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Università diseguale

Il diritto allo studio universitario non è uguale per tutti

Puoi trovare questo nucleo nel numero 45 a pagina 11 del giornale. È stato pensato per essere in Lettura Aumentata, una modalità di fruizione progettata e realizzata da Scomodo insieme a un team di sviluppatori e designer con l’intento di connettere il supporto cartaceo a un’infrastruttura digitale. 

In Italia oggi ci sono più di cinque milioni di persone in condizioni di povertà assoluta. È quasi una persona su dieci che fa fatica a soddisfare le proprie necessità di base – casa, cibo, riscaldamento e così via. Più si prendono in considerazione fasce di popolazione più giovani, più le proporzioni diventano alte. L’11.1% dei giovani tra i 18 e i 34 anni è assolutamente povero. Per i minorenni, il numero sale al 14.2%. In media, inoltre, le donne sono sempre più colpite dei loro corrispettivi uomini. In un contesto del genere, l’educazione gioca ovviamente un ruolo fondamentale per permettere a chi nasce in condizioni economiche svantaggiate di migliorare la propria situazione. All’interno delle università italiane, però, il diritto allo studio non è uguale per tutti. Alcune categorie di studentesse e di studenti incontrano molte più difficoltà dei loro colleghi. Questo ovviamente ha delle ripercussioni sulla mobilità sociale in Italia tra le diverse generazioni. Sulla base degli Open Data del Ministero dell’Università e della Ricerca è possibile avere una fotografia della condizione di alcune delle categorie marginalizzate e svantaggiate all’interno delle università italiane. Prima, però, conviene capire quali sono i problemi della mobilità sociale tra diverse generazioni in Italia.

La società italiana è immobile

La mobilità sociale è un indicatore che misura quante possibilità ci sono che un individuo riesca, nell’arco della propria vita, a migliorare (o peggiorare) le proprie condizioni economiche di partenza, ovvero quelle dei suoi genitori. Secondo i dati di un working paper del Ministero dell’Economia e delle Finanze intitolato And Yet, It Moves, l’Italia si muove a diverse velocità: le regioni del Nord raggiungono i livelli dei Paesi più virtuosi, come la Danimarca, mentre al Sud il livello è pari a quello degli stati più bloccati degli Stati Uniti. Su questo dato influiscono molto i fattori socioeconomici del territorio: le province più bloccate sono anche quelle in cui la distribuzione della ricchezza è più diseguale. Dallo stesso studio emerge come la possibilità di rimanere nella fascia più alta di reddito sia 6 volte più alta che quella di arrivarci partendo dal fondo della scala sociale.

Oltre a questo, la ricerca presenta due trend piuttosto interessanti. Il primo mostra che solo 1 su 10 riesce a scalare tutta la scala sociale: la probabilità di passare dalla fascia di reddito più bassa a quella più alta è dell’11%. Il secondo evidenzia che partendo da una fascia di reddito piuttosto bassa, mediamente non si riuscirà ad arrivare alla metà più alta della “classifica”. Questo emerge dal calcolo del livello medio di reddito a cui si arriverà provenendo da una famiglia con un reddito inferiore alla mediana. In una scala da 0 a 1 – in cui più ci si avvicina a 1, migliore è la fascia di reddito di arrivo – il valore in Italia è di 0,45. In sostanza, chi è nelle fasce più basse della società probabilmente ci rimane. Il quadro fornito da questi due trend mette in luce come l’ascesa nella scala sociale sia molto più ripida per chi parte dal fondo, mentre diventa più dolce via via che si sale.

Il solo dato nazionale non basta per rendersi conto della reale situazione in Italia: quello italiano non è un territorio omogeneo, né per i parametri economici e neppure per la mobilità sociale. Infatti le differenze tra le province del Nord, in particolare del Nord-Est, e quelle del Sud e delle Isole sono abissali: su un totale di 110 province, le 33 più mobili si trovano tutte al Nord, mentre le ultime 35 si trovano tutte al Sud.

