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Una lettura dell’Iran attraverso il cinema

Il cinema iraniano segue un comune denominatore: è in grado di mettere in scena la realtà e radiografare la verità delle cose con l’apporto del realismo. Questa abilità è figlia di un sistema che reprime, schiaccia e censura le voci libere e indipendenti

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Tradendo la sua iniziale reticenza alla politica attiva, rispetto alla quale aveva mantenuto fino a quel momento una posizione marginale, nel 1949 lo Scià Reza Pahlavi, succeduto al padre nell’immediato dopoguerra, istituisce una camera alta del Parlamento, attribuendo all’Assemblea Costituente l’incarico di nominare i nuovi senatori. Due anni più tardi, nel 1951, il Primo Ministro, Mohammad Mossadeq, vara una legge con la quale veniva nazionalizzata l’industria petrolifera iraniana, una delle più ricche e abbondanti del pianeta. In questo modo, Mossadeq si guadagna l’antipatia degli Stati Uniti, che avevano sviluppato un’intesa e un filo diretto con il sovrano Pahlavi, ma soprattutto si inimica la Gran Bretagna, titolare di importanti contratti di estrazione con gli impianti petroliferi e proprietaria di alcuni giacimenti. Infatti, il 19 agosto del 1953, un colpo di stato orchestrato da CIA ed MI6 e rinominato Operazione Ajax, eseguito dal generale Zahedi a sua volta d’accordo con Pahlavi, destituisce Mossadeq. Lo stesso Zahedi viene nominato Primo Ministro dallo Scià, con ratifica del Parlamento bicamerale, all’interno del quale molti Senatori sono fedeli al monarca. Nella società però, così come nella camera bassa del Parlamento, qualcosa inizia a scricchiolare, e tocca proprio al generale Primo Ministro Zahedi sedare le rivolte e tenere a bada l’opposizione politiche di alcuni partiti: in particolare il Fronte Nazionale, fondato un decennio prima da Mossadeq, ora costretto in casa dai domiciliari, e il Partito Comunista della Tudeh. Dunque, già prima dell’islamizzazione che interesserà il Paese a partire dalla fine degli anni settanta, la repressione del dissenso politico che, oltre ai militanti politici, colpiva di frequente i giovani (l’Iran è uno dei paesi con la popolazione più giovane del Medio Oriente) e gli artisti il cui pensiero e le cui opere erano “disallineate”. 

 

Facendo un piccolo salto avanti nella storia dell’Iran, che nel frattempo aveva conosciuto un periodo di riforme, passato agli atti come Rivoluzione Bianca, e di fortissima occidentalizzazione voluta da Palhavi, troviamo una nazione insofferente e stanca, fiaccata dalla povertà e disturbata dalle tendenze filo-occidentali del sovrano. Molte speranze erano riposte nella figura carismatica dell’Imam Khomeyni, esperto studioso del Corano e della Sharia sotto l’Ayatollah Borujerdi di Qom, che aveva guadagnato il sostegno e la fedeltà degli iraniani che sognavano un governo a trazione islamista, basato sulla legge del Corano. Esiliato nel 1963 da Pahlavi come nemico politico, torna in Iran nel 1979 in seguito alle violente proteste, dapprima studentesche e poi espanse a tutta la società in maniera trasversale, per destituire lo Scià e prenderne il posto alla guida della nazione. Dunque, nel febbraio del 1979, Khomeyni, di fede sciita, fonda la Repubblica Islamica dell’Iran e, per prima cosa, mette a punto una macchina di repressione politica del dissenso tarata per colpire in modo rapido e sommario i sostenitori del deposto sovrano o presunti tali. Secondo le ricostruzioni più attendibili, entro la fine del 1979 vengono fucilate all’incirca 10.000 persone, molti giovani, inaugurando una consuetudine che resiste e persiste con rinnovata vitalità fino a oggi, e che nel corso dei decenni ha privato sempre più la popolazione iraniana di diritti civili e libertà individuali fondamentali, come la libertà di espressione, di pensiero, di stampa e, com’è ovvio, quella religiosa. Inoltre, sotto la guida dell’Ayatollah Khomeyni viene reintrodotta la poligamia per gli uomini, abolito il divorzio e la libertà delle donne di abortire, e viene altresì imposto alle donne di portare il velo in pubblico. Diktat da cui, nel settembre 2022 nascerà una violentissima protesta capace di contagiare l’intero Paese, in seguito alla morte in circostanze sospette della ventiduenne Masha Amini, all’interno di un carcere di Teheran dove era stata portata dalla Polizia della Morale per aver, appunto, indossato male l’Hijab. Altre proteste, a volte sfociate in rivolte, hanno interessato ciclicamente l’Iran e sono sempre nate dalla forte insofferenza, soprattutto dei giovani, nei confronti del feroce autoritarismo, della mancanza di aperture, della drastica censura e della violenza usata per implementare tutte le proprie politiche da parte della Repubblica Islamica, sia sotto il regno di Khomeyni che in seguito al succedergli del delfino da lui stesso appuntato, il Grande Ayatollah Khamenei, in carica dal 1989 e tuttora guida suprema dell’Iran. Le più violente proteste hanno avuto luogo nel 2009, nel 2011 e nel 2017/19. Tutte sono state sedate in modo brutale dall’esercito dei Pasdaran, fino al gennaio 2020 guidato dal generale Soleimani, ucciso dall’amministrazione Trump con missile sull’aeroporto di Baghdad. Ma tutte hanno in comune una stretta potentissima sugli intellettuali e sugli artisti iraniani, quasi tutti oppositori del regime degli Ayatollah. 

