Una lotta corale: il paradigma intersezionale dell’esperienza GKN contro il modello neoliberista

L’esperienza del Collettivo di Fabbrica GKN, oltre a essere un esempio paradigmatico di resistenza operaia dal basso, ha la peculiarità di realizzarsi attraverso il concetto di lotta intersezionale: il caso del Collettivo di Fabbrica GKN si configura come un esperimento vivo, in grado di intrecciare rivendicazioni sociali, ambientali, di genere e territoriali, diventando un catalizzatore per una pluralità di lotte che in esso trovano fondamento e cooperazione. L’intento dell’articolo è mettere in luce la sua capacità unica di essere al contempo spazio di aggregazione e cassa di risonanza di battaglie diverse, creando un tessuto condiviso di solidarietà e trasformazione.

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Era novembre quando abbiamo deciso di approfondire la storia del Collettivo di Fabbrica GKN: una storia che ci sembrava importante per raccontare l’hinterland fiorentino che (soprav)vive nell’ombra della Firenze Bene, vetrina per turisti e patria di una cultura lontana. 

Questa scelta ci appare oggi ancor più necessaria alla luce dei fatti di lunedì 9 dicembre, quando il deposito ENI di Calenzano è esploso ad un paio di chilometri  dallo stabilimento in cui, 41 mesi fa, il Collettivo di Fabbrica ha inaugurato l’assemblea permanente più duratura della storia sindacale italiana. Un boato, quello dell’esplosione, che ai più distratti può sembrare una casualità, una coincidenza o un segno del destino che continua ad accanirsi su un territorio – la piana fiorentina. Ai più attenti, invece, non può che apparire come una tragedia già annunciata. Il deposito di combustibile fossile che ha ucciso cinque persone e ne ha lasciate ferite ventisei era stato considerato sito ad alto rischio già anni fa. Stretto tra autostrada, ferrovia, capannoni industriali, vecchi inceneritori chiusi e progetti (abbandonati per ora) di nuovi inceneritori, il centro commerciale I Gigli e in prossimità dell’aeroporto di Peretola, il deposito insiste su un territorio economicamente nevralgico per il capoluogo toscano e la regione intera. Alla luce di tutto questo parlare del Collettivo di Fabbrica GKN ci sembra ancora più fondamentale, dato che significa raccontare una mobilitazione strutturata per un ripensamento del modello produttivo nel mondo del lavoro in una prospettiva socialmente e ambientalmente integrata. Perché il lavoro non può essere la causa di disastri ambientali. Perché di lavoro non ci si deve ammalare e, soprattutto, di lavoro non si può morire. Lavorare significa vivere la propria vita con dignità,  nel rispetto di quel che ci circonda e dei diritti faticosamente conquistati attraverso secoli di lotte contro le ingiustizie. Perché come ci ricorda Dario Salvetti, membro del Collettivo di Fabbrica e delegato sindacale Fiom, «ogni ingiustizia è stata legge prima di essere dichiarata ingiustizia».

In linea con il suo impegno di lotta corale e come parte della campagna “Resistere all’inverno, prenderci la primavera”, il Collettivo di Fabbrica GKN organizza il Capodanno alla  Casa del Popolo di Grassina perché «la lotta si canta, si suona e si balla», all’insegna del mutualismo e della convergenza permanente. Portare avanti le proprie rivendicazioni anche durante le feste è faticoso, ma non fare niente significa correre il rischio della dispersione; nonostante il desiderio di normalità, il Collettivo di Fabbrica sceglie di lottare lanciando l’invito a brindare alla lotta che verrà il 31 dicembre alla Casa del Popolo di Grassina: un Capodanno a più voci, con l’Arci che mette a disposizione spazi e intrattenimento e Mondeggi Bene Comune che si occuperà della cena. L’obiettivo, come si può leggere sul sito del Collettivo di Fabbrica GKN, è ricordare che «Non esiste salvezza individuale in un mondo che brucia»; se è la nostra condizione sociale collettiva a peggiorare, allora è essenziale riappropriarsi del diritto alla festa: «non solitari, ma solidali. Non chiusi, ma abbracciati/e». 