In un contesto così immobile, uno degli strumenti che si propone come motore di ascensione sociale è ovviamente l’istruzione. Eppure, per determinate categorie di studenti il sistema educativo italiano è molto più difficile e inaccessibile rispetto al normale. Sulla base degli Open Data del Ministero dell’Università e della Ricerca è possibile avere una fotografia della condizione di alcune delle categorie marginalizzate e svantaggiate all’interno delle università italiane.

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Il working paper And Yet, It Moves del Ministero dell’Economia e delle Finanze presenta su base provinciale un indicatore sulla mobilità sociale. La società italiana viene divisa in cinque fasce di reddito – i quintili – e per ogni provincia si calcola la probabilità che una persona nata in una famiglia del quintile più povero arrivi nel corso della vita nel quintile più ricco. In altre parole, una “scalata sociale” completa.

L'Università italiana ha un problema di genere

A fine 2019 la Conferenza dei Rettori delle università Italiane ha diffuso un documento in cui, al seguito di direttive europee, incoraggia gli atenei italiani a pubblicare un bilancio di genere, cioè un documento in cui viene analizzato il livello di partecipazione femminile nelle proprie attività. Gli uffici statistici del Ministero inoltre raccolgono molti dei dati utilizzati attualmente dalle università per i loro bilanci di genere, e sono disponibili online. Ad oggi, i numeri rimangono ancora molto negativi.

Per avere un’idea del fenomeno, è utile soffermarsi sul numero di uomini e di donne presenti ad ogni tappa del percorso accademico: da studenti appena iscritti a professori ordinari. Secondo gli open data più recenti del Ministero, per quanto riguarda le materie umanistiche nel 2021 ci sono il 58,7% di donne e il 41,3% di uomini come assegnisti in ricerca. Eppure i professori ordinari di genere maschile sono il 71%. Più o meno è lo stesso il risultato dei dipartimenti di lauree scientifiche: le assegniste in ricerca sono il 41,5% e le professoresse ordinarie il 22,2%. I numeri crollano se a portare avanti la carriera accademica è una donna. Come spiega Francesca Dragotto, professoressa universitaria e parte del comitato che si occupa del bilancio di genere all’università di Tor Vergata di Roma, «con questi risultati ci si rende conto dell’esistenza di un imbuto e di un rovesciamento che non si può spiegare con questioni di qualità e preparazione delle persone perché significherebbe invalidare i risultati che si sono ottenuti nei primi livelli». 

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Percentuale di donne e uomini sul totale nelle materie NON STEM

Per ogni tappa della carriera universitaria

Percentuale di donne e uomini sul totale nelle materie STEM

Per ogni tappa della carriera universitaria
Questo fenomeno ha un nome ed è il soffitto di cristallo, metafora usata per indicare una situazione in cui l’avanzamento di una carriera portata avanti da una persona di genere femminile viene impedita da discriminazioni e barriere di origine sessista. Francesca Dragotto insiste sulla «mancanza di autoconsapevolezza di sé nelle dinamiche in cui si vive, cosa che in seguito determina anche l’autoesclusione da parte del personale femminile da parte di certi tipi di carriera». E gli ostacoli che si incontrano nella carriera universitaria si riflettono in tutti gli organi di governo delle università. Per l’università di Tor Vergata secondo il suo bilancio di genere dell’anno scorso su 18 dipartimenti, 4 sono diretti da donne e l’83% dei presidi di facoltà sono uomini.
In una pubblicazione della Commissione Europea intitolata She figures 2021 vengono presentate statistiche relative al divario di genere con l’indice Glass Ceiling Index (GCI), che confronta la proporzione di donne nel mondo accademico in generale con la proporzione di donne in posizioni accademiche di alto livello in un dato anno. Un GCI di 1 indica che non c’è differenza tra donne e uomini: la loro probabilità di arrivare alle posizioni più alte è uguale. Più alto è il valore, più forte è l’effetto del soffitto di cristallo e più difficile è per le donne passare a una posizione più alta. L’Italia nel 2018 aveva un indice del 1,6, cioè superiore alla media europea (1,52). Per quanto riguarda i singoli atenei, secondo gli open data del Ministero, tra le principali università che registrano un indice più alto – e in cui quindi l’effetto del soffitto di cristallo è più forte – ci sono la Scuola normale superiore di Pisa e la Bocconi di Milano. Dall’altro lato della classifica si trovano invece la Sissa di Trieste e l’Orientale di Napoli.
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Il Glass Ceiling Index è un indice che consiste nel calcolo di un rapporto tra due rapporti. Al numeratore viene messo il risultato della divisione tra il numero di donne presenti nelle varie tappe della carriera universitaria e il numero totale di persone (maschi + femmine) in quelle stesse tappe. Al denominatore, invece, viene calcolato il numero di donne professoresse ordinarie rispetto al totale (maschi + femmine) dei professori ordinari. In questo modo si scopre se le donne all’apice della carriera universitaria sono sotto o ugualmente rappresentate rispetto alla media. Più è alto l’indice, maggiore è l’ effetto di glass ceiling. Un indice uguale a 1 consiste nella parità, mentre se è minore di 1 vuol dire le donne professoresse ordinarie sono sovra rappresentate rispetto al totale. Abbiamo calcolato due versioni dell’indice: una considera tutta la carriera universitaria (da iscritte a professoresse ordinarie), l’altra invece solo i gradini più alti (da ricercatrici a professoresse ordinarie).

