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“Solo il popolo salva il popolo”

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L’emergenza sanitaria dovuta all’epidemia di Coronavirus, com’era prevedibile, si è trasformata in una profonda ed inesorabile crisi economica di portata raramente vista prima. I numeri relativi ne restituiscono l’immagine devastante: nel DEF pubblicato dal Governo e presentato alle camere il 28 aprile sono presenti le statistiche sull’andamento dell’economia italiana nel 2020. Qui si registra che nel corso dell’anno il totale del monte ore di occupazione calerà del 6,5% portando il tasso di disoccupazione all’11,6% e con ciò la spesa familiare, destinata a scendere del 7,2%. Secondo l’Oil, l’Organizzazione internazionale del lavoro, attualmente 4 lavoratori su 5 in tutto il mondo sono interessati dalle misure di contenimento.

Come di consueto, situazioni eccezionali richiedono risposte eccezionali e, se da una parte tali sono state le misure del Governo a partire dal 17 marzo, data di approvazione del primo Decreto Cura Italia, altrettanto straordinaria è stata la risposta e la mobilitazione in tutta Italia e nel mondo di volontari per far fronte alle difficoltà imposte dalla pandemia. Dall’Ecuador, dove nella capitale Quito sono nate le Brigate di Solidarietà Kitu, a Parigi, Bruxelles fino alle nostrane Milano, Bologna o Roma sono nati, o si sono attivati in modo ancor maggiore, centinaia di gruppi di volontari, reti, associazioni. Nella lentezza e nelle difficoltà con cui l’apparato burocratico statale si è scontrato per fornire sostegno alle persone in difficoltà, essi hanno deciso di rispondere attivamente nei propri territori, spesso organizzandosi e coordinandosi autonomamente. Una costellazione di esperienze che mette in luce una realtà politica e sociale in cui l’incisività dell’azione dei cittadini e delle associazioni sul territorio è spesso molto forte, soprattutto nelle zone delle metropoli dimenticate dallo Stato; tuttavia rimane rara la possibilità per queste realtà di esercitare una effettiva influenza sull’amministrazione pubblica dei territori su cui operano e in cui vivono. 

Molte di loro esistono da diverso tempo, e portano con sé esperienze di attività politica di lunga durata, volta alla solidarietà e l’aiuto reciproco in contesti di marginalità e di periferia delle grandi città. È il caso del Red Lab Quarticciolo o del Calcio Sociale di Corviale a Roma, così come della rete Libera nella periferia est di Napoli, a Ponticelli. Un’attività politica che rivendica maggiore attenzione da parte dello Stato verso aree caratterizzate da instabilità sociale ed economica, un alto tasso di disoccupazione e lavoro in nero, e talvolta dispersione scolastica. Forme di mutuo aiuto, di impegno dal basso, per costruire realtà di aggregazione sociale o culturale, come le iniziative del Calcio Sociale o del Red Lab che gestisce una palestra popolare e un doposcuola, ma anche per offrire opportunità e competenze per un lavoro, come nel caso napoletano, dove in una vecchia scuola abbandonata sono stati attivati corsi e laboratori utili per l’apprendimento di un mestiere. Attività che sono dovute necessariamente cambiare con il mutare dei bisogni primari delle persone: una riconversione imposta dalla crisi ma che non cambia lo spirito e le rivendicazioni, anzitutto politiche, che stanno alla base di ogni loro azione. “Abbiamo capito subito che non essendoci la liquidità, non essendoci la spesa, la gente rischiava di morire di fame nel giro di qualche settimana. Così abbiamo pensato che fosse giusto attivarci e trovare un modo per sopperire alle mancanze dello Stato e darci noi una mano con quello che potevamo” ci racconta Fabrizio di Red Lab.

Quello che principalmente viene fatto è consegnare generi alimentari e di prima necessità a chi ne ha bisogno, ma oltre a ciò viene portata la spesa a chi non può uscire di casa, consegnati materiali sanitari come mascherine o gel igienizzanti, reperiti gli strumenti tecnologici necessari per la didattica a distanza dei ragazzi, offerto aiuto legale e in alcuni casi psicologico. L’aiuto materiale è quindi su tutti i fronti, non soltanto cibo, ma tutto ciò che può essere necessario, come pannolini o giocattoli per bambini. Ma l’azione delle associazioni non si ferma qui: l’isolamento ha creato anche problematiche psicologiche, dovute alla solitudine, alla permanenza forzata in un ambiente in cui ci si può sentire a disagio se non in pericolo, e i volontari hanno cercato di essere presenti anche in questi casi. “Una nostra compagna è una professionista, una psicologa, che si è messa a disposizione” dice Matteo Manenti di Aurelio in Comune, a Roma ovest, e non sono ovviamente i soli a farlo. A Napoli est i volontari della rete Libera consegnano lettere in cui raccontano di sé, per creare una comunicazione con i loro concittadini. 

