’uscita dalla stazione dei treni di Kyiv, ti aggrediscono i simboli di una città-manifesto: la troneggiante insegna di un McDonald’s che si arrampica sulla facciata di un palazzo; poco più in là, dall’altra parte della strada, il blocco di cemento di un KFC già affollato di prima mattina. In mezzo, un chiosco di bibite ricoperto da pubblicità della Coca Cola, quasi a far da paciere tra i due mastodontici rivali.
A diverse migliaia di chilometri, cancellerie dai diversi angoli del globo sono riunite per celebrare i 75 anni della NATO. Tra i punti discussi, un posto di primo piano lo occupa la situazione in Ucraina: mentre attraversiamo i grandi viali incastonati tra grattacieli scintillanti, i leader riuniti a Washington ribadiscono il loro impegno a supportare l’Ucraina nella sua guerra contro l’aggressore russo, e rimarcano come il futuro di Kyiv sia all’interno del Patto. Ѐ una questione di tempo.
Ma ovunque la città sfoggia i vessilli di un avvicinamento già realizzato: monumenti e installazioni in cui l’Alleanza atlantica viene raffigurata ora come un ombrello che ripara una giovane dalle intemperie, ora come una stella al centro della quale orbitano alternativamente i drappi ucraino e dell’Unione europea.
La capitale di una nazione in formazione
Come rivela il sondaggio pubblicato nel luglio 2024 dallo European Council on Foreign Relations (ECFR), il 45% degli ucraini ritiene che il fattore determinante la sovranità del proprio Paese sia l’autonoma scelta delle proprie alleanze geopolitiche. Più nello specifico, il perseguimento dell’ingresso nell’Unione Europea e nella NATO, ancor più che la riconquista dell’integrità territoriale, se questa dovesse comportare la neutralità e la demilitarizzazione.
Come in una grande illusione collettiva le ruote che sfrecciano sull’asfalto, i caffè affollati, i boulevard in fiore offuscano il ricordo della guerra in corso. Ma le foto incorniciate dei caduti che riempiono i memorial sovrappopolati ricuciono la distanza che separa la capitale dal fronte, e restituiscono un’immagine più concreta della posta in gioco in una nazione che nel conflitto ha ritrovato una portentosa forza aggregante.
Una forza composita, che pesca, da un lato, da un nazionalismo identitario rivitalizzato dall’epifania dell’invasore: con l’esercito nemico alle porte della capitale, la narrazione ucraina può far leva sull’idea di uno scontro storico contro la Russia, che va avanti dai tempi del processo di allontanamento dalla sfera sovietica negli anni ‘90.
Dall’altro, questa forza attinge dalla sperimentazione di un neoliberismo economico che si riflette, in una parte della capitale, nei costumi, nell’aspetto urbano, nelle forme di sviluppo e di emarginazione. Il combinato congiunto di questi elementi è esattamente quel fattore di omogeneizzazione che sta definendo la nazione ucraina.
Tra le macerie dell’ospedale pediatrico di Okhmatdyt, bombardato all’inizio della settimana del vertice con un attacco in pieno giorno, Serhii Chernyshuk non sembra avere dubbi: l’unica soluzione possibile, per il primario del reparto di medicina e terapia intensiva, è la vittoria. E la vittoria si conquista con le armi.
Dentro la voce del medico ci sono anche quelle del 58% di suoi connazionali che ritengono che la guerra finirà con un successo militare dell’Ucraina. Un numero che sale al 70% di fronte alla possibilità di ricevere nuovi armamenti dagli alleati occidentali, secondo il sondaggio dell’ ECFR. Ciò che resta da capire è di che vittoria si possa parlare. E a vantaggio di chi.
Chi soffia sulla guerra
«Quello dove siete è un luogo sacro». Joshua, Capitano dell’esercito statunitense, lascia sfogare i ricordi di quelle lunghe giornate del febbraio 2022, quando l’esercito russo premeva con una manovra a tenaglia alle porte di Kyiv. C’era anche lui, e proprio qui, tra i corridoi di marmo dell’Hotel Ukrajina, vede ancora i “suoi” uomini ammassati, feriti o morenti.
Sebbene gli USA non inviino formalmente truppe a combattere sul fronte ucraino, è nota la presenza di “consiglieri militari” dell’esercito a stelle e strisce nel territorio, come dichiarato, tra gli altri, da esponenti del Pentagono su Politico; e di addestratori che supportano l’esercito ucraino, come ammette lo stesso Dipartimento della Difesa statunitense.
