Spazi di socialità, spazi di cultura, spazi di confronto generativi e creativi, spazi di militanza politica e di resistenza quotidiana: questo e molto altro sono i centri sociali milanesi. Chi vive Milano, negli ultimi vent’anni, si è trovato di fronte a un costante svuotamento di spazi autorganizzati, una terza via rispetto agli spazi istituzionalizzati pubblici e agli spazi privati. Spazi in cui la socialità, la cultura e la politica, non devono passare necessariamente attraverso un partito o un bene di consumo.
I terzi luoghi a Milano sono sempre più spazi commerciali, e spesso dati in mano a privati. In un contesto territoriale di questo tipo, è importante raccontare un modello che resiste e rifiuta programmaticamente questo tipo di approccio estrattivo, un modello che si pone come fondamentale per ripensare una Milano diversa e davvero a misura di tuttə. Un modello che resista alle narrazioni criminalizzanti che vedono questi luoghi sistematicamente dipinti come luoghi di delinquenza e micro-criminalità, non cogliendo la potenzialità che spazi come questi creano ogni giorno.
Resistere alla gentrificazione
Oggi i centri sociali milanesi si aggirano intorno alla ventina. Negli anni Settanta erano più di 35. La popolazione è cresciuta, l’estensione dell’hinterland milanese si è allargata, eppure gli spazi autogestiti sono diminuiti. Nella “capitale economica” d’Italia, quello che succede è che anche gli spazi si economicizzano, e resistere come alternative non commerciali alla socialità è sempre più complesso.
Abbiamo ascoltato la voce di alcuni di questi spazi e di alcune di queste collettività, per cercare di comprendere cosa significa essere oggi uno spazio che resiste in una città come quella di Milano. Il crescente processo di gentrificazione di molte delle zone della città ha come effetto principale sul mondo della società e della cultura quello di omologare tutte le esperienze sociali e politiche entro un confine pre-stabilito, commerciale, vendibile. Il contrasto e la resistenza a questo fenomeno è un elemento comune a tutti questi spazi.
Esemplare è il caso dello Spazio Pubblico Autogestito Leoncavallo: nato sull’onda del movimento post ‘68 con l’occupazione di una fabbrica in disuso in via Leoncavallo 22 «da oltre 50 anni» ci raccontano le soggettività* che ne fanno parte «è un punto di riferimento sia per la scena culturale e musicale milanese, sia per un modo di fare politica improntato al mutualismo e all’autogestione» Dal 1994 si è spostato nei locali di un’ex cartiera in via Watteau, e oggi sull’immobile incombe l’ennesima ingiunzione di sfratto, dopo le molte precedenti. «Nonostante una piccola parte del quartiere ci viva come vicini rumorosi, c’è un’altra parte della zona e della città che si sta preoccupando per il vuoto urbano che lasceremmo in caso di sgombero, poichè la speculazione edilizia sostituirebbe questa realtà con edifici anonimi e cantieri perenni, favorendo il formarsi di zone percepite come ‘terre di nessuno’ e quindi pericolose». La zona di Greco, dal punto di vista aggregativo, soprattutto per le persone più giovani, è fortemente connesso al tema del consumo: tutto gira attorno alla presenza di alcune birrerie che, nonostante alcune di loro mantengano ancora dei prezzi popolari, si presentano e vivono il territorio come spazi commerciali.
E’ impossibile non collegare questa ingiunzione di sfratto – che viene rimandata di mese in mese – con il processo di trasformazione urbana che sta cambiando il volto della zona di Greco: un’antica periferia industriale che negli ultimi anni è stata intensamente edificata con un piano di edilizia abitativa del tutto anonimo, lasciando spazio al fenomeno del caro affitti che ammorba la città.
Il Leoncavallo ci spiega l’importanza che assume il contrasto alla gentrificazione nelle lotte quotidiane dello spazio: «Dall’interfaccia con il tempo quotidiano nascono osservazioni e analisi delle problematiche sociali presenti nel quartiere e di conseguenza elaboriamo soluzioni e critiche; negli anni 80 era la lotta all’eroina, poi è stata la legalizzazione della cannabis, ora punto focale è la resistenza contro la gentrificazione».
Diverso, ma iscritto nella stessa cornice di resistenza, è il caso di ZAM – Zona Autonoma Milano. Il collettivo nasce nel 2011: «Alcunə di noi erano rimastə orfanə di movimenti precedenti, altrə invece si affacciavano a questo mondo arrivando da attività più istituzionali. Dopo un annetto di assemblee si è deciso di occupare uno spazio in Via Olgiati, dove la collettività ha subito uno sgombero un paio di anni dopo». Dal 2014, invece, occupano lo spazio dove si trovano ora, in via Sant’Abbondio: «L’assemblea ha manifestato la volontà politica di fare attività nella periferia; moltə di noi erano di Milano Sud e così abbiamo scelto questo posto».