Senza contare il fatto che molte di queste realtà creavano servizi ed opportunità nei loro quartieri, in spazi ora inevitabilmente chiusi: è per questo che a Bologna i centri TPO e Làbas hanno “spostato online la parte delle attività di supporto, di sportello: la scuola d’italiano, lo sportello di assistenza legale per i migranti, lo sportello lavoro e il doposcuola”. Ed ancora, Baobab Experience, a Roma, ha tradotto le informazioni sul Covid-19 e sulle misure adottate dal Governo per le persone migranti in transito a Piazzale Spadolini mentre in molti distribuiscono pasti caldi ai senza fissa dimora, come i volontari dello Scugnizzo Liberato a Napoli.

Altri gruppi sono nati con lo scoppio della pandemia, subito dopo l’inizio del lockdown: molto spesso in questo caso sono state create reti, instaurando rapporti nuovi o rafforzandone altri tra realtà già esistenti e che si sono trovate a condividere obiettivi a breve termine ma anche visioni politiche comuni di più ampio respiro. A Roma hanno deciso di collaborare gli attivisti della già citata Aurelio in Comune, assieme ai ragazzi e alle ragazze di GenerAzione e dell’associazione culturale Argo. Allo stesso modo hanno visto la luce le Staffette Alimentari Partigiane a Bologna, diventate Brigate di Mutuo Soccorso con la Fase 2. E così anche le Brigate per l’Emergenza di Milano, sorte davanti ai cancelli del carcere di San Vittore l’8 marzo: “Mentre c’erano i blocchi in corso e la polizia stava caricando ci siamo guardati, in alcuni di noi, e ci siamo detti: non è possibile rispondere a una situazione di emergenza così grave con quello che abbiamo fatto sempre finora, perché è palese che la situazione è diversa. […] A partire da quella conversazione abbiamo lanciato un appello su internet e ci siamo aggregati immediatamente a un sacco di persone di tutte le aree.” Così racconta a Scomodo Valerio, coordinatore delle Brigate a Milano, composte per lo più da centri sociali del capoluogo lombardo ma che in seguito hanno visto l’affluire di persone e associazioni anche estranee a questi circuiti. Supportati da Emergency, che li ha formati dal punto di vista sanitario, e completamente autofinanziati – come tutti, del resto – distribuiscono cibo a circa 20.000 persone su tutta la zona di Milano, dichiarano. Collaborazioni ed attività politiche prima di tutto, perché “non c’è nulla di più politico di distribuire cibo e ricchezza, in qualche modo benessere, a coloro che sono più colpiti dalla crisi”, che mettono il luce le colpe del sistema economico.

Una rete non solo cittadina, ma transnazionale, connessa ed in contatto con altre brigate in tutta Europa, soprattutto in Francia a Parigi, ma anche in altri Paesi, e che si è dotata di un proprio portale su internet, “brigades.info”.

Degli interlocutori necessari 

La solidarietà di quartiere è un fenomeno che si è sviluppato sotterraneamente in tutta Italia, ma per completare il quadro occorre indagare in superficie qual è stato il rapporto con gli organi dello Stato.

“Non c’è stato un aiuto dalle istituzioni, che invece dovrebbero farsi carico delle necessità e aiutare le persone in situazioni come questa: emergenze sanitarie, ma soprattutto economiche. Invece sono stati i poveri ad aiutarsi tra di loro”. Le parole di Fabrizio Troya di Red Lab dipingono una periferia di Roma in cui l’assenza di un dialogo istituzionale è stata pressochè totale, mentre altre realtà hanno ricevuto un supporto quantomeno logistico. “La nostra associazione figura come bene comune, esiste quindi non tanto una collaborazione, quanto una forma di riconoscimento da parte del Comune di Napoli, che ci ha aiutato nella sanificazione dei locali” ci riporta Sergio Sciambra, dello Scugnizzo Liberato. La linea generale del comune di Napoli però è stata quella di un accentramento poco efficace: secondo la rete di Libera il comune avrebbe speso 50.000€ a settimana, ma senza creare un coordinamento. La risultante è stata una copertura pari a circa un terzo di quella associazionistica. Il comune di Milano si è spinto poco oltre: non riuscendo a coprire tutti i bisogni dei cittadini, si è rivolto alle associazioni di volontari e ha istituito il centralino Milano Aiuta, cosí da permettere alle associazioni di muoversi sul territorio. 

