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Un museo (de)coloniale

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La porta si apre su un magazzino pervaso dall’odore della naftalina e dal ronzio dei neon. Sugli scaffali, suppellettili, arredi, abiti e gioielli tradizionali, attrezzi, strumenti musicali; oggetti di legno, di metallo, di tessuto, di vimini, di osso, di conchiglia, ognuno con un numero di inventario. Ogni oggetto riposa in un sacchetto di plastica. Non vedono la luce da almeno cinquant’anni. Potrebbe trattarsi del deposito di un museo etnografico qualsiasi, ma non è così. Infatti, non sappiamo di preciso come questi oggetti siano arrivati qui: furti, razzie, scambi commerciali, appropriazioni più o meno lecite? Quello che sappiamo è che provengono dai territori africani occupati dall’Italia nella sua parabola coloniale, dalla fine dell’Ottocento alla Seconda guerra mondiale; e che sono stati raccolti qui per farne un museo, fondato da Benito Mussolini.

La storia del Museo coloniale – creato per la propaganda razzista e imperialista del regime, poi, nel dopoguerra, strumentale per la costruzione del mito degli “italiani brava gente”, fino alla chiusura, nel 1972 – somiglia a quella del colonialismo italiano: una storia di silenzi, di vuoti, di rimozioni. Esiste la possibilità di farne un museo antirazzista e decoloniale?

 

La storia

Tra le potenze europee, l’Italia, politicamente e militarmente impreparata, fu l’ultima a “lanciarsi nella mischia” per l’Africa, avviando un progetto di espansione nel continente africano solo a fine Ottocento. L’esperienza coloniale italiana inizia nel 1869, con la conquista della baia di Assab in Eritrea, primo tra gli avamposti commerciali a essere occupato. Proprio l’Eritrea sarebbe diventata la cosiddetta “colonia primogenita” nel 1890, a cui si aggiunse la Somalia italiana nel 1908. L’espansione italiana nel Corno d’Africa, tuttavia, avrebbe subito un’importante battuta d’arresto nel 1896, con la sconfitta di Adua (al confine tra Eritrea ed Etiopia). Il sogno di un “oltremare” si sarebbe rivitalizzato quindici anni più tardi, con la guerra di Libia (1911-1912), che porta alla conquista della cosiddetta “quarta sponda” italiana nel Mediterraneo. Proprio in questi anni si definisce il nucleo originario di quello che sarebbe diventato il Museo coloniale.

È stato il primo governo Mussolini a dare una prima sistemazione al Museo, nel Palazzo della Consulta a Roma, sede del Ministero delle Colonie, nel 1923. Proprio in quell’anno sarebbe iniziata la repressione della resistenza nei territori libici, volta a riaffermare il potere coloniale nella regione della Tripolitania. L’organizzazione del Museo, non gestito da studiosi o accademici ma dal Ministero, non seguiva alcun criterio se non quello della propaganda. L’obiettivo era “risvegliare” la “coscienza addormentata” della nazione verso il sogno coloniale; come aveva affermato il ministro Luigi Federzoni, infatti, le colonie vivevano «fuori dall’orizzonte spirituale della più grande parte degli italiani». Esponendo le eterogenee collezioni del Museo, dove i manufatti prodotti dai “primitivi” africani non erano altro che uno sfondo esotico per le imprese degli italiani colonizzatori e “civilizzatori”, il regime intendeva “educare il popolo alle colonie”.

Nel 1932, per iniziativa del ministro delle colonie De Bono, il Museo si trasferisce in una nuova sede a via Aldrovandi – significativamente, vicino al Museo civico di zoologia. Alla prima inaugurazione nell’ottobre del 1932 ne seguiranno altre, nell’ottobre del 1935 e nel luglio del 1937, date che ricalcano dei momenti fondamentali nella storia coloniale italiana: l’inizio e la fine della guerra d’Etiopia (1935-1936). Dal 1937, il Museo coloniale diventa infatti il Museo dell’Africa Italiana: per usare le parole di Mario Isnenghi, il Museo intendeva presentare la campagna d’Etiopia come “una guerra di popolo per il popolo” e celebrare la “potenza della Roma civilizzatrice”. Tuttavia, poche settimane dopo l’ultima inaugurazione, il Museo chiude per attività di riallestimento e catalogazione; riaprirà solo nel 1947.

