Con l’arrivo dell’inverno, in molte località sciistiche d’Europa prende il via la stagione dei festival, appuntamenti sempre più popolari che uniscono sport, musica e divertimento tra le montagne. Questi eventi sono sempre stati fortemente criticati, soprattutto per il loro impatto ambientale e sociale sul territorio. Dalle questioni legate all’inquinamento acustico alla gestione dei rifiuti e al consumo di risorse locali, questi grandi eventi hanno sollevato una domanda fondamentale: può un festival essere sostenibile?
Lo abbiamo chiesto a Sarah Parisio, coordinatrice del programma meeting di Linecheck, il festival/piattaforma che aspira a stimolare lo sviluppo del sistema musicale in Italia che quest’anno arriva alla decima edizione.
È possibile rendere sostenibili i festival? Cosa vuol dire per te responsabilità sociale nell’industria musicale?
Linecheck è un festival molto proiettato sull’innovazione e penso che oggi l’innovazione non può non essere sposata anche con il concetto di sostenibilità. Come diceva Billie Eilish:«Non c’è musica su un pianeta morto», quindi penso che queste due cose siano molto interconnesse. È possibile fare un festival sostenibile al cento per cento? No, non è possibile perché banalmente qualsiasi attività umana impatta e crea un impatto.
È possibile, però, fare festival più sostenibili di quanto si è fatto fino ad adesso e con determinate caratteristiche che possono aiutare tutta l’industria a crescere verso una direzione.
Bisogna anche fare una precisazione, che cosa intendiamo per sostenibilità: da una parte c’è, tutto il tema della sostenibilità ambientale e quindi come ridurre l’impatto del festival sull’ambiente, ma dall’altra c’è anche il tema invece della sostenibilità sociale e quindi come rendere il festival innovativo da un punto di vista di accessibilità, di inclusività, di nuovi linguaggi e di apertura. L’industria musicale è a tutti gli effetti parte del sistema sociale in cui viviamo oggi, e dovrebbe essere in un certo senso uno specchio di come noi immaginiamo una società più sostenibile, più equa e più giusta.
Un concetto a cui noi teniamo molto è quello di ecosistema, ovvero un’industria più sostenibile è un’industria che non è attenta soltanto all’interesse personale, ma considera la crescita come fattore comune.
Nel 2022 con Music Innovation Hub avete messo appunto il Protocollo per la realizzazione degli eventi sostenibili, quali sono i risultati ottenuti a distanza di due anni e che feedback avete ricevuto?
Dopo la realizzazione del protocollo siamo stati chiamati spesso e volentieri come formatori per la realizzazione di eventi sostenibili. Il protocollo è più uno strumento teorico piuttosto che pratico, si avvicina molto a una bibliografia universitaria. Ci sono delle definizioni molto articolate e teoriche, che per chi organizza eventi, a volte risultano più “lontane” rispetto a una checklist dove uno dice:«Ok, faccio questo, questo e questo e sto a posto». Non è semplice, ma in generale la sostenibilità richiede impegno.
Uno degli eventi più criticati negli ultimi anni sul tema della sostenibilità ambientale in Italia è stato il famoso Jova Beach Party, vi hanno mai chiamato come formatori?
No, anche perché il Jova Beach Party, quello super criticato, fu nel 2022 mentre noi stavamo lavorando con Elisa al tour, però c’era grande interesse da parte nostra a capire che cosa stava succedendo. Loro avevano basato la loro comunicazione a tema sostenibilità sul:«Non utilizziamo plastiche o materiali monouso» e cose del genere, quindi era, secondo me, una visione molto limitata. Non c’era proprio attenzione a temi come quello dell’ecosistema, della biodiversità, di cosa stai andando a imporre a un territorio dove tendenzialmente non dovresti esserci.
A proposito di eventi che sono stati oggetto di polemiche, spesso vengono sollevate anche per i partner scelti, soprattutto dai festival con finalità sociali. Nel protocollo, la scelta degli sponsor e dei partner è uno degli ambiti di valutazione: quali sono i criteri adottati?
Il protocollo si basa anche in quel caso su principi di sostenibilità, nello specifico su tre livelli: ambiente, sociale e governance. Lo abbiamo visto anche in determinati casi in cui sono nate polemiche legate proprio alla sponsorizzazione, la scelta di partner e sponsor deve essere molto allineata all’identità che si sceglie di dare al proprio evento o al proprio progetto, altrimenti sarebbe talmente tanto incoerente che esce dal buon senso anche del progetto. I criteri di valutazione di partner e sponsor si basano su quella che a livello di consulenza finanziaria si chiama due diligence: vado a fare un’analisi delle attività dello sponsor che si presenta alla porta, cerco di capirne le tendenze, valutando ovviamente il passato ma anche cercando di capire le strategie future.È proprio una questione di buon senso.
