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L’emergenza sanitaria, causata dalla diffusione rapida del COVID-19, permette di rilevare un fenomeno di pari dimensioni: una profonda crisi economica e finanziaria. C’è chi dice che ci si troverà in un nuovo e peggiore 2008 passato e probabilmente non si sbaglia. Tanto chi rimane a casa quanto chi continua a lavorare incessantemente rischia di trovarsi in situazioni anche estreme. Nell’ambito dell’azione del governo, esponenti di spicco della vita politica del Paese non hanno mancato di far notare da parte del governo stesso un’attenzione molto specifica, tanto nel tentativo di convincere i “piani alti” dell’UE ad operare politiche economiche più espansive quanto nel diramare le prime misure di contrasto all’emergenza. Il tutto si risolverebbe in una spaccatura “classica”: sostegno dell’economia finanziaria contro “il paese reale”. Se in passato questa descrizione poteva risultare grossolana, oggi più che mai è evidente la mancanza di un sostegno tempestivo, diretto e massivo del governo ad ampie fasce di popolazione. La quarantena, infatti, ha portato a galla profonde fratture che caratterizzano il nostro sistema economico ormai da tempo; modificato e rimodellato da varie riforme (prima su tutte il Jobs Act), il mondo del lavoro attuale rende le condizioni lavorative di migliaia di cittadini e cittadine insoddisfacenti e altamente precarie.

Scomodo ha seguito e raccolto le testimonianze di lavoratori, collettivi, economisti ed esponenti sindacali per descrivere quest’universo di precarietà e analizzare proposte risolutive. A partire dalla più forte, quella di un reddito di quarantena.

Per un reddito di quarantena

In Lombardia ed Emilia Romagna è nata, sin dai primi giorni di marzo, una rete di lavoratori precari, intermittenti e autonomi che portano la rivendicazione di un “Reddito di Quarantena”. La Camera del Non Lavoro, ADL Cobas Lombardia e Emilia Romagna e SIAL Cobas, insieme a svariate categorie lavorative e realtà sociali che hanno potuto raccontare le proprie condizioni, hanno identificato esigenze comuni che vanno oltre all’emergenza del momento: stop sgomberi e sfratti; un reddito di cittadinanza universale; maggiore sicurezza sul lavoro; stop tasse per le categorie più vulnerabili; stop licenziamenti; diritto alla casa per tutte e tutti. Basti pensare ai senza dimora che dell’hashtag #iorestoacasa banalmente non sanno cosa farsene, essendo privi di luoghi diurni attivi da attraversare al chiuso e in sicurezza. D’altro canto, vanno considerati anche gli operatori e operatrici che continuano a lavorare in condizioni di sicurezza generali e sanitarie non solo precarie, ma pericolose. Comunità, Cooperative e Associazioni, che gestiscono il “pronto accoglienza” e i dormitori per i senza dimora, non hanno gli strumenti, le risorse umane e le strutture per far fronte alla diffusione dell’epidemia. L’assemblea del Reddito di Quarantena ha portato alla luce situazioni di questo genere, che vedono gli ospiti di queste strutture ammassati in camerate, dove la distanza di sicurezza è inesistente e operatori ed operatrici non hanno idea di come assisterli o metterli in isolamento.

A non poter restare a casa sono anche i riders. Molti di loro, lavorando con contratti a prestazione occasionale, non riescono ad accedere ai 600€ erogati dallo Stato come da decreto, limitati a quella minoranza che riesce ad aprire la partita iva, quindi per lo più chi consegna in auto o in scooter, e ai lavoratori di piccole aziende territoriali che utilizzano un contratto co.co.co (collaborazione coordinata e continuativa). La maggior parte dei riders è quindi costretta a continuare a consegnare per sopravvivere e non perdere ulteriori ore di lavoro in futuro: in base al sistema di ranking smettere di fare consegne significa scendere in classifica, quindi non poter accedere a fasce orarie più remunerative. Lavorando, però, i riders sono costantemente esposti al rischio di contagio, in quanto le grandi aziende dell’AssoDelivery (tra cui Uber Eats, Just Eat, Deliveroo e Glovo) sono obbligate per legge a fornire mascherine idonee e guanti, hanno lasciato ogni responsabilità al lavoratore. Alcune si sono limitate a un rimborso di 25€ mensili per l’acquisto dei dispositivi sanitari, cifra assolutamente insufficiente se si considera la breve durata delle mascherine (senza contare la difficile reperibilità), altre hanno condiviso un video tutorial su come fare una consegna contactless, altre ancora sono rimaste alle semplici promesse. I sindacati autonomi dei riders, come Deliverance Milano, si stanno muovendo per proteggere i lavoratori chiedendo il blocco delle consegne, già avvenuto in Campania dopo la vittoria della Pirate Union, la quale però guarda, come altri collettivi di rider non legati ad alcun sindacato, a una misura di emergenza vicina al reddito di quarantena.