 

Alla fine della Seconda guerra mondiale, l’Italia non possedeva più alcuna colonia; tuttavia, il suo futuro coloniale era ancora incerto. Come spiega Emanuele Ertola nel saggio Il colonialismo degli italiani, l’Italia risorta dalle ceneri del regime e della guerra, «antifascista, repubblicana e democratica, si ricordò invece prontamente del suo impero d’oltremare e al tavolo dei negoziati post-bellici chiese nientemeno che la restituzione di tutte le colonie». Per dare credibilità alle richieste di restituzione, già dal 1946 in Italia si avvia un processo per ripulire la storia coloniale italiana dall’eredità fascista, ponendo l’accento sul «glorioso passato africanista» della penisola, come lo ha definito Alcide De Gasperi. Ecco che, alla sua riapertura nel dopoguerra, il Museo dell’Africa Italiana diventa nuovamente uno strumento di propaganda, utile a dimostrare quanto «la nostra passione e la nostra opera africana [fosse] esistita profondamente nello spirito nostro quando, per fortuna, era del tutto ignota la parola fascismo», come dichiarato dal sottosegretario agli esteri Giuseppe Brusasca, in un video girato nelle stanze del Museo nel 1947. È in questo periodo che si costruisce la narrazione del colonialismo italiano come buono, gentile e popolare. L’Africa e le ex colonie erano viste, in continuità con l’ideologia coloniale pre-bellica, come una necessaria valvola di sfogo per l’emigrazione e il lavoro italiano, nell’ottica di un progetto imperiale di stampo malthusiano. Nonostante l’impegno propagandistico, la massima concessione dalle potenze vincitrici all’Italia fu il mandato di amministrazione fiduciaria sui territori somali (AFIS), conclusasi nel 1960. Nel 1972, anno della chiusura del Museo, l’ultima parentesi della storia coloniale si era ormai chiusa, il Ministero dell’Africa Italiana aveva cessato di esistere, e il dibattito sulle colonie si era progressivamente affievolito. Rimase, invece, solo il ricordo edulcorato degli “italiani brava gente”.

Il museo oggi

Nel 2017, dopo una serie di trasferimenti e passaggi istituzionali, il patrimonio dell’ex Museo coloniale è stato affidato al Museo delle Civiltà di Roma, nel quartiere Eur – un altro luogo molto significativo. Ora, le collezioni dell’ex Museo coloniale – tra i 10mila e i 12mila reperti a carattere etnografico, storico, artistico, antropologico, archeologico, architettonico – sono oggetto di un radicale processo di ripensamento, che parte proprio dai depositi del Museo delle Civiltà, dove sono custodite. «Gli oggetti delle collezioni dell’ex Museo coloniale sono portatori di memorie e storie di dominio e violenza: ci mostrano lo sguardo degli ex dominatori sugli ex colonizzati» spiegano Gaia Delpino e Rosa Anna Di Lella, funzionarie demoetnoantropologhe del museo. «Eppure ci domandiamo: possono diventare veicolo anche di racconti alternativi, subalterni e di resistenza? Possiamo, a partire da questa collezione coloniale, riflettere criticamente sul passato coloniale italiano?» Da qui, la decisione di riaprire i depositi, per renderli accessibili a un gruppo di ricerca internazionale e interdisciplinare, che possa costruire non solo un nuovo significato per le collezioni coloniali, ma anche una nuova idea di museo. Non si tratta di riaprire un altro Museo coloniale, ma di attivare un processo di riflessione che porti al superamento di questa istituzione. Riflessione che investirà non solo l’ex Museo coloniale, ma l’intero Museo delle Civiltà, con il suo vasto e diversificato patrimonio, dove sono confluite collezioni etnografiche (prima fra tutte quella dell’ex museo “Pigorini”), preistoriche, medievali, orientali, popolari e di diversi altri tipi; tutte collezioni che trovano il loro «fondamento ideologico nella cultura positivista, classificatoria, eurocentrica e coloniale del XIX e XX secolo», come ha affermato il direttore Andrea Viliani. Ma è questa stratificazione a rendere il Museo delle Civiltà un possibile laboratorio per riflettere sull’idea stessa di museo, inteso come luogo dove si costruiscono le identità: la propria, e quella dell’“altro”. «Pensiamo all’elemento su cui si fonda il museo, la vetrina: è un dispositivo che isola un oggetto dal suo contesto culturale e lo colloca in una nuova narrazione» dice Matteo Lucchetti, responsabile delle collezioni Arti e Culture Contemporanee del museo. Questo è particolarmente evidente nei musei etnografici, dove il vetro che separa il visitatore dagli oggetti esposti può diventare, simbolicamente, la barriera che ci impedisce di entrare autenticamente in relazione con il “diverso”. Anche il Museo coloniale è stato un luogo dove si è costruita un’identità e una diversità: l’identità italiana, esaltata nella sua (supposta) superiorità biologica, culturale, storica, e la diversità del soggetto razzializzato. Negata la sua umanità, è ridotto a essere lo sfondo nero sul quale si staglia la bianchezza dell’italiano, che il regime fascista aveva bisogno di riaffermare. Nei depositi dell’ex Museo coloniale, ci sono dei volti di gesso, tutti a occhi chiusi. Sono i calchi facciali realizzati in Cirenaica e in Fezzan dagli “antropologi coloniali” Nello Puccioni e Lidio Cipriani (quest’ultimo firmatario del Manifesto della razza del 1938), per i quali lo studio dei tratti somatici della popolazione africana avrebbe dimostrato “scientificamente” l’inferiorità della “razza nera”. I volti impressi nei calchi sono di persone spogliate della loro soggettività, trattate come meri “esemplari”, vittime di una duplice violenza: quella della guerra, e quella della razzializzazione, che li ha resi, contro la loro volontà, simboli di una scala gerarchica che li pone al gradino più infimo. Bisognerebbe esporre al pubblico questi calchi? Se sì, in che modo? E ancora: è possibile scardinare la prospettiva eurocentrica che ci attribuisce sempre il ruolo di protagonisti in storie che non sono le nostre?

