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Tra uso di sostanze e genere: le Chemical Sisters

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I contesti di socialità e di aggregazione, sono ad oggi considerati tipici della nostra quotidianità, ruotano spesso attorno a consumi diversi tra loro che si propongono come mezzi di divertimento e ricreazione. Tra questi, si inserisce l’uso delle “sostanze”. Le sostanze non fanno riferimento esclusivamente alle cosiddette droghe pesanti o leggere, poiché la categoria è comprensiva anche degli alcolici, nonostante siano socialmente accettati. La vendita illegale e la stigmatizzazione che verte sopra alcune di esse comporta l’emarginazione di chi ne fa uso e dal mancato monitoraggio statale consegue una disinformazione massiva sulle modalità di utilizzo e gli effetti; risulta dunque scontato affermare che l’illegalità non impedisce il valersi delle sostanze per molti individui, appartenenti a qualsiasi categoria sociale, ma non ne permette un uso completamente consapevole. 

A Torino, il primato 

In questo contesto di disinformazione si inseriscono i collettivi che si occupano della riduzione del danno, che dai primi anni 2000 ad oggi hanno ottenuto uno spazio di legittimazione anche in seno alle istituzioni, allargando la loro azione anche oltre il raggio di frequentatori assidui di feste e club. Il riconoscimento istituzionale dell’importanza dei servizi offerti da questi collettivi si afferma come traguardo anche dal punto di vista dello stigma; inizia infatti a sgretolarsi l’immagine del “tossico” degli anni ‘80 che fa uso di sostanze e vive ai margini del contesto cittadino e viene sostituito dall’idea della diffusione ormai capillare del loro utilizzo, che necessita di essere in qualche modo responsabilizzato. Inoltre, le soggettività coinvolte nel mondo delle sostanze risultano sempre più plurali e l’intersezione di ruoli e dinamiche merita di ricevere maggiore attenzione. Tra i diversi collettivi che si occupano anche di riduzione del danno spicca quello delle Chemical Sisters, che si presenta come unica realtà in Italia a porre il proprio focus attorno all’intersezione tra gli stigmi di chi usa sostanze e quelli legati alle appartenenze di genere. 

Nato nel 2020, a Torino, costituito anche da persone di altre regioni, si ispira al collettivo spagnolo Metzineres ed emerge dalla necessità di far luce su un mondo considerato sempre e solo da un punto di vista maschile e patriarcale, in cui le donne vivono una doppia violenza, “in quanto donne e in quanto donne che usano sostanze” , si evince dal loro Manifesto.  

Non solo gli uomini

Tra il 1983 e il 1989 la FDA, l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, svolse un’indagine per rilevare la presenza di donne nei trial per l’approvazione delle medicine e scoprì che la percentuale  delle persone testate di sesso femminile era straordinariamente bassa, e di conseguenza il campione anche poco vario. Questo studio venne portato avanti a seguito di più di un decennio di polemiche relative alla scarsa considerazione delle differenze sessuali e di genere nell’impatto che i farmaci hanno sui corpi delle persone che le assumono. Il sistema ormonale e le norme sociali sono solo le due più evidenti differenze che intercorrono tra persone che appartengono a sessi e generi diversi, e hanno un impatto tutt’altro che irrilevante sugli effetti che la sostanza avrà sulla condizione fisica di chi la assume. L’inserimento di una quota femminile tra coloro sui quali viene testato un farmaco negli USA è stato un primo passo verso il declino, ancora lentamente in corso, di un’impostazione patriarcale della medicina occidentale. Avendo gli uomini rappresentato  la fetta di popolazione più economicamente avvantaggiata e socialmente rilevante per secoli sia negli USA che in Europa, non è difficile immaginare come anche tutta l’innovazione medica si sia concentrata sul tipo di patologie per loro più letali e di conseguenza sullo sviluppo di farmaci ad hoc per sconfiggerle.

Le Chemical Sisters si occupano di fare ricerca, sensibilizzazione e di agire nella direzione di una de-stigmatizzazione della donna e delle soggettività non binarie  che fanno un uso volontario di sostanze, costruendo le proprie riflessioni a partire da una visione avanguardistica della medicina, che guarda a corpi femminili e identità queer con una particolare attenzione. L’obiettivo del collettivo è dunque quello di contribuire alla creazione di una narrazione che manca.

