Un dialogo partecipativo tra persone Under 35 in Centro Italia.

Il concetto di precarietà tra Roma, Empoli e Gagliano Aterno. 

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Il fenomeno della precarietà non può essere indagata se non in relazione al territorio in cui questa precarietà si vive. Il nostro lavoro di ricerca parte dal Centro Italia: centro geografico e culturale di questo Paese. La scelta per il Centro è ricaduta su tre città emblematiche di questa macroregione: la capitale e grande metropoli Roma, la media città toscana Empoli e il piccolo centro delle aree interne abruzzesi Gagliano Aterno. 

Roma: la precarietà come forma esistenziale

Nella Capitale, dove risiedono oltre 900.000 Under 35, dal lavoro dei focus group emerge come la precarietà venga percepita come uno stato ordinario dell’esistenza. L’offerta lavorativa, seppur ampia, è caratterizzata da forme contrattuali instabili: borse di studio, tirocini e lavori a chiamata costituiscono quello che i partecipanti del focus group hanno definito un «galleggiare a breve termine». Avere un orizzonte davanti ma non riuscire a fare altro che annaspare nel tentativo di non annegare. Molto spesso l’immagine dell’acqua, del soffocamento, della precarietà come qualcosa di latente e potenzialmente sempre presente è emersa come immagine dominante. Percepito come particolarmente critico, il settore culturale e intellettuale, dove predominano partite IVA – spesso fittizie – e contratti di collaborazione rinnovati di sei mesi in sei mesi, sembra incarnare la contraddizione di quello che si vive a Roma: l’aspettativa di poter fare tutto e l’immobilismo di non riuscire a fare nulla di realmente concreto e trasformativo per la propria vita. 

La crisi abitativa, aggravata dall’imminente Giubileo 2025, per coloro che vogliono costruirsi una vita in questa città, rende l’accesso sempre più economicamente difficile. Con un centro turistico e attrattivo per persone non residenti sempre più ampio, le persone che vivono davvero la città sono spesso schiacciate ai margini della città: «un luogo di passaggio più che di radicamento», viene spesso descritto. Questo elemento emerge più volte anche perché la maggior parte delle persone partecipanti al focus group non sono originarie di Roma. Ancora per molti, infatti, la Capitale costituisce un luogo di arrivo più che di nascita. Per questo il tema della precarietà non attraversa solo l’ambito della vita lavorativa, ma si incanala spesso nella difficoltà a costruire legami stabili, rapporti di amicizia profondi e duraturi, persone capaci di costruire una rete di supporto intorno. 

«Non sono sicura che Roma sarà la mia città del futuro, e questa cosa mi spaventa. So già che mi dovrò di nuovo muovere e che dovrò costruire una nuova casa, ci faccio i conti dalla prima volta che mi sono spostata dalla mia città di origine». Nella Capitale, la precarietà lavorativa e abitativa viene assimilata come elemento inevitabile del proprio percorso professionale e di vita, un dato di fatto con cui è necessario confrontarsi sin dai primi approcci al mondo del lavoro. «Roma ti vende l’insicurezza lavorativa come se fosse un privilegio. La precarietà diventa quasi un rito di passaggio obbligatorio», in cui la sensazione è quella di percepirsi ingrati di una città che cerca di darti quello che riesce. Un’instabilità romanticizzata, spesso mascherata da opportunità ma subita come totalizzante. «In questa città, l’instabilità viene presentata come libertà, come possibilità di reinventarsi. Ma dopo anni di collaborazioni occasionali e partite IVA fittizie, capisci che è solo un modo per non garantirti diritti». 

Empoli: la “medietà” come protezione e gabbia

«A Empoli non manca nulla», sembrano recitare come un mantra tutte le persone che partecipano al focus group. Descritta come «vicina a tutto», la città toscana abitata da quasi 16.500 Under 35 si trova a mezz’ora da Firenze, dal mare e da Pisa. Presenta un tessuto produttivo di medie aziende che garantisce una relativa stabilità occupazionale. Qui la precarietà appare più come un fantasma, una condizione rimossa e socialmente stigmatizzata.