Soldati che, dalla consulenza tattica, in alcuni casi sono passati ad una vera e propria condivisione di prospettiva politica con i reparti del Paese del grano, come sembra suggerire il Capitano, alle soglie della pensione. Fino al punto di sentirsi parte di una stessa battaglia per «quel mondo libero che noi tutti, ucraini e russi compresi, sogniamo».
Quasi a far da eco alle sue parole, ai piedi della colonna che sorregge la statua di Berehynia al centro di Piazza dell’Indipendenza, sventolano le bandiere statunitensi nel memorial per i caduti della guerra di ampia scala iniziata nel 2022.
In queste stesse ore, nel vertice di Washington viene ribadito – come poi verrà scritto nero su bianco nel comunicato ufficiale del summit – che «il futuro dell’Ucraina è nella NATO». Per il presente, sono previste diverse iniziative di supporto militare e di intelligence volte ad «approfondire la partnership» già esistente tra l’organizzazione del Patto atlantico e Kyiv.
Poco importa, al momento, se le dichiarazioni sull’ingresso formale nell’alleanza troveranno effettivo riscontro in futuro: già oggi il ruolo che esse giocano per il sostegno al morale ucraino e per l’allerta ai quadri russi è pienamente parte delle strategie belliche. Con l’obiettivo esplicito di contribuire alla vittoria sul campo. Ma qual è il prezzo che gli ucraini sono disposti a pagare, pur di ottenere questa vittoria?
La protezione della NATO – che è protezione del suo membro statunitense in primis, come dimostrano le quote di budget e di personale impiegate nell’alleanza rilevate da USA Today – è argomento divisivo: metà della popolazione intervistata per il già citato sondaggio dell’ECFR è preoccupata dalla possibilità che gli USA trattino con la Russia senza coinvolgere il governo ucraino, mentre l’altra metà giudica remota questa opzione. In ogni caso, l’importanza e la percepita raggiungibilità della vittoria militare mettono d’accordo le parti e aiutano a dissipare ogni dubbio sull’apporto dell’alleato a stelle e strisce.
Resta da vedere se e come il fattore elezioni negli Stati Uniti modificherà gli animi degli ucraini. E dei soldati nordamericani già coinvolti nel conflitto. «Se oggi ci fosse Reagan alla Casa Bianca, alzerebbe la cornetta e metterebbe fine a questa guerra infame», chiosa Joshua, con disprezzo.
Chi approfitta della guerra
Due anni fa, a due mesi dall’inizio dell’offensiva su ampia scala in Ucraina, stupiva la velocità con cui si procedeva alla ricostruzione. Non solo i ponti bombardati, le autostrade crivellate dai colpi di mortaio, ma anche le abitazioni, le aree verdi bruciacchiate, le sedi delle amministrazioni locali: tutto intorno alla capitale era un brulicare di ruspe e operai al lavoro.
Nel febbraio 2023, la Banca mondiale stimava a 411 miliardi di dollari spalmati su 10 anni il costo della ricostruzione. Il costo era stato calcolato sulla base dei danni provocati fino a quel momento dalla guerra. Meno di un anno dopo, nel dicembre 2023, la cifra aveva già raggiunto i 486 miliardi. I settori chiave: gli edifici a uso abitativo, le infrastrutture di trasporto, gli impianti energetici, le strutture di servizio alla persona. Un grave danno lo ha subito anche l’agricoltura, settore trainante dell’economia ucraina.
I costi delle forniture militari lasciano supporre un investimento di lungo termine nella difesa dell’Ucraina: al 30 aprile 2024 il peso degli aiuti bellici sulle casse pubbliche europee e statunitensi era rispettivamente di 47 e di 50 miliardi di euro circa secondo il Kiel Institute. Sono numeri che non sembrano destinati a crollare, visto il recente impegno per un sostegno di lungo termine da 40 miliardi di euro che i leader NATO intendono destinare al sostegno della difesa di Kyiv. Cifre che avvalorano la tesi di associazioni e altri osservatori che sostengono che sia già in corso una guerra per procura nelle terre bagnate dal Dnipro.
Ma quanto a lungo potranno gravare questi numeri sulle finanze degli Stati occidentali? Già da tempo alcuni colossi industriali europei hanno mostrato interesse nei confronti del promettente mercato ucraino delle ricostruzioni. Diversi governi hanno in studio disegni di legge per garantire gli investimenti privati provenienti dal proprio territorio e diretti in Ucraina, come è emerso in un’inchiesta di Wired dell’agosto 2023 .
