Il 24 luglio 2024 i detenuti dell’istituto penitenziario Nerio Fischione di Brescia – noto come Canton Mombello – hanno scritto una lettera citata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante la cerimonia del Ventaglio – per denunciare le condizioni in cui riversano e chiedere un intervento delle istituzioni. I detenuti italiani soffrono di una situazione complessa: si moltiplicano i casi di sovraffollamento delle carceri e quindi il peggioramento delle condizioni igienico sanitarie delle celle. Per questo, a Brescia, era nata l’idea di una lettera: un’azione di lotta non violenta, volta a denunciare le condizioni igieniche, attraverso un racconto della vita all’interno del carcere, una forma di protesta pacifica nei confronti delle condizioni di detenzione fatiscenti della struttura nella quale si trovano.
I detenuti bresciani hanno avuto l’occasione di raccontare le proprie storie in un documentario a cura del regista Nicola Zambelli. Il docu-film “11 GIORNI tra le mura del carcere” ha dato la possibilità di tracciare un racconto emotivo dei carcerati creando un ponte tra il mondo dentro e il mondo fuori. Per questa ragione abbiamo avuto l’occasione di dialogare con Nicola Zambelli, che ha potuto toccare con mano e vedere con i propri occhi l’istituto penitenziario. È stato il fratello, Francesco Zambelli, Presidente dell’Associazione, a permettere a Nicola di entrare in contatto con loro: con il consenso della Direzione del carcere realizza un laboratorio con i detenuti per raccontare in video le loro condizioni di vita. Composto da una serie di attività (questionari, esercizi di scrittura, conversazioni) volte alla costruzione di un racconto audiovisivo, il documentario è destinato ai più giovani. Proprio per questo motivo si è pensato a un codice più moderno: il racconto di “11 giorni” è una narrazione a più voci che permette di entrare nella struttura penitenziaria attraverso 33 episodi da 1 minuto ciascuno, pubblicati nell’arco di undici giorni sul social network Instagram.
Un progetto ambizioso considerando che le attività in carcere sono spesso discontinue, una difficoltà dovuta anche all’architettura. Infatti la struttura, per la sua forma e i suoi spazi, rende difficile e ostacola l’accesso alle poche aree laboratoriali: ad oggi tutti i corridoi sono chiusi, non permettendo ai detenuti di sostarvi, al contrario di quanto avveniva anni fa in seguito alla sentenza Torregiani, per cui l’Unione Europea multava l’Italia per la mancanza di metri quadri vitali a disposizione per detenuto.
“11 giorni” è un progetto educativo su due fronti: per i carcerati che hanno raccontato la loro storia, ma anche per i ragazzi delle scuole che potranno ascoltare queste storie. Per i carcerati è stato un laboratorio educativo che ha permesso loro di mettere su carta e trasmettere a voce la loro esperienza attraverso uno scambio e una riflessione condivisa. Per gli stessi detenuti è stato gratificante vedere che con giudizio potevano far sentire la loro voce. Pian piano hanno visto i frutti di ciò che avevano realizzato: un film presentato in vari cinema, scuole, davanti alle istituzioni e in seguito la webserie è diventata un film che è andato ai festival.
Questo riscontro è stato molto importante perché, come sottolinea Zambelli, «i detenuti all’interno del carcere hanno un senso di frustrazione enorme, perché spesso le loro richieste non vengono nemmeno lette». In uno degli episodi del documentario, uno dei lor afferma «dobbiamo arrivare a tagliarci, a farci del male per essere ascoltati».
Queste parole sono la dimostrazione di un malessere diffuso, imputabile al sovraffollamento e alla carenza di personale dedicato. La sensazione di abbandono è costante e la loro voce viene trascurata. I detenuti scrivono le loro richieste su un foglio di carta, un A5, uguale in tutte le carceri, che viene chiamato la “domandina”, ogni richiesta dei detenuti passa attraverso questo foglietto spesso senza ricevere risposta. In questa ottica risulta curioso come in carcere tutti i termini siano con il diminutivo: lo scopino, il cancellino, lo spesino, la domandina. Tutto è infantilizzato e il detenuto è ridotto ad una sorta di bambino all’asilo.
Erving Goffman, sociologo canadese, nel suo scritto “Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza” ha teorizzato il concetto di istituzione totale e ha riflettuto sul tema della spoliazione del detenuto. Le istituzioni totali sono strutture fisiche con carattere inglobante che impediscono un rapporto con il mondo esterno e in cui gruppi di persone convivono per un significativo periodo di tempo, tra queste dunque vi è la dimensione del carcere. Goffman inoltre analizza il processo di ingresso dell’individuo all’interno di una istituzione totale: ogni persona ha un concetto di sé che si fonda sul suo rapporto con la società, ma soprattutto con il suo mondo familiare, tuttavia, appena entra in un sistema chiuso, cessano di esistere i pilastri che lo definivano, tale per cui si innescano dei cambiamenti radicali nella sua carriera morale, subisce umiliazioni e profanazioni del sé che lo mortificano. In particolare rapportandosi al sistema delle carceri, ogni persona, colpevole o presunta colpevole che sia, varcando la soglia del penitenziario, diviene vittima di un sistema di spoliazione che induce la persona ad una perdita della propria dignità.
Nicola Zambelli durante questo progetto ha notato come i detenuti spesso vadano in giro in ciabatte, non si curino, o meglio chi si cura esteticamente è perché ha dei parenti all’esterno. Proprio per questo “11 giorni” è stato utile per loro, per affermarsi in quanto persone e per trasmettergli il messaggio che si può ancora pensare di riuscire a cambiare qualcosa.
