Un divano nel parco: una conversazione con Marcello Newman

Come otto anni sono diventati Emotional Park

L’ultima cosa che chiedo a Marcello Newman, prima che finisca il tempo che ci siamo dati, è che oggetto fisico rappresenterebbe questo disco. Non ci pensa su neanche un secondo e risponde  «un divano». Lo dice con la stessa naturalezza con cui si descrive qualcosa di ovvio. «È confortante», aggiunge, come se non servisse altro. E in quella parola – confortante – si annida forse tutto quello che bisogna sapere su Emotional Park, il disco solista di Marcello Newman uscito dopo otto anni di gestazione silenziosa, di canzoni scritte in camera e lasciate lì a sedimentare, a capire se avessero qualcosa da dire davvero.

Newman ha 35 anni, è mezzo italiano e mezzo americano, è cresciuto a Londra ed è arrivato a Roma da bambino. Ha fatto parte dell’onda dell’indie romano, ha suonato in band, ha organizzato festival – Giovani Spiriti Città Infame, alla terza edizione – e ha diretto un film con i suoi amici, Il Grande Caldo. Emotional Park è tecnicamente il suo primo disco a nome proprio, ma definirlo “opera solista” sarebbe riduttivo e un po’ fuorviante: ci sono musicisti che entrano ed escono, due produttori – Lorenzo Saini e Pierantonio Grassi, un batterista, Pippo – con il quale organizza proprio il festival di band DIY. «Non c’è mai stato un momento in cui mi sono detto: è proprio ora che faccio il disco di Marcello Newman, basta», racconta. «Piuttosto è successo di incontrare collaboratori che mi hanno incoraggiato». È una confessione che suona quasi anti-eroica in un’epoca in cui ogni artista sembra dover narrare la propria genesi come un atto di volontà pura, di missione. Lui, invece, ha aspettato che le canzoni sopravvivessero da sole.

La sopravvivenza è una buona chiave di lettura. «Ho cominciato a scrivere canzoni quando avevo una quindicina d’anni, quindi ormai è semplicemente una cosa che faccio», spiega. «Quelle che mi piacciono sopravvivono, e quelle che sopravvivono a lungo, a un certo punto vengono registrate». È un metodo che ha qualcosa di darwiniano e allo stesso tempo di profondamente umano – una forma di selezione naturale in cui il tempo è l’unico giudice affidabile. Otto anni non sono stati un lusso, sono stati il percorso.

«A me non mi conosce nessuno comunque», dice ridendo, «nessuna persona mi ha mai corso appresso per fare questo disco». C’è una grande lucidità in questa affermazione. Il vero lusso, precisa subito, non è il tempo in sé ma la possibilità di non dipendere economicamente dalla musica – di avere un lavoro che ti paga senza chiederti in cambio di stare dentro il meccanismo del faccio-il-disco-faccio-il-tour-faccio-il-disco. È una condizione che in molti non si concedono nemmeno di desiderare, troppo impegnati a inseguire una professionalizzazione che spesso svuota proprio quello che volevano proteggere. «Avere un atteggiamento deliberatamente amatoriale nella produzione artistica per me è stato molto importante per mettermi in una condizione di libertà», dice. Poi aggiunge, e si sente che ci ha pensato davvero: «Adesso sto un po’ cambiando idea. Non me la vivo più in maniera tanto amatoriale. Sto cominciando a chiamarla lavoro».

