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Trieste, la rotta balcanica e la lotta contro l’indifferenza

In un Silos a pochi passi dalla stazione di Trieste vivono centinaia di persone, in uno spazio senza bagni, acqua corrente, elettricità o finestre, ma (quasi) nessuno se ne preoccupa.

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È inverno e Trieste è piena di luci colorate. In piazza Unità la gente insegue i saldi di stagione, i mercatini di Natale sono appena finiti. Poco lontano, in piazza della Libertà, proprio di fronte alla stazione dei treni, Lorena sta seduta su una panchina. L’ampia gonna e le calze pesanti, il maglione, la giacca calda ma comoda, il grosso berretto: tutto è studiato per resistere al freddo. È china sui piedi di un giovane uomo afghano, intenta a medicarli. Accanto a lei scarpe nuove ammucchiate, coperte e sacchi di provviste. Zucchero, farina, olio di semi, the verde, latte. C’è anche qualche ciocco di legna. 

Dietro il ragazzo che Lorena sta medicando c’è una lunga coda di giovani come lui. Altri stanno nei paraggi, aspettando un the caldo e qualcosa da mangiare, due cose su cui sanno di poter contare, oggi come ogni giorno a quest’ora, in piazza della Libertà. «Stasera non è così male,» commenta Lorena, «ci saranno poco più di un centinaio di persone, e non ci sono quasi nuovi arrivi».

Parla dei partecipanti al game. O meglio di quelli che il game, arrivando a Trieste, lo hanno vinto, almeno temporaneamente. Lo chiamano così, il gioco, ma in realtà si tratta del tortuoso percorso che porta indicativamente e con molte variabili possibili dal Medio Oriente ai confini d’Europa, passando per le rotte balcaniche. Lo chiamano game e lo fanno consapevolmente, perché lungo quella strada tutto ciò che si ha e che si è lo si mette in gioco. 

«O vivi o muori» è forse la frase che si sente e si legge più spesso quando a parlare delle rotte migratorie è chi le ha percorse. È come un mantra ripetuto con quieta rassegnazione, prima lungo la strada per farsi forza e poi da chi ce l’ha fatta: «o vivi o muori, non abbiamo scelta». Vita, morte, l’addio alla propria terra e il fantasma di un futuro immaginato: sono queste le carte del game. In mezzo, la strada. Tanta strada.

 

Per averne una misura, basta guardare una cartina geografica: si tratta di circa 1500 chilometri, percorsi per la maggior parte a piedi. Per capire meglio quanto il tragitto possa essere pieno di pericoli, deviazioni e ostacoli invece si può leggere il libro Chi è Nudo non Teme L’acqua, pubblicato in italiano da Iperborea lo scorso anno e frutto di un audace lavoro giornalistico: a raccontare il viaggio è il reporter canadese Matthieu Aikins, partito senza passaporto per affrontare la rotta sotto copertura tra i migranti. Dalla Turchia su un gommone fino a Lesbo, e poi fino in Grecia per raggiungere da lì l’Europa. Il viaggio di Aikins e del suo compagno e amico Omar è un racconto sulla migrazione dall’interno, pieno di dilemmi etici e mai disumanizzante. Non include però alcuni dei luoghi che chi ha affrontato il game racconta come i più pericolosi: per esempio la Bosnia e la Serbia, ma soprattutto il confine croato, dove si registrano continui e violentissimi respingimenti, e dove sono frequenti le testimonianze di migranti fatti spogliare, derubati di tutti i loro averi e riportati illegalmente in Bosnia o Serbia, nuovamente fuori dalla fortezza Europa. 

Se la Croazia è il terzo Paese europeo per numero di respingimenti, nemmeno l’Italia è estranea all’uso di questa pratica. Spesso, chi arriva a Trieste racconta di esserci già stato, ma di essere stato riportato in Slovenia dalla polizia italiana. Da lì, in molti casi respinto in Croazia, e quindi ancora in Bosnia. Lo stesso succede a chi arriva in altri punti del confine o a chi cerca di passare in Francia dal confine piemontese o ligure. Non basta insomma vincere il game, bisogna anche riuscire a non farsi ricacciare indietro.

Al traguardo – che spesso è una città italiana di confine – se si arriva, in ogni caso, si arriva sfiniti, affamati e con le piaghe ai piedi, trovando un’Europa ben diversa da quella che ci si era immaginati, e scontrandosi con l’indifferenza generale. È proprio contro questa indifferenza che Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi combattono, con la loro associazione Linea d’Ombra, scendendo in piazza della Libertà ogni sera dal 2019, per portare cibo e prestare primo soccorso ai migranti che attraversano Trieste. 