Per quanto riguarda le discipline STEM (scientifico-tecnologiche) il divario di genere esiste già dagli inizi, cioè dal numero degli iscritti, a differenza delle materie umanistiche in cui le iscritte donne sono di più o quanti i loro corrispettivi uomini. In Italia, secondo gli open data del Ministero dell’Università e della Ricerca, le donne che decidono di iscriversi a una disciplina STEM sono il circa 20% in meno rispetto agli iscritti di genere maschile. In alcuni casi, come al Politecnico di Milano, gli iscritti uomini sono più del doppio delle donne – precisamente il 68% del totale. Man mano che si avanza di carriera, il divario diminuisce: in proporzione, sono di più gli uomini ad abbandonare la carriera accademica. 

Nel 2021 le iscritte alle facoltà STEM di genere femminile sono il 37% contro il 62%, mentre le dottorande risultano invece essere il 42% contro il 57% dei dottorandi. Dopodiché, come replica Alessandra Chiricosta – professoressa universitaria e specializzata in questioni di genere – «le percentuali subiscono un crollo quando si devono scegliere gli assegnisti in ricerca. E questa vera e propria perdita di un avanzamento di carriera è quasi sempre un dato che riguarda la gestione di potere». Sempre secondo le stesse statistiche, i professori ordinari di genere maschile nelle discipline STEM sono il 77,8%. «Questi numeri – continua Chiricosta – vanno letti in un’ottica di conservazione di un sistema che regge. E’ una struttura che ha sempre privilegiato una presenza maschile e io la vedo come un permanere di una logica patriarcale e di riconoscimento specifico. E anche rispetto a una volontà di impegno ad arrivare a un livello apicale da parte delle persone stesse, dunque quanto si introiettano delle dinamiche di insoddisfazione per cui progressivamente si allontanano».
La sottorappresentazione delle donne nei percorsi STEM ha conseguenze a lungo termine sulle disparità salariali. Queste discipline sono infatti solitamente quelle che offrono carriere più retribuite e con una maggiore stabilità.

 

 