Tutti quelli che invece possono e devono restare a casa (lavoratori e lavoratrici del Terzo settore e dell’ambito culturale e dello spettacolo) sono stati costretti alle ferie forzate, a usufruire dei congedi o persino licenziati prima del Cura Italia, che del licenziamento vieta le procedure fino a maggio. 

C’è chi resta a casa e chi no

Ma chi è stato già licenziato cosa deve fare? Questo è solo uno degli interrogativi lasciati senza risposta dal decreto del 17 marzo 2020 n.18, che prevede l’attuazione di “Ammortizzatori Sociali” contraddittori, insufficienti o non accessibili realmente a tutti e tutte.  I primi provvedimenti citati dal DL riguardano l’estensione alle imprese, anche più piccole, della cassa integrazione in deroga fino a nove settimane, che andrebbe a coprire esclusivamente il 68% di stipendi nella maggior parte dei casi già bassi. Esso prevede inoltre un’indennità di 600€ per professionisti, lavoratori autonomi co.co.co, agricoli e del terzo settore, di cui però non è chiara l’accessibilità per casi particolari, andando ad escludere a priori chi è soggetto a lavoro nero o grigio. 

Il congedo parentale e la sua estensione è un’ulteriore problematica da affrontare: chi ha figli a carico, di un’età inferiore ai 12 anni, ha diritto al congedo parentale retribuito solo del 50%, mentre per tutti gli altri non è prevista l’indennità, ma un contributo massimo di 600€ per il babysitting (1000 euro per dipendenti di polizia e settore sanitario). La questione abitativa viene trattata in parte, a favore dello stop dei mutui ma non degli affitti e delle bollette, scavando ulteriormente in una frattura socio-economica tra i due “ceti” proprietario e affittuario e andando di fatto a ledere ulteriormente il diritto alla casa.

Durante le Assemblee Nazionali si è chiaramente delineata la necessità di un passaggio non solo nei confronti dello Stato, in quanto istituzione centralizzata, per far valere le proprie rivendicazioni, ma anche attraverso le istituzioni e le Pubbliche Amministrazioni locali e regionali. Oltre agli uffici aziendali, sono coinvolti anche i dipendenti statali, dai front office al back office delle Pubbliche Amministrazioni, alcuni tra i più fortunati sottoposti ad uno smart working non precisamente delineato in orari e procedure. Le contraddizioni in questo senso derivano innanzitutto dalla selezione di persone adatte al lavoro da casa retribuito e quindi dal limitato accesso allo smart working, tra l’altro non equipaggiato dagli strumenti telematici necessari. Il termine “lavoro agile” è stato introdotto in Italia per la prima volta già nel 2014, come proposta di legge per la promozione di forme flessibili e semplificate di telelavoro; si tratterebbe in origine di un lavoro subordinato, al di fuori dell’ambiente lavorativo fisico, per un orario medio annuale inferiore al 50% dell’orario di lavoro normale, se non diversamente pattuito, con parità di retribuzione economica con chi svolge la stessa quantità di mansione nelle strutture aziendali. La proposta è stata poi rilanciata nel 2016, rientrando nella riforma del Jobs Act, e poi negli articoli 18 e 24 della Legge 81 del 2017, come obiettivo di sperimentazione nelle Pubbliche Amministrazioni: l’obiettivo era quello di coinvolgere (entro tre anni dal 2016) almeno il 10% del personale, andando a gestire la sua organizzazione e garantire la sicurezza dei dati. Malgrado lo smart working lasci spazio a perplessità riguardanti soprattutto la definizione dei confini lavorativi con quelli della vita personale, è evidente come ancora oggi la Pubblica Amministrazione fatichi ad adattarsi e rispondere all’emergenza, risultando lenta nelle procedure più moderne che ora risultano necessarie. 