ZAM ci racconta della Piana – piazza Fabio Chiesa – alla cui riqualificazione sono stati destinati dei fondi regionali ed europei che però possono essere spesi solamente in infrastrutture. Il Teatro Ringhiera, chiuso nel 2017, è ancora in attesa dei lavori di ristrutturazione, che tuttavia non renderà ragione a quei servizi che caratterizzavano la piazza e la rendevano viva; l’anagrafe e l’ambulatorio sono di molto sottodimensionati, gli ascensori sono malfunzionanti. Non è con la “nuova ampia gradinata con alberature integrate”, come si legge online nella presentazione del progetto, che si rende più vivibile una piazza, bensì potenziando quei servizi e quelle attività già presenti sul territorio che la rendono un luogo vivibile e attraversabile da tuttə, un luogo sociale prima di essere un luogo esteticamente decoroso. Infine, ZAM ci racconta del centro sportivo Carraro che, dopo essere rimasto abbandonato per oltre 5 anni, ora ha riaperto, ma molte associazioni non riescono più a sostenerne i costi: alcune se ne sono andate, altre sono rimaste ma hanno aumentato i prezzi, con il conseguente cambio del bacino d’utenza del centro sportivo: «I ragazzi che abitano a Gratosoglio ora non ci vanno più».
Le politiche di riqualificazione urbana significano spesso un indebolimento del tessuto sociale che vive la zona di riferimento. La riqualificazione è svolta solamente in nome del decoro e della crescita economica, e non guarda a una gestione degli spazi che porti vantaggio alla comunità cittadina e alle persone che vivono quel territorio. Di esempi in questo senso ce ne sono a decine: i quartieri che hanno cambiato volto negli ultimi dieci anni, come Nolo o Isola, si sono riempiti di locali e bar, ma si sono svuotati di servizi per chi il quartiere lo abita da molto prima della cosiddetta riqualificazione.
«Serve una riqualificazione che sia anche e soprattutto contro-gentrificazione», ci dice ZAM, e ci racconta dell’organizzazione dei loro scioperi al contrario, giornate nelle quali la comunità si riunisce per compiere lavori di manutenzione, ravvivando quelle pratiche di mutualismo e solidarietà tanto importanti nella cura del territorio in cui si vive.
A LUMe – Laboratorio Universitario Metropolitano, a due passi dal parco di Porta Venezia, ci colpisce un poster rosso appeso alla parete che illustra la gestione del ricavato delle serate. «Tutti i soldi che entrano al LUMe non vanno in tasca a nessuno. Vanno tutti in attività politica, nella ristrutturazione dello spazio o in attività culturali e sociali». Questa gestione dello spazio, che mette la comunità e le sue istanze al centro, è identitaria tanto quanto l’offerta di luoghi per le contro culture e le subculture della città.
E’ proprio da questi presupposti che, dall’esperienza della Rete Studenti Milano, nasce LUMe. Il movimento, attivo nell’area dell’Università Statale di Milano, nel 2015 riscontra la necessità di aprire un punto di riferimento aggregativo e culturale. Nell’aprile dello stesso anno viene aperto un primo spazio in vicolo Santa Caterina, a pochi passi dalla storica sede dell’Università Statale in via Festa del Perdono, nel quale gli studenti possono «predisporsi dal basso contro una cultura di massa e globale, una cultura mainstream che rende difficoltoso per tutte le nicchie e le controculture trovare un palcoscenico un minino rilevante. Il Lume nasce come questo palcoscenico». Oggi la comunità si trova ormai da 7 anni nella sede in via Vittorio Veneto, e ci spiega un concetto a cui tiene molto: «LUMe si è sempre voluto predisporre come un ponte, capace di creare comunicazione tra le varie realtà; lo scopo è sempre stato di indirizzare persone interessate al creare cultura verso una politica che vedesse la città in un modo diverso».
Quale risposta sociale e culturale danno questi spazi
E’ proprio questa diversità di visione di Milano che rende questi spazi tanto importanti; in una città dove la cultura costa, e lo svago ancora di più e dove si privilegia il profitto alla creazione di legami sociali, creare attività e momenti davvero accessibili per tuttə è di per sé un fattore di resistenza. Ognuna delle realtà con le quali ci siamo interfacciatə ci ha raccontato le attività che portano avanti nel quotidiano.
LUMe è uno spazio molto attivo dal punto di vista della ricreazione e dello svago notturno; organizza diverse serate, spaziando dalla musica techno al punk, dal jazz al funk. Coinvolgenti e sempre molto partecipate sono le famose sessioni di jam improvvisata, che richiamano musicistə e appassionatə da tutta Milano e oltre.
