Mentre l’estate è ormai un sicuro ricordo e l’autunno potrebbe sembrare una triste prospettiva, lo Spring Attitude prova a inserirsi in quello sweet spot e regalarci una primavera perenne, per celebrare la “rinascita come risposta alla decadenza”. Il 13 e il 14 settembre gli Studios di Cinecittà hanno ospitato il festival internazionale di musica e cultura contemporanea che fa della trasversalità dell’offerta il suo vanto, con artisti italiani capisaldi del panorama musicale contemporaneo come Cosmo, Motta, Marco Castello, MACE, al fianco di esponenti internazionali e vecchie conoscenze dell’indie rock, shoegaze, alternative rock, come Film School, Bar Italia, Fat Dog, ma anche musica elettronica e techno come Barry can’t swim, Samaʼ Abdulhadi, Kiasmos.
Abbiamo intervistato il direttore artistico Andrea Esu, che ha fondato Spring Attitude nel 2010 con la volontà di creare un festival che non si lasciasse trascinare dalle facilonerie degli eventi mainstream, ma riuscisse a coniugare ricerca musicale – per meravigliare anche i più navigati – con la riproposizione di volti noti dei festival musicali internazionali, per creare un vortice di sonorità equilibrate e sorprendenti, anche grazie alla proposta di giovani e giovanissimi artisti presenti nella Line up. Per lui, c’è una parte del panorama degli eventi in Italia che è attenta alle tendenze mondiali, tra cui Spring Attitude, però ci sono anche una serie di manifestazioni e rassegne che sono lontane da questo tipo di visione artistica. Purtroppo in Italia siamo sempre stati un po’ indietro a livello di massa, di popolo, poi ci sono delle micro-comunità di ascoltatori che seguono le tendenze internazionali. In Inghilterra, ad esempio, ci sono radio come la BBC con un certo tipo di programmazione musicale, e un approccio e una cultura musicale d’avanguardia, come un po’ in tutto il resto del nord Europa. Come sottolinea però, «noi siamo qui anche per questo: cercare di fare controcultura, di portare una ventata d’aria fresca. Spring Attitude è un festival in linea con le proposte europee, simile al Primavera Sound o altri festival nordeuropei: noi siamo posizionati sullo stesso target».
Infatti, quest’anno nello specifico ci sono stati più artisti internazionali rispetto agli scorsi anni.
«Nonostante noi abbiamo una proposta a 360 gradi sui generi musicali, il festival rimane molto compatto, coerente per il pubblico di riferimento che viene e trova cose che gli piacciono, anche se magari non le conosce o che viene per ascoltare i nomi più conosciuti, ma poi scopre degli artisti che lo conquistano», ci racconta, dando voce al principale obiettivo di festival di questo tipo – la possibilità di dare al pubblico la chance di conoscere altre band che potrebbero piacergli. Una versione analogica dell’algoritmo di Spotify.
«Ci sono molti artisti “piccoli” interessanti, il sabato c’è un sacco di rock e post-rock mega alternativo: penso ai Bar Italia, ai Fat Dog che sono una band inglese che è uscita adesso con un disco e sono sconosciuti in Italia, ma fanno una performance molto energica e sono uno dei nuovi gruppi più chiacchierati in Inghilterra. Penso anche a Barry can’t swim che è un dj ancora poco conosciuto in Italia, alla sua prima e unica data in Italia, e in Inghilterra è già esploso. Ci sono anche delle artiste bravissime come Gaia Morelli che ha fatto un disco stupendo, Emma Nolde, Daniela Pes: nomi che non sono headliner ma che tenevo molto a proporre a Spring Attitude».
