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Spazi liberi per comunità libere

Come il pink capitalism sta cambiando l'accessibilità degli spazi inclusivi di Milano

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Alla base della considerazione generale, reale e ipotetica di Milano come luogo all’avanguardia, c’è un cliché travestito da convinzione: a Milano c’è tutto.
Tenendo in conto il territorio e la cultura italiana, Milano è in una posizione avanzata nella classifica immaginaria del rispetto per inclusività di soggettività al di fuori della cosiddetta “eteronormatività”. Qui, persone queer, e quindi tutto l’acronimo LGBTQIA+, riescono a liberarsi da discriminazioni, barriere sociali e di spazio. 

 

A Milano si trovano le strade del Lazzaretto con la colorata via Lecco, componenti di un quartiere “gay” alla pari delle più grandi città europee, ci sono le serate del Toilet e al Plastic, dedite a creare un ambiente aperto e inclusivo, librerie specializzate in letteratura e ricerca queer come l’Antigone (sempre non lontano da Porta Venezia), e poi le ballroom, il voguing per strada e nei locali, i brand, la moda… e i soldi. L’entrata di un club del centro solitamente non costa meno di venti euro, e se riesci a pagare un gin tonic otto euro sarai inondato da una sensazione di stupore e fortuna. 

 

La spinta di Milano in una direzione di emancipazione si svela quindi prigioniera del denaro, sistemando il riscatto queer a subordinamento della più potente identità della città, quella economica. Perciò, a fianco delle più conosciute problematiche che toccano e risuonano nelle orecchie dei milanesi, come gentrificazione, inflazione, costo della vita e rincaro degli affitti, ci si accorge che la crisi che deriva dal potere di acquisto è anche sociale, ovvero culturale. Le vittime predefinite di questa gonfiata mercificazione delle dissidenze identitarie e sessuali sono le persone queer. 

 

Ciò che provoca sdegno è la diluizione, una creazione di un’immagine cosmopolita, forse più digeribile, della differenza sessuale e di genere. Il prezzo della parità di genere però è caro, ma quello  che ci si trova a poter acquistare è, paradossalmente, un altro prodotto: l’immagine e la cultura queer. L’artefice? Il cosiddetto “Pink capitalism”, processo socioeconomico che, forse nascondendosi dietro una facciata di agognata emancipazione, strumentalizza le icone, i simboli e le istanze di passati atti di liberazione e visibilità queer.

Spazi prima dedicati a istituzioni LGBTQIA+ passano il testimone a catene commerciali, storiche discoteche lesbo si trasformano in panetterie gourmet dal sapore internazionale un po’ dolce amaro, i prezzi delle case stabiliscono record nazionali ogni mese che passa, e violenze e discriminazioni aumentano.

 

La mercificazione dell’identità “altra” è quindi direttamente collegata ai processi che stanno sempre di più portando a ricambi abitativi e commerciali di interi quartieri. A Milano la comunità queer diventa il perfetto capro espiatorio per la “gaytrification”. Eletta a processo quasi naturale, viene preparata come la principale portata per un pubblico etero-normato che, servito da un contorno di cosmopolitismo, mangia le istanze queer e le trasforma in oggetti di feticizzazione della differenza e in un lifestyle dal sapore bohémien. Quest’ultimo però non è accessibile non solo a causa di dinamiche di potere che rimangono sotto il comando di leggi socioeconomiche di tutto il mondo, ma che sono governate da stesse gerarchie di privilegio presenti anche internamente alla comunità queer.

 

La categoria che infatti trae il maggior beneficio da questo intero processo è quella degli uomini omosessuali cisgender, posizionati sullo scalino più alto della piramide queer, in termini di potere di acquisto e di privilegio. Nello sguardo mainstream, l’arcobaleno diventa un simbolo esclusivamente gay, i locali vengono frequentati principalmente da uomini gay, i soli inquilini tollerati dai proprietari sono uomini, e gay.  

Quelle stesse storiche vie che nei decenni hanno ospitato atti di liberazione e visibilità, sia per le persone queer che per altre categorie discriminate, diventano oggi sempre di più inaccessibili agli altri scalini di questa ipotetica, ma molto reale, piramide.

La marginalizzazione rimane per quelle altre soggettività queer che, come le persone trans, gender nonconforming e queer razializzate, già ampiamente isolate dalla società etero-normata, vengono escluse anche economicamente.