La vita degli studenti fuori sede è sempre più cara

Un’altra categoria svantaggiata di studenti che gli open data del Ministero permettono di analizzare è quella degli universitari fuori sede. Elaborando i dati, emergono due principali tendenze. Da un lato, la differenza tra zone con un’alta offerta formativa – che quindi attirano molti allievi da diverse province e regioni – e zone invece che molte persone devono lasciare per accedere a una formazione migliore o più completa. Dall’altro lato, invece, si nota anche come per gli studenti fuorisede sia sempre più difficile accedere a un alloggio in residenze universitarie, che costano ovviamente meno rispetto alle case a prezzo di mercato.
Per quanto riguarda il primo aspetto, guardando alle percentuali del numero di studenti fuorisede sul totale degli universitari in una determinata provincia emergono chiaramente due tendenze strutturali. I poli universitari del Nord Italia accolgono il maggior numero di studenti fuori sede, mentre le province mal collegate con le principali città (principalmente le più remote del Sud Italia) occupano stabilmente i primi posti in classifica per quanto riguarda le percentuali di universitari trasferiti in altri parti d’Italia per proseguire il proprio percorso di studi. I dati in questo senso sono estremamente indicativi: si va dal 46% di studenti fuorisede presenti nella provincia di Lodi all’80% di studenti che lasciano la provincia di Oristano per iscriversi all’università. Elementi che testimoniano non solo l’incapacità da parte della maggioranza dei poli universitari del Sud Italia di attrarre studenti dal resto del Paese, ma anche delle difficoltà che essi riscontrano a convincere i giovani presenti nella propria provincia di riferimento a iscriversi presso i propri Dipartimenti (quando questi sono presenti sul territorio).
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I dati del Ministero forniscono, per ogni ateneo, la provincia di residenza dei propri studenti. Questo permette di effettuare delle stime sulla quantità di universitari fuori sede. Nel conteggio abbiamo di considerare come una categoria a parte gli studenti che hanno la residenza in una provincia limitrofa a quella dell’ateneo di riferimento. Soprattutto nel caso di province piccole, infatti, questi potrebbero essere pendolari.

Universitari che studiano fuori dalla propria provincia sul totale degli universitari residenti

Percentuale fuori sede rispetto al totale degli universitari in una certa provincia

È chiaro quindi che chi non vive al Nord o in una grande città deve necessariamente spostarsi per ottenere una migliore formazione. Per chi non ha i mezzi economici per pagare un affitto a prezzo di mercato, ciò può essere molto difficile. Soprattutto se si guarda al numero di residenze universitarie disponibili per gli studenti: un aspetto che nella maggior parte dei casi viene gestito direttamente dagli enti regionali garanti del diritto agli studi superiori, come ER.GO in Emilia Romagna e DiSCo Lazio. A queste istituzioni, tramite la concessione dei fondi regionali, è affidato il compito di sovrintendere la gestione degli studentati, fondamentali per garantire anche alle famiglie la possibilità di iscrivere i propri figli nei poli universitari delle altre città italiane ad un prezzo contenuto rispetto al mercato degli affitti privati. Se si comparano i dati fra il numero di fuorisede presenti e i posti disponibili nelle strutture gestite dagli enti regionali, quello che si osserva è una generale contrazione delle disponibilità negli studentati nel corso degli ultimi anni: un fenomeno che deriva in parte, come ci ha riferito la Coordinatrice nazionale di Link Virginia Mancarella, dalla chiusura di molte strutture per danni infrastrutturali e dalla decisione da parte degli enti regionali di procedere al cambio di destinazione d’uso per alcune di esse. 

In sostanza, dal 2014 al 2021 gli studenti fuori sede sono aumentati più velocemente del numero di posti disponibili nelle residenze universitarie. In Piemonte, ad esempio, nel 2014, i posti erano pari a circa il 10% del totale degli studenti fuori sede della regione. Nel 2021 la percentuale è scesa al 6,4%. Dati simili si ritrovano in alcune delle regioni che attraggono più studenti fuori sede: Lazio, Lombardia, Emilia Romagna. L’assenza di posti negli studentati costringe le famiglie a doversi confrontare dunque con il mercato degli affitti privati, in un periodo storico nel quale i costi mensili stanno raggiungendo dei livelli mai visti a causa dei lasciti della crisi economica causata dal COVID e dei livelli raggiunti dall’inflazione in questo periodo. Osservando la variazione dei prezzi medi per l’affitto al metro quadro nelle province di Bologna e Milano, rispetto al gennaio 2022, in entrambe le città si è raggiunto il picco massimo dei costi: a Milano il prezzo medio al metro quadro per gli affitti ha raggiunto il valore di 21,40 euro, mai raggiunto nel corso degli ultimi 10 anni. 

A Bologna invece, come denunciato da Repubblica, rispetto al 2021 il costo medio per una stanza singola in città è cresciuto del 28,1% (meno grave il dato riferito alle stanze doppie, il cui affitto è salito nello stesso periodo del 5,6%).