«Se si parla di donne e sostanze o del rapporto tra donna e piacere è importante lavorare prima di tutto per decostruire lo stigma. La figura femminile spesso viene rappresentata e narrata esclusivamente come quella di madre, destinata ad un lavoro di cura. In questa chiave se si parla di donna e droghe, alcool o sesso difficile che non le si stigmatizzi. Lo stesso per le identità queer, è importante non guardare a chi consuma sostanze come persone malate o bisognose necessariamente di un recupero fisico, ma piuttosto riflettere sul mondo delle sostanze a 360 gradi»; racconta Sarah Destefanis, membra attiva del collettivo. 

Il collettivo si propone di scindere la volontà della donna da quella dell’uomo, di raccontarla come è: responsabile della propria azione di consumo, in modo che possa portarla avanti in modo più informato. Il pattern che accomuna moltissime esperienze personali di donne che fanno uso di sostanze a fini ricreativi è quello di un consumo mediato dalla presenza maschile che monopolizza il consumo dalla fase di acquisto della sostanza, passando dall’eventuale drug checking, fino alla fase di sperimentazione della sostanza e di successiva narrazione degli effetti. Le Chemical raccontano come nella loro esperienza di affiancamento di Neutravel, associazione di riduzione del danno attiva sul territorio di Torino, durante i banchetti alle feste di drug checking hanno notato che a portare le costanze ad essere analizzate per verificarne la qualità prima del consumo sono quasi unicamente gli uomini: sono loro che la comprano e che quindi garantiscono per la sua qualità. Un uso informato da parte delle donne passa anche dalla possibilità di superare lo stigma portando la sostanza in modo indipendente nei punti di controllo, dove le operatrici non le giudicheranno, ma forniranno piuttosto gli strumenti per consumare in modo più sicuro.

Il trasporto e la detenzione durante le feste

Questo è il momento in cui la figura femminile ha tradizionalmente un ruolo centrale nel percorso dall’acquirente al consumo della sostanza. Questa centralità è dovuta anch’essa ad una strumentalizzazione della figura femminile: secondo lo stereotipo tradizionale la donna viene controllata meno dalle Forze dell’Ordine, che per via della scarsa presenza femminile nei corpi di polizia, non possono perquisirle. Si tratta di un mito da sfatare, sempre più spesso sono presenti donne nelle pattuglie che presidiano gli ingressi alle feste o le uscite dai club e la pena prevista per il possesso di sostanze non varia da uomini a donne.

Una delle fasi più critiche del rapporto tra donne e sostanze è l’acquisto. Trattandosi di sostanze considerate dallo Stato come illegali le situazioni in cui viene venduta la droga vengono considerate come poco tutelanti, sia dal punto di vista legale che delle sicurezza personale, e questo spinge gli uomini ad assumersi il rischio dell’acquisto. Questa dinamica è molto legata ai ruoli di genere tradizionalmente attribuiti ai due sessi e proprio conseguentemente al radicamento dello stereotipo, spesso finisce per avere  un ruolo profetico rispetto a contesti di acquisto illegale di sostanze in cui la figura femminile viene considerata come più debole e quindi anche conseguentemente attaccabile o frodabile . Valentina e Sarah ci hanno raccontato come donne con una dipendenza forte da una sostanza finiscano spesso per svilupparne una parallela e involontaria con l’uomo che le procura loro la droga. Rapporti come questi sono spesso dannosi per la donna che diventa ricattabile, non può infatti allontanarsi da un compagno anche se violento e poco rispettoso, poiché le permette di soddisfare un bisogno fisico e psicologico come il consumo.

Questa riflessione non è atta alla patologizzazione delle donne che assumono sostanze, ma piuttosto ad aprire un dibattito attorno alle conseguenze di una stigmatizzazione di genere tanto forte da stratificare le dipendenze ad un livello che porta a delle conseguenze talvolta letali per le donne che vi si ritrovano coinvolte.