«Vogliamo entrare trasversalmente nelle problematicità, nei vuoti delle nostre collezioni, e riempirli con contronarrazioni» afferma Matteo Lucchetti. È per questo che il Museo delle Civiltà ha attivato sei research fellowship per permettere ad altrettanti artisti – come Sammy Baloji e Maria Thereza Alves – di esplorare il patrimonio del museo e trarne nuovi percorsi e significati. Il Museo delle Civiltà vuole essere un cantiere aperto, per portare avanti alla luce del sole un processo collettivo di rinnovamento. Ma non è la trasparenza che rivendicano, bensì l’opacità. Il 7 giugno 2023, il Museo delle Civiltà inaugurerà una nuova esposizione chiamata Museo dell’opacità, ispirata al “diritto all’opacità” teorizzato da Édouard Glissant, il diritto «a non essere compreso totalmente e non comprendere total­mente l’altro», come lo aveva definito lo scrittore. Nel Museo dell’opacità, opere e manufatti riemersi dai depositi del Museo delle Civiltà saranno messi in relazione e in dialogo con opere di artisti contemporanei. «Ogni esistenza» affermava Glissant «ha un fondo com­plesso e oscuro, che non può e non deve essere attraversato dai raggi X di una pretesa cono­scenza totale. Bisogna vivere con l’altro e amar­lo, accettando di non poterlo capire a fondo e di poter essere capiti a fondo da lui». Un museo, quindi, non affermativo, ma propositivo.

Dentro i depositi

Il Museo delle Civiltà ha partecipato alle iniziative della Settimana per le vittime del colonialismo italiano con il progetto Svelare la storia: un percorso guidato per esplorare il quartiere Eur (dove oggi si trova il museo), visitare il Museo delle Civiltà, e infine accedere ai depositi dell’ex Museo coloniale. A Roma, la Settimana per le vittime del colonialismo italiano è partita dalla Rete “Yekatit 12 – 19 febbraio”. Nel calendario etiope, il dodicesimo giorno del mese di Yekatit (che coincide con il nostro 19 febbraio) è un giorno di lutto in memoria della strage di Addis Abeba, ordinata nel 1937 dal viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani, come rappresaglia per un fallito attentato alla sua vita. Secondo la ricostruzione dello storico Angelo Del Boca, le vittime furono quattromila; secondo le autorità etiopi, almeno 30mila. Una strage che, in Italia, è scivolata nel silenzio e nell’oblio, proprio come intendeva il regime fascista, che ordinò di tagliare i cavi del telefono nella zona di Addis Abeba per impedire che la notizia della strage si diffondesse.

L’omertà è solo uno degli aspetti della complessa propaganda che il fascismo costruì attorno al colonialismo. Come spiega l’archeologa Flaminia Bartolini, specializzata nello studio dell’uso politico del patrimonio culturale, il progetto del quartiere Eur a Roma – la “città ideale” fascista, l’opera più monumentale della propaganda del regime – nasce intorno alla metà degli anni Trenta, in concomitanza con la guerra d’Etiopia. L’Italia fascista si voleva presentare alla comunità internazionale come un paese pacifico, nonostante le sue mire coloniali. E proprio mentre l’Italia veniva sanzionata per aver aggredito l’Etiopia, Roma veniva nominata città ospitante dell’Esposizione universale. Il quartiere Eur, ideato per l’Esposizione, è la risposta di Mussolini alla Società delle Nazioni, sia per assicurare che l’espansione italiana in Africa non avrebbe minato gli equilibri geopolitici esistenti, che per celebrare il nuovo impero fascista in continuità con la Roma antica. Ed è proprio quest’idea di continuità che ha sempre reso la rimozione delle iconografie fasciste un processo complesso e delicato per gli italiani: è più facile eliminare dallo spazio pubblico i simboli esplicitamente “mussoliniani” rispetto a quelli che si mimetizzano tra le antichità classiche, specialmente in una città come Roma. L’obiettivo della propaganda fascista – e del progetto dell’Eur – era proprio questo: rappresentare il fascismo come il culmine di 27 secoli di civiltà italiana. Sulla facciata di un palazzo dell’Eur c’è un grande bassorilievo: in riquadri che vanno letti dall’alto verso il basso, rappresenta le diverse fasi della storia di Roma, da Romolo a Mussolini. Il volto del dittatore è appena sopra le teste di chi, oggi, entra nel palazzo tutte le mattine. Viene spesso vandalizzato e, puntualmente, viene restaurato.