La disponibilità lavorativa che Empoli offre, con un tessuto produttivo di piccole e medie imprese molto solido e radicato nel territorio, è sicuramente un fattore determinante nella percezione della precarietà non strettamente connessa alla dimensione lavorativa o materiale ma più a una condizione emotiva e psicologica. I partecipanti hanno dipinto un quadro complesso in cui la precarietà è soprattutto uno stato mentale, caratterizzato da insicurezza e perplessità nelle scelte di vita.

A contrapporsi alla paura della precarietà, infatti, sono spesso scelte che si radicano in percorsi professionali o di studio più sicuri. «Il mio più grande rimpianto è che per paura della precarietà, le scelte che ho fatto sono state tutte mediocri. Qui a Empoli un lavoro qualsiasi lo trovi quasi sicuramente, quello che non puoi fare è chiederti che cosa vuoi fare davvero». La maggior parte dei partecipanti tende a privilegiare la sicurezza, optando per strade più certe ma meno entusiasmanti. Questa dinamica genera una frustrazione sottile, legata alla percezione che la paura della precarietà finisca per limitare le aspirazioni personali. La stabilità lavorativa, che in gran parte delle persone vivono, ha quindi un rovescio: molte persone giovani percepiscono la situazione lavorativa come poco stimolante, quasi asfissiante. La “medietà” di Empoli diventa così una protezione ma anche una gabbia, spingendo a scegliere percorsi di vita sicuri ma non necessariamente desiderati. 

Il paradosso interessante che emerge quindi in contesti territoriali come questo è il fatto che la percezione della precarietà passa anche attraverso situazioni apparentemente stabili. «Il contrario della precarietà non è solo la stabilità economica, ma anche la sicurezza in se stessi e la convinzione delle proprie scelte». Questi elementi hanno spostato il focus del dibattito dalla dimensione oggettiva – dell’assenza di un lavoro stabile o di una casa di proprietà – a una dimensione soggettiva dell’esperienza della precarietà. 

La maggior parte dei partecipanti hanno raccontato che, posti di fronte alla scelta tra un percorso professionale o di studio ritenuto più desiderabile ma meno stabile e uno più sicuro ma meno entusiasmante, hanno optato quasi automaticamente per il secondo. Questa tendenza era accompagnata da una chiara frustrazione per quella che veniva percepita come una scelta inevitabile, uno “spettro della precarietà” che limita significativamente le aspirazioni professionali personali. 

Connessa a questo senso emotivo di precarietà, due elementi molto interessanti usciti durante le discussioni dai partecipanti sono connessi ai momenti di passaggio e alla mancanza di spazi di aggregazione. Entrambi questi elementi rimandano a un senso di vuoto e di spaesamento, dove la precarietà si radica maggiormente nel senso di isolamento e di mancanza di collettività. 

Nei momenti di passaggio da una situazione occupazionale all’altra, «quello che senti è di essere solo al mondo. Tu, il tuo percorso, e quello che ne sarà della tua vita. La precarietà per me vuol dire non riuscire a collettivizzare quello che provo e sento». In questo senso, la precarietà, quindi, non è tanto connessa a un senso di precarietà vissuta in un momento specifico connesso a questioni materiali specifiche, quanto più nella paura e nell’incertezza di quello che sarà. Questi momenti di passaggio vengono vissuti con un grado molto forte di vulnerabilità, durante i quali l’assenza di strutture consolidate amplifica la sensazione di incertezza.