Con interi settori produttivi piegati dai bombardamenti e dall’economia di guerra, un patrimonio materiale devastato e la necessità di rispondere tempestivamente ai bisogni abitativi e di movimento della popolazione, il riversarsi di investimenti europei nel Paese comporta un rischio non trascurabile. Ne parla, ad esempio, Alessandro Parente sulle pagine de Il Fatto Quotidiano, evidenziando il pericolo già attuale che le decine di miliardi di dollari in aiuti umanitari e allo sviluppo giunte dal febbraio del 2022 generino una dipendenza indotta dell’economia ucraina dal capitale estero.
Le conseguenze non solo per il mercato del lavoro, ma per lo stesso aspetto delle città ucraine sono concrete. Lo sottolinea Dasha, giovane attivista che incontriamo nel nuovo hub che l’organizzazione “Repair Together” ha aperto nella capitale ucraina. Insieme ad altre ragazze e ragazzi internazionali, si occupa della ristrutturazione delle cittadine distrutte dalla guerra attraverso l’organizzazione di campi di volontariato: «ogni giorno vediamo sparire edifici storici in città [a Kyiv, ndr] per far posto a catene di negozi, uffici di grandi aziende. Noi ci battiamo per difendere la nostra storia, non per questi grandi palazzoni».
Benedetti dalla guerra
Riguardando la foto scattata al Capitano Joshua, spicca un particolare di cui non ci eravamo accorti nel corso del nostro breve colloquio. In alto, sulla spalla destra della giacca, risalta una patch con due bande rosso-nere orizzontali.
È il simbolo dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (Upa), un gruppo paramilitare che ha visto molti dei suoi reparti collaborare con gli occupanti nazisti, partecipando anche allo sterminio degli ebrei ucraini e dei polacchi presenti sul confine. Oggi viene ripreso da diversi raggruppamenti e brigate ultranazionaliste attive nel Paese, come l’Una e il Pravyj Sektor.
Di fatto, nella storia recente del Paese i gruppi ultranazionalisti hanno giocato un ruolo di primo piano nel confronto per l’affermazione dell’Ucraina fuori dall’orbita sovietica e post-sovietica, “sporcandosi le mani” prima durante le proteste di “Euromaidan” del 2014, poi, a partire dallo stesso anno, contro i separatisti filo-russi del Donbass, ben prima della fase del conflitto inaugurata nel 2022 con l’invasione russa. Questa intraprendenza ha consegnato loro spazi di egemonia ad esempio in ambito militare, dove gruppi come il battaglione Azov, movimento neonazista ed ultranazionalista formato all’inizio della guerra nel Donbas, sono stati pienamente integrati nell’esercito ucraino. Ma anche e soprattutto nel dibattito pubblico che sta costruendo l’immagine della nazione e la cultura patriottica della nuova Ucraina.
Al centro di piazza San Michele, che fu ribattezzata “piazza sovietica” negli anni ‘60 per riacquisire il suo toponimo ottocentesco dopo lo smantellamento dell’URSS, un soldato scorta sparuti gruppi di curiosi tra le carcasse arrugginite dei veicoli conquistati all’esercito russo dal 2022. Si aggira raccontando le vicende dietro a ciascuno dei pezzi della collezione, offre dei braccialetti giallo-blu in cambio di qualche moneta per arrotondare la pensione di invalidità. Da qualche mese ha compiuto 35 anni.
Come lui, un’intera generazione si sta formando nella guerra: al fronte, sul campo di battaglia, dove si aggrappa allo spirito cameratesco che unisce chi rischia ogni giorno di morire; in città, a “casa”, l’altro fronte della guerra dove l’arma più importante è il morale diffuso della società.
In entrambi i casi, i gruppi dell’estrema destra ucraina guadagnano terreno, alfieri della resistenza patriottica contro il russo aggressore: un’egemonia riconosciuta pubblicamente già dal 2010, quando l’allora Presidente filo-atlantista Juscenko nominò, postumi, i leader dell’Upa Bandera e Sukhevyc “Eroi dell’Ucraina”.
La stessa tendenza è stata confermata da Zelenskyj, che ha insignito dello stesso titolo Dmytro Kocubajlo, del Pravyj Sektor. Episodi, questi, che rappresentano unq continuità nel rapporto tra i vertici istituzionali del potere e i movimenti estremisti ucraini.
Come sottolineano diverse analisi, la scalata delle estreme destre all’interno del sistema politico ucraino non va misurata tanto in termini elettorali, visti i miseri risultati accumulati nella varie tornate dalle formazioni sopra citate. Piuttosto va misurata nei termini della capacità che hanno avuto e che hanno ancora oggi di imprimere una direzione al governo dei processi trasformativi del Paese, determinandone lo spirito.