Emotional Park è un disco registrato in stanze d’appartamento, con quella qualità sonora che non è imprecisione ma scelta – la patina delle mura domestiche, il respiro trattenuto di chi suona sapendo che fuori dalla porta c’è la vita ordinaria. C’è qualcosa di apertamente controcorrente in questo, non come atto politico esplicito ma come conseguenza naturale di chi ha semplicemente fatto quello che voleva fare, senza ottimizzare nulla per l’imbuto degli algoritmi. Lo ammette lui stesso con una certa ironia: «La promozione sta andando molto bene – mi ha sorpreso, perché non pensavo che questo disco sarebbe necessariamente piaciuto. Però quella cosa non si traduce in ascolti. Ho pochissimi ascolti su Spotify in realtà». Non c’è amarezza in questa osservazione, solo la constatazione di chi conosce le regole del gioco e ha deciso, consapevolmente, di non giocarci del tutto. Le playlist, il posizionamento, l’imbuto che le etichette più grandi sanno navigare – «è un lavoro che noi semplicemente non abbiamo fatto. Proprio non saprei da dove iniziare». Ma dice anche che ogni epoca ha il suo foro, e in questo momento funziona così. C’è una specie di pace in questa rassegnazione non rassegnata.

Il disco parla, a livello testuale, di cose scure. C’è una certa insoddisfazione con la vita adulta, col lavoro, con quella zona grigia in cui ti ritrovi a chiederti quanto spazio esista per l’arte dentro una quotidianità che pretende efficienza. «Mi sembrava risuonare molto con l’esperienza delle persone attorno a me», dice. «Magari è una malinconia che non è solo la mia». Ma la musica – e qui sta la stranezza bella di questo disco – suona come qualcosa di gioioso, di leggero quasi. Lo scollamento tra testi e melodie non è un errore ma una verità più sottile: «non so bene perché sia successa questa cosa», ammette. «Vero che in quell’oretta in cui sono da solo in camera a scrivere la canzone, magari mi esce dalla roba che sto elaborando, che mi disturba un po’. A volte non capisco neanche bene di cosa parla una canzone all’inizio, poi lo capisco dopo».

È una descrizione del processo creativo che suona onesta e un po’ rara. Non il poeta tormentato che conosce già il senso di ogni parola, ma qualcuno che usa la canzone come strumento di comprensione, non di comunicazione. 

Emotional Park: il titolo evoca qualcosa di ambivalente. Un parco – spazio di libertà, di ozio rigenerativo — ma con quella qualità emotiva che lo rende anche un po’ sovraccarico, un posto in cui tutto pesa di più. Ha il retrogusto di quelle strutture suburbane degli anni Ottanta, le giostre un po’ arrugginite che sopravvivono in periferia con un’ostinata dignità. È musica da camera nel senso più letterale del termine: fatta in camera, per essere ascoltata magari mentre cucini, mentre fai qualcosa. «Non ho pretese da purista sul mio disco», dice. «Per me la musica deve essere in un certo senso utile. La musica che ascolto di più è musica che mi trasmette un’energia positiva e che mi fa amare la vita».

Questo rapporto pragmatico con la fruizione musicale non è cinismo ma il contrario: è la rivendicazione di una funzione sociale della musica che prescinde dal rito del silenzio reverenziale. «La musica ha avuto un sacco di funzioni nella storia e continuano ad averne un sacco di diversi». Il concerto come momento in cui la gente si diverte, ballicchia, si scalda – non come esibizione del genio dell’artista davanti a un pubblico in raccoglimento. «Io voglio che la gente se la spassi».

Eppure, questo è anche un disco che si rivela per strati. I testi in inglese – quasi tutti, tranne uno in italiano che «ci stava bene con gli altri» e quindi è rimasto lì, senza bisogno di giustificazioni – convivono con arrangiamenti stratificati, «mucchi di strumenti», come li chiama lui, costruiti su un’ossatura essenziale. L’obiettivo che si era dato era fare la musica più semplice possibile. «Quando avevo vent’anni volevo fare la cosa più complicata possibile per dimostrare che ero bravo», racconta. «Poi mi sono messo in testa il contrario. Voglio fabbricare un oggetto molto semplice che tutti possono capire e che puoi ascoltare mentre cucini». La semplicità come conquista, non come rinuncia.