Da 4 anni il collettivo partecipa attivamente alla lotta per la casa nell’area metropolitana di Milano, con lo scopo di costruire un territorio di conflitto attivo ed una ricomposizione delle classi sfruttate, spesso vittime di discriminazione razziale. Questo percorso ha l’obbiettivo di colpire direttamente logiche di profitto e speculazione immobiliare sempre più frequenti, attraverso pratiche come l’occupazione di stabili comunali o picchetti antisfratto.
Tra gli eventi culturali, il Festival dell’Editoria e Musica Indipendente (FEMI) è ormai un appuntamento fisso da 6 anni. L’obiettivo del festival è contrastare l’attacco alla libera circolazione dei saperi portato avanti dalle piattaforme globali di e-commerce, dalle fusioni societarie e dalla generale concentrazione dei processi di distribuzione e produzione culturale; frequenti sono anche le serate LUMeteca, durante le quali vengono proiettati film o documentari per stimolare la riflessione e la critica.
L’opposizione è contro quelle politiche calate dall’alto che confinano cultura e musica nell’istituzionalitá e nel lusso, sottoponendola a logiche di profitto che ne limitano la libertà espressiva e creativa e ne condizionano la proliferazione.
ZAM ci colpisce per la quantità e la varietà di proposte culturali. Recentemente lo spazio ha ospitato la seconda edizione del Festival della casa editrice indipendente Meltemi editore, che, sotto il titolo di ‘Cronache dalla fine dell’impero’, ha visto la presentazione di numerosi libri su temi tra i quali la decolonizzazione, l’imperialismo e l’antiterrorismo. A inizio maggio, invece, nello spazio ha avuto luogo Centrifuga, un festival di teatro in periferia. Centrale è anche l’esperienza dell’Università Popolare, una università dal basso, nata nell’agosto del 2024 con l’obiettivo di mettere in discussione il dominio dell’ideologia al potere e creare spazi di riflessione collettiva, contribuendo a “formare coscienze critiche e conoscenze altre rispetto al sapere istituzionalizzato”. Molte delle stanze a ZAM sono poi dedicate alla pratica di diverse attività; ci sono boxe, pole dance, capoeira, due tipi diversi di yoga e un enorme gruppo appassionato di arrampicata che vive l’Acciaieria, una sala boulder che fornisce l’occasione per praticare questa attività a prezzi popolari.
Anche il Leoncavallo si colloca come punto di riferimento milanese da decenni: sono moltissimi i musicisti e gli artisti che hanno attraversato lo spazio nel corso del tempo e che ora si mobilitano nella campagna contro lo sfratto, da Cosmo e Neffa a Gemitaiz, da Brusco a Bunna degli Africa Unite.
Oltre alle lotte politiche che hanno visto il centro sociale attivo in rivendicazioni come quella contro il G8 o contro i CPR, il Leoncavallo ci dice che a livello sociale, «“il grosso”, viene raggiunto con il vivere quotidiano secondo una coscienza inclusiva e critica la quale conduce ad aprire spiragli per tutte quelle minoranze e/o individui che non trovano né spazio, né appoggio in una società degenerata, escludente e propensa al consumo e alla stereotipizzazione». «Lo spazio ha un ruolo fondamentale; è abbastanza ampio da ospitare migliaia di persone, e noi tentiamo di garantire – grazie alla pratica dell’autogestione e dell’auto-reddito – “divertimento politico”»
Quello che fornisce davvero libertà nella proposta culturale, politica e sociale, spesso, è dettato dall’occupazione di quel luogo. Riflettendo sul valore dell’occupazione, ZAM ci racconta come l’occupazione sia «uno strumento, da utilizzare quando e se ti serve». Le istituzioni non riconoscono il valore sociale di questi spazi, spesso proprio perché occupati. Anche il Leoncavallo si colloca sulla stessa linea: «l’occupazione di spazi privati lasciati in abbandono e recuperati a vantaggio della comunità va a riempire vuoti urbani per sopperire non soltanto a un vuoto fisico ma anche a una mancanza di servizi da parte delle istituzioni». La contrapposizione è tra una giustizia sociale che sopperisce e compensa delle mancanze istituzionali e un diritto di proprietà privata che non soddisfa le esigenze sociali del territorio e della comunità.