Anche dove una comunicazione istituzionale c’è stata, le risorse della solidarietà ,molto spesso, sono venute dagli stessi cittadini. Eppure diverse regioni hanno stanziato fondi ed erogato sussidi per le fasce più in difficoltà: la regione Lazio avrebbe stanziato due milioni di euro in supporto agli Enti del Terzo Settore (ETS) che operano sul suo territorio, seguita poi da Marche e Puglia. Nei fatti però, quando abbiamo chiesto agli intervistati che tipo di sostegno abbiano ricevuto, la risposta è stata sempre la stessa: non hanno visto un centesimo. Il sostegno economico, vuoi alle famiglie, vuoi agli ETS o non è arrivato o è arrivato tardi e in modo disomogeneo. 

Secondo Massimo Vallati del Calcio sociale di Roma, da qualche settimana a Corviale arrivano dei pacchi alimentari  dalla Regione e dalla protezione civile, ma “il problema è sempre che la risposta dovrebbe essere immediata, mentre per tenere tutti gli accorgimenti necessari per un bando fatto bene, può essere anche che nel frattempo sia finita la pandemia”. Anche quando arrivano le risorse, rimane la necessità di un intervento dei volontari per intercettare le famiglie e per coadiuvare la distribuzione.

Un ruolo chiave in queste falle è sicuramente giocato dal digital divide: “Sono arrivati dei moduli per i contributi dal Comune, ma c’è un livello culturale basso, e la connessione e i computer che non funzionano bene”. Il divario economico si ripercuote su una disparità nell’accesso agli strumenti di sostegno al reddito. Le ragioni del gap tra risorse stanziate ed effettiva soddisfazione dei bisogni quindi, secondo le associazioni, sono spesso da ricercare nella strutturale lentezza burocratica e nel digital divide: due patologie del sistema amministrativo che impediscono di fronteggiare adeguatamente un’emergenza. 

Tra le istituzioni ed il tessuto sociale emerge allora la necessità di  riportare a galla i corpi intermedi, per individuare le necessità e per permettere agli aiuti di arrivare nei territori in modo efficace ed equo. Forti del ruolo che si sono trovate a ricoprire, Brigate e associazioni si sono fatte portavoce di chi vive ai margini. Così nella disillusione di una periferia che non è mai stata ascoltata, Red Lab ha messo in atto proteste davanti ad un municipio muto, ma con il sostegno della comunità locale. Qualcuno poi, come Baobab, è riuscito ad arrivare a sedere in tavoli istituzionali grazie al lavoro messo in campo negli ultimi due mesi; le Brigate di Milano hanno denunciato gli errori della regione Lombardia. 

L’impegno politico in molte realtà del genere non è una novità, ma ne sta cambiando la percezione da parte dei cittadini e delle istituzioni. Comune a tutti è la consapevolezza che nella ripartenza le associazioni dovranno essere degli interlocutori necessari, ma non possono e non devono gestire il carico sociale, di cui deve sobbarcarsi lo Stato.

Tra le istituzioni, i maggiori esempi di dialogo sono venuti dagli organi più prossimi alle realtà locali, ovvero i municipi. Così è stato per lo Scugnizzo Liberato, ma anche nel municipio Roma VIII, dove la giunta ha messo in campo tutte le risorse logistiche disponibili per coordinare le trenta associazioni di quartiere nella piattaforma Municipio Solidale, riuscendo così a prestare assistenza a circa duemila persone ogni settimana.

Per questo nel futuro post-emergenza proprio i Municipi potrebbero essere uno snodo cruciale, ma rimangono delle questioni da risolvere nell’apparato amministrativo. A tal proposito Amedeo Ciaccheri, presidente del municipio Roma VIII ci ha spiegato che “la vera grande questione è che i municipi non hanno un bilancio proprio”, manca quindi l’autonomia nella gestione delle risorse finanziarie. “Durante il periodo dell’emergenza questa vicenda è diventata più problematica perché la gestione da parte di Roma capitale ha comportato una vera e propria assenza di un coordinamento dell’attività dei municipi. Siamo stati sprovvisti di materiali o di risorse per degli interventi economici o per reperire del materiale da distribuire”.

Le città del post-emergenza dovranno affrontare importanti sfide sociali, e il primo passo in questo senso sarà ridisegnare l’architettura amministrativa per completare il percorso di decentramento amministrativo. Le realtà associative in questo dovranno essere “il contraltare del municipio nella costruzione di un progetto comune”. 