In particolare, la macchina della censura e la persecuzione politica, fatta di minacce, arresti continui e persino torture nelle carceri, hanno interessato gli esponenti di spicco del cinema iraniano, attori e registi come il celebre cineasta Abbas Kiarostami e Jafar Panahi, e poi ancora la regista e attivista femminista Mahnaz Mohammadi, l’attivista Premio Nobel Narges Mohammadi e Mohammad Rasoulof, vincitore dell’Orso d’Oro del Festival di Berlino nel 2020 con Il male non esiste (Sheytān vojud nadārad), più volte tacciato di propaganda contro lo Stato dalla corte rivoluzionaria iraniana. 



Il cinema iraniano aderisce al realismo per attuare una ribellione

È recente la notizia della fuga clandestina dall’Iran da parte di Mohammad Rasoulof a seguito dell’avvenuta condanna a cinque anni di detenzione e pena di frustate. Rasoulof è solo uno tra i tanti autori che, come accennato nell’introduzione, sono vittime del regime iraniano di Khamenei, che nel rapporto coi media interni controlla la propaganda e attua il soft power al pari di quello messo in piedi durante la Guerra Fredda dai due blocchi; sovietico e occidentale. Sembra paradossale il fatto che questo arresto segue il rilascio di un altro grandissimo nome nella lotta alla censura e alle modalità disumane del governo iraniano: quello di Jafar Panahi. Il cineasta storico aiuto regista di Abbas Kiarostami è stato finalmente rilasciato a febbraio 2023 dopo innumerevoli condanne e anni di detenzione. Inoltre Jafar Panahi ha potuto lasciare l’Iran dopo quattordici anni (a causa dei divieti imposti dal governo, oggi revocati) e raggiungere la Francia, che negli anni si è affermata tra i Paesi culla degli artisti in fuga dal regime.

Quello di Panahi è senza dubbio il nome di maggiore risonanza quando si tratta di raccontare l’Iran e le sue mille contraddizioni. Perché i suoi film sono carichi di una sapienza linguistica e teorica senza eguali, e lo si capisce quando gioca con la percezione dello spettatore nei confronti della verità e del limite con la finzione. Il cinema iraniano segue un comune denominatore: è in grado di mettere in scena la realtà e radiografare la verità delle cose con l’apporto del realismo. E questa abilità, va detto, è tristemente figlia di un sistema che reprime, schiaccia e censure le voci libere e indipendenti. Allora ecco che il tramite più funzionale è quasi sempre l’automobile, come ci insegnano i lunghi viaggi narrati dal maestro Abbas Kiarostami; basti pensare a Il sapore della ciliegia (Ta’m-e gilās…) del 1997, opera di realismo poetica ma non per questo meno rivoluzionaria. È presto spiegato come il mezzo di locomozione diviene un punto fisso anche nel cinema di Jafar Panahi, e basta vedere Taxi Teheran (id., 2015) per rendersene conto. Questo – un film girato in totale clandestinità, perché il regime tra le svariate pene includeva il divieto di realizzare film – tratteggia il sottile limite del documentario che nel corso dell’intera visione sfuma verso una rappresentazione e una discorsività a dir poco geniale. I finali di Panahi comunque hanno un gusto sempre agrodolce. Cos’altro sono, se non delle agguerrite dichiarazioni di sfida?

Il fil rouge di una mente piena di intuizioni geniali torna a manifestarsi durante una delle visioni più illuminanti degli ultimi anni. Durante la Mostra del Cinema di Venezia nel 2022 viene presentato in concorso Gli orsi non esistono (Khers nist), un film che racchiude in sé molte tracce della poetica del cineasta: pensiamo ad esempio al racconto dell’Iran rurale, quello dei villaggi e in un certo senso marginalizzato, che guarda al progresso con diffidenza (il progresso è incarnato dalla contrapposizione strutturale con Teheran, metropoli cuore pulsante dell’apparato socio-economico dell’intero paese e casa di importanti università, tra le molte altre cose). Ma il momento cardine, quello dello svelamento, è senza dubbio quello che vede Panahi salire a piedi lungo una collina, di notte, che inconsapevolmente si avvicina al confine – invisibile – iraniano. E quando a venire reso noto è il fatto che i piedi del regista sono adesso sul preciso punto di confine del Paese, che lui non può lasciare, Panahi indietreggia. Non c’è la possibilità di fuga. Una bellissima e gentile dichiarazione d’intenti: combattere il sistema da dentro è sintomatico del coraggio di pochi.

