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Spero che questa lettera ti trovi bene

“La Notte nelle scuole” un progetto di Scomodo e Ariete, che indaga la notte come elemento di esplorazione dove si costruisce una parte centrale dell’individuo, attraverso racconti di giovani scrittori e scrittrici under 30 che hanno partecipato al contest “I miei segreti te li dirò di notte”, aperto fino al 10 maggio su scomodo.org/la-notte

A volte agli esseri umani basta restare seduti in un posto per provare dolore. L’ha scritto David Foster Wallace e penso sia vero, soprattutto di notte. Io l’ho sempre temuta, per la sua capacità di fare da cassa di risonanza alle mie emozioni, di scolpire idoli modellando in modo ingannevole la materia sbiadita e informe dei ricordi. La notte sfuma i contorni, fa perdere solidità a ciò di cui mai dubiteresti, alla luce del sole. Indugia sui particolari, fino a disfarne i margini, a far straripare da ogni cosa il suo significato.

Non è un caso, penso, se la maggior parte dei ricordi che conservo di te sono ricordi notturni, e se è proprio quando cala il buio che vengono a farmi visita, come fantasmi irrequieti. Ricordo, ad esempio, una sera che abbiamo trascorso insieme a Milano, stretti in un letto troppo piccolo per contenere entrambi. Ricordo l’amore davanti a uno specchio, la musica alta e la luce accesa, e il mio corpo nudo su cui si abbattevano a ondate emozioni incoerenti e violente, costringendomi a stringere con forza nei pugni un grumo di lenzuola per timore di esserne trascinata via. Soprattutto, ricordo di aver avuto paura del potere che un corpo conosciuto ma comunque estraneo stava dimostrando di avere sul mio, e di essermi chiesta se per tutta la vita avere il corpo di un uomo da stringere e accarezzare e scopare avrebbe rappresentato un requisito imprescindibile per potermi sentire come mi stavo sentendo in quel momento – magari anche triste e inquieta per una ragione senza nome, ma viva in modo vibrante, commovente.

Sì, ecco, commovente è la parola giusta. È così che ricordo il tempo passato a esplorare insieme i nostri corpi e persino ciò che ci scorreva sottopelle, le ore trascorse a fare l’inventario delle rispettive fragilità – a tracciarne i contorni, a saggiarne la profondità, quando ci sentivamo al sicuro spogliandoci a vicenda e non avremmo mai pensato che i nostri più vulnerabili lembi di terra potessero diventare campo di battaglia. Ora non mi fido più quando mi guardi di sottecchi. Ti ho insegnato a riconoscere i punti in cui le armi che io stessa ti ho offerto possono affondare senza sforzo nella carne, e tremo al pensiero di darti le spalle.

Non posso dimenticare le ferite che, in questo modo, sei stato in grado di infliggermi. Le ho sotto gli occhi ogni giorno, sono ancora arrossati i lembi e, a volte, pulsano di rabbia. Eppure, quando cala la notte è come se non le vedessi più, e ciò che l’oscurità mi offre è soltanto un’accurata selezione dei nostri ricordi migliori – allo scopo, sospetto, di farmi provare un tipo molto specifico di dolore, uno di quelli che si possono sentire anche da seduti. È il dolore che provi quando hai perso qualcosa, e che è particolarmente crudele in quanto cieco, insensato: pazienza se ciò che hai perso ha finito per farti del male, pazienza se non si può ricostruire ed è dunque inutile sentirne la mancanza. Le ragioni non contano più. Sentirai lo stesso una massa piccola e densa gravarti al centro del petto, mentre siedi sul bordo del letto paralizzata dalla viscosità della notte, combattendo per non restare sommersa dalla coltre di immagini che l’oscurità ha deciso di portare con sé: il bagliore di una punta di sigaretta accesa soltanto per noia; un paio di corpi sudati esposti all’afa di agosto e alle zanzare; una mano poggiata sulle gambe che sentivi stanche, dopo aver fatto l’amore.

È così che confonde, la notte. Arriva a farti sentire sino allo spasimo la mancanza di ciò che ti ha erosa, dell’uomo per cui ti sei annullata. Finché dura, rimpiangi di essertene allontanata, evochi le sue mani nel buio e implori che ti stringano ancora.

Io, allora, scrivo queste righe per sfuggire all’inganno dell’ennesima notte che trascorrerò senza di te, e nonostante tutto, sinceramente, spero che questa lettera ti trovi bene.

 

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