Nella parte nord di Kyiv, nel quartiere di Podil, c’è un mercato comunale recentemente al centro di un tentativo di privatizzazione. Si è formato un comitato che si oppone alla cosa. I commercianti sono quasi solo donne e uomini anziani, le facce illuminate dalle lampadine di emergenza attive durante i sempre più frequenti tagli all’elettricità. Appena proviamo a rivolgere loro qualche domanda, due militari in divisa sbucano alle nostre spalle e si mettono ad ascoltare, a seguirci quando ci spostiamo, fino ad accompagnarci all’uscita.
Il livello di controllo sulla libertà di espressione e sulla libertà di stampa, in città come nel resto del Paese, è molto alto, e teso ad assicurare che la narrazione condivisa sul conflitto in corso sia quella stabilita come “ufficiale”.
In questo senso vanno interpretate diverse misure varate dal governo di Zelenskyj a partire dai primi mesi di guerra: la centralizzazione dell’informazione in un unico canale televisivo statale, accompagnata da una censura sui libri e addirittura sulla musica di autori russi; la messa al bando di 11 partiti accusati di essere filo-russi o anti-patriottici; la stretta sull’uso delle lingue non-ucraine nelle trasmissioni, sulla stampa, nelle comunicazioni istituzionali (rafforzando l’applicazione della legge n.5670-d del 2019); la proibizione delle letture che descrivano l’attuale conflitto come una “guerra civile interna”, e l’obbligo di parlarne solo nei termini di una “aggressione russa” anche in riferimento alla ben più complessa situazione nel Donbas (legge n. 2110-IX del marzo 2022).
Tutti provvedimenti volti a rafforzare il fronte interno, la cui promulgazione per mezzo di decreti governativi segue in parallelo il processo di progressivo accomodamento del Presidente alle parole d’ordine di gruppi ultranazionalisti come Azov, come studiato dal Professor Katchanovski, dell’Università di Ottawa, in “The Maidan Massacre in Ukraine”: dall’ostilità nei confronti dell’attuazione degli accordi di Minsk (pensati come soluzione pacifica agli scontri tra il governo di Kyiv e i separatisti del Donbas, approvati nel 2014) e di qualsiasi forma di trattativa con la Russia dopo l’inizio dell’offensiva del 2022, all’omogeneizzazione del carattere della nazione inasprendo le misure contro i “geni russi” e delle minoranze, fino all’eliminazione di forze e comportamenti giudicati anti-patriottici.
Dal 1957 sono documentati i tentativi degli apparati di potere statunitensi, CIA in primis, di stringere alleanze di reciproco vantaggio con i gruppi ultranazionalisti ucraini e polacchi in funzione anti-sovietica prima, anti-russa poi.
Relazioni che, secondo alcune testimonianze di manifestanti presenti in piazza Indipendenza durante le proteste di Euromaidan, citate dal Prof. Katchanovski, potrebbero aver subito uno scatto di qualità durante le proteste di Euromaidan, consolidando una presenza nello spazio pubblico e nell’immaginario ucraino che andavano costruendosi, senza soluzione di continuità, fin dai tempi dell’indipendenza nazionale.
Poi, nel febbraio del 2022, venne il battesimo del fuoco nella battaglia per Kyiv, dove consiglieri militari come Joshua, soldati di professione ucraini, volontari e militanti addestrati dei movimenti estremisti del Paese si ritrovarono insieme contro il nemico russo, finalmente materializzato e disposto a tutto pur di rovesciare il governo eletto.
D’altro canto, da quella prima minaccia sventata l’apparato di potere di Zelenskyj si è ripreso in fretta, stringendosi intorno ad un modello di governo divenuto più autocratico attraverso l’applicazione della legge marziale – che ha permesso di agire d’autorità sia sulle concentrazioni di capitale degli oligarchi che sulla mobilitazione della società civile, oggi più che mai militarizzata.
Viene lecito chiedersi, perciò, se sia l’Unione europea a tendere la mano all’Ucraina per sostenerne le aspirazioni di pace e democratiche, o se sia l’Ucraina a trascinare l’Europa verso una stagione di nuovi nazionalismi e concentrazioni di potere. Con la benedizione degli Stati Uniti.
