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Storie di scrittrici invisibili, all’ombra di uomini e nomi

Tra scrittori, quando due universi narrativi collidono, spesso solo uno dei due continua a battere a macchina. La voce dell’altro cade in secondo piano, resta nell’ombra, oscurata da un cognome ingombrante.

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Secondo il buon costume del secolo scorso il nome completo di una signora dovrebbe apparire stampato e diffuso soltanto tre volte: alla sua nascita, al suo matrimonio e alla sua morte. Con l’anello al dito si rinuncia alla propria individualità e si fa un passo indietro, nel nome dell’altro.
È quello che accade tra scrittori, quando due universi narrativi collidono e solo uno dei due continua a battere a macchina. I libri che vengono scritti sono spesso letti senza sapere le storie che nascondono. Alcune si perdono nel tempo, altre non hanno la fortuna di essere raccontate e a quel punto non resta che ricostruire, cercare di capire, scavare sotto la cenere. È quello che fa la squadra di pompieri che l’11 marzo del 1948 cammina tra le macerie dell’Highland Hospital, un istituto psichiatrico del North Carolina andato a fuoco. Tra i resti carbonizzati spicca una pantofola di pelle rossa. Appartiene a Zelda Sayre, una donna dai capelli biondissimi e gli occhi luminosi, incapace di gestire i suoi talenti. Pittrice, ballerina e scrittrice: c’è stato un tempo in cui tutte le donne d’America avrebbero voluto essere lei, ma quei tempi sono andati – così come l’età del jazz, le feste e Francis Scott Fitzgerald. Il grande romanziere americano è ormai morto da otto anni, mentre la moglie, la sua musa, ha passato il resto dei suoi giorni ricoverata per schizofrenia. Bellissima, spregiudicata, affascinante – dell’icona che era Zelda non resta niente, se non le pagine di Fitzgerald. Lei era esagerata, istrionica e indomabile, ma non priva di ferite: tanti, troppi, i torti subiti dal marito. Tra questi, l’aver rubato le pagine del suo diario e averle inserite in Belli e dannati, l’averla costretta a rinunciare al posto di prima ballerina al San Carlo a Napoli, averle stroncato il suo unico romanzo, Salvami l’ultimo valzer, basato sulle loro vicende matrimoniali – proprio quelle che Scott progettava di usare in Tenera è la notte, al quale stava lavorando da anni. Zelda non è solo “la moglie di Fitzgerald”, la bella ragazza dell’Alabama che compare nelle foto d’epoca accanto a lui, ma attende il posto che le spetta: non dietro, ma accanto al marito e come si è sempre voluta lei: spregiudicata, senza limiti, senza censure. 

Ci sono altre storie, che attendono ancora di essere raccontate. Sono rimaste in penombra, oscurate da cognomi ingombranti. Queste vanno lette come quando da bambini si vede in tv una scena di mostri: con le dita sugli occhi, le mani serrate, l’espressione al contempo curiosa e corrucciata di chi teme e vuol sapere. È una storia di mostri quella dei coniugi Hughes, di quelli che «dormono dentro», proprio come scrive Sylvia nelle sue poesie. Queste saranno pubblicate solo postume, ma le varranno un Pulitzer, rendendola la prima poetessa a vincerlo dopo la morte. Succede quando Sylvia ha solo 30 anni: quel giorno taglia il pane e lo imburra con cura, fino ai bordi – come piace ai suoi figli che dormono nella loro stanza – versa il latte nelle due tazze, perché di sicuro tutto quel pane gli farà venire sete. Sigilla la porta e la finestra della sua cucina, apre il forno, lo accende e ci infila la testa dentro.

I suoi beni letterari passano nelle mani del marito Ted Hughes, che si occupa della pubblicazione della raccolta Ariel, nel 1965. Hughes però taglia ed elimina molte delle poesie, fa sparire altri quaderni della moglie, compresa la prima stesura incompleta del suo secondo romanzo, Double Exposure. Solo nel 1982, in una prefazione dei Diari di Sylvia, Hughes ammette di aver interferito con alcuni dei suoi altri taccuini, svelando addirittura di averne distrutto uno perché “troppo triste”, sostenendo di non volere che  «i bambini lo leggessero». Anche dopo la morte Hughes controlla quel che resta di Sylvia, che – secondo quanto emerge da lettere e dagli appunti della psicanalista – si suicida proprio a causa degli abusi, delle minacce e delle aggressioni da parte di Ted, che poco dopo la nascita del loro secondo figlio, l’aveva tradita con Assia Wevill, altra poetessa che si suiciderà nello stesso modo di Sylvia. È ironico pensare che il successo di Ted, poet laureate della sua generazione, inizia proprio grazie a quell’affascinante ragazza conosciuta a Cambridge: è Sylvia a convincerlo a presentare a un concorso di poesia la raccolta The Hawk in the Rain con la quale vincerà una pubblicazione e una segnalazione dalla Poetry Book Society come il libro migliore dell’anno. In una lettera al fratello scrive «non hai idea di che vita felice facciamo io e Sylvia», ignaro di quanto sarebbe successo da lì a pochi anni. Il loro amore si deteriora in fretta, degenera, li conduce all’odio reciproco, così lontano da quell’american dream sognato da entrambi, dal matrimonio ristoratore del quale Ted racconta al fratello.

