È il pomeriggio del 6 gennaio 2021 quando un gruppo di manifestanti fa irruzione al Campidoglio, mentre si sta certificando il risultato delle elezioni presidenziali statunitensi vinte da Joe Biden. Le immagini di quella giornata restano impresse nella nostra storia: lo sciamano – con il volto dipinto, un copricapo con pelo e le corna, il petto scoperto e una lancia con appesa la bandiera degli Usa, Richard Bingo Barnett – che si fa ritrarre coi piedi sopra la scrivania della Speaker della Camera. Tra le altre foto della giornata, anche quella di chi ruba il legio parlamentare, portandolo via sottobraccio. Lo scenario ha scatenato un’ondata mediatica che ha riportato l’accaduto descrivendolo come il sintomo della fine della democrazia.
Nello stesso momento in Italia, a Milano, cinque ragazzi vengono prelevati e collocati in comunità dai carabinieri questa mattina a Solaro, un comune del Milanese, perché ritenuti responsabili di violenze e rapine a coetanei. Si tratta di una delle tante notizie di cronaca locale aventi come protagonisti ragazzi dai 10 ai 22 anni. Si è parlato di «un’onda baby gang» che imperversa nelle strade di Milano, alimentando la rappresentazione di una città Far West.
Episodi diversissimi e distanti, accomunati dallo stesso denominatore: una narrazione che si ferma in superficie. Se, come insegna Hemingway, diventa centrale per una buona scrittura lasciare l’iceberg sommerso, diventa altrettanto fondamentale scendere sott’acqua, immergersi, andare in profondità e capire le cause, le radici di quel fenomeno. Nasce così oltreoceano, come mi racconta Stefano Ricaldone, editor della rivista. Quando parliamo mi spiega che è proprio da questi due eventi che lui e Gabriel Seroussi – fondatore – iniziano a notare «che c’era un gap enorme nel come si venivano raccontati questi argomenti, nel fatto che c’era un’assoluta incapacità da parte del giornalismo, sia quello più pop, ma anche quello si presenta come più informato».
Mi racconta di come il problema, per loro, fosse proprio il modo in cui si parlava e soprattutto si scriveva di questi fenomeni: in maniera assolutamente stereotipata rispetto al discorso delle baby gang a Milano – discorsi che avevano una profonda matrice paternalista, macista e razzista. Non è un caso infatti, che la loro prima pubblicazione avesse proprio quel tema al centro.
Intitolata Gang Signs, offre un’ampia disamina del fenomeno statunitense. Come scrivono, “nell’immaginario collettivo le gang stanno alla comunità nera come la Mafia sta agli italiani. Eppure la realtà è ben diversa. La storia delle gang è sia una storia criminale ma anche una di auto-organizzazione dal basso, di risposta comunitaria alle difficoltà imposte dalla società Americana. Grazie al rap, le gang sono poi entrate nella cultura di massa diventando così centrali nel dibattito pubblico e nell’agenda politica dei presidenti americani”.
Stefano mi spiega che «l’idea nasceva in maniera esplicita rispetto al discorso che veniva fatto qua in Italia, rispetto al discorso delle baby gang. Da dove nascono questi immaginari? Qual è la storia che sta dietro? Andando a scomporre, quello che tu vedi è che la criminalità organizzata negli Stati Uniti, soltanto negli ultimi decenni, ha avuto un ingresso da parte anche di esponenti della comunità afroamericana».

La forza di oltreoceano sta proprio qui: nella capacità di attuare una lucida analisi dei fenomeni sociali contemporanei ripercorrendone la storia e, soprattutto, offrendo uno studio culturale capace di sbrogliare i punti critici delle narrazioni generaliste che sono state fatte della cultura afroamericana. Per Stefano l’idea è quella di «cercare di portare analisi, riflessioni e concetti che normalmente sono chiusi in una bolla e di portarli nel dibattito pubblico, per alzarne il livello. Quindi nasce dal fatto che noi vediamo, ascoltiamo, respiriamo, sentiamo costantemente cultura che viene prodotta in Nord America e soprattutto cultura che ha origine nella comunità afroamericana». È così che nasce questo magazine indipendente sulla storia e la cultura della comunità Afroamericana, proponendo contenuti di approfondimento sulla comunità nera in America per il pubblico europeo. Ogni numero del magazine è dedicato ad una ricerca multimediale monografica. L’insieme delle ricerche prodotte diventa parte di THIS IS AMERICA, volume annuale auto-prodotto. La seconda pubblicazione esplora le connessioni e le narrazioni transatlantiche che alimentano le discussioni attuali su come la cultura Afroamericana si stia plasmando. All’interno sono inclusi i cinque numeri monografici pubblicati da oltreoceano nel 2024, più un numero inedito, “Hidden identities: potere, rappresentazioni e sfruttamento nell’industria della moda”.
Si tratta di una missione centrale dal momento in cui, come ci tiene a spiegare Stefano, siamo immersi da tempo in questa cultura. «Il veicolo principale con cui io credo tutte le generazioni europee hanno conosciuto quella cultura lì è attraverso la musica. A un livello più superficiale è tutta la cultura hip hop, ma andiamo anche prima, e quindi può essere il blues, il jazz». La musica diventa una componente importante nella pubblicazione: la sezione Rhythm of liberation racconta per l’appunto l’emancipazione femminile nera dal gospel alla trap, in un percorso che celebra l’eredità delle donne nere nella musica, narrando non solo i loro successi artistici ma anche il loro profondo impatto sulla lotta per l’uguaglianza e la giustizia. La sezione presenta anche un QRCode per ascoltare le stesse canzoni usate durante la stesura dei pezzi.
Nella pubblicazione si trovano altri contenuti che raccontano l’America tramite un affondo profondo, verticale, in quegli episodi che hanno segnato la storia del Paese – come il caso O.J. Simpson; oppure in quei temi la cui gestione è sempre controversa – le carceri.
Il secondo volume di oltreoceano è disponibile online e in alcune librerie selezionate in Italia e all’estero, per saperne di più puoi cliccare qui.