C’è una domanda che gli faccio e che sento rimbombare oltre la risposta: dove si rifugia l’urgenza creativa quando i luoghi fisici che la ospitavano non ci sono più? Lui conosce bene quella stagione dei club romani, delle serate in cui si scambiavano i demo, in cui l’indie stava diventando qualcosa. Molti di quegli spazi sono cambiati o sono scomparsi. Ma la risposta che mi dà è sorprendente nella sua semplicità: non si rifugia da nessuna parte. «Il più possibile uno debba cercare di uscire da se stesso, stare con gli altri». Giovani Spiriti Città Infame, il festival che organizza con il suo amico Pippo, è nato esattamente da questo – da un problema molto pratico: un anno in cui nel giro erano nate tante band nuove e non c’era un posto ovvio dove farle suonare. «Erano tutte buone band. Ho pensato: potremmo cavalcare questo». La terza edizione è in arrivo, con la stessa formula dell’anno scorso – i CD delle band, i volantini, le magliette, tutti quei «side quest spassosi» che sono in realtà il cuore pulsante di una certa idea di comunità musicale fondata sulla fiducia nel pubblico e nella scoperta.

La domanda vera non è se l’urgenza esista ancora. Esiste. La domanda è se siamo disposti a trovarla dove non ci aspettiamo, ad andare a sentire band che non conosciamo in posti che non sono sul radar, lasciandoci sorprendere. «Premere play su Spotify e vedere che succede, vederti tornare indietro roba che è esattamente uguale alla roba che l’algoritmo sa già che ti piace –  mi sembra un modo del cazzo per godersi l’eterogeneità di arte e di musica che c’è là fuori». Non è una posizione originale, lo ammette lui stesso. «Non mi trovi originale su questo argomento, mi sa». Ma che non sia originale non la rende meno vera.

Gli chiedo del film, Il Grande Caldo, e di come riesce a capire quale medium è quello giusto per dire una determinata cosa. La risposta mi disorienta un po’: «Di sicuro non me la vivo così. Se mi mettessi nella condizione tipo seduto in una stanza a chiedermi “ma io cosa voglio comunicare?” non saprei veramente cosa dire, mi paralizzerebbe». C’è un rifiuto implicito del pensiero strategico sull’arte – non la pianificazione del messaggio e poi la ricerca del canale, ma il contrario: il processo come punto di partenza, il risultato come scoperta. Il film è nato da avere degli amici con cui era venuta voglia di fare quella cosa. Il festival è nato dall’avere Pippo come amico. Il disco è nato da canzoni scritte per altri progetti che poi sono sopravvissute. «Penso che talmente è divertente fare le cose e a volte è talmente facile fare le cose che sembra assurdo non farle».

C’è una controtendenza in questo. Mentre tutto intorno sembra spingere verso la specializzazione, la costruzione di un brand coerente, l’ottimizzazione di ogni gesto creativo in funzione della visibilità, lui continua a fare molte cose perché lo diverte. È iperattivo, lo dice lui stesso. E c’è in questa iperattività qualcosa che assomiglia a una forma di resistenza – non ideologica, non programmatica, ma semplicemente ostinata. La stessa ostinazione con cui ha aspettato otto anni che le canzoni giuste si sedimentassero abbastanza da meritare un disco.

«Se facessi una canzone che dura cinque o dieci anni, che tra dieci anni penso ancora sia una bella canzone, sarei molto contento», dice. La speranza semplice di aver fatto qualcosa che vale la pena di essere ascoltato ancora, tra qualche anno, magari mentre si cucina.

Emotional Park è un disco che non ha fretta. È un divano in un parco – strano, un po’ fuori posto, esattamente dove deve stare. Mi piace dire che ha la luminescenza crepuscolare di quelle ore in cui il giorno non è ancora finito ma la notte si sta già preparando, e in quel mezzo momento riesci a vedere tutto più chiaramente di quanto pensassi. Lo ascolti e ti sembra di conoscere già quella voce, di averla sentita altre volte senza saperlo. È quella sensazione rara: il disco di qualcuno che non conosci che sembra parlarti di cose che sono anche tue.

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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