Poi l’Iran è vittima di una fuga di cervelli senza precedenti, da diversi anni a questa parte. I giovani e i meno fortunati abbandonano la terra natia a causa della situazione opprimente del regime che limita parecchio le libertà individuali. Queste libertà negate, chiaramente rincorrono anche i registi e alcuni di loro scelgono di lasciare l’Iran con la speranza che le loro storie possano essere accolte e ascoltate da altri Paesi. In questo scenario tra i nomi di punta troviamo Ali Abbasi, cineasta iraniano con cittadinanza danese, vincitore del premio Un Certain Regard al Festival di Cannes nel 2018 per Border (Gräns). L’esordio di Abbasi sembra avere poco o nulla a che fare con la situazione iraniana, specialmente se pensiamo al fatto che il film è tratto dal racconto di uno scrittore danese, John Ajvide Lindqvist, e ambientato proprio in Danimarca. Eppure in questa disamina dell’idea di confine, di appartenenza, si colgono lontanamente degli echi di denuncia nei confronti di Stati che non ammettono il transito libero di cittadini. Questa lettura può sembrare anche azzardata, ma sembra che l’annusare della protagonista parli collateralmente di un sentimento di appartenenza, e dell’impossibilità di riconoscere in chi sta accanto dei volti simili o amici.

Un ulteriore passo nell’analisi “esterna” dell’Iran da parte di Abbasi avviene col suo ultimo film Holy Spider (id., 2022). Questa è una storia tratta da vicende realmente accadute: a Teheran inizia una lunga scia di femminicidi da parte di un uomo che riesce a vedere il mondo solo attraverso la sua lente, quella della fede più ortodossa e punitiva. La protagonista è una giornalista incaricata di indagare su questi omicidi, interpretata da Zahra Amir Ebrahimi che per questo ruolo vince il premio alla migliore attrice protagonista a Cannes nel 2022. Inoltre lei è l’autrice del film Tatami (id.,2023),  realizzato a quattro mani con il regista israeliano Guy Nattiv; di fatto un’inedita collaborazione dei due Paesi, pensando soprattutto alle cronache correnti in merito alla situazione di Israele e il suo rapporto col Medio Oriente. Ad ogni modo Holy Spider seppure in alcuni momenti sembra zoppicare e mostrare alcune debolezze (nel linguaggio filmico e nel contenuto) è un buon punto di lettura e di accessi, in questa nostra mappa virtuale di approdo all’Iran attraverso il cinema.

Esistono però anche casi di autori che con l’allontanamento hanno raggiunto picchi altissimi di genialità. Chi ha deciso che l’impegno politico e sociale deve essere una prerogativa ineludibile? È sicuramente questo il caso di Amir Naderi. Il regista classe ’46 infatti dopo un infanzia neorealista trascorsa nella miseria, si appassiona alla fotografia e realizza i suoi primi film in patria, film dal fortissimo influsso pasoliniano; il più esplicativo è sicuramente Harmonica (Saz-e dahani) del 1973, restaurato e proposto nella sezione Venezia Classici, nel 2023. Alla fine degli anni ’80 Naderi si sposta in America, precisamente a New York. Ed è proprio qui che venendo a contatto con la scuola avanguardista figlia di Andy Warhol, realizza alcuni dei suoi più illuminanti lavori: Manhattan by Numbers, A, B, C… Manhattan, Marathon, Sound Barrier girati tra il 1993 e il 2005 . Questi sono dei segni lucidissimi di una avvenuta deflagrazione del modello narrativo e/o drammaturgico di qualsiasi sorta. In questi film lo sperimentalismo invade ogni aspetto filmico, e la visione che ci regala Amir Naderi si conferma di rara bellezza e coraggio.

Con questa mappatura dei punti di accesso al cinema iraniano, e il conseguente sguardo sulla società e la collettività, abbiamo voluto mettere in risalto un panorama fatto di molte contraddizioni, che riesce a regalarci spunti di riflessione anche nei confronti della società occidentale. Perché è giusto ricordare che le fratture interne andrebbero sempre espresse e mostrate nelle società democratiche, per fare in modo che la libertà non venga meno, che l’indipendenza del singolo non venga meno, e di conseguenza che tutti i diritti legati alla libera espressione continuino ad esistere.

I film citati in questo articolo in ordine di lettura sono: Il male non esiste (Sheytān vojud nadārad) di Muhammad Rasoulof; 2020, Il sapore della ciliegia (Ta’m-e gilās…) di Abbas Kiarostami; 1997, Taxi Teheran di Jafar Panahi; 2015, Gli orsi non esistono (Khers nist) di Jafar Panahi; 2022, Border – Creature di confine (Gräns) di Ali Abbasi; 2018, Holy Spider di Ali Abbasi; 2022, Tatami – una donna in lotta per la libertà (Tatami) di Guy Nattiv e Zar Amir Ebrahimi; 2023, Harmonica (Saz-e dahani) di Amir Naderi; 1973, Manhattan by Numbers di Amir Naderi; 1993, A, B, C… Manhattan di Amir Naderi; 1997, Marathon – Enigma a Manhattan di Amir Naderi; 2002, Sound Barrier di Amir Naderi; 2005





di Pompeo Angelucci (Pompeo Angelucci),Giovanni Rossi (Giovanni Rossi)

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