Il risultato della brandizzazione del quartiere LGBTQIA+ di Porta Venezia e la conseguente esclusione di soggettività non conformi al modello economico ed etero-normato della città, ha portato alla dispersione degli spazi queer, che dal centro hanno preferito l’aria delle varie periferie meneghine.

 

Qui, lontano dallo sguardo inquisitorio della città del soldo e dei loghi arcobaleno, la comunità queer è stata capace di ritrovare il proprio impeto di affermazione e liberazione identitaria, seppur con qualche compromesso. Quella queer è un’identità che per definizione, essendo multiforme e unica, rifiuta la normatività, acquisisce quindi un connotato profondamente politicizzato, non solo nei confronti nella sua caratteristica sessuale e di genere, ma verso ogni forma di oppressione, sia essa di genere, razziale, ed economica. La lotta queer è, quindi, una lotta intersezionale che si pone come obiettivo di decostruire quanto più possibile le molteplici relazioni di potere a cui è soggetta.

 

È in quest’ottica intersezionale che si pongono nuovi spazi, dispersi ai margini della città, punti di riferimento territoriali che compongono quello che Theodore Greene, sociologo e antropologo, definisce “Arcipelago Queer”: spazi plurali, eterogenei, pronti a rispondere alle urgenti esigenze delle diverse parti della cittadinanza, basandosi su una solidarietà su più fronti e sul mutualismo.

 

La caratteristica più sorprendente di queste realtà è che si mettono in una posizione di critica nei confronti della natura spesso ghettizzante dei precedenti spazi LGBTQIA+. Fanno questo aprendo le porte a chiunque voglia attraversarne la soglia ma pretendendo un approccio consapevole, sensibile e attento, nei confronti delle altre soggettività presenti, del luogo, e soprattutto del consenso, pena l’esclusione.

 

Il LOCK (Laboratorio Occupato Kasciavit) a Ortica, quartiere ai margini di Milano, circondato da infrastrutture ferroviarie su ogni lato, rappresenta in modo estremamente limpido questa nuova idea di spazi queer.

 

Qui coabitano collettivi di diversa natura e con diversi intenti sociali, culturali e politici, come l3 DellaMove, collettivo di ballerin3 antifascist3, o la Ciclofficina Fantasma, ciclofficina popolare, o ancora Progetto REC, progetto culturale rivolto al sostegno del popolo palestinese, fino allo stesso Collettivo Kasciavit, queer e politicizzato. LOCK, attraverso un’offerta culturale e di socialità eterogenea ed economica, è la quinta scenica e il tramite per una ricerca e affermazione identitaria non solo queer, ma intersezionale.

 

Mantenere attivi spazi di questo tipo in uno scenario territoriale ed economico come quello di Milano non è semplice.  

Se gli spazi esistono vivono nella marginalità, sono difficilmente raggiungibili e quindi generano problematiche di sicurezza ancora legate all’attraversamento della città, alle strade, ai marciapiedi, ai mezzi pubblici, alla violenza. Se non ci si può permettere di occupare degli spazi a norma, e se questi saranno fisicamente poco accessibili, allora si creeranno ulteriori esclusioni, oltre al più palese fatto che se sono troppo costosi da acquisire e da mantenere, come spesso è, si sfocia nell’occupazione e nell’incertezza dell’informalità.

Sicuramente è giusto riconoscere di essersi avvicinati alla vetta della liberazione queer e di emancipazione socioeconomica, oltre che politica, e che forse un po’ per forza ci si deve portare dietro anche chi davvero non l’ha vissuto in prima persona, o non ne capisce il significato fino in fondo, a favore di un ritorno prettamente economico. Oggi però Milano vive un disagio che è specchio di come in realtà le violenze e le discriminazioni non siano diminuite, a discapito di chi rimane tuttora marginalizzato in termini di possibilità e privilegio. 

 

Il vecchio ghetto di Porta Venezia non è più “roba di poch3”, ma è ancora meno alla portata di tutt3 per quanto riguarda attività sulle strade e prezzi dentro i portoni. Nel panorama politico e sociale del nostro paese, la liberazione e l’affermazione queer rimane una prerogativa per la costruzione di una società libera, per tutt3. Per garantire che le città diventino veramente accessibili per tutte le soggettività che le vivono e attraversano ogni giorno ci vogliono spazi plurali, di rappresentazione, spazi di riscoperta identitaria, spazi liberi, spazi per tutt3. 

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