Tra la sabbia

Il workshop di scrittura creativa creato in collaborazione con Belleville e curato dalla scrittrice Giulia Caminito è stato un momento di grande partecipazione e ispirazione.

Per tre pomeriggi, tra il rumore del mare e la luce del tramonto, i partecipanti hanno lavorato insieme per scoprire cosa rende una storia viva e capace di emozionare.

Attraverso lezioni, letture e brevi esercizi di scrittura dal vivo — tra taccuini, smartphone e passeggiate — abbiamo esplorato gli elementi portanti della narrazione: l’ambientazione come spazio dell’immaginazione, i personaggi come cuore del racconto, la trama come filo che tiene tutto insieme. È stato un laboratorio di parole e di incontri, dove l’ascolto reciproco e la curiosità hanno dato vita a storie intense e sorprendenti.

In questa pagina trovate tre racconti che abbiamo scelto da questa esperienza: piccole storie nate sul mare, che portano con sé la voce e lo sguardo di chi le ha scritte.

Come i gabbiani a settembre

di Claudia Sabbini

“Chiamiamo papà, ti va?”.

Seduto al tavolo in formica celeste della cucina, Edoardo alzò lo sguardo da “Il Novecento spiegato ai ragazzi” per incontrare quello di nonna Ada. Aveva le dimensioni di un tascabile, ma gli occhi cerulei spalancati sul mondo la facevano apparire un gigante, soprattutto quando brillavano come adesso.

“Dai, chiudi il libro che lo chiamiamo. Come sarà contento di sentirti. E tu sei contento?”. Raggiunse il telefono lanciandogli un occhiolino. I grandi cerchi in cui infilare le dita scorrevano sotto il suo tocco come un timone in miniatura. Chissà quale sarebbe stato il suo ruolo su una nave pirata. Nei suoi libri non c’erano piratesse con la gonna al ginocchio che ne strozzavano il passo, ma pensò che sarebbe stato interessante vederle aggirarsi sulla tolda in quel modo, oscillando ad ogni rollio.

“Nonna, posso chiedergli…” esitò, ma il sorriso di lei si fece solo più ampio:

“Lo stiamo chiamando apposta,” poi, con voce più alta, la udì esordire: “Filippo, sono io, ti volevamo soltanto salutare: qui c’è qualcuno che sente tanto la tua mancanza,” un cenno d’incoraggiamento perché si avvicinasse. “So che sei impegnato, anche noi lo siamo: oggi Edoardo ha riletto quel tuo vecchio libro sulle barche, te lo ricordi?”. Il sorriso sul suo volto prese una piega sempre più rigida, artificiale, mentre ascoltava il figlio. Il braccio corse intorno alle spalle di Edoardo, stringendolo a sé. “Certo che sta leggendo anche i libri che gli hai mandato. Sei sicuro di non volerlo nemmeno salutare? Aveva qualcosa da dirti” la udì chiedere e non volle osservarne l’espressione mentre le giungeva la risposta. I marmittoni di pietra del pavimento erano così affascinanti, con il loro insieme ribelle di forme e colori, i dislivelli in superficie.

“Va bene,” sembrò acconsentire la nonna, “Edoardo, ti va di andare a giocare di sopra mentre parlo un attimo con papà?”. La linea delle labbra era ancora tesa, ma gli occhi non brillavano più.

Non era una richiesta a cui fosse difficile obbedire: il sottotetto era il suo posto magico. Il tetto spiovente con le travi in legno lo costringeva ad abbassarsi alle estremità, il solaio sottostante scricchiolava sotto ognuno dei suoi passi leggeri da bambino, conferendogli importanza, le enormi finestre spalancate sul mare. La nonna ne aveva fatto uno scrigno di ricordi: gli abiti del nonno, il suo vestito da sposa, album di fotografie in scale di grigio o seppia, aveva conservato lassù persino i libri per ragazzi di quando faceva la maestra. Per Edoardo quei libri erano un tesoro che aveva scoperto e guadagnato. Li amava quasi tutti, ma i libri che aveva ordinato con cura sullo scaffale ricolmo erano quelli di Sandokan: principe esiliato, fiero, alla testa di uomini indomabili pronti a qualsiasi rischio, con tanti amici fedeli.