La ricostruzione cronologica della lotta contro una speculazione mal calcolata

Ogni volta che la resistenza del Collettivo di Fabbrica GKN riesce a muovere qualche piccolo,  seppur significativo passo in avanti, non tarda a innescarsi un ingegnoso meccanismo ad orologeria capitalistica che ha l’obiettivo di vanificare ogni risultato di una lotta di classe tanto necessaria, quanto sorprendente. In questa prima parte del lavoro, ripercorreremo insieme alcune tappe della vertenza ex-GKN, ricostruendo l’evoluzione della vicenda al fine di determinare precise dinamiche – potremmo definirle “leggi” – d’interferenza. Lo faremo ascoltando e dando spazio proprio alle voci di chi fa parte del Collettivo di Fabbrica, portandone avanti le molteplici lotte e contribuendo a costruirne il percorso futuro. Si pensi, per esempio, alle ultime lettere anonime  mandate alla stampa  e alle organizzazioni sindacali il 19 novembre 2024, due giorni dopo l’ennesima piazza riempita da un migliaio di persone vicine alla causa. Un tentativo meschino, maldestro – e perciò querelato dalla RSU e dalla Cooperativa GFF – di screditare una comunità che sta difendendo la piana pratese-fiorentina dalla speculazione.

Nonostante sia stata una delle giornate più umide e plumbee di questo autunno fiorentino, il 17 novembre 2024 diverse centinaia di persone hanno messo a disposizione i propri corpi per partecipare all’assemblea dei (potenziali) soci e delle (potenziali) socie della Cooperativa GFF: in piazza Giuseppe Poggi, sotto la torre di San Niccolò – uno dei luoghi più simbolici dell’opposizione operaia. Il motivo della giornata di mobilitazione? Un aggiornamento nei confronti dell’azionariato popolare e del movimento solidale riguardo allo stato attuale delle cose. Quella domenica piovigginosa di novembre, infatti, sanciva la scadenza dell’ultimatum lanciato alla Regione Toscana, al cui Consiglio regionale erano state poste tre richieste: in primis, essere partner del progetto di reindustrializzazione elaborato dal Collettivo di Fabbrica insieme a esperti ed esperte solidali; in secondo luogo, garantire l’utilizzabilità dello stabilimento ex-GKN (che si tratti di un affitto o di un commissariamento); e approvare, infine, la legge sui Consorzi di sviluppo industriale.

Il 17 novembre, in realtà, non è stato condiviso alcun progresso considerevole dal punto di vista delle risposte che ci si aspettava dalla Regione; queste, infatti, non sono arrivate. L’unica novità: la proposta di legge è stata fatta propria, oltre che dal Movimento 5 Stelle, anche dal Partito Democratico, e quindi dalla maggioranza del Consiglio regionale. Il fatto è che il governatore Dem, Eugenio Giani, ritiene che l’impasse possa risolversi solo attraverso un intervento nazionale, piuttosto che regionale. In alcune dichiarazioni di giugno 2024, a seguito della sospensione di uno dei gesti più estremi della protesta – tredici giorni di sciopero della fame –, Giani aveva lamentato l’inadeguatezza degli strumenti in sua dote, in quanto provvedimenti come un commissariamento o una legge sui Consorzi industriali non possono andare in deroga con la legge regionale alle leggi nazionali. E il governo Meloni? Latita. 

Ad esempio, quando Fausta Bergamotto di Fratelli d’Italia venne incaricata dal ministro Adolfo Urso di convocare un tavolo tecnico a fine 2023, la sottosegretaria al Ministero delle Imprese e del Made in Italy affermò di non sapere niente del piano industriale sviluppato dal comitato tecnico-scientifico della Cooperativa GFF – sposando di fatto la vulgata secondo cui oggi l’assemblea permanente dei lavoratori sarebbe ostativa alla reindustrializzazione. Una tesi smentita da numerose sentenze di Tribunale, ma evidentemente ignorate proprio dal legalitarismo del Governo.

Oltre ad essere il prodotto di un pensiero retrogrado, quello secondo cui un’assemblea permanente determina automaticamente la “lesione del diritto d’impresa”, è smentita dal seguente fatto: chi partecipa all’assemblea permanente ha lavorato fino al dicembre 2023, come da accordi con la parte datoriale, per la manutenzione e la messa in sicurezza dello stabilimento. E se questa è l’unica mansione attualmente spendibile presso l’ex-GKN, non è certo responsabilità dei lavoratori. Almeno così dicono fino ad oggi le sentenze. E dal primo gennaio 2024  i lavoratori sono regolarmente a disposizione. Senza ricevere stipendio.