La vita felice è un privilegio che sembra appartenere a un’altra coppia della letteratura, Vladimir e Vera Nabokov. Si tratta di un caso curioso perché è Vera ad annullarsi di sua spontanea volontà: dotata di una memoria sopra la media, poliglotta e coltissima, rinuncia a quella che potrebbe essere una brillante carriera per mettersi al servizio di Vladimir. È convinta che il marito possa diventare un grande scrittore ed è proprio lei a salvare il manoscritto di Lolita dalle fiamme. Lui è lacerato dai dubbi, per lei è un capolavoro. «Senza Vera non avrei mai scritto una riga» racconta di continuo. Lei è la sua traduttrice, stenografa, assistente, archivista e persino guardia del corpo: porta in borsetta una calibro 38, pronta a sparare pur di difenderlo a causa delle minacce ricevute dopo la pubblicazione del suo capolavoro. Lavora come maestra, segretaria – fa di tutto per permettere al marito di dedicarsi alla scrittura. Prende addirittura la patente per poterlo accompagnare in giro per gli Stati Uniti per seguire i cicli di conferenze dopo il grande successo letterario. Quando Nabokov inizia a insegnare alla Cornell University, Vera prepara le lezioni al posto suo pur di permettergli di scrivere. Si occupa anche della corrispondenza firmandosi V. N. Non è una bugia, in fondo sono le iniziali di entrambi. Vera è una donna invisibile, che sceglie di fare di tutto pur di vedere realizzato il sogno di quel marito nel quale credeva e che amava tantissimo. Parla del loro rapporto come una «partita di scacchi senza fine», in 50 anni di matrimonio si scambiano un’infinità di lettere, delle quali le 300 di Vladimir sono ancora leggibili, perché conservate dalla moglie, che però ha bruciato le proprie. In tutti i libri di Nabokov la dedica è a lei, a Vera, l’artefice del suo successo.

Tra tutte queste storie che si nascondono dietro ai grandi libri però, ce n’è una in cui è un uomo a scomparire a causa della moglie. Lo scrittore Morgan Forster, secondo quanto racconta Quentin Bell in una biografia, era quasi geloso dell’affetto che legava Leonard e Virginia, perché aveva l’impressione che Leonard Woolf fosse sottovalutato, che il suo talento fosse subordinato alle esigenze della moglie e che ormai non fosse altro che «il marito di Virginia». In effetti Leonard dedicherà a lei tutta la vita, sostenendola, cercando qualcuno capace di curare quelle crisi nervose che la porteranno a gettarsi dalla finestra di casa, a prendere una dose eccessiva di Veronal e nel 1941 ad annegarsi nel fiume Ouse. La sua lettera di suicidio è indirizzata a Leonard, che le era stato accanto come meglio poteva, rinunciando al suo desiderio di scrivere: pubblicherà dei saggi di politica e un memoire sulla loro relazione solo dopo la morte della moglie.

Queste storie nascoste, di chi fa un passo indietro pur di lasciare la scena all’altro, sono pagine che vanno lette con cautela. C’è bisogno di indagare su entrambe le parti, capire le ragioni che si celano dietro la scelta di scomparire, di lasciare che siano altri a raccontare la propria storia, immortalandola però nei romanzi che hanno fatto il corso della letteratura. Sono pagine con periodi aggrovigliati, che ancora oggi si cerca di districare. In fondo è difficile comprendere come si possa accettare di sbiadire così, di essere inglobati nel nome di qualcun altro: chi conosce il cognome di Vera? Diventare accessorio, un attributo, il normale accompagnatore che ci si aspetta di trovare in una foto: è impossibile immaginare Scott Fitzgerald senza la chioma bionda di Zelda alle sue spalle.
Non resta che, ancora una volta, cercare sul  fondo di un  fiume, nelle lettere bruciate, nei diari distrutti, sotto la cenere. A volte si scovano scintille ancora in grado di splendere, capaci di gettare luce sulle donne che sono state condannate a vivere all’ombra dei loro uomini e della loro fama. Altre volte non si trova nulla, non ci sono motivi se non l’amore e la devozione, e forse non è nemmeno così importante capire quale fosse la versione giusta della storia. Lo stesso Nabokov nelle sue Lezioni di letteratura ha scritto che la letteratura è l’intermediario, il prisma, tra il vero e la bugia. Chissà se questo lo ha scritto Vladimir o lo ha scritto Vera. 

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