Quando – durante un pranzo di fine aprile – aveva sentito il padre raccontare che il figlio del primario partecipava a gare di vela, il viso di Edoardo si era rischiarato di colpo. Di tutte le attività che Filippo voleva imitasse da lui, navigare era la prima che lo entusiasmasse. Si vedeva già su una snella imbarcazione tutta sua, l’acqua infranta dalla prua che lo raggiungeva rimproverandolo, in coro con le voci lontane dalla spiaggia. Ma lui se ne fregava, i capelli irrigiditi dalla salsedine.

Eppure Filippo non l’aveva iscritto a nessun corso di vela ed Edoardo, dopo aver esitato a lungo, si era scoperto afono ogni volta che aveva tentato di introdurre l’argomento. Non c’erano state molte occasioni del resto.

Aveva ancora tra le mani “Il Novecento spiegato ai ragazzi” quando le nocche leggere della nonna intonarono un motivetto noto contro lo stipite della porta: il richiamo del pranzo, o della merenda, di qualunque attività comune. Strinse forte il dorso del libro tra le mani, la speranza che gli scivolava vischiosa contro la gola, man mano che contemplava l’espressione rammaricata della nonna.

“Non verranno nemmeno questo week-end, vero?”. Quel nemmeno si era fatto strada a prepotenza, contro la sua volontà. Già lo rimpiangeva, occhi lucidi fissi a terra.

“Non sei contento di trascorrere un po’ più di tempo con me?”

“Certo,” non riuscì a guardarla. La nonna avanzò nel suo passo breve e misurato, da comandante.

“Non dicevi che preferisci Ostia a Roma? Non è più così?”. Giocava sleale, allora avrebbe giocato sporco anche lui. Alzò gli occhi per fissarli dritti nei suoi, asciuttissimi: “Sì, d’estate, quando posso fare due bagni e prendere un gelato al giorno.”

“Mm”. Lo fissò dall’alto in basso, gli occhi chiarissimi ora glaciali, e gli giunse un brivido tanto erano simili ad altri.

“Beh, non fa ancora tanto freddo. Se mi prometti che poi filiamo dritto a casa e ti fai una bella doccia calda, forse, un bagnetto veloce…”

Un attimo dopo Edoardo correva lungo le scale, verso il costume incastrato sul fondo del cassetto dell’armadio, le mani che modellavano il corrimano nella battagliola della nave dei suoi sogni. Un attimo più tardi erano insieme al cancello, poi attraversare la strada fu questione di due minuti.

La spiaggia che lo attendeva lì di fronte era quella che aveva abitato ogni estate da quando era nato, eppure ora straniera. Che non fosse più quella che conosceva, glielo gridavano a gran voce i gabbiani ormai cresciuti: i piccoli che a luglio zampettavano sull’arenile, il corpo e le ali cosparsi di macchie marroni come fossero leopardi, si erano progressivamente sbiancati. Non quanto gli adulti, ma cominciavano già a perdere gli occhi acquosi dei cuccioli che lo avevano affascinato in estate. La gente che solitamente occupava la riva a tutte le ore in costumi sgargianti vociando più alto dei gabbiani stessi, era ora ridotta a pochi coraggiosi che affrontavano il vento freddo di fine settembre, quasi tutti vestiti, con tanto di giacca.

Si sentì cogliere da un’idea assurda: “Nonna, posso fare il bagno vestito?”

“Resterai dove si tocca?”

Annuì con tutte le sue forze, strappandole una mezza risata.

“Va’ e sii felice. Ma ricordati: dieci minuti e poi a casa.”

Nonna Ada non aveva ancora finito di parlare che Edoardo era già con i piedi sul limitare del bagnasciuga. Si immerse con un vago disgusto per la sabbia che s’attaccava viscida al cotone in grumi rigidi, sorpreso per il peso impacciato degli abiti bagnati. L’acqua stessa rabbrividiva e si copriva di pelle d’oca al passaggio del vento, gelida, più di quanto non fosse nel primo mattino di giugno. Il corpo gridava di uscire di lì, ma la mente era tesa altrove, verso il largo, verso l’enorme veliero che si delineava all’orizzonte.