Le iniziative solidali

L’idea della rete creata dal Reddito di Quarantena è quella di creare un sito web che possa fornire una modulistica adeguata e l’accesso a tutte quelle iniziative di supporto territoriale e telematico; al tempo stesso si sta lavorando alla costruzione di una cassa solidale da dove trarre una prima forma di reddito emergenziale per le categorie più deboli. Si può notare dunque come realtà di controcultura siano veloci nel creare meccanismi comuni di solidarietà e rivendicazioni, a differenza di decreti che continuano a occuparsi di particolarismi e segmentazioni, vincendo sul carattere universale dei diritti e frammentando il tessuto sociale. D’esempio sono le iniziative partite da Non sei sol@ e la nascita delle Brigate volontarie a Milano. Queste ultime costituiscono “un progetto autonomo nato dalla spinta di attivisti di diverse aree, tendenze e posizionamenti della controcultura di Milano”, spiega uno dei coordinatori territoriali, “abbiamo lanciato un appello per creare un servizio gratuito, a cui si sono uniti moltissimi collettivi, comitati territoriali, realtà dell’autorganizzazione, squadre di calcio popolari e singole e singoli che hanno aderito al progetto”. Sono organizzati in nove Brigate (una per ogni zona di Milano) che portano il nome di un partigiano milanese; ciascuna zona è dotata di un responsabile, un vice e una decina di volontari che offrono supporto logistico alle fasce più deboli e chi è in casa in isolamento. L’iniziativa attualmente conta sul forte aiuto dell’ONG Emergency che oltre ad offrire una formazione sul rispetto dei parametri di sicurezza e rifornire le Brigate di mascherine e guanti, lascia a disposizione la propria sede come punto organizzativo e di ricezione delle chiamate (queste ultime girate dal centralino del comune). 

Malgrado le iniziative solidali siano tante, è evidente che contare solo sull’aiuto di volontari che condividono con tutti gli altri le medesime problematiche economiche non è una soluzione. Risulta quindi necessaria l’idea di garantire un basic income, come strumento di livellazione in contrasto al crollo economico imminente. Ad Hong Kong è stato già attuato il cosiddetto “Helicopter Money”, mentre con l’ultimo DL Cura Italia viene sospeso per due mesi anche il reddito di cittadinanza.

Lanciare soldi dall’elicottero

Nel 2008, per riprendersi dalla crisi economica mondiale, il governo australiano scelse di versare 900$ a ogni contribuente residente nel paese. In questo modo, grazie a uno stimolo fiscale, per i cittadini è stato più semplice tornare a investire i propri soldi, rimettendoli in circolo e aiutando a far ripartire l’economia (“effetto moltiplicatore”). Per contrastare la crisi economica causata dal COVID-19, è stato appunto preso in considerazione da Hong Kong un provvedimento del genere, un reddito di base a tutti i maggiorenni residenti che corrisponde a circa 1170€. La manovra economica soprannominata “Helicopter money”, espressione coniata da Milton Friedman, consiste quindi nel versamento da parte dello Stato sul conto corrente di ogni cittadino di un certo ammontare di denaro, per aumentare la capacità di spesa, soprattutto nelle persone con un basso reddito. Considerando però un sistema economico immobilizzato da una pandemia, dove la paura del contagio ha bloccato tutto, dall’offerta alla domanda, quanto può essere efficace un provvedimento di questo tipo? Com’era prevedibile in una situazione di questo tipo, l’e-commerce ha subito un’impennata con la chiusura dei negozi. Questo però non garantisce che il provvedimento, con l’obiettivo di investire per fare aumentare i consumi degli italiani, possa essere efficace, poiché molti prodotti comprati sono d’importazione e non supportano l’economia.

D’altra parte quella dell’e-commerce continua, in fasi di emergenza, a costituire una falla gigantesca nella legislazione italiana. Con il blocco delle attività produttive, la filiera di moltissime richieste per ogni genere di bene passa per Amazon, che prima ha (in alcuni casi) privilegiato ed è stata poi tenuta a privilegiare beni di prima necessità.

Ciò vuol dire che nei quartier generali di queste aziende e nei magazzini si lavora senza sosta, toccando picchi potenzialmente pericolosi in tempi di contagio. Di fatto, il ventaglio delle attività ancora in funzione si è andato definendo col tempo, con l’e-commerce tuttavia sempre in prima linea. E mentre dalle parti di Confindustria le attività di sciopero e richiesta di blocco delle attività in nome della sicurezza venivano etichettate con nomi fantasiosi (“pugnalate alla schiena”, per citare l’imprenditore-blogger-opinionista-influencer Forchielli), Amazon continuava a costituire comunque l’anomalia.

In questo contesto, Amazon spicca soprattutto in virtù di un rapporto estremamente complesso con i lavoratori che popolano gli hub della multinazionale in Italia. Complessità che si articola soprattutto al livello contrattuale. Amazon non fornisce numeri riguardanti i lavoratori coinvolti su tutto il territorio nazionale, ma secondo un report di Business Insider Italia si parlerebbe di oltre 15.000 somministrazioni ogni anno, oltre a un numero imprecisato di contratti a Monte Orario Garantito.