Spazi autogestiti come presidi territoriali
Questi spazi sono presidi. ZAM ha deciso di privilegiare l’attività nel quartiere, per costruire la propria iniziativa politica a partire dalle relazioni con le persone: «Viviamo in una società molto atomizzata, nella quale si vivono spesso situazioni ed esperienze simili ma ognuno nella propria solitudine. La nostra priorità è ridare e riavere fiducia, per poi fare qualcosa di più grande». Fare rete funziona e la prova è stata la vasta e inaspettata partecipazione al Carnevale Popolare di quest’anno, l’atmosfera di festa e complicità che si respirava nella parata lungo le vie della città: «È stato un momento frutto di creatività condivisa che ha mostrato concretamente la solidarietà di una comunità che vive le sue strade attraverso la lotta e la cura.».
E’ importante che gli spazi siano in grado modellarsi e attivarsi, ascoltando le esigenze del periodo storico e del territorio, riuscendo in questo modo a fondersi con le soggettività che lo attraversano e rivestire davvero quel ruolo specifico e unico che solo questo tipo di luoghi può essere in grado di soddisfare, in cui la priorità rimangono le persone.
ZAM ci racconta per esempio il rapporto con la sezione ANPI del territorio, che da un’iniziale diffidenza si è risolto in una permeazione tra le due realtà e una collaborazione nella lotta: «Oggi siamo quasi tutti iscrittə alla sezione, e collaboriamo in molte attività; oggi la sezione Stadera – Gratosoglio è una delle sezioni con la media di iscritti più giovani di Milano». Ora «abbiamo gente molto più grande di noi che ha una vita lavorativa completa e insegna alla nostra polisportiva e alla scuola di italiano». Lo spazio è mutato con le esigenze che di volta in volta si manifestavano: «C’era gente che esprimeva la volontà di partecipare a una certa attività, e altra gente che invece metteva a disposizione le proprie capacità per l’insegnamento ma che non aveva uno spazio; così siamo cresciuti e così è cresciuta anche la varietà delle attività».
Il Leoncavallo ci racconta che «il centro è attraversato da chi viene alle assemblee o ai corsi, da chi passa per gli eventi e per divertirsi, oppure semplicemente da chi viene in visita: studenti, lavoratori, pensionati, turisti (…)».
LUME mette in evidenza che “il confronto generativo e creativo parte proprio da questa nostra eterogeneità di vedute, di opinioni, di esperienze. Per noi è anche importante che nell’assemblea ci sia una assoluta orizzontalità: siamo contro le dinamiche di potere tanto al di fuori del collettivo quanto non possiamo perpetrarle all’interno della socialità alternativa che vogliamo creare».
Fare rete funziona: la rete per l’autogestione
Gli spazi occupati e autogestiti per storia, vissuto e portato, non sono mai isole. «Nel mese di agosto 2022, dopo lo sgombero del centro sociale RiMake e dopo la fine anche dell’esperienza di Macao, varie soggettività provenienti da queste stesse realtà ma anche da Zam, Torchiera e molti altri spazi, si sono incontrate per discutere su come contrastare in maniera unitaria il continuo sgombero di spazi; all’inizio doveva essere proprio una birra informale, poi la voce si è diffusa nel giro di amicizie e di fatto quel giorno a Torchiera si è riunita una vera e propria assemblea». Quel giorno si è deciso di dare continuità all’assemblea e di creare una rete di supporto non solo tra gli spazi occupati ma anche tra tutte quelle realtà, magari senza spazio, che però hanno nell’autogestione il loro segno distintivo.
«È la prima volta, dopo molti anni di contrasto e diffidenze tra spazi, che si è finalmente formalizzato un dispositivo politico – la rete appunto – che riconosce la necessità e il bisogno di dialogare e confrontarsi per potersi supportare a vicenda (…) La rete cerca di favorire una convergenza tra realtà. La volontà è anche di aprirsi a realtà non autogestite, di provare a uscire dalla bolla e incontrare persone che non frequentano spazi occupati ma che hanno un sistema valoriale simile».
Gli spazi occupati e le realtà autogestite sono luoghi vitali per la città, luoghi che preservano una concezione di socialità politica e culturale che è fuori da modelli e schemi prestabiliti dall’alto.
Questo supporto va da una condivisione più pratica di materiali a una condivisione più politica e teorica, a partire per esempio da una riflessione su come contrastare la violenza patriarcale all’interno degli spazi e del movimento stesso. Questi spazi favoriscono e incoraggiano ciò che si genera spontaneamente dal basso. «I rapporti sociali spesso non hanno codici prestabiliti, perché si generano dall’incontro di persone, attività e interessi molto eterogenei tra loro, sviluppando qualcosa che spesso non rientra nel canone e nella norma».
Spazi a Milano come ZAM, LUMe, o il Leoncavallo, tra gli altri, sono spazi vissuti, modificati, generatori, modellati sulle soggettività che li attraversano e che se ne prendono cura in quanto concretizzazione delle proprie istanze.
Questi spazi sono spazi liberati, e ne abbiamo bisogno.