Lo sguardo rimase incollato al profilo bianco e blu della carena, appena più scuro dell’acqua velata dalla luce calante. Le vele immense sembravano guardarlo dritto in faccia, espressive sui lineamenti austeri dei pennoni. Una sfida. Glielo urlavano dritto in faccia, attraverso le figurine lontane che si affaccendavano loro intorno. Gli chiedevano da che parte stesse: con i terrestri o con loro? Al sicuro o con loro? Ed Edoardo sentì bruciar dentro qualcosa che poteva infrangere per qualche minuto anche il gelo della corrente di settembre.

La voce della nonna dalla riva gli ricordò che aveva solo altri cinque minuti. Lo vedi? Disse tra sé al veliero, oggi non posso, ma domani… domani. Domani perché non avrebbe potuto essere lui una di quelle figurine senza volto?

Per quel giorno, si limitò a solcare le onde con un braccio più sicuro, lo sciabordio rassicurante dell’acqua che lo incoraggiava ogni volta che la mano s’insinuava sotto la superficie. Suonava come un insieme di complici risate argentine.

Stanco, il veliero ancora lontano, si distese a pancia in su, lasciandosi cullare in confidenza, e sempre in confidenza gli rispose il borbottio cupo del mare nelle orecchie sommerse in ascolto, come migliaia di tuoni a indicibile distanza che preannuncino una tempesta in arrivo.

 