In sostanza, l’e-commerce nelle sue forme massive costituisce una forma ancora poco sicura, e non è certamente l’economia in cui versare soldi in tempi di crisi. Ma nella discussione di un Reddito di Quarantena, d’altronde, non è questo l’arcano principale.

Dove si prendono i soldi?

Da dove potrebbero venire questi fondi? Dallo Stato, con un conseguente aumento del debito pubblico, oppure, più probabilmente, dalla Banca Centrale Europea con un aumento della massa monetaria. L’imponente proposta di attuare un eventuale “Helicopter money” in soccorso all’economia italiana è stata particolarmente sostenuta anche da alcuni professori dell’Università Bocconi, come l’economista Francesco Daveri, che ha sottolineato però come questa misura di politica fiscale sia in realtà responsabilità dei Governi e non delle banche centrali, non essendo queste elette dai cittadini. Esse infatti dovrebbero tutelare il loro ruolo e occuparsi della politica monetaria, non quella fiscale.

Ma in questa situazione straordinaria non si può sapere cosa succederebbe a ‘drogare’ i consumi e il mercato. Per questo, secondo Daveri, “Sarebbe meglio che il potere di dare risorse alla gente lo gestisca chi è poi giudicato al momento del voto, altrimenti sarebbe un vulnus per la democrazia”. Invece secondo Carlo Altomonte, docente di Politiche economiche europee all’Università Bocconi, “regalare soldi non significa necessariamente trasformarli in consumi: magari diventerebbero risparmi, visto che per ora i negozi sono chiusi”. Ad ogni modo sembra che anche il governo italiano sia propenso a seguire una politica di questo tipo. “Estendere la cassa integrazione ordinaria e straordinaria a tutte le imprese significa che i lavoratori che stanno a casa avranno uno stipendio e quindi, dal punto di vista pratico, non si va molto lontano” dall’Helicopter Money.

Un’ulteriore proposta viene espressa da parte delle realtà autorganizzate, sindacati e movimenti politici come Potere al Popolo, e riguarda la redistribuzione patrimoniale come punto di partenza per il reddito di quarantena: recuperare ricchezze e profitti in eccesso accumulati attraverso l’evasione fiscale di multinazionali, lo sfruttamento di lavoro sottopagato e la fiscalità regressiva. Il dossier di CLAP (Camere del Lavoro Autonomo e Precario) mette in evidenza le profonde contraddizioni di politiche pronte a investire i 120 miliardi del Quantitative Easing “classico” anziché mirare alle tasche dei propri cittadini e ad istituire provvedimenti universali che vanno dalla garanzia di un reddito incondizionato ad un welfare qualitativo e non dismesso in nome della politica di austerity degli ultimi anni. PaP fu uno dei primi a fare proposte per rispondere al caso emergenziale, come cessare il finanziamento per le spese militari (il costo di un F35 equivale a 100 mila posti letto ospedalieri). 

Non garantiamo niente

Il decreto Cura Italia è stata la prima misura emergenziale volta a limitare i danni economici provocati dalla diffusione del COVID-19. E’ possibile – se non auspicabile – che nelle settimane a seguire siano adottati ulteriori provvedimenti per intervenire sui settori finora rimasti scoperti e senza garanzie. Tuttavia, la presenza di intere categorie lavorative rimaste intoccate o escluse dai primi provvedimenti individua una profonda frammentazione all’interno della società italiana, insieme una radicale impossibilità da parte delle istituzioni a superarla o quantomeno a prenderne atto. Ciò diventa particolarmente evidente in momenti di crisi, ma rimane valido anche nei periodi di ordinaria amministrazione – e a lungo termine potenzialmente più dannoso.

Il reddito di quarantena ha come obiettivo proprio quello di ridurre le enormi disparità tra le diverse categorie di lavoratori, ma resta aperta una questione fondamentale: come si può richiedere tutto ciò? 

Le misure restrittive riducono fortemente i possibili metodi di diffusione del messaggio, limitandoli ad attività mediatiche e striscioni appesi ai balconi, con il rischio ulteriore di non raggiungere l’attenzione necessaria affinché il discorso si sposti su un piano istituzionale. Dall’altra parte PaP propone di fare direttamente pressione sul governo per ottenere una reale redistribuzione patrimoniale o perlomeno un reddito di cittadinanza esteso ed incondizionato. Non è detto però che il ricorso ad una politica “tampone”, come l’Helicopter Money o un reddito temporaneo per far fronte all’emergenza, possa davvero risolvere il problema della precarietà lavorativa nel nostro Paese. Senza una reale “riconfigurazione delle modalità delle prestazioni di lavoro” – com’è scritto nel Dossier di CLAP – le conseguenze rischiano di andare ben oltre la fine dell’emergenza. 

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