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Sono esclusi dal conto dei fuorisede gli studenti provenienti da province limitrofe
«Le modalità per risolvere la questione nel breve-medio periodo esistono: la riqualificazione di immobili abbandonati, investire nel trasporto pubblico per garantire il collegamento fra centro e periferie, il passaggio ad un regime di canone concordato per la categoria studentesca. Quello che manca è la volontà della classe politica di intervenire sulla questione, preferendo appaltare quello che è un problema pubblico al mercato privato». Le parole di Mancarella sottolineano che, in assenza di una svolta promossa direttamente dai consigli regionali e dalle stesse facoltà, il rischio concreto è che in futuro sempre un minor numero di studenti abbia la possibilità di proseguire il proprio percorso di studi universitario in poli lontani dalla propria provincia di residenza. Una totale negazione del diritto 3 allo studio, che rischia di tramutare lo status di studente fuori sede in un vero e proprio privilegio, accessibile solo a pochi.

L'Università italiana non considera le esigenze degli studenti con background migratorio

Negli ultimi anni la popolazione straniera residente in Italia ha continuato a crescere, arrivando al 1° gennaio 2022 a superare quota 5 milioni e 193 mila. Allo stesso tempo, sempre più studenti di seconda generazione migratoria hanno deciso di accedere all’istruzione terziaria in Italia. Diversi elementi però mostrano come spesso le università siano incapaci di far fronte ad alcune specifiche esigenze di queste persone.


I dati disponibili sul tema a livello nazionale sono pochi. In più, la stessa definizione di «seconda generazione dell’immigrazione» è molto vaga e comprende al suo interno situazioni molto diverse fra loro. Ad esempio, vengono considerate di seconda generazione sia le persone nate in Italia da genitori stranieri, sia le persone nate all’estero e trasferitesi in Italia prima di conseguire il diploma di scuola secondaria di secondo grado. Inoltre solo alcune di loro hanno la cittadinanza italiana. Tutti questi sono fattori che influenzano fortemente le condizioni di vita di una persona. Di conseguenza, la categoria degli studenti di seconda generazione finisce per includere situazioni e persone molto eterogenee.


Al di là di queste difficoltà tecniche, la dimensione dell’aumento degli studenti di seconda generazione negli ultimi anni è ben visibile guardando ai dati relativi ai laureati con cittadinanza straniera di AlmaLaurea: nel 2012, infatti, soltanto il 29,9% di essi aveva conseguito il diploma in Italia, mentre nel 2020 questa percentuale ha raggiunto il 41,1%.

La stragrande maggioranza degli studenti di seconda generazione – il 91,6%, sempre secondo i dati di AlmaLaurea – frequenta atenei del Centro-Nord. Ciò riflette la distribuzione geografica degli immigrati sul territorio nazionale, che sono più numerosi al Centro-Nord Italia rispetto al Sud. Di fatto, quindi, gran parte degli studenti di seconda generazione frequenta l’università nella stessa regione in cui risiede. Nel 53,1% dei casi l’ateneo si trova addirittura nella stessa provincia di conseguimento del diploma, mentre per il totale dei laureati questa percentuale è pari al 44,6%. È evidente quindi come la popolazione studentesca di seconda generazione tenda di meno a spostarsi per portare avanti il proprio percorso di studi. La minor tendenza a studiare fuori sede potrebbe essere determinata da diversi fattori. 

Innanzitutto perché, come sottolineato in precedenza, gli studenti di seconda generazione risiedono più spesso al Centro-Nord, dove già sono presenti molti degli atenei verso cui più spesso si indirizzano gli studenti provenienti da altre regioni (si veda pagina 20). In secondo luogo, un altro elemento da considerare è la minore disponibilità economica delle famiglie. Infatti soltanto il 7,3% dei laureati di seconda generazione nel 2020 proviene da una classe elevata (rispetto al 22,4% del totale), mentre il 59,7% proviene dalla classe del lavoro esecutivo (contro il 21,9% tra il complesso dei laureati).