Sabbia nelle scarpe

di Giulia Moriconi

All’alba, tra i palazzi di Ostia rosicchiati dal sole, un setaccio viene scosso da un pescatore affinché le telline si separino dalla sabbia, la quale tornerà a giacere sul fondale. Il tratto di strada tra casa mia e Piazza Quarto dei Mille, dove ogni mercoledì e sabato mattina si tiene il mercato, è un percorso breve, eppure mi porta a controllare di aver preso il portafoglio almeno tre volte. Il percorso in sé è piuttosto monotono, con una sola svolta a destra in fondo alla via principale del quartiere e se non fosse per il viavai continuo di clienti e commercianti, sarebbe davvero insipido. L’ho capito una mattina mentre andavo a scuola: le strade lunghe e dritte mi annoiano a morte, trovo molto più interessante svoltare l’angolo. Il primo controllo si è manifestato sulla soglia di casa, un rituale di partenza che mi impone di passare in rassegna ogni oggetto indispensabile. Il secondo quando per un attimo ho pensato di fare una sosta al bar. Il terzo proprio quando ero a un passo dal mercato. L’immagine, terribilmente vivida, di me stessa che, al cospetto del venditore, fruga disperatamente la borsa per un portafoglio dimenticato, mi suscita un’angoscia quasi insopportabile. A quel punto, che cosa gli dico? È un timore irrazionale che, pur non essendosi mai concretizzato, risiede nella mia costante paura di arrecare disturbo. Fatto sta che stamattina, dopo aver girato l’angolo e fatto il terzo controllo, ho incontrato tua madre. Ero con lo sguardo chino sulla borsa, completamente persa nel mio dramma, quando il suono del mio nome, pronunciato dalla sua voce, mi è parso come uno sparo, un colpo secco che ha dissolto il disordine dei miei pensieri, spazzandoli via come un rumore assordante fa scappare gli uccelli in volo. Sai bene come funzionano certi incontri fortuiti. Tua madre si è avvicinata a me con quel suo modo di camminare, come se stesse sempre sulla sabbia, per poi fermarsi all’improvviso davanti a me, quasi avesse appena piantato un ombrellone. Era felice di ritrovarmi dopo tanti anni. Ci teneva a sapere di mia madre, se avesse finalmente deciso di aprire un locale tutto suo; infine, mi ha chiesto dei miei progetti futuri, ora che il liceo è finito meno di un mese fa. Non ho ancora una risposta: so per certo di voler frequentare l’università, ma l’incertezza sulla facoltà da scegliere mi tormenta. Il liceo mi ha regalato amici straordinari e ricordi indelebili, ma ha anche fatto emergere insicurezze sulle mie capacità. Questo, però, non l’ho detto a tua madre. Le ho risposto che mi orienterò su Lettere Moderne, perché al momento mi sembra l’opzione più vicina ai miei interessi, e lei, come tutti, l’ha definita una fase di passaggio per rasserenarmi. Appena le ho chiesto di lei, ha subito iniziato a parlare di te. Mi ha detto che domani in mattinata partirai per l’Olanda in cerca di lavoro, di un futuro, di una vita migliore; così mi ha detto. Non l’ho mai vista così fiera. Mai come in questo periodo ho compreso che la parola “futuro”, a dispetto di quanto si dica in televisione o tra amici al bar, ha un lato spaventoso. A volte, è come se mi sentissi già nostalgica di quel che sarà. Non fraintendermi: so bene che la nostalgia è un sentimento legato al passato, eppure c’è qualcosa in me che mi spinge a provarla per tutte le vite che potrei scegliere di vivere. L’unica certezza che ho è che voglio restare qui, nel posto in cui sono nata, a Ostia. Non voglio credere che qui non ci siano possibilità per me, per noi. Anche questo, a tua madre, non l’ho detto. Era così fiera e il fatto che le mancherai si percepiva dal tremolio del suo labbro superiore, quindi non ho replicato. Ho tenuto per me questo fardello e le ho solo chiesto di augurarti una buona partenza da parte mia. Quando stavo per pronunciare le parole di rito con cui si concludono questi incontri, mi ha stretta forte a sé. Forse dal mio sguardo commosso, misto a rabbia, ha capito che anche io, un giorno, potrei comprendere la necessità di andare via da questa periferia. Si è congedata da me ricordandomi di salutarle mia madre. Preferirei dire che questo incontro non mi abbia scalfito, ché sarebbe più semplice concentrarsi su ciò su cui si ha potere di agire. Ma è come se fossimo abituati a muoverci ai margini, e così, ancora una volta, mi aggiravo tra le ombre della tua partenza e le parole che avrei voluto dirti continuavano a risuonarmi nella testa, mentre mi addentravo tra i banchi del mercato alla disperata ricerca di un motivo per farti restare. Mi sono sempre chiesta dove vadano a finire i rapporti interrotti a metà, senza un apparente motivo. La nostra amicizia si è conclusa per una banale conseguenza, un riflesso della fine dei rapporti tra i nostri genitori. Quando i miei genitori si sono separati, hanno deciso di interrompere i contatti con i tuoi, perché a mia madre faceva male frequentare le vecchie coppie di amici ancora unite. Non posso biasimarla: porta ancora addosso questo strano e arcaico senso di vergogna per essere rimasta sola con due figli da mantenere. Io, invece, questo non lo capisco. Noi due, all’epoca, non eravamo abbastanza grandi da poter mantenere la nostra amicizia indipendentemente da loro. A dieci anni è semplicemente successo: per il volere di altri abbiamo smesso di parlarci. E mi sembra ancora di vedere, sospese nel vuoto, le intenzioni e le parole che ti avrei detto il giorno dopo al mare, come ogni giorno di quelle che sono state le estati migliori della nostra vita. Eppure, avresti tutte le ragioni per dirmi che questo posto non ci ha mai amati. Io mi chiedo se non sia io a scambiare troppo spesso l’affetto occasionale per attimi di puro amore. Di sicuro è un luogo che sa come insinuarsi nei nostri punti deboli. Anche quando cerchiamo di convincerci che non esiste alcun motivo per restare, che le sue uniche realtà sono le contraddizioni che vedi intorno a te: i forni del pane che non sfornano più, le parrocchie che hanno giorni di chiusura come a farti credere che la fede possa avere un giorno libero, le cassettiere abbandonate sul ciglio della strada che non custodiscono più i sogni di nessuno. Ecco che accade qualcosa di eccezionale: forme di una resistenza silenziosa che sa cogliere solo chi ha ancora la voglia di spendere il suo tempo in questa periferia. È la signora dei palazzi popolari che abbassa le tende da sole, benché siano tutte lacerate e non facciano più ombra. È il succo delle ciliegie che tinge le mani di rosso. Sono i fiori del parco vicino alla stazione che ogni martedì e giovedì un gruppo di volontari annaffia. È la seconda occupazione del 2010 del Teatro del Lido. Lo avevamo compreso da sempre, fin da bambini, quando potevamo essere ancora tutto e edificavamo la nostra città sulla battigia: se la sabbia bagnata non si unisce a quella asciutta, ogni castello è destinato a crollare. Non so che persona tu sia diventato, ma so che conosci il male che serpeggia tra le tubature di questa periferia: la paura. La paura di pronunciare dei nomi a voce alta, che un giorno qualcuno o qualcosa possa sottrarre i risparmi di una vita, la paura di non essere ascoltati. E forse la più agghiacciante è quella di credere tanto in qualcosa. Io in te quella paura non l’ho mai vista. Eravamo bambini, convinti che ingoiare i semi dell’anguria ci avrebbero fatto crescere un fiore nella pancia, che scommettere tutto su una coppia di cuori ci avrebbe arricchito di caramelle, e che il mondo girasse meno veloce di noi. L’ultima è ancora vera. E allora parti, con lo sguardo così stretto da mettere a fuoco ogni cosa, ma io spero che un giorno, anche se questo non te lo dirò mai, tu trovi un buon motivo per tornare, e che questo luogo sia pronto ad amarti. Ma non devo, di certo, convincerti io. Me lo dicesti tu in un giorno che non dimenticherò, mentre sfidavamo mano nella mano le onde alte che avrebbero potuto spazzarci via in un attimo, quando eravamo ancora convinti che il più grande affronto divino fosse un cielo nuvoloso che ci impediva di andare al mare. Me lo dicesti tu, e ora te lo ripeto io, Tiziano: “La paura sta’ tutta in fronte”.

