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The Ride ep. 10 – Emilia Romagna

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Il rientro di Giorgia Meloni dal G7 è stata una masterclass di politica italiana. Rientrare dall’altra parte del mondo, lasciando i leader mondiali (e Volodymyr Zelensky) a discutere di questioni diplomatiche poco care all’opinione pubblica italiana (a partire proprio dalla guerra in Ucraina) era un atto dovuto. Ciò che non era previsto, però, è che una presidente del Consiglio così attenta alle apparenze organizzasse una visita nelle terre romagnole colpite dalla catastrofe facendo di tutto per non essere seguita dai giornalisti.

La premier era consapevole di causare reazioni schizofreniche: il giorno dopo, tutti i quotidiani o quasi scrivevano della difficoltà nel rintracciare Giorgia Meloni, descrivendo il nervosismo di quegli attimi e allo stesso tempo l’ammirazione a mente fredda per una premier poco interessata al codazzo. Altra cosa che Meloni sapeva benissimo era che sui media italiani ci sarebbe finita lo stesso grazie a foto e video pubblicati da coloro che andava a trovare in una delle poche regioni “rosse” d’Italia. Riuscendo così a far passare sottotraccia che un Consiglio dei ministri d’emergenza era convocabile ben prima del 23 maggio, una settimana dall’inizio dell’alluvione, e ben al di là della sua presenza fisica.

C’erano pochi dubbi, però, su ciò che sarebbe potuto seguire a questa ottima risposta mediatica: il solito decreto-toppa. Stanziati 2 miliardi per la messa in sicurezza del territorio (dove continua a piovere), per le prime fasi della ricostruzione e soprattutto per andare incontro a chi è in difficoltà a causa della catastrofe. Soldi, come da tradizione, ancora da trovare.

Lo scontro politico, in questo momento, si sta consumando soprattutto intorno alla nomina di Stefano Bonaccini come commissario straordinario per questa emergenza. Come sempre, è l’emergenza del momento a tenere banco. Durante la conferenza stampa indetta per annunciare i connotati del decreto, Meloni scherza con il presidente della Regione colpita: «C’è poi una misura che riguarda l’estensione delle competenze del commissario che noi avevamo nominato per la siccità. È un passaggio bizzarro per cui il commissario della siccità oggi si occupi anche dell’alluvione, ma ecco nella situazione climatica in cui ci troviamo…».

La “situazione climatica in cui ci troviamo” non è una casualità o una circostanza “bizzarra”, per usare il lessico meloniano. È una conseguenza ampiamente anticipata del collasso climatico. L’Italia sa benissimo da tempo che sarebbe stato il primo grande Paese europeo e il primo Stato del G7 a subire in maniera massiccia questi cambiamenti sotto forme diverse. La siccità aveva già colpito altrove in maniera terribile. 

In Spagna sono molte le regioni che affrontano questa circostanza non più come un’emergenza ma come una realtà a cui è impossibile sfuggire. E Meloni, evidentemente, rovista a piene mani nella retorica dell’estrema destra iberica di Vox, compagni (vocabolo verosimilmente proibito in quegli ambienti) di Fratelli d’Italia nel partito europeo Conservatori e Riformisti. Alle elezioni in Andalusia di un anno fa il partito di Santiago Abascal fece una grande campagna sulla siccità senza mai pronunciare, o quasi, le parole magiche: cambiamento climatico.

L’Italia, tuttavia, si ritrova al centro della contraddizione molto più della Spagna. Due alluvioni che hanno visto la pioggia di anni cadere in poche ore sullo stesso territorio, così ravvicinate tra loro, sono arrivate subito dopo mesi di siccità.

I governi non solo non hanno fatto e non stanno facendo nulla per invertire la rotta in termini di lotta al cambiamento climatico: non hanno fatto nulla per tutelarsi dagli effetti di questa crisi, che tutti sapevano sarebbero arrivati. Se fece scalpore, nel 2020, scoprire che l’Italia era priva di un piano pandemico, sapere che è completamente impreparata a eventi meteorologici estremi è un dato quasi scontato. Tra il 2010 e il 2017 gli allagamenti registrati dall’ISPRA su una scala rilevante erano circa 20: solo nel 2018 e nel 2019 erano diventati 80. 

La protezione civile comunica che dal 2020 ci sono stati interventi post-emergenza da maltempo per 400 milioni di euro su tutto il territorio nazionale, nessuna regione esclusa. Il Ministero dell’Ambiente ha comunicato di aver impegnato, allo stato attuale, 1,3 miliardi di euro per 650 interventi di prevenzione del rischio idrogeologico. Sempre secondo l’ISPRA il 94% dei comuni è esposto a rischi di natura idrogeologica, dalle frane all’erosione costiera. E l’Italia di comuni ne ha oltre ottomila. I piani per mettere in sicurezza il territorio falliscono senza sosta da una quindicina d’anni: Il Piano Suolo di Berlusconi, Italia Sicura di Renzi, Proteggi Italia dei governi Conte, il Pniec di Draghi: tutti smantellati da chi arrivava il giorno dopo al governo o arenati nella burocrazia. 

Sulla siccità, intanto, il governo Meloni ha un commissario (lo stesso nominato per le alluvioni, appunto, Nicola dell’Acqua) ma non ha un piano: gli interventi per ridurre lo spreco, per costruire invasi e gestire le precipitazioni non sono ancora stati delineati. Intervistato da Radio24, due mesi fa il ministro del Mare Nello Musumeci diceva che l’Italia non aveva idea di come spendere i soldi a disposizione «Ci sono 4 miliardi a disposizione delle opere idriche ma le procedure sono talmente disarmanti, soprattutto le autorizzazioni ambientali, per cui molto spesso un amministratore si rassegna (…) È assurdo che nella nostra nazione si debba utilizzare in un anno soltanto il 10% di acqua piovana, mentre in primavera e in estate le aziende agricole soffrono maledettamente e nei centri urbani si è costretti al razionamento». 

Ironicamente, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha fatto capire di non voler usare i soldi del Pnrr per tamponare gli effetti della crisi climatica: altri soldi che l’Italia rischia di perdere per manifesta incapacità di spenderli, soprattutto per gli interventi previsti in Emilia-Romagna. Non convinta di questa linea, ovviamente, Ursula von der Leyen, che si ritrova a ribadire l’ovvio, e cioè che nel Pnrr 6 miliardi di euro erano previsti esattamente per questo scopo.

L’Italia continua a essere il Paese del negazionismo climatico al comando. Il consumo di suolo non si è mai fermato (siamo secondi solo alla Germania) e consumiamo 19 ettari al giorno, circa 2 metri quadrati al secondo. La “rossa” Emilia-Romagna governata da Bonaccini è la quarta regione per tasso di consumo di suolo e la terza in cui si edifica più in fretta. In ambito energetico, poi, decenni di scelte folli (che hanno riguardato indistintamente tutti i governi) e le recenti nomine per le grandi aziende partecipate come Eni ed Enel confermano questa linea. Decine di miliardi continuano a essere spesi negli incentivi alle fossili.

Nessuno, però, ha intenzione di rinunciare alle apparenze. Per il governo Meloni è troppo più facile procedere all’infinito con la retorica di sempre: è al governo da poco, deve rimediare a dieci anni di disastri del centrosinistra, ricostruiremo. La caccia di voti non potrebbe continuare ammettendo che ci troviamo nell’occhio del ciclone del collasso climatico.

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