La via delle armi
Palazzo d’Ottobre, Kyiv, 12 luglio, a poche decine di metri da Piazza Maidan. Un tecnico fa provare ai presenti, a turno, un visore intelligente di realtà virtuale. Indossa una maglietta verde militare, su cui è stampata a destra la bandiera ucraina e a sinistra in maiuscolo un logo: WAR IN VR. E’ un progetto finanziato dal Ministero degli Affari Esteri Ucraini: una volta indossati gli occhiali si è catapultati in cinque diversi scenari colpiti dal conflitto – Kharkiv, Kyiv, Zaporizhzhya, Chernihiv, Sumy. La guerra è stata museificata per avvicinarla al pubblico civile, pensando soprattutto agli europei.
Nel 2023 il progetto arriva al Parlamento tedesco con la dicitura “Living The War” in the German Bundestag. Fra le righe di presentazione si legge che «il progetto contribuirà (inoltre) ad attrarre un ulteriore sostegno militare, finanziario e umanitario per l’Ucraina da parte di partner stranieri».
Un’alleanza che resiste. Come riporta il sito della Commissione Europea, L’UE e i suoi Stati membri hanno mobilitato, ad oggi, 39 miliardi di euro per il sostegno militare all’Ucraina, di cui 6,1 miliardi nell’ambito del Fondo europeo per la pace per sostenere la fornitura di attrezzature militari (per un totale di 107 miliardi devoluti dall’inizio dell’aggressione).
Se chiedi agli ucraini, la sostanza è la stessa. Di pace non si può parlare se Putin non accetta l’Ucraina per com’era «nei confini del 1991, concordati a livello internazionale e dalle Nazioni Unite», ci spiega Adryan, lavoratore a Kyiv per una ditta di import ed export di prodotti alimentari.
La Russia ha annesso la Crimea all’Ucraina nel 2014 e ha riconosciuto le dichiarazioni di indipendenza delle repubbliche autoproclamate di Luhansk e Donetsk nell’area del Donbass. Le due facevano parte dell’Ucraina quando questa dichiarò l’indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991.
Dieci anni fa si sono sollevate contro il dominio di Kyiv. Zelenskyy ha ripetuto più volte che non intende scendere a compromessi sull’integrità territoriale del suo Paese. Riavere i territori invasi è una questione di diritto, «ma servono munizioni, armamenti e soldati per riprenderseli», sostiene Stepan, maestro di matematica a Kyiv e dipendente di un’azienda hi-tech israeliana.
Il primo aprile 2022, un mese dopo l’inizio della nuova fase della guerra, a poco più di duemila chilometri di distanza da Kiyv, presso l’Università di Roma “La Sapienza”, si teneva un seminario di costituzionalisti con l’obiettivo di setacciare quel che stava accadendo al confine del continente europeo, alla luce del costituzionalismo moderno. Ne emergeva un’analisi profonda sulle radici della pace, gli strumenti per costruirla, le tecniche per manipolarla.
L’input è simile: si cerchi la pace attraverso il diritto. Dal loro punto di vista però significava ripristinare il ruolo dei trattati internazionali e delle Nazioni Unite, come unici garanti degli equilibri internazionali. Ribadire il principio sancito dall’articolo 11 della nostra costituzione, il ripudio alla guerra. E dare spazio ad un futuro multipolare, smantellando le logiche di potenza, ricercando anzitutto il consenso e la «disponibilità di quei Paesi che all’Assemblea dell’ONU hanno espresso un voto contro il proseguimento della guerra» (141 contrari, 35 astenuti, 5 favorevoli. Marzo 2022), evitando ad ogni costo il riarmo.
Una strada che, però, nemmeno all’interno di molti dei movimenti pacifisti italiani pare godere di grande legittimità. Dopo due anni dall’aggressione, e quasi 200mila morti, la pace sembra ottenibile solo se si continua il sostegno della resistenza ucraina armata. La via diplomatica, di fronte a un nemico come Putin, ha perduto credibilità ed efficacia. Nel miglior scenario l’Ucraina dovrebbe essere annessa prima all’UE e poi alla NATO, per garantirle la necessaria sicurezza nel futuro.
La posizione degli attori in conflitto, polarizzati su questioni identitarie e radicate nell’esistenza stessa dei due popoli, acutizza la difficoltà di immaginare una via alternativa alle armi per la risoluzione. Gli attori terzi non belligeranti – almeno formalmente – come l’UE e la NATO, non perseguono altre opzioni vedendo nella deterrenza armata our best – and only one – option.
La linea fra la ricerca reale della pace, a tutela dei popoli colpiti dalla guerra, e il perseguimento dei propri interessi strategici si fa sempre più sottile, creando un’alta soglia di ambiguità. Un velo di pace.