Anomala

di Egidia Zenilla Morabito

Appoggiata al lavandino della cucina, con le braccia conserte sul petto, resta a guardare la figlia, in silenzio.

Un piccolo spiffero di aria gelida di mare ha trovato un varco nelle vecchie imposte della casa all’Idroscalo, infastidendo Aurora che se ne sta seduta al tavolo da pranzo. La ragazzina, si porta spazientita una mano all’orecchio per proteggerlo da quel soffio freddo.

«Che hai?».

«Me dà fastidio l’aria».

«Spostate».

«Nun me va».

Senza distogliere lo sguardo un solo momento, Aurora continua a fissare la donna che si trucca con attenzione sullo schermo del suo cellulare, aggiungendo alla descrizione di ogni passaggio di quel rituale alcuni commenti su un nuovo acquisto.

Non potete capire l’emozione che ho provato quando ho visto l’edizione limitata…!

«Hai finito de studia’?».

«Non c’ho da studia’».

«Come sarebbe a di’ che non c’hai da studia’. A regazzi’, tu tra qualche mese devi da’ l’esame de terza media, te ricordi?».

«Eh, ma non c’ho da studia’».

Il vento comincia a soffiare forte nella luce di un tardo pomeriggio di marzo. Un fischio percorre le strade di terra battuta che si diramano tra le case abusive sulla lingua di terra più esposta alle intemperie e ai capricci del mare, quella che ad Ostia chiamano Punta Sacra. Le onde di un’acqua tempestosa e color antracite si scagliano sui frangiflutti di cemento armato, spezzandosi e disperdendosi come schegge di vetro sulle strade già piene di pozzanghere.

«Chi t’ha regalato quel pupazzo che sta sul letto tuo?»

Forse Aurora non ha sentito la domanda della madre, o forse ha fatto finta di niente.

«Aurora?»

Laura è una donna sulla quarantina con i capelli folti e ricci, corvini. Ancora nessun capello bianco si fa vedere in mezzo a quella chioma; gli zigomi sono alti e disegnano un volto appuntito, se non fosse per quelle guance riempite da un po’ di peso preso negli anni.

Gli occhi scuri, come i capelli, restano a fissare la figlia che si riposiziona sulla sedia, tenendo sempre la mano sull’orecchio.

«Auro’!»

«Dimmi!».

«T’ho chiesto chi t’ha dato quel pupazzo de là».

«Carolina».

«Quella che hanno sfollato dall’altro lato dell’Idroscalo? Stava in classe tua?».

«No».

«E allora?».

«Me l’ha lasciato perché stavo là co’ Giulia e Martina mentre portavano via le loro cose. Era triste e l’avemo abbracciata».

Laura ammutolisce di fronte alla risposta della ragazzina. Da qualche tempo, oltre alle disposizioni delle amministrazioni che rifiutano l’abusivismo delle loro abitazioni, si è messo il mare a combattere le famiglie che vivono all’Idroscalo. Le mareggiate sono lunghe, feroci, arrabbiate. Che succede a questo mare che è sempre stata l’unica certa compagnia di ogni giornata, in inverno e in estate?