Ci sembra che ciò che latiti sia proprio la proprietà formale dell’azienda: Francesco Borgomeo, il presidente della società QF Spa, ovvero l’imprenditore che nel novembre 2021 è stato  nominato advisor da Melrose Industries Plc (il fondo finanziario britannico che nel 2018 rilevò la multinazionale GKN Plc) per scovare investitori che potessero reindustrializzare il sito di Campi Bisenzio. Sorprendentemente, da advisor Borgomeo si trasformò in acquirente stesso della ex Gkn.

Dopo l’istituzione della società QF (acronimo di “QuattroF”: Fiducia nel Futuro della Fabbrica di Firenze), a dicembre acquistò il 100% delle quote dello stabilimento ex-GKN. 

Dopo un mese, per l’esattezza il 19 gennaio 2022, un evento potenzialmente positivo: alla presenza di rappresentanti Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, del Ministero dello Sviluppo Economico, della Regione Toscana, della Città Metropolitana di Firenze, del comune di Campi Bisenzio, di Invitalia, delle organizzazioni sindacali unitamente alle RSU e di QF stessa, fu firmato l’accordo quadro presso il MIMIT che sancì «L’impegno del dott. Borgomeo di farsi carico della riconversione industriale, nell’ipotesi in cui entro il 31 Agosto 2022 non si riuscisse a concretizzare il processo di riconversione industriale».

Nonostante i buoni propositi, però, l’evoluzione della proprietà targata Borgomeo non ha testimoniato particolare slancio né fiducia nel futuro della fabbrica fiorentina. Al netto di un piano di reindustrializzazione mai presentato nel dettaglio – ragion per cui per tutto il 2022 e 2023 diviene quasi impossibile accedere a un ammortizzatore sociale legato alla reindustrializzazione (la cassa di Transizione per la quale è necessario appunto un piano industriale) –, gli highlights dell’operato di Borgomeo riguardano esclusivamente un beffardo risiko societario. Nel maggio 2022, infatti, lo stimato advisor creò la società Pvar Srl allo scopo di acquisire il controllo di QF qualche mese dopo (ottobre 2022). Nello stesso mese, Pvar cedette la metà delle proprie quote a Tuscany Industry Srl, società formata poco prima.

Sorge spontaneo chiedersi: cosa accomuna Pvar e Tuscany Industry? Il medesimo oggetto sociale, cioè  «L’acquisto, la vendita, la permuta, la costruzione, la ristrutturazione, la gestione di beni immobili». Considerando, inoltre, che QF è stata messa in liquidazione volontaria a febbraio 2023, come si può dedurre dai reportages di IrpiMedia e de L’Espresso, la struttura societaria così composta pare più funzionale a una operazione speculativo-immobiliare che a una reindustrializzazione.

Tornando al 17 novembre 2024, malgrado il cielo cinereo e una serie di elementi sufficienti a svelare un cinico disegno calcolatore finalizzato a capitalizzare sull’area immobiliare, quella domenica tipicamente novembrina si respirava un’atmosfera di fervida consapevolezza.  I corpi delle persone riunite in piazza Poggi quel giorno hanno testimoniato che, ai piedi della torre di San Niccolò, si è praticata politica. Una “Politica” nel senso più classico del termine: l’arte di vivere assieme. Ed è particolarmente paradigmatico che il mondo della politica elettorale o partitica si sorprenda di fronte alle azioni così tenaci del Collettivo di Fabbrica GKN. Le parole pronunciate dalle diverse figure istituzionali intervenute nel merito della vertenza celano una retorica paternalista e depotenziante, alimentata da affermazioni del tipo: «Siete senza stipendio, siete affamati e consunti: la vostra resistenza è un gesto politico, non è una reale necessità», come a significare che vivere un anno senza stipendio, o meglio, vivere un anno senza il dovuto stipendio (e i dovuti arretrati, come sentenziato dal Tribunale di Firenze) dovrebbe logorare al punto da perdere la voglia di praticare l’arte del vivere insieme. Perché la fame toglie lucidità, e senza lucidità si dà adito alle tendenze più irrazionali, fino ad abbandonarsi al bieco individualismo: ed è proprio questa la condizione verso cui logiche capitaliste tentano di spingere le persone più deboli, cancellandone i diritti e le virtù sociali per trarne il maggior profitto possibile.