Spesso si perde fiducia nelle istituzioni o si pensa sia difficile vedere dei cambiamenti, ma Zambelli ha voluto che il suo progetto trasmettesse un messaggio di speranza: «Operando tutti insieme, anche tenendo unite parti in contrasto tra loro, si può guardare la realtà per quella che è. Anche nella società migliore e perfetta, noi ci troveremo sempre a concepire una relazione con l’altro, ci sarà sempre qualcosa che sfugge da un ordine costituito. Ciò che è davvero importante è come definiamo tale relazione, perché il carcere riguarda molto l’identità personale cioè come mi comporto nei confronti del mio nemico, come faccio a fargli capire che sta sbagliando».
In questo senso risulta molto più facile prendere una persona, metterla in carcere e buttare la chiave, per non affrontare il tema. Ciò che spesso non emerge è che il carcere, soprattutto le case circondariali, riguardano il tema della fragilità e della marginalità, quanto i crimini violenti o di cronaca quotidiana che spaventano i cittadini.
In carcere trovi piccoli delinquenti, soprattutto nella “casa circondariale”. Queste ultime, in teoria, dovrebbero ospitare solo persone in attesa di giudizio, ma in mancanza di posti in carcere viene usato anche questo spazio, il che complica le cose perché anche le persone rilegate ai margini si ritrovano in quell’ambiente. Zambelli sostiene che il nostro ruolo dovrebbe essere quello di fornire dei mezzi, non “parcheggiare” delle persone senza offrire loro delle alternative. La soluzione ai problemi di marginalità non può essere ulteriore marginalità. Dovrebbero esserci dei percorsi che permettano di mettere le persone in relazione con la società civile. Resta poi al detenuto sfruttare queste opportunità, ma prima di tutto bisogna crearle.
Una delle voci del documentario sottolinea come uno dei problemi del carcere non sia tanto la droga, ma la circolazione di psicofarmaci. Nell’immaginario collettivo si pensa che il carcere riguardi più un problema di violenza e rispondiamo con altrettanta violenza: violenza della polizia, violenza delle celle, violenza di sistema. Quindi per far stare tranquilli i detenuti si utilizzano gli psicofarmaci. Alcune volte, in condizioni talmente svilenti, è lo stesso detenuto a chiederli.
Se invece si ribaltasse il modo di vedere le cose, si capirebbe che il carcere riguarda più un tema di fragilità che di violenza. “11 giorni” lo pone al centro, evidenziando come dovrebbe avere maggior attenzione. Rilegando i detenuti in un sistema così violento, in cui non sono in grado di garantire uno spazio vitale adeguato, servizi igienici decenti, dei percorsi adeguati di riabilitazione, è molto più semplice usare gli psicofarmaci. In alcuni casi è lo stesso detenuto a richiederlo, perché non ha nessun altra valvola di sfogo.
Alcune persone in carcere hanno un disagio psichico, dovuto alla mancanza di un linguaggio per esprimere le proprie emozioni e quindi spesso le riversano in gesti violenti. Questo problema non si risolve con gli psicofarmaci, anzi si amplifica. I detenuti che resistono agli psicofarmaci sono quelli che hanno ancora qualcosa per cui lottare al di fuori, quelli che non si sentono abbandonati a loro stessi.
Nel documentario non si vedono mai i carcerati, i loro visi, i loro sguardi, ma sentiamo le loro voci, vediamo delle inquadrature sugli spazi della struttura. Il regista Nicola Zambelli non ha ripreso volutamente le conversazioni, un po’ per evitare che i detenuti recitassero una parte, dato che il carcere obbliga a dover dimostrare di essere forte, impenetrabile, un po’ perché il carcere è pieno di telecamere, i detenuti vengono controllati continuamente. Queste conversazioni al contrario erano un safe place in cui i detenuti vivevano un momento liberatorio.
Non averli ripresi è stata anche una scelta stilistica per avvicinare di più il pubblico alle loro storie, senza giudicarli per l’apparenza fisica. «Non vedere direttamente, ma ragionare attraverso i racconti dei detenuti permette a chi vede il documentario di lasciarsi immergere nei luoghi descritti, mette in moto dei meccanismi psicologici, diventando parte in causa, non solo un osservatore esterno. Il discorso della detenzione, del carcere riguarda tutti. Se ascoltassimo i detenuti, li incontrassimo, ci renderemmo conto che non sono tanto diversi da noi. Il documentario vuole essere un po’ uno specchio, per farci ragionare,per fare una riflessione intima sulla giustizia, sul bene comune. Difenderci gli uni con gli altri, non usare la violenza per difenderci. Inoltre dovremmo interrogarci se queste strutture che abbiamo creato, oggi siano adatte ai problemi che stiamo affrontando come società». Questo è il pensiero che ha voluto tracciare Zambelli attraverso le sue inquadrature per suscitare delle riflessioni che siano di aiuto alla società.
Persone condannate o in attesa di giudizio, per reati di varia natura, vengono per lo più rinchiusi in ambienti per nulla rieducativi, nei quali riverbera la stessa violenza e trascuratezza che consideravano ordinaria al di fuori del carcere. Il privilegio invisibile che spesso tralasciamo è la possibilità di poter affermare la nostra persona all’interno di una società, la possibilità di sapere chi si è e i propri pregi. Nelle carceri questo privilegio è totalmente annullato, e rischia di umiliare la persona e di definirla solo come un detenuto, senza caratteristiche, qualità, gli uni sono uguali agli altri, ma con connotazione negativa.
Lungi da una beatificazione o da un’apologia dei detenuti, è necessario far riflettere sull’esigenza di un nuovo modello carcerario, che continui a considerare chi è all’interno come una persona, alla quale offrire strumenti per educarli al reintegro nella società.