Un primo cane lontano comincia ad ululare, seguito subito dagli altri del rione che si uniscono a quel malinconico lamento, presto confuso con le urla del vento.

Il vetro della finestra da cui passa lo spiffero trema un po’.

Laura si avvicina alle imposte e guarda fuori: si vedono gli schizzi infrangersi sullo spiazzo a pochi metri dalla loro casa, una delle più vicine al mare.

«Dov’è papà?».

«Non lo so, so’ cazzi sua, ormai, se se pija il diluvio».

«Cioè?»

«Cioè, io gli ho detto che stava pe’ piove’».

«Perché lo odi?».

Laura si volta di scatto verso la figlia.

«Che stai a di’? Ma che te sei impazzita? Chi te dice ‘ste cose?».

«Litigate sempre. Perché non ve lasciate?».

Aurora lancia uno sguardo un po’ annoiato verso la madre prima di tornare a scorrere con il dito lo schermo del telefono.

Un brano irrompe nella stanza.

«Ma spegni quel coso! Me dici chi t’ha messo in testa ‘ste cose?».

«Nessuno, ma’. Però i genitori de n’amico mio se so’ lasciati e ora stanno tutti meglio».

«Te l’ha detto lui?»

Aurora annuisce.

«È quello che vorresti?».

La ragazzina scrolla le spalle, posa il telefono sul tavolo e si volta con la sedia verso la madre tenendo un braccio sullo schienale.

«Te dico ‘na cosa, anche se forse non dovrei perché sei ‘na regazzina».

Aurora fa un cenno con il mento, incoraggiando la madre a parlare.

«Un mese fa, tu eri a scuola e io e papà avemo litigato. Gli ho detto d’andassene perché m’ero proprio stufata e lui ha chiamato l’amico suo, Piero, pe’ sape’ se poteva anda’ da lui. Te ricordi la sera in cui avemo preso la pizza io e te perché papà c’aveva il turno de notte? Non era vero che c’aveva il turno de notte».

Aurora guarda la madre che si lascia sfuggire un lungo sospiro.

«Ma che t’ha fatto?».

Laura alza gli occhi sulla figlia poi si scosta dalla finestra e torna verso l’angolo della cucina, apre l’anta di un mobiletto pensile sopra i fornelli e tira fuori una pentola.

Mentre l’acqua scorre dentro il recipiente, risponde:

«C’avevamo vent’anni quando se semo messi assieme. Lui c’ha avuto la possibilità d’annassene da qui, de lavora’ a Livorno e io ce sarei andata con lui».

«Poi?».

«E poi niente, gli è presa paura de lascia’ Ostia e tua nonna ha cominciato a stare male – ed è stata male pe’ anni – e così non se n’è più parlato e io forse non gl’ho mai perdonato d’esse’ rimasto qui».

«E perché ce stai assieme se non sei felice?».

«Aurora, t’ho detto che devi smette de di’ ‘ste cose. Statte zitta. Che ne sai tu, che sei piccola!».

Aurora sbuffa sonoramente e se ne va in camera, buttandosi sul letto. Il pupazzo di Carolina, un dinosauro rosa, le fa da appoggio per la testa. Dalle casse del cellulare erompono nuovi spezzoni di brani pop, interrotti dal movimento del dito della ragazzina sullo schermo.

Un grosso schizzo d’acqua si abbatte sulla finestra della stanza con un sonoro schiocco che fa alzare lo sguardo ad Aurora; una pioggia fortissima comincia a martellare il soffitto dell’abitazione.

«Ma che è?».

La ragazzina si mette a sedere sul materasso, mettendo a fuoco quella cascata d’acqua che scorre sul vetro della finestra. Un sottile rigagnolo comincia ad allungarsi sul muro, fuoriuscendo dalla cornice dell’imposta.

«Ma’, sta a piove’ dentro!».

Laura arriva in un attimo nella stanzetta della figlia, che le indica la finestra.

«Aurora, pija due pezze e qualcosa pe’ bloccarle qua sotto. Io provo a incastralla mejo».

«Non ha mai piovuto dentro…».

Laura non risponde all’osservazione e allunga una mano verso la figlia, la quale le porge gli stracci e del nastro adesivo.

Il martellare della pioggia sulla finestra e sul tetto si uniscono in un rombo quasi assordante e il vento forte di mare partecipa a quell’Apocalisse facendo tremare i vetri della casa e ammutolendo le due donne.