Nel bassorilievo, alle spalle di Mussolini, è raffigurata la stele di Axum, monumento sottratto all’Etiopia dalle truppe italiane occupanti nel 1937 e installato a Roma, proprio davanti alla sede del Ministero delle Colonie. Incidentalmente, la stele di Axum è una di quelle opere rubate durante l’occupazione coloniale italiana che, dopo un lungo processo politico, diplomatico e burocratico, è riuscita a tornare a casa, in Etiopia, nel 2003 – cosa che non si può dire delle opere e dei manufatti nel deposito dell’ex Museo coloniale.

«Questi oggetti non sono proprietà del museo, ma dello Stato» spiegano Rosa Anna Di Lella e Matteo Lucchetti. «I beni culturali sono inalienabili per legge, quindi un’eventuale restituzione andrebbe sbloccata dal Parlamento, dopo un iter decisionale molto complesso». Solitamente, il processo di restituzione parte dalla richiesta di un avente diritto, non dall’istituzione museale, e da quando il patrimonio dell’ex Museo coloniale è arrivato al Museo delle Civiltà, non sono ancora pervenute delle richieste. In ogni caso, l’istituzione museale può dare un parere tecnico-scientifico sulle opere in questione, ma la restituzione è un’iniziativa diplomatica e politica. Dal 2021, al Ministero dei Beni culturali, è attivo un tavolo di studio sulle collezioni coloniali: non ha potere decisionale, ma stabilirà delle linee guida per la gestione di queste collezioni, dove la restituzione è solo una delle strade possibili. «La restituzione fa subito clamore» spiega Lucchetti. «Ma spesso è legata all’intenzione di liberarsi delle problematiche poste dalle collezioni coloniali. Dal punto di vista artistico, possono esserci delle alternative molto più interessanti, come le proposte delle fellowship del Museo delle Civiltà».

Una proposta possibile è quella del Phonomuseum, installazione dell’artista e attivista Wissal Houbabi. L’idea è quella di tirare fuori dai depositi dell’ex Museo coloniale una serie di oggetti di uso quotidiano, domestico, e restituire loro la casa che non hanno più da quasi un secolo. Strappati dalle mani di una vita e chiusi in un deposito, un pettine, una tazza o uno specchio perdono il loro nome e assumono le sembianze del diverso. Il silenzio che si è formato intorno a loro li cristallizza e ne impedisce la rinascita. Ma questi oggetti meritano di essere restituiti alla cornice del loro quotidiano perduto. «La differenza tra un reperto e un oggetto» dice Wissal «è la busta di plastica». Finalmente liberi dalle loro buste, un tamburo può ricominciare a suonare, una collana può ricominciare a tintinnare.

Una nuova storia

Il patrimonio dell’ex Museo coloniale – e quello del fascismo – non può avere la neutralità a chiave di lettura. Il nostro lavoro, quindi, deve essere la decostruzione. Ma decostruire la violenza non vuol dire dimenticare, piuttosto significa toccare con mano senza il timore di farci male. In questo, Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana, ci offre un importante spunto di riflessione: «Quando rifiutiamo l’unica storia, quando ci rendiamo conto che non c’è mai un’unica storia per nessun luogo, riconquistiamo una storia di paradiso» afferma nel libro The Danger of a Single Story. Se avere un’unica storia ci imprigiona nelle sabbie mobili dell’incompleto, la pluralità di prospettive diventa il modo per riparare una dignità spezzata, per umanizzare, per trovare somiglianze, anziché differenze.

In un contesto che ancora risente di ciò che è stato, diventa allora necessario ricordare ogni giorno che il razzismo non finisce con Mussolini, che la discriminazione alimenta ancora oggi la macchina sociale e che le prove che conserviamo non sono pensabili in una musealizzazione acritica e non contestualizzata.

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