Allo stesso modo, l’assenza di spazi di aggregazione rimanda a quel sentimento di precarietà connessa alla solitudine e alla mancanza di collettività. Il fatto di non avere luoghi di aggregazione, oltre ad avere ovviamente un impatto sulla produzione culturale e al suo accesso, una delle conseguenze emerse è proprio quella di far pensare le persone come individui sconnessi. Il proprio senso di incertezza e precarietà, quindi, trova poco spazio di condivisione e collettivizzazione. «Quello che stiamo facendo ora, di metterci intorno a un tavolo e raccontare che cosa pensiamo e come si sentiamo non è qualcosa che riusciamo a fare spesso. Non ci sono luoghi in cui parlare e condividere rende possibile il fatto di non sentirsi soli in questa condizione». 

Gagliano Aterno: dalla precarietà urbana alla “post precarietà” rurale

Il piccolo centro abruzzese, con appena 56 residenti Under 35, rappresenta un caso particolare. Fortemente spopolato, con 230 abitanti attuali contro i 2.000 di inizio Novecento, il comune di Gagliano Aterno vive una dimensione quasi duale: deserto d’inverno, rivitalizzato d’estate dal turismo montano.

Qui la precarietà assume connotati diversi: «non è possibile “essere precari” in un contesto che offre così poco», si ascolta durante il focus group. Molte delle persone Under 35 che hanno partecipato al focus group hanno scelto di vivere a Gagliano Aterno. Chi sceglie di vivere a Gagliano lo fa spesso come risposta a una precedente condizione di precarietà urbana, in cerca di una “post precarietà” caratterizzata da comunità, mutualismo e ritmi di vita più lenti. 

L’elemento sicuramente più interessante in questo focus group, infatti, è stato notare come la precarietà non fosse necessariamente associata a un concetto vissuto come negativo. «Il fatto che sia evidente a tutti che a Gagliano manchi qualsiasi cosa crea una condizione di precarietà diffusa e condivisa, in cui tutti siamo sulla stessa barca», continua un partecipante. Emerge come situazioni di precarietà strutturale e diffusa, in molti casi, influisce in modo significativo nella costruzione di rapporti personali e relazioni di mutuo aiuto e supporto fondamentali per le persone che vivono quel territorio. «La signora che non ha la macchina lo sa che se si mette al bar del centro e chiede un passaggio a qualcuno per essere accompagnata in ospedale lo troverà». Dal punto di vista generazionale, il fatto di essere numericamente così pochi, crea delle strutture di amicizia e relazione molto strette e connesse: l’elemento territoriale costituisce profondamente l’esistenza delle persone, creando un legame di appartenenza che sfocia spesso in strutture di supporto orizzontale. 

Quello che emerge come emergenziale rispetto alla situazione di precarietà che vivono le persone in questo comune hanno a che fare con la scarsità degli alloggi in affitto – nonostante la presenza di moltissime case vuote – la mancanza di lavoro qualificato e la distanza dai servizi essenziali. 

Il disagio legato alla lontananza dei servizi essenziali rappresenta una criticità profonda che incide significativamente sulla qualità della vita dei residenti. Ospedali, presidi sanitari, uffici pubblici e persino servizi commerciali di base sono spesso raggiungibili solo dopo lunghi tragitti, con conseguenze pesanti per anziani, famiglie e persone molto giovani, spesso persone non autonome con un mezzo di trasporto privato. Questo isolamento infrastrutturale non solo genera difficoltà pratiche quotidiane, ma produce anche un senso di abbandono istituzionale che accelera i processi di spopolamento. I piccoli comuni montani e rurali pagano il prezzo più alto di questa marginalizzazione: le persone giovani tendono a emigrare verso centri urbani più serviti, mentre le comunità locali invecchiano e si indeboliscono, innescando un circolo vizioso di progressivo impoverimento demografico e sociale. La distanza fisica dai servizi diventa così metafora di una distanza più ampia – culturale e politica – tra questi territori e i centri decisionali, rendendo sempre più difficile la permanenza e lo sviluppo di comunità vitali nelle aree più periferiche del Paese. «Non sapere se mi potrò curare in caso di emergenza, aumenta in modo significativo il mio sentimento di precarietà». La vulnerabilità è una condizione esistenziale, il fatto di non riuscire ad essere accolti in questa vulnerabilità e una condizione strutturale di cui le aree interne sono esposte in modo molto significativo. 