Aurora prova a guardare la strada in direzione dei frangiflutti, nonostante quel continuo scrosciare renda praticamente impossibile distinguere alcunché. Con il naso schiacciato contro il vetro, una piccola chiazza di condensa si forma attorno alla sua bocca, fino all’altezza degli occhi: ad ogni respiro, la ragazzina prova ad asciugare velocemente il vetro con la manica della tuta, come se quei pochi secondi possano farle perdere l’attimo in cui riuscire a scorgere il mare in tempesta.

Dalla cucina, il telefono di Laura comincia a squillare.

«Amo’, ‘ndo stai? Pare ‘a fine der monno».

La donna dà una veloce mescolata alla pasta nella pentola e si appoggia al ripiano del lavandino.

«Resta lì, non me fa’ preoccupa’. Te metto da parte un piatto de pasta? Va bene. A dopo».

«Era papà?».

Laura annuisce, posando il telefono sul tavolo.

«Gli ho detto de resta’ al magazzino finché non smette de piove’».

Aurora, in piedi sulla porta della cameretta, resta a guardare la madre, tenendo stretto tra le braccia il dinosauro rosa di Carolina.

«Comunque, magari adesso non so’ così tanto felice, ma la verità è che senza de lui non lo sarei manco un po’».

Quella confidenza e quella sincerità, mai avute nei confronti della figlia, e il silenzio che segue una tale rivelazione imbarazzano Laura che si affretta ad assaggiare uno spaghetto bollente, a denti stretti.

«Me pare cotta. Dai, prendi i piatti, uno anche pe’ papà».

«E poi com’è finita quella volta ch’avete litigato?».

Laura si prende qualche secondo per rispondere, un momento per sedersi a tavola e spingere il piatto di Aurora verso la bambina.

«Mangia».

«L’hai perdonato, allora?».

«Auro’, è tornato a casa alle tre de notte. Ha detto che s’era scordato le mutande pulite».

Non appena finisce di dire questa cosa, il volto, inizialmente spazientito, della donna si contorce in una smorfia per poi esplodere in una risata. Il suo è un riso di liberazione, la sintesi di una vita e di un affetto.

«Ma che te ridi?».

«Guarda, m’hai fatto veni’ voglia de abbraccia’ tuo padre».

L’ululato di un cane in fuga di fronte alla porta di casa fa voltare entrambe.

«Non piove più».

Laura, immobile sulla sedia, si mette in ascolto.

«Non sento nemmeno più il mare».

La donna si avvicina all’ingresso, infila un paio di vecchie scarpe da ginnastica e apre la porta. Un ultimo bagliore di luce illumina le compatte nubi sull’orizzonte.

Una desolazione irreale avvolge la strada allagata.

All’improvviso, un unico suono acuto la costringe ad alzare lo sguardo. Un enorme stormo di uccelli sta volando sopra l’Idroscalo, verso l’entroterra. Gli uccelli, completamente silenziosi, sono centinaia e centinaia: gabbiani, piccioni, corvi. Com’è possibile che volino tutti insieme? Laura non ha mai visto una cosa del genere.

«Mamma, sta a scappa’ il cane de Angela!».

Un bastardino di taglia piccola, bianco e nero, seguito da un piccolo branco di gatti fugge verso l’entrata dell’Idroscalo.

Laura attraversa il piccolo spiazzo che separa la casa dalla punta del promontorio, dove i frangiflutti di cemento armato si stagliano sopra il mare.

Gli schiocchi rumorosi delle onde in tempesta non si sentono più, ma nemmeno lo sciabordio leggero della bassa marea.

La scarsissima luce del giorno rimasta affatica lo sguardo di Laura, ora in piedi sul basso muretto in procinto dell’acqua, che non c’è più.

«Non c’è più mare», sussurra.

«Cosa?».

«Non c’è più mare».

A Laura si gela il sangue nelle vene prima di voltarsi verso la figlia e urlare:

«Aurora, corri!».

🔹 Chi siamo

Questa attività è organizzata da Fondazione Poetica, sotto la guida del prof. Mauro Magatti dell’Università Cattolica di Milano, per Unhate Foundation e ha finalità esclusivamente di ricerca sociale.

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