Venerdì, il primo giorno di festival, entriamo negli Studios di Cinecittà – che lo ospitano per la prima volta dopo anni di vagabondaggio in altre venue – sotto la pioggia e dalla periferia sud di Roma ci ritroviamo catapultati in uno scenario che potremmo collocare ovunque in Europa, un contesto fresco e giovanile ma allo stesso tempo essenziale, senza fronzoli, un grande spazio con al centro la musica. Il festival non si presenta come un parco giochi per influencer, è povero di angoli Instagram-friendly e questo è un bene: messi da parte i trend social ognuno è libero di urlare, ballare e vivere l’evento senza preoccuparsi di essere esteticamente appagante mentre lo fa. I primi temerari sono già sotto il palco nonostante il meteo avverso e scaldano l’atmosfera per i primi artisti in Line up, che si alternano tra il Molinari Stage e l’S/A stage: i suoni electro-jazz di RBSN, lo shoegaze dei losangelini Film School e l’intrigante avant-pop di Marta Del Grandi sono protagonisti di un inizio festival forse un po’ lento a causa del maltempo, ma come fa intendere il nome del festival la primavera di Spring Attitude è un mood, un’attitudine, indipendentemente dal periodo dell’anno o dal meteo. Facendo un giro nella venue incontriamo gli stand del merchandising e svariati food truck, con una proposta molto varia di cibo e bevande. Interessante è anche il metodo di pagamento: il festival è totalmente cashless, il credito viene caricato su un braccialetto. Il festival, come non sempre succede in queste situazioni, ha tutta l’aria di essere uno spazio sicuro, in cui tutti si divertono e si godono la musica e per combattere ogni comportamento inappropriato l’organizzazione ha istituito un “safe corner” dove sentirsi accolti in caso di difficoltà. Uno degli slogan che campeggiano sui maxischermi durante la serata è “Only music can touch me”, come monito a rispettare il consenso, contro ogni forma di abuso e molestia. Quando sale sul palco Marco Castello smette di piovere, come se il sole del meridione fosse venuto su a Roma con lui. La folla si compatta, via ombrelli e K-Way e si inizia a cantare e ballare a ritmo del cantautorato groovy dell’artista siciliano. Subito dopo, sul palco di fianco è la volta di Daniela Pes, che con le sue sonorità elettroniche mistiche e ancestrali dà vita a una magia che ha accompagnato il festival per tutto il resto della serata. Un altro slogan che attira la nostra attenzione invita a non usare i telefoni ed essere presenti nel momento, mettendo da parte la condivisione virtuale per rafforzare quella fisica e collettiva della serata. Nessuno rinuncia a fare una foto o un breve video del suo artista o pezzo preferito, ma capita di rado durante la serata di guardare avanti a sé e incontrare una distesa di cellulari (un successo, visto il periodo storico). L’alternarsi dei due palchi affiancati permette di ridurre i tempi tecnici e di rispettare (quasi) perfettamente la timeline, così si arriva senza quasi accorgersene al turno di Cosmo, uno degli highlights della serata: l’arena raggiunge la capienza massima e cambia nuovamente forma, la moltitudine è coesa e si muove allo stesso ritmo. Il live di Cosmo (l’ultimo del suo tour ricco di sold out) è esplosivo e raggiunge l’apice con l’ultima canzone, quando chiede di nuovo e espressamente al pubblico di mettere via i cellulari e creare un ricordo che non si potrà condividere sui social ma che certamente resterà negli occhi e nel cuore. L’atmosfera resta calda per l’attesissimo dj set di Barry Cant’t Swim, alias dello scozzese Joshua Mannie, con il suo stile colorato che l’ha reso uno degli artisti più corteggiati dai festival internazionali. La serata continua con un piccolo shift in avanti degli orari di esibizione con MACE e i The Blaze ad accompagnare la notte con la loro musica elettronica, mentre l’esperienza collettiva si stabilizza sotto il palco, ma anche all’intorno, materializzandosi in una sintesi fra trasporto individuale e di gruppo, con una musica che diventa compagna costante e parte del tutto, di cui ci si accorge solamente quando finisce. A colpire, in tutto ciò, è la ricchezza di artisti arrivati sul palco e la loro varietà: il 50% di chi si è esibito è nato dal 2000 in poi, dando così la chance ai più giovani di rivendicare il proprio spazio di azione. Il merito è di GENERA, un progetto parallelo di SA che valorizza i talenti under 35.
Quello che resta è che Spring Attitude vuole essere un festival con poca fuffa, poche grandi scenografie alla Coachella, ma con la musica al centro. Vuole rivolgersi a un pubblico di appassionati, fresco, di natura europea. Riguardo la politica non so quanto un festival possa esserlo, ovviamente noi abbiamo le nostre idee. Come ci aveva raccontato Andrea Esu, «la politica di Spring Attitude è quella di fare cultura e di farlo in un certo modo, in una maniera forse alternativa rispetto a molte altre situazioni, porsi in un contesto che non è scontato e che ha un pubblico che vuole ascoltare e vedere cose non scontate».