Un contesto familiare tendenzialmente meno favorito, insomma, in cui – come hanno raccontato alcuni studenti che abbiamo avuto modo di intervistare attraverso un questionario diffuso online – «non si hanno le spalle coperte», ad esempio perché mancano immobili lasciati in eredità dai nonni o intestati ai genitori. Sempre dalle risposte del questionario si nota come i genitori di studenti di seconda generazione investano molto sui figli iscritti all’università, proiettando su di loro aspettative che gli studenti talvolta faticano a soddisfare. «I tuoi genitori lavorano per pagare dei beni primari, per pagare le bollette e sopravvivere. Per questo se tu fai l’università, la famiglia ha molte aspettative su di te. E tu senti molta pressione sociale addosso. A maggior ragione se vieni dalla cultura indiana e sei donna», dichiara una partecipante del questionario. 

Oltre a ciò, alcuni studenti hanno fatto riferimento anche al senso di smarrimento provato una volta giunti all’università, dovuto alla mancanza di laureati in famiglia che potessero guidarli tanto nell’orientamento quanto nei diversi iter burocratici. Al netto delle differenze interne alla categoria degli studenti di seconda generazione, ad oggi sembra che gli atenei pubblici italiani fatichino ad adattarsi ai mutamenti sociali in corso, non riuscendo a misurarsi con realtà culturali differenti e ad adeguarsi anche a esigenze del tutto nuove.

Alcune delle problematiche sopra evidenziate si riflettono anche in ciò che dice Ibrahim Youssef, studente di scienze politiche all’Università degli Studi di Milano di origine egiziana. Youssef ha sottolineato come i programmi dei corsi offerti dalle università siano ancora estremamente eurocentrici e che gli stessi professori abbiano grosse difficoltà a discostarsi da questa modalità di insegnamento. Inoltre, la mancanza di spazi idonei allo svolgimento di specifiche attività è problematica: in quanto musulmano, infatti, Youssef deve pregare almeno cinque volte al giorno. L’università però non è in grado di fornirgli un ambiente adeguato per lo svolgimento di questo rito. Molte persone, dice Ibrahim, nei momenti di preghiera si mettono in corridoio.
Inoltre, nel descrivere la sua esperienza universitaria, Youssef si è soffermato sull’importanza che riveste l’appartenenza all’associazione studentesca ASM che, insieme a SUM, sono le uniche realtà in grado di fornire un supporto e spazi di aggregazione ai ragazzi credenti. Dal questionario risulta che anche ragazzi non musulmani di origine straniera hanno la stessa propensione a ricercare un proprio gruppo di appartenenza.


Spesso, infatti, la ricerca di un’associazione studentesca, oltre ad essere un momento di scambio e di appartenenza, si configura anche come strumento essenziale per la creazione di un dialogo diretto fra esigenze studentesche ed atenei universitari. «Penso che ad oggi sia difficile riuscire a istituire delle associazioni studentesche per Paese d’origine nei diversi poli universitari, perché tutto sommato sono ancora pochi gli studenti di origine straniera che frequentano le università italiane», spiega Youssef. Effettivamente, tra le università centro-meridionali pubbliche più importanti soltanto l’università degli studi di Palermo vanta un’associazione di rappresentanza di questo tipo (Sicil Africa Students), mentre in poli universitari come la Federico II di Napoli, Catania, Cagliari, Bari, l’Aquila o la Sapienza di Roma e Roma Tre, sembra che ogni studente di seconda generazione affronti il proprio percorso universitario in solitaria. 

La situazione sembra migliorare, tuttavia, nelle regioni settentrionali, dove le università sono state in grado di riconoscere in molti casi associazioni studentesche di rappresentanza di un specifico gruppo etnico, come dimostrano l’associazione studentesca peruviana e L’ASII – associazione studentesca di studenti iraniani – al Politecnico di Torino e l’Associazione Studenti Angolani all’università di Firenze.

In generale risulta quindi evidente come l’università italiana sia spesso incapace di rispondere alle esigenze degli studenti di seconda generazione, rendendo il loro percorso educativo più difficile del normale. Gli strumenti che possono migliorare la loro condizione, come le associazioni studentesche sulla base delle 4 proprie origini, sono diffusi in maniera molto poco omogenea sul territorio italiano e sono assenti anche in grandi università come la Sapienza o Roma Tre.