A proposito di fame, uno dei gesti più estremi dei tre anni e mezzo di lotta è stato proprio lo sciopero della fame. Il 4 giugno 2024, al culmine di quasi  due settimane di acampada nei giardini del palazzo che ospita alcuni uffici della Regione Toscana a Novoli, tre operai del Collettivo dichiararono che avrebbero iniziato ad astenersi dal cibo. Per destare ancora più scalpore, il giorno successivo il presidio si è poi spostato  dalla periferia al centro città, stabilendosi in Piazza della Indipedenza, a soli 800 metri da Palazzo del Pegaso – la sede che ospita il Consiglio regionale. 

L’inizio del digiuno fu accompagnato dal seguente comunicato: «Ci abbiamo riflettuto a lungo. Non crediamo negli atti individuali ma nella lotta collettiva. Che sia praticato da alcuni o molti, infatti, lo sciopero della fame è solo un ulteriore strumento messo in campo da questa vertenza, ad ausilio di una lotta collettiva», riportando genuinamente anche lo spavento legato all’iniziativa: «Perché è una privazione mai provata. E non sappiamo quanto resisteremo. E ci imbarazza usare un termine come “fame” in un mondo dove di stenti si muore veramente, a partire dalla drammatica situazione in Palestina. Ma poi alla fine, ci siamo dati la risposta più semplice: siete voi a dovervi ammalare di paura e l’imbarazzo è tutto vostro».

Malgrado alcune lettere anonime recapitate ai mezzi che stampa che millantavano una (falsa) rottura delle trattative fra RSU e Regione Toscana, l’impaccio suscitato fu talmente evidente da spingere il presidente del Consiglio regionale, il Dem Antonio Mazzeo, ad esporsi in prima persona per dichiarare l’impegno del PD a sostenere l’iter della legge sui Consorzi industriali. Se il 17 giugno 2024 i tre operai sospesero il periodo di astensione dal cibo, l’acampada in piazza Indipendenza terminò il 28 giugno, con l’impegno del Consiglio Regionale a discutere la legge e con l’annuncio del presidente della Regione Toscana Giani di un contributo una tantum di tremila euro ai lavoratori di aziende in crisi che, pur non essendo al centro di procedure di licenziamento, non percepiscono stipendio da almeno sei mesi. Il primo caso concreto di applicazione di questa misura regionale riguardò quindi i quasi 150 lavoratori ex-GKN, che poterono godere di una boccata d’ossigeno dopo mesi di asfissia.

Lo sciopero della fame è un gesto di protesta che rientra pienamente nella sfera della cosiddetta “notiziabilità”, cioè quella porzione di campo mediatico in cui il confine tra spettacolarizzazione posticcia e rivendicazione autentica è molto sottile. È un gioco pericoloso,  in cui le stesse regole rischiano di erodere i contenuti che si vogliono trasmettere. Ciò, però, può essere evitato disinnescando le possibili distorsioni comunicative, proprio come è stato fatto dal Collettivo di Fabbrica,  che ha deciso di inserire un atto individuale extra-ordinario all’interno di  una processualità di azioni plurali. La scelta di astenersi dal cibo è stata compiuta da tre operai dopo anni di assemblea permanente collettiva; dopo aver elaborato un avanzato progetto di reindustrializzazione, dopo le vittorie nelle aule dei tribunali, dopo la partecipazione costante a tutti i tavoli tecnici concessi dalle istituzioni (e puntualmente disertati dal datore di lavoro),  dopo aver riunito decine di migliaia di persone nei numerosi cortei che hanno attraversato l’Italia e aver ispirato la creazione di opere artistiche come spettacoli teatrali, film, narrativa working class, brani musicali –  la lista potrebbe continuare a lungo.