Mutualismo e prossimità

“Gli assi di questo tipo di iniziativa”, afferma Christopher Ceresi, attivista delle Brigate di Bologna, “sono il mutuo soccorso e la prossimità”. Due linee, fortemente interconnesse, accomunano le iniziative di solidarietà dal basso nate con l’emergenza sanitaria. “Il mutuo soccorso”, spiega Christopher, “significa che non andiamo solo a fare un’azione di beneficenza, di carità, di volontariato, ma cerchiamo di far sì che ci sia un ritorno, un aiuto reciproco”. A Bologna, le Brigate di mutuo soccorso operano nell’ambito di una rete di persone che si è costruita negli anni attorno alle attività dei centri sociali Làbas e TPO, come il doposcuola, la scuola d’italiano per stranieri e i vari sportelli per i migranti, per il lavoro e così via. Gli attivisti distribuiscono pacchi spesa, libri e tablet alle famiglie in difficoltà, e in un secondo momento sono queste stesse famiglie a segnalare i bisogni e le problematiche che emergono nel loro quartiere, nel condominio, tra i vicini di casa, e a collaborare alla distribuzione degli aiuti. “La solidarietà”, afferma Maso Notarianni, presidente di Arci Milano, attivatosi nell’emergenza con il progetto AiutArci, è un “prendersi cura degli altri che vuol dire anche prendersi cura di se stessi, che vuol dire anche prendersi cura dell’ambiente in cui si sta”. Emerge in questo senso il valore politico del mutualismo come riattivazione della partecipazione dei cittadini alla vita di comunità, principio fondante del sistema democratico. Il mutuo aiuto è una rete di pari che si attiva politicamente, in prima persona, per costruire un welfare di comunità, una rete circolare di supporto basata sul do ut des. Se l’assistenzialismo si fonda sull’offerta di un servizio in un rapporto di dipendenza passiva individuo-vertice, il mutualismo riattiva la partecipazione, crea aggregazione e solidarietà dal basso. Questa esigenza di cooperazione orizzontale rientra in una tendenza di più ampio respiro che sta prendendo forma in fenomeni di ripensamento urbano in tutta Europa, ad esempio con l’housing sociale. Un caso è il progetto federale tedesco Der Socialen Stadt, volto a promuovere le reti sociali di quartiere e le pratiche di buon vicinato, nel cui ambito è stata finanziata la costruzione di una casa multietnica e multigenerazionale a Kreuzberg, quartiere berlinese, che favorisca la cooperazione e l’integrazione tra i gruppi sociali ed etnici che vivono il quartiere (vedi Presente 2019, Le prospettive della moderna edilizia residenziale pubblica, pagg. 83-84).

Come afferma Valerio Ferrandi, coordinatore delle Brigate volontarie per l’emergenza che operano sul milanese, la solidarietà dal basso è “carica di valori umani”, valori che si perdono col progressivo allontanamento dal territorio imposto da un sistema di Stato sociale a stampo centralizzato. E qui veniamo al secondo asse: la prossimità. Il mutualismo è possibile, secondo Christopher Ceresi, soltanto là dove c’è “un legame di fiducia, una relazione che va costruita con pazienza, con cura: è necessaria un’ottica che sia di prossimità, di vicinanza anche fisica”. La distribuzione di aiuti promossa dalle Brigate bolognesi per far fronte all’emergenza non sarebbe stata possibile se non vi fosse stata una rete preesistente, ben radicata sul territorio, attorno ai nuclei di Làbas e TPO. E questo è un discorso che vale per tutte le realtà che si sono attivate in questi mesi, dalle Brigate di Milano che si sono divise in nove gruppi, ciascuno attivo su uno specifico territorio del milanese, e ciascuno composto da realtà già attive in quell’area, al Calcio Sociale di Corviale, che ha continuato a prendersi cura dei suoi ragazzi spostando parte delle sue attività online e immaginando nuove iniziative di coinvolgimento, come il lancio di un momento musicale condiviso che raccogliesse partecipazione ogni sera attorno alle frequenze di Radio Impegno, come ci racconta Massimo Vallati.