Con Linecheck ad esempio, nonostante la difficoltà nel raccogliere soldi con il fundraising preferiamo mantenere una coerenza identitaria, piuttosto che accettare i soldi da realtà che non siano in linea con il progetto.
Il pubblico riconosce questa coerenza?
Secondo me siamo un po’ sul filo del rasoio. Credo che l’attenzione stia crescendo e ci sia molta più sensibilità anche da parte del pubblico, ma è ancora molto forte la FOMO, se c’è un contenuto che a me interessa particolarmente metto da parte determinati scrupoli di coscienza.
Però poi inizia sicuramente anche post evento una serie di shitstorm e critiche e quindi in ogni caso il soggetto dell’incoerenza avrà una perdita in reputazione. Quindi io non credo che oggi sia ancora prioritario per il pubblico, ma nel complesso noto che sta diventando sempre più importante.
Un festival sostenibile, abbiamo detto, non è solo un festival attento alle tematiche ambientali ma anche a quelle sociali. Nell’industria musicale c’è una grande disparità di genere che si riflette anche nella sottorappresentazione nelle line up dei festival. Come mai il tema della parità di genere nell’industria musicale riceve così poca attenzione nel dibattito pubblico?
Negli ultimi anni se ne è parlato molto secondo me, o almeno vivendolo dall’interno.
Noi, come Music Innovation Hub, siamo stati leader dell’agenda contro la discriminazione di genere della rete Keychange in Italia, e a un certo punto io in realtà ho avuto l’impressione che all’interno delle conferenze, come poteva essere a Linecheck, la questione stava diventando quasi trita e ritrita. Siamo in quel momento che è il più difficile, perché in un certo senso dobbiamo forzare la mano e continuare a parlare di sottorappresentazione, – non solo femminile, ma anche della comunità queer, persone con background migratorio o persone con disabilità – finchè la rappresentazione paritaria non diventerà la normalità.
Ho notato abbastanza più libertà anche da parte degli artisti di abbracciare determinate cause perché le sentono loro. Però come qualsiasi cambiamento sociale, il mondo dell’arte e della cultura fa un po’ da apripista e quindi poi è sempre più difficile vederne i frutti collettivi nel breve termine.
Come ascoltatori come possiamo contribuire a questo cambiamento?
È abbastanza difficile, perché consiglierei di “uscire fuori dai propri schemi”, ma ormai ci veniamo messi dentro anche dall’intelligenza artificiale e dagli algoritmi, quindi diventa complicato in un certo senso andare ad attingere da altre fonti. A Linecheck, uno dei workshop di quest’anno sarà proprio su come creare un algoritmo che sia gender friendly.
E come si crea un algoritmo gender friendly?
Non lo so. [risate]
Ma infatti io vorrei partecipare a tutti i contenuti di Linecheck. Le attività di quest’anno sono davvero variegate: ci sarà il debutto di un progetto nazionale sull’accessibilità della musica anche per i sordi, un panel sul benessere psicologico, una tavola rotonda su come rendere i festival più sostenibili, non solo a livello ambientale ma anche per chi lavora nel settore.
Con la pandemia da Covid-19 sono emerse le condizioni precarie e le poche tutele esistenti per i lavoratori del mondo dello spettacolo. A distanza di 4 anni, qual è la situazione attuale?
Purtroppo non è cambiato molto rispetto a quattro anni fa e questo è dovuto anche al fatto che, per quanto magari l’industria musicale si evolva e si sviluppi verso una direzione, il contesto che ci circonda è sempre lo stesso. Fin quando non verrà riconosciuta l’industria musicale, ma in generale la cultura, come un bene su cui investire non non si andrà da nessuna parte.
Perché fatichiamo a riconoscere la musica come una vera professione? E quale ruolo possono avere i festival in questo contesto?
I festival forse sono i progetti che richiamano più economie, che coinvolgono più persone e che muovono più cose. Credo che con i numeri alla mano, si dovrà a un certo punto andare a bussare alle porte di chi fa le leggi per dimostrare che c’è tutta un’economia che gira grazie anche al settore culturale e musicale.
I grandi festival prendono molti fondi da sponsor privati, ma non sono abbastanza; i festival senza volontari non esisterebbero. Servirebbero delle policy governative che dovrebbero andare a allocare una somma maggiore alla cultura piuttosto che alle armi.
I festival del Nord Europa sono finanziati per la maggior parte da fondi pubblici, qui invece c’è meno lungimiranza da parte delle istituzioni.
Ultima domanda: c’è più frustrazione o soddisfazione nel cercare di organizzare un festival sostenibile?
Bella domanda. [risate]
Dai, più soddisfazione.
Questo contenuto è stato realizzato con il contributo di Linecheck.
Linecheck torna a Milano dal 18 al 22 novembre e a Bologna il 23 novembre, maggiori informazioni su linecheck.it