Ad essere notiziabile fu anche il periodo trascorso sulla Torre di San Niccolò. La sera di venerdì 30 giugno 2023, un gruppo di operai del Collettivo salì sopra la Torre promettendo di restarci almeno fino al momento dell’erogazione della cassa integrazione spettante. «Scusa Firenze, quella lotta è di tutt* e per tutt*» recitava uno striscione affisso tra le fenditure dell’emblematica torre ai piedi di Piazzale Michelangelo. Sabato 1 luglio, il giorno dopo la prima notte spesa in uno dei punti più alti d’Oltrarno, fu indetta una conferenza stampa in piazza Poggi per condividere le motivazioni di questa mossa: a maggio 2023 il Ministero del Lavoro concesse degli ammortizzatori sociali straordinari, ossia la “cigs in deroga” che fu disegnata dal Governo Meloni su misura delle esigenze di QF (visto che i bonifici sarebbero stati emessi da un ente pubblico, l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, come ad ignorare la sentenza del Tribunale di Firenze che aveva stabilito alcuni obblighi a carico di Borgomeo); ciononostante, nelle settimane seguenti non si mosse una foglia. Motivo per cui il Collettivo intraprese delle iniziative di presidio alla sede INPS, riuscendo a strappare la garanzia dello sblocco della cassa integrazione prima dell’inizio di luglio 2023. Giunti alla fine di giugno senza ancora lo stralcio di un bonifico, tanta era l’esasperazione quanto la necessità di inasprire i toni. 

Ecco spiegate le motivazioni di un altro gesto in grado di suscitare grande attenzione mediatica, anche se, pure in questa occasione, le dichiarazioni decise collettivamente da chi stava sopra e sotto la torre fugarono qualsiasi dubbio: non si trattava di una singola azione di protesta isolata, ma della sublimazione di molteplici percorsi intrapresi da tempo. L’attenzione non fu dunque riposta sul gruppo di operai sopra la torre; fu evidenziato, invece, lo studio compiuto per ideare una cooperativa che potesse dar corpo ad un progetto di reindustrializzazione socialmente e ambientalmente integrato (che in quel momento, istituzionalmente parlando, aveva attratto le sole attenzioni del consigliere regionale del PD Valerio Fabiani – non certamente quelle di Urso o Bergamotto, che potrebbero forse avere qualche pregiudizio nei confronti di un tentativo di reindustrializzazione dal basso). 

Dopo una settimana trascorsa in cima alla Torre di San Niccolò, il 7 luglio 2023 giunsero due buone notizie: l’accredito dei primi mesi di cassa integrazione sui conti correnti dei circa 200  operai del Collettivo ex-GKN, e il presunto interessamento di un soggetto che si facesse carico della ripresa industriale del sito di Campi Bisenzio.  Raggiunto un primo risultato, fu deciso di lasciare la torre, dando appuntamento alle iniziative di lotta per il secondo anniversario dell’inizio dell’assemblea permanente.

Tornando al presente, è curioso osservare che non si è più sentito parlare di tale soggetto; in ogni caso, se ipoteticamente si continuasse a tener in scena un nuovo attore sul palcoscenico di questa  vertenza, ora come allora si presenterebbe il medesimo problema: capire come avere la disponibilità dello stabilimento ex-GKN. Questione non da poco dato che, come si è scoperto solo di recente, la partita del risiko societario giocata da Borgomeo ha registrato nuovi scenari all’inizio di quest’anno: QF Spa (ma forse dovremmo dire Pvar Srl?) ha venduto la fabbrica a Tuscany Industry Srl (che dovrebbe già possedere il 50% delle quote di Pvar) e Sviluppo Immobiliare Toscana Srl (nuova pedina sulla scacchiera) in data 12 marzo 2024. Lo stesso giorno in cui si sarebbe dovuto tenere un tavolo tecnico al MIMIT. Tavolo che non fu nemmeno apparecchiato, in quanto rinviato dallo stesso Ministero last minute a causa di una mail che l’azienda non avrebbe mai ricevuto, a detta di Gianluca Franchi, il liquidatore nominato da QF. Se questo non è un meccanismo ad orologeria capitalistica, ovverosia il complesso degli elementi anti-democratici messi in moto dalle esigenze della politiche economiche a trazione neoliberista, cos’altro può ricadere sotto tale definizione? A maggior ragione considerando che Borgomeo disertò anche il successivo incontro, che fu posticipato al 26 marzo 2024, quando il ministro Adolfo Urso, interrogato dalla RSU sul merito dell’intreccio tutto in famiglia tra le imprese QF-Pvar-TI-SIT (dietro le quali si stagliava una società fiduciaria riconducibile alla Fondazione Monte dei Paschi di Siena  – il cui azionista di maggioranza è il Ministero delle Economie e delle Finanze), dichiarò di non avere nessuna informazione al riguardo e che avrebbe tentato di riconvocare l’azienda in liquidazione. Cosa che non è ancora stata compiuta.   