Un aspetto fondamentale dell’asse prossimità è la possibilità di conoscere realmente e direttamente i bisogni degli abitanti, aspetto che emerge con chiarezza dall’esperienza di AiutArci. Maso Notarianni ci ha spiegato come il lavoro di distribuzione degli aiuti abbia permesso ai volontari di entrare a diretto contatto col territorio e con i suoi abitanti, e di realizzare così “una fotografia, un’analisi di questo tessuto sociale della città che poi serve per l’agire strutturale, politico, ricreativo sul territorio”. Conoscere il quartiere significa conoscerne le necessità reali e poter organizzare di conseguenza il proprio agire in risposta ai bisogni, là dove i rami delle istituzioni non riescono ad arrivare. È con una conoscenza capillare e diretta degli abitanti del quartiere, nel caso dei poli urbani, in cui si viene a contatto con coloro che sono esclusi dagli aiuti istituzionali: tra gli altri, i migranti senza permesso di soggiorno, i lavoratori in nero, gli abitanti abusivi delle case popolari, i nuovi poveri, chi ha perso il lavoro con l’emergere della crisi e, di conseguenza, non ha la possibilità di presentare un ISEE che rispecchi le sue condizioni attuali. Sono fenomeni tradizionalmente legati alle periferie, luoghi dove l’azione dei comitati e delle associazioni di quartiere è sempre stata, per naturale conseguenza, più diffusa. Tuttavia, come fa notare Maso Notarianni a proposito della situazione milanese, “mentre la povertà tradizionale era stata un po’ espulsa verso le periferie, questa nuova povertà è diffusa in modo molto più uniforme nella città”. Benché la distribuzione dei pacchi alimentari fosse richiesta soprattutto nelle periferie, gravi problematiche si sono imposte anche verso il centro dei poli urbani.  

L’azione diretta su un’area di prossimità risolve il problema, già evidenziato, della lentezza della macchina burocratica. Le famiglie che portavano i ragazzi al doposcuola di Làbas e TPO, ad esempio, con l’insorgere della crisi sanitaria, hanno potuto rivolgersi tempestivamente agli attivisti, molto prima che le richieste di supporto raggiungessero le istituzioni attraverso i canali burocratici. “Dei fondi sull’acquisto di dispositivi tecnologici per i ragazzi”, spiega Christopher Ceresi, “sono arrivati, ma questi soldi ancora non sono stati spesi”. D’altra parte, se – dallo slogan del Red Lab romano, “la borgata salva la borgata”, fino a quello delle Brigades francesi, “seul le peuple sauve le peuple” – l’idea dell’autodifesa popolare e del mutuo aiuto rimangono centrali nel modus operandi di queste associazioni e brigate di quartiere, la costruzione di un welfare di comunità è soltanto il primo passo. Il mutualismo come autodifesa popolare, infatti, come nota Matteo Manenti di Aurelio in Comune, è una pratica che affonda le sue radici nelle società di mutuo soccorso, associazioni di lavoratori nate nell’ambito della Rivoluzione Industriale e fondate sul mutuo sostegno e l’autodifesa tra lavoratori in situazioni di assenza di tutele istituzionali. Si tratta quindi di una pratica che emerge in un contesto di necessità, per sopperire a una mancanza di tutele e garanzie a livello di stato sociale. Come afferma Christopher Ceresi, “noi costruiamo una rete dove le persone si sentano al sicuro, un welfare di comunità; ma facciamo questo anche per rivendicare un welfare universale”. C’è comune accordo, tra le associazioni e le brigate, riguardo all’idea che il welfare non vada pensato su base volontaristica, in termini di sussidiarietà. Deve invece essere lo Stato “a garantire una vita dignitosa, al di là del fatto che la gente si aiuti o meno: si devono ricevere sussidi, reddito, spese”, afferma Fabrizio Troya di Red Lab, e la sua posizione si trova ad essere largamente condivisa nel panorama dell’associazionismo. La dipendenza quasi totale di migliaia di persone dall’aiuto volontario non può e non deve essere la normalità. Matteo Manenti sottolinea come questa crisi sanitaria abbia dimostrato la funzione essenziale dei corpi intermedi, e la messa in luce di questo fenomeno deve servire per un ripensamento democratico che prenda le mosse da una riflessione sulla necessità di un maggiore decentramento capace di coinvolgere i quartieri nella partecipazione attiva e diretta alle questioni di comunità. “Deve esserci”, sostiene Matteo Manenti, “una cessione di sovranità da parte delle istituzioni di prossimità alle comunità locali”. Se sono le comunità locali ad essere in grado, riattivandosi in una rete circolare di mutualismo, di far realmente fronte ai propri bisogni, è allora importante portare il dibattito sulla necessità che queste abbiano maggior potere d’azione, in un’ottica di welfare in cui il piano universale e quello locale si compenetrino in un  dialogo concreto ed efficace.

Ha contribuito alla realizzazione delle interviste Anaïs Fontana

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