 

Donne e riduzione del danno in Europa

Oltre a voler limitare i danni che un uso sconsiderato di certe sostanze può causare, le Chemical Sisters sono attive anche a livello femminista, aggiudicandosi il primato di prime e, per ora, uniche in Italia. Nate da poco, il loro impegno ha portato a collaborazioni sia a livello italiano, con altre realtà di riduzione del danno, sia a livello europeo. Il gruppo è nato sotto l’influenza e l’ispirazione del gruppo spagnolo Metzineres, Environments of shelter for womxn who use drugs surviving violences. Il collettivo, anch’esso nato da poco, mira a sostenere e aiutare tutte le donne con problemi legati all’uso di sostanze e vittime di violenza, con un approccio simile, appunto, a quello delle CH. 

Le problematiche affrontate dai diversi collettivi, aggravate dalla situazione sanitaria attuale per via, per esempio, della convivenza forzata di alcune donne dipendenti sia dalla sostanza che dall’uomo che gliela procura, sono state discusse e proposte nella campagna europea “dei 16 giorni”: l’unione delle forze dei principali collettivi europei femministi e di riduzione del danno che per 16 giorni si sono impegnati a divulgare in tutta Europa e al mondo le situazioni che ognuno di loro affronta, le soluzioni adottate e tutta una serie di informazioni per poter aiutare in qualunque caso, anche per chi non fa direttamente parte dei collettivi. Sportelli di ascolto online, distribuzione di kit e webinar sono solo alcune delle proposte della campagna. I 16 giorni iniziano il 25 novembre, la Giornata Mondiale Contro la Violenza sulle Donne, e terminano il 10 dicembre ossia la Giornata Mondiale dei Diritti Umani. L’iniziativa nasce dalla collaborazione dell’EuroPUD, European Network of People who Use Drugs e del Women and Harm Reduction International Network (WHRIN). La campagna ufficialmente si intitola “Elimination of violence against women who use drugs” e ha accolto la partecipazione di gruppi da tutta Europa, quali il PeerNUPS dalla Grecia, il GAT e il CASO ORGANIZADOS dal Portogallo, il PoliNPUD dalla Polonia e dalle Chemical Sisters italiane.

“Some women use drugs. No woman needs violence. Stop violence against women who use drugs”

La partecipazione delle CH alla campagna internazionale ha permesso loro di creare un network di persone che usano sostanze e persone che cercano di limitare i danni. Il loro obiettivo, tra gli altri, è di espandersi e poter dare l’esempio, in qualità di fautrici, di una realtà che in Italia ancora non esisteva, a contrario del resto d’Europa. Le origini natali sono piemontesi ma il gruppo accoglie già partecipanti da diverse altre regioni, oltre che l’intervento e l’azione diretta in altre regioni. L’operato del gruppo femminista non si limita, quindi, al solo intervento sul luogo, che sia questo una taz (zona temporaneamente autonoma) per un rave party o una festa ad un centro sociale, ma si impegna anche ad espandersi in tutta Europa.

Le Chemical hanno ricordato quanto set & settings ovvero gli strumenti di utilizzo e ambiente circostante siano importanti durante  le  esperienze di consumo.  

Si parte da gesti di autotutela durante il consumo, per arrivare a liberare chi fa uso di sostanze dal peso della rappresentazione sociale che concepisce la dipendenza come una patologia che ha come esito univoco l’emarginazione e il disagio. Si può consumare anche senza essere ai margini: questa tesi presentata in modo così chiaro dai collettivi di riduzione del danno risulta impattante  rispetto alla costruzione ideale  di membro  del sistema privo di dipendenze. 

E si unisce al coro di coloro che, anche dall’interno delle istituzioni tentano di lavorare su una realtà molto meno polarizzata, che vede punti di intersezione tra consumo e società non tutelati da nessuna parte sociale. 

Il principio attorno al  quale ruota il lavoro dei collettivi per la riduzione del danno è un’assunzione di  un ruolo, una specie di occhio-persona: un osservatore-osservatrice non giudicante che si interpone volontariamente tra chi usa sostanze ed il muro di isolamento e degrado artificiale causato dalle conseguenze dello stigma. Una postura che se fosse assunta da un maggior numero di persone durante le attività ricreative quotidiane potrebbe produrre risultati interessanti.

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