In quest’epoca colma di input creativi incessanti, okgiorgio sceglie la strada inversa, quella della sottrazione e del dubbio. Dentro un hard disk caotico e una miriade di campionamenti, si nasconde un’etica precisa: soltanto la musica che sopravvive alla crisi creativa merita di essere pubblicata. Tra archivi della Rai e conversazioni notturne con gli amici, Giorgio ci racconta come trasforma il caos musicale in un puzzle sonoro dove il viaggio è la vera fonte di ispirazione.

Nel tuo processo creativo la selezione sembra avere un peso preciso. Cosa significa scegliere cosa far uscire?
Il mio hard disk è messo molto male, coerente con il fatto che si stacca il cavetto. Mi piace fare tantissima musica in continuazione e so che farla uscire tutta non sarebbe giusto. Anche la scelta di dire “okay, faccio uscire questa cosa, questa non è pronta, questa non uscirà mai” fa parte del processo. C’è questa moda di fare tante versioni dei brani, la versione slowed, la versione speed up – poi magari domani le faccio anch’io – ma è un po’ una mania di sperare che più versioni possano aumentare le possibilità di essere ascoltati. Scegliere una cosa, quella versione lì, è una figata. Ho scelto questo brano in mezzo a cento che avevo pronti: anche istintivamente, è comunque una scelta. Siamo già pieni di arte ovunque e mii chiedo spesso: “Ma è davvero utile questa nuova musica?”. Quindi mi viene da dire che vale la pena riflettere almeno un po’ su quello che si sta facendo uscire.
Ti è mai capitato un blocco creativo di fronte a tutto questo materiale?
Ogni volta che faccio blocchi di musica – che sia un EP, un mixtape, un album – ho sempre un momento di confusione incredibile in cui dico “devo buttare tutto e rifare da zero”. Penso sia normale. Poi a un certo punto, dentro la crisi, sblocco il livello del’iper-attività, il momento in cui inizio a vedere il puzzle. Andare un po’ in crisi serve per vederci meglio.
Sei quasi sempre in movimento, sembra meno un tour e più una forma di ricerca. Il viaggio è fondamentale nella tua musica?
Al cento per cento. Ho sempre lavorato in studio a Bergamo, a casa mia, con la musica degli altri. Stare troppo in quello spazio, fisicamente, inizia a diventare una sorta di noia. Evadere e cercare la mia musica in altri posti mi fa bene perché mi ispira tutto. Anche oggi, aspettando di suonare stasera: avere due ore libere in un posto nuovo, che sia la Redazione o qualsiasi altro posto, mi dà un twist. Ogni input è buono per fare qualcosa di nuovo.
Nel tuo ultimo mixtape usi molto le voci, da dove vengono?
Mi ero intrippato con YouTube e con alcuni archivi online della Rai, ad ascoltare poesie, momenti parlati di personaggi famosi – magari non i loro discorsi più celebri ma momenti alternativi in cui – nell’essere colloquiali – dicono una cosa incredibile. Mi interessava la perla fuori dal contesto palco. C’è un sample di Edoardo Sanguineti, Alda Merini, Neruda. E poi ci sono amici: c’è Renzo che dice in una registrazione audio “niente è abbastanza o niente è abbastanza?”, a seconda di come lo dici. Me lo diceva una notte alle tre, e io l’ho ripetuto come un mantra.
Parliamo di Spring Attitude. È la tua prima volta nel festival romano: che sensazioni hai?
Sono molto felice. Ho sempre seguito Spring Attitude per le lineup incredibili, capaci di mixare artisti esteri e realtà italiane con un gusto molto ricercato. È uno dei pochi festival a Roma che riesce davvero ad abbracciare un bacino musicale così ampio, portando generi diversi a dialogare tra loro. Per me è il contesto perfetto.
Mi sembra che il live per te sia quasi una sorta di laboratorio.
Ogni dj set è un momento di riflessione: mentre suono provo dei pezzi che sto facendo, dei demo, e dico “okay, questa non è pronta, via”. È un tentativo all’infinito basato sul feedback che ho dalla gente e da me stesso mentre suono. Per il live sto lavorando per avere sempre un paio di strade aperte, come in Bandersnatch dove potevi scegliere il finale. Vorrei arrivare allo stesso punto, ma nel mezzo scegliere se andare di qua o di là. Mi piace l’idea che il set respiri con l’atmosfera del momento.
A proposito di atmosfera: Tra adattarsi al pubblico e far adattare il pubblico, dove stai?
Risposta un po’ democristiana: cinquanta e cinquanta. Da una parte bisogna capire la situazione, l’orario, chi hai davanti, la città, il contesto culturale. Poi c’è il momento in cui, quando hai capito che le persone sono “dalla tua”, gli proponi qualcosa che magari non è quello che si aspettano, ma che potrebbe matchare. È un dare e avere. Riuscire ad anticipare cosa potrebbe piacere è come giocare a scacchi con il pubblico.
Per chiudere: quali sono i tuoi “Top & Flop” per un festival come Spring?
Il TOP assoluto è l’orario: quando la situazione è già calda, abbiamo passato le due di notte e la gente è pronta a tutto. Poi il caldo estivo e la birretta, che danno quel senso di benessere tipico dei festival italiani. E l’impianto, ovviamente: deve essere proporzionato, deve crearti una “scatola” sonora perfetta.
Il FLOP? Suonare dopo un live devastante come quello dei Pop X (ride). Sono così energici che dopo sono tutti scarichi, è una sfida difficilissima riprendere quella carica. E poi gli incidenti tecnici: una volta mi volò una birra sulla console al primo pezzo. Ho dovuto finire il set con un solo lettore. Un incubo, ma anche quello, a modo suo, è stata una lezione di selezione forzata.