In un breve e prezioso testo pubblicato nel 2022, Franchi spiega come per lui, per loro, l’indifferenza sia l’aspetto più preoccupante del modo in cui ci rapportiamo con le migrazioni, come sia persino peggio del razzismo, perché finisce per sottomettere la vita umana alla logica capitalista: «se il razzismo è una forma di governo basata sulla diffusa paura dell’altro, del diverso, che genera odio» scrive, «il capitalismo è prima ancora indifferenza alla vita, ridotta a valore di scambio».

 

L’indifferenza è forse la cifra più evidente delle rotte balcaniche. Dalla Turchia ai confini italiani, le rotte si snodano lungo città antiche e paesaggi mozzafiato, percorse in un verso dai viaggiatori clandestini e dall’altro da turisti in vacanza. In più punti lungo il percorso le loro strade si incrociano, e loro si trovano gli uni davanti agli altri. Partendo da Izmir e passando per le isole greche, per Atene, e poi Sofia, Belgrado, Sarajevo, Bihać, i paesini croati, l’altopiano del Carso e infine a Trieste, resort e hotel di lusso, hotspot e rifugi di fortuna si alternano a ritmo regolare. I primi promossi su giganteschi cartelloni pubblicitari, i secondi come invisibili.  

A Trieste per spezzare l’incantesimo è sufficiente superare la recinzione dietro il parcheggio dei pullman. A pochi passi si arriva a quello che i triestini da sempre chiamano «Il Silos»: un grande edificio costruito a metà Ottocento come magazzino per il grano che arrivava da est al porto di Trieste per poi partire in treno verso Vienna e l’Impero. Il Silos è anche un luogo di memoria: alla fine degli anni ’40 ospitava centinaia di esuli istriani, dalmati e giuliani. Dopo un incendio negli anni ’70, oggi dell’edificio resta solo lo scheletro di cemento.

Nonostante questo, basta avvicinarsi un po’ per iniziare a notare tracce di una continua presenza umana: spazzatura, scarti, ma anche oggetti, tende. Nel Silos, dove non ci sono bagni, acqua corrente, scarichi, elettricità o finestre, vivono, a seconda dei periodi, da 200 a 400 persone. I sacchi a pelo, le coperte, le scarpe che si vedono in giro, sono quelli distribuiti dai volontari Linea D’Ombra. Gli abitanti invece sono sempre loro, i vincitori del game: «nella maggior parte dei casi» spiega Franchi, «vengono dal Bangladesh, dal Maghreb, dal Medio Oriente, ma anche dall’India o dal Nepal». 

Alcuni sono «cosiddetti clandestini», migranti che cercano di evitare i controlli per non essere registrati in Italia e poter quindi proseguire verso altri Paesi europei (se venissero registrati, stando alle regole imposte dal trattato di Dublino, dovrebbero completare qui il procedimento per la richiesta di asilo). La maggior parte di loro però ha regolarmente registrato la propria richiesta di asilo, molti avrebbero diritto a un posto nelle strutture di accoglienza, ma secondo la prefettura nei centri non c’è più spazio, e così sono costretti a stare nel Silos. Dopo il decreto Cutro e la sospensione al confine con la Slovenia del trattato di Schengen (che permette la libera circolazione all’interno dei confini europei) a fine ottobre, la situazione non fa che peggiorare, creando code e liste d’attesa infinite anche solo per riuscire formalizzare la richiesta d’asilo. 

Tutto attorno la città scorre inseguendo la sua opaca normalità. I migranti vivono, a Trieste come altrove, in uno spazio liminale, eternamente sospesi tra il viaggio e la meta. Le loro sono esistenze parallele a quelle cittadine, stanno a metà tra l’invisibilità e la strumentalizzazione. Per Lorena e Gian Andrea, per i volontari di Linea d’Ombra, scendere in piazza diventa così qualcosa di più e di diverso dal semplice volontariato di carattere umanitario: la loro azione costante è prima di tutto un atto politico, che spezza l’indifferenza per creare un contatto, concreto e reale, a partire dalla pratica della cura. 

Allontanarsi dagli schermi, dall’informazione mediata, scendere in piazza e mettersi nella condizione di stare in rapporto diretto con le persone che arrivano dalla rotta è un atto rivoluzionario: significa andare e vedere da sé. Sospendere il giudizio, conoscere, comprendere. «Sono i loro corpi» dice Gian Andrea, «a parlare». 

Avvicinarsi è accogliere una responsabilità. 

Basterebbe sedersi una sera in piazza della Libertà e prendersi un momento per osservare: sarebbero davvero quei corpi, allora, a rivelare anche la pluralità, la caparbia irriducibilità delle persone al «flusso» che ci viene raccontato. Una volta visti, ascoltati i corpi, non resta che chiedersi quanto dolore siamo disposti ancora a tollerare indifferenti. 

di Matilde Moro (Matilde Moro)

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