Studiare in carcere è una questione di fortuna

Infine, per quanto si tratti di un fenomeno meno numeroso rispetto a quelli precedenti, un’ultima categoria di studenti che fatica a vedere riconosciuto il proprio diritto allo studio universitario è quella dei detenuti. La mancanza di leggi precise in materia, infatti, rende il diritto allo studio dei detenuti molto fragile. La maggior parte delle volte, la possibilità di studiare dipende da condizioni più o meno casuali, come la sensibilità dei singoli istituti penitenziari e la volontà degli atenei di impegnarsi sul tema: se queste condizioni non si presentano, per un detenuto esercitare il proprio diritto allo studio diventa molto più difficile. «Il diritto allo studio è un diritto di carattere universale, e proprio in virtù di questa sua accezione è fondamentale che non venga a mancare anche per quanti sono privati della libertà personale. 

La possibilità di seguire percorsi di studio universitari dovrebbe essere garantita a tutti, ai sensi dell’art.3 della Costituzione Italiana con particolare riguardo al principio dell’uguaglianza sostanziale» dichiara a Scomodo il professor Franco Prina presidente della Conferenza Nazionale Universitaria Poli Penitenziari. La CNUPP è stata costituita nel 2018 presso la CRUI, la Conferenza dei Rettori delle università Italiane, e opera in costante dialogo e collaborazione con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, con il quale in questi anni sono stati firmati importanti protocolli d’intesa e accordi per garantire ai detenuti la possibilità di perseguire gli studi universitari.

L’Ordinamento Penitenziario (L. 354/75), all’art. 19, dedicato all’istruzione in carcere, stabilisce che: «È agevolato il compimento degli studi dei corsi universitari ed equiparati». Come fa notare Prina, «i regolamenti che normano l’istruzione universitaria carceraria utilizzano spesso una parola che dovrebbe però essere superata, si parla ancora di “agevolare” lo studio, piuttosto che di un chiaro riconoscimento di un diritto». La desueta formula «agevolare lo studio» suona quasi come un favore, una gentile concessione dell’amministrazione quando dovrebbe essere invece una garanzia dell’intero sistema. 

«Naturalmente se parliamo di diritto per i detenuti di accesso all’istruzione universitaria, ne consegue che da parte delle università c’è il dovere di fornire un servizio che consideri le specificità di questa categoria di studenti e studentesse», spiega Prina. La diffusione dei Poli universitari penitenziari sul territorio nazionale e nelle diverse regioni, che in origine nascevano per l’incontro tra sensibilità di alcuni docenti e disponibilità di alcuni direttori degli istituti, testimonia oggi l’impegno di molti atenei di investire risorse e personale propri. Gli atenei che aderiscono alla rete della CNUPP sono in costante contatto con gli istituti del territorio: per il carcere si aprono le porte dell’università, che costituisce il suo polo penitenziario. 

Questo polo è, in diverse realtà, una sezione dell’istituto penitenziario specificamente dedicata ai detenuti impegnati nello studio universitario: spazi organizzati ad hoc per offrire un ambiente conciliante per lo studio (aree comuni, orari di visita estesi per docenti e tutor, collegamento ad Internet pur con limitazioni, biblioteca). É qui che studenti e studentesse sono supportati nelle diverse attività di studio, affiancati da docenti e tutor. Gli esami vengono anche svolti in questi locali con la presenza di regolari commissioni d’esame.

La CNUPP e anche associazioni attive nell’ambiente carcerario, come Antigone, redigono annualmente dei monitoraggi che forniscono un interessante quadro dello stato attuale dell’istruzione universitaria penitenziaria. Nel 2018 la CNUPP contava 22 università con circa 700 studenti detenuti e, secondo l’ultimo monitoraggio pubblicato, nell’anno accademico 2021-2022 sono 1246 i detenuti che hanno scelto di intraprendere un percorso universitario, di cui 1201 uomini e 45 donne. 1114 sono gli studenti iscritti in carcere, di cui 626 in media sicurezza, 449 in alta sicurezza, 33 sottoposti a regime di 41bis, 6 in Istituti Penitenziari Minorili (attualmente destinati anche ai giovani-adulti fino a 25 anni) e 132 in misure alternative (domiciliari, affidamento in prova o lavoro all’esterno) o a fine pena. 