La rabbia montata di fronte all’ennesima dimostrazione di incompetenza da parte di Franchi e Borgomeo (quantomeno nel consultare la posta elettronica) spinse il Collettivo di Fabbrica GKN a doversi spingere, di nuovo, verso il firmamento: fu la volta della salita sulla torretta di illuminazione della stazione ferroviaria di Santa Maria Novella. «Più voi siete melma, più noi cerchiamo il cielo» furono le significative parole firmate dal Collettivo per sublimare l’ennesimo strappo. E a proposito di melma, giova ricordare che la RSU di fango ne ha spalato. Sia a novembre 2023, quando l’alluvione devastò Campi Bisenzio e lo stabilimento ex-GKN divenne un centro di soccorso e un polo di coordinamento dei volontari e delle volontarie, che pochi mesi prima, a maggio, quando l’acqua sommerse diverse zone della Romagna e gli operai del Collettivo di Fabbrica si armarono di pale e si diressero dove c’era più bisogno di braccia, perché quel che era accaduto là sarebbe potuto accadere pure qua. 

Procedendo verso la conclusione,  ci sembra importante riportare qui il breve racconto (l’ultimo) di un gesto rappresentativo: il blitz nella basilica di Santa Maria Novella. Durante lo sciopero generale del 17 novembre 2023 indetto da CGIL e UIL, un gruppo di persone si staccò dal corteo guidato dalla RSU ex-GKN per una deviazione verso una delle più importanti chiese fiorentine, testimoniando preoccupazione per le condizioni dell’arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori, il quale non si era fatto più vedere dopo la passerella nella fabbrica di Campi durante le festività natalizie del 2021. Rassicurati sulla buona salute del vescovo – «Hallelujah!» fu l’ironico commento di alcuni membri del Collettivo di Fabbrica –, dopo aver superato le (paradossali) resistenze del (probabilmente sottopagato) personale dedicato all’accoglienza del flusso turistico, le anime del blitz entrarono nella basilica con le rispettive vanghe ancora sporche di mota. Appoggiati i badili sugli inginocchiatoi, prima di essere allontanati dalle forze dell’ordine, gli operai e le persone solidali riuscirono a posare dinnanzi all’altare esponendo lo striscione «Insorgiamo». 

Una rivendicazione materiale inaspettatamente spirituale che simboleggia la convivenza di due fattori all’apparenza inconciliabili: da un lato, l’elevata preparazione tecnica che ha permesso alla resistenza operaia di sviluppare, grazie al prezioso contributo di studiosi e studiose solidali, un piano economico di reindustrializzazione e due proposte di legge (di cui la prima, la cosiddetta “legge antidelocalizzazioni”, è giunta in Parlamento, mentre la seconda è è stata recentemente approvata dal Consiglio della Regione Toscana); dall’altro lato, invece, l’attuazione di pratiche sociali inclusive ha consentito di originare una cornice etico-morale inedita per le forme di resistenza che vivono in una società individualistica qual è la nostra, dato l’intreccio fra diritti dei lavoratori e valori comunitari come quelli legati ai concetti di cura, solidarietà, convergenza, dignità, giustizia e intersezionalità. 

 

Per concludere, lo slogan «Resistere all’inverno, prenderci la primavera» nato in occasione della giornata di mobilitazione del 17 novembre 2024 dovrà risuonare rumoroso fino all’equinozio di marzo, perché il Collettivo di Fabbrica e il movimento solidale si trovano a fronteggiare le asperità della bruma: la resistenza degli operai che non ricevono stipendio da 12 mesi e la puntualità dell’attuazione del piano industriale sono sotto stress. L’energia per mettere a disposizione i propri corpi, come in occasione dell’ultimo presidio che si è tenuto sotto la sala del Consiglio regionale in attesa del via libera alla proposta di legge sui consorzi di sviluppo industriale, non manca. Ma tenere viva la vertenza nelle settimane che seguiranno le festività di fine anno, considerati i tempi tecnici del caso, sarà impegnativo. 

Alla luce di queste considerazioni, il minimo che si possa fare è ricordarsi che non ci potrà essere spazio per narrazioni inquinate, paralogismi o vacui tecnicismi di sorta: indipendentemente dall’epilogo, siamo di fronte alla lotta operaia più innovativa che il capitale abbia visto. Finora. 

 

di Lorenzo Robin Frosini (Lorenzo Robin Frosini),Marta De Zolt (Marta De Zolt)

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