Quando sollecitati a esprimere i propri desideri, quasi tutti i partecipanti non hanno comunque manifestato la volontà di spostarsi da Gagliano, ma le aspirazioni ruotavano in modo significativo intorno alla volontà di una stabilità economica e psicologica, emotiva o materiale, che potesse essere vissuta in quel territorio. 

Un filo conduttore: spostamento e radicamento

Attraverso queste tre realtà emerge un tema comune: il rapporto tra precarietà e spostamento. A Roma, città di transito, la mobilità è continua ma frammentata. A Empoli, paradossalmente, è l’assenza di movimento a definire le scelte di vita. A Gagliano, la lontananza dai servizi essenziali rende lo spostamento una necessità quotidiana.

Lo spostamento si configura come una dimensione esistenziale complessa, un’esperienza che attraversa i confini geografici e biografici, ridefinendo continuamente i contorni della precarietà contemporanea. A Roma, città di arrivo e di transito per migliaia di persone ogni mese, la mobilità diventa una condizione esistenziale: giovani professionisti, studenti, lavoratori precari abitano una metropoli che non per molti spesso non è davvero casa. Lo sradicamento qui non è solo geografico, ma esistenziale – si abita uno spazio senza radicarsi, si attraversano relazioni e opportunità come flussi transitori, rinunciando progressivamente all’idea stessa di appartenenza. Questo è emerso soprattutto perché le persone che hanno partecipato al focus group non sono nate e cresciute a Roma, ma l’hanno scelta come città di arrivo per studiare o per lavorare. 

A Empoli, al contrario, lo spostamento viene percepito come una minaccia, un elemento di rottura rispetto a una stabilità territoriale percepita come rassicurante. La scelta di rimanere diventa una strategia difensiva contro l’incertezza, un ancoraggio a un tessuto sociale e produttivo che offre protezione ma rischia di diventare una gabbia. Le persone giovani locali vivono una tensione costante tra il desiderio di movimento e la paura di perdere i riferimenti consolidati, finendo spesso per privilegiare la sicurezza della continuità rispetto all’attrattiva dell’innovazione.

A Gagliano, lo spostamento si carica di un significato quasi esistenziale: non è più una scelta, ma una necessità strutturale. La distanza dai servizi essenziali costringe a una mobilità quotidiana che logora, che sottrae energie e prospettive. Ogni spostamento diventa un atto faticoso che erode la possibilità stessa di progettualità. Le persone giovani di questi territori vivono lo sradicamento come una condizione permanente: ci si sposta per studiare, per curarsi, per lavorare, ma questi movimenti non generano mai una vera appartenenza.

In questo scenario, lo spostamento si configura come un dispositivo biopolitico che plasma le esistenze individuali. Non è più semplicemente un movimento nello spazio, ma una condizione esistenziale che ridefinisce i confini dell’identità. La precarietà diventa allora una forma di mobilità permanente: non più solo incertezza economica o lavorativa, ma una condizione esistenziale in cui l’individuo sperimenta una continua provvisorietà spaziale e relazionale.

Le geografie personali si frammentano e lo spostamento produce un senso di spaesamento che va oltre la dimensione fisica: è una frattura nei processi di costruzione identitaria, un continuo ri-posizionamento che impedisce la sedimentazione di esperienze e relazioni. La precarietà diventa così una forma di movimento perpetuo, una condizione in cui l’individuo è costantemente chiamato a ri-negoziare la propria collocazione nel mondo.

Questa mobilità costante produce paradossalmente un senso di immobilità esistenziale. Si è sempre in movimento, eppure si resta intrappolati in una condizione di sospensione. La precarietà non è più solo una condizione economica o sociale, ma un modo di essere nel mondo, una forma di esperienza che ridefinisce i confini tra movimento e stasi, tra appartenenza e spaesamento.

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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