Il dato nettamente in crescita «testimonia quanto nel tempo si sia sviluppata una maggiore sensibilità verso la tematica da parte delle università», infatti, «nell’anno accademico in corso, il 2022-2023, dovremmo contare circa 1500 studenti detenuti in 100 istituti iscritti in 43 atenei, da nord a sud» anticipa Prina. Le regioni con il numero più alto di studenti carcerati sono il Lazio (168), la Toscana (166) e la Lombardia (162). Nel carcere di Milano-Opera ci sono il maggior numero di studenti (76), seguito dal carcere di Napoli-Secondigliano (60) e da Rebibbia «Nuovo Complesso» di Roma (53). In generale, il problema è che per un detenuto la possibilità di iniziare un percorso di studi universitario è legata a una serie di dinamiche, che molto spesso dipendono dalle volontà dei vari attori coinvolti. 

Come scrive lo stesso Prina per l’associazione Antigone, la possibilità di esercitare il diritto allo studio universitario «dipende dal carcere nel quale ci si trova, dalla capacità di attivazione presso le amministrazioni e le strutture didattiche universitarie di chi è in contatto con il detenuto interessato, dall’interesse e sensibilità di alcuni docenti». Il risultato è che «molte aree e molti istituti penitenziari non offrono, almeno al momento, questa opportunità». Gli stessi trasferimenti da un istituto all’altro per richieste di studio universitario risultano – anche qui – solamente «agevolati», non normati e garantiti.

Anche la gestione delle spese per gli studi dei detenuti non è uniforme. Infatti, il 44% degli atenei prevede in teoria l’esenzione totale dalle tasse per gli studenti in regime di detenzione. 19 atenei prevedono che le tasse siano a carico degli studenti detenuti: integralmente (13) o parzialmente (6). In 17 atenei è prevista l’esenzione totale dalle tasse, mentre in 3 atenei la questione è in via di definizione. Spesso, però, il livello dei redditi ISEE degli studenti detenuti li fa ricomprendere nella No Tax Area da cui però sono generalmente esclusi l’imposta di bollo, le tasse accessorie e la tassa regionale per il diritto allo studio (salvo esenzioni). A farsi carico, interamente o in parte, delle tasse sono per il 59% atenei, per il 28% enti comunali o regionali, per il 9% associazioni di volontariato e per il 4% fondazioni bancarie. 

Come fa notare il presidente della CNUPP «alcune università hanno fatto inserire all’interno del regolamento l’esenzione per le tasse degli studenti detenuti, altre sostengono le tasse con fondi provenienti dall’esterno ma ciò dipende anche molto dai numeri, dato che ci sono università che seguono molti meno studenti di altre e quindi hanno costi più accessibili». Anche in questo caso, quindi, il rimborso delle tasse universitarie dipende da condizioni più o meno casuali presenti nei singoli istituti. Inoltre, nel già citato articolo di Antigone, Prina sottolinea che «il rimborso delle spese sostenute per tasse, contributi e libri, non risulta mai applicata, né qualche detenuto studente ha mai ricevuto il previsto premio di rendimento». 

Nel caso dei detenuti, quindi, il diritto allo studio è più simile a una lotteria che a una certezza.

Con i contributi di

Mattia Amadei
Mattia Amadei

Redattore

Luca Bagnariol
Luca Bagnariol

Redattore

Andrea Carcuro
Andrea Carcuro

Redattore

Sara Innamorati
Sara Innamorati

Redattrice

Idarah Umana
Idarah Umana

Redattrice

Angela Perego
Angela Perego

Redattrice

Hanno collaborato

Marta Bernardi
Marta Bernardi

Redattrice

Gianluca Morena
Gianluca Morena

Redattore

Con il supporto di

Alessandro Bozzetti
Alessandro Bozzetti
Francesco Bloise
Francesco Bloise
Alessandra Chiricosta
Alessandra Chiricosta
Francesca Dragotto
Francesca Dragotto
Franco Prina
Franco Prina