C’è una cosa che succede ogni volta che in Italia si prova a parlare di educazione sessuale nelle scuole: qualcuno alza la mano e dice che bisogna proteggere i bambini. Dal sesso, si intende. Dal corpo, dal piacere, dal linguaggio che permetterebbe loro di nominare quello che gli accade. Come se l’ignoranza fosse una forma di innocenza, e non – come puntualmente si dimostra – una delle condizioni più fertili per il perpetuarsi della violenza, dello stigma, della vergogna.
Il DDL Valditara è diventato legge la settimana scorsa: 78 voti favorevoli al Senato, 38 contrari, nessun astenuto. Nelle scuole dell’infanzia e primarie è ora vietato trattare in qualsiasi forma temi legati alla sessualità e all’affettività. Nelle secondarie si può fare, ma solo con consenso scritto dei genitori, informati almeno una settimana prima su contenuti, obiettivi e presenza di esperti esterni. Chi non ottiene il consenso segue attività alternative. In una stessa classe, cioè, ci saranno ragazzi che apprendono e ragazzi che vengono tenuti fuori. Come se la conoscenza fosse una questione di preferenze parentali, e non un diritto.
Valditara ha commentato dicendo che la legge tutelerà i bambini dalla “confusione della propaganda gender”. Pro Vita & Famiglia ha esultato parlando di vittoria storica. Nel frattempo, l’Italia resta uno dei pochissimi paesi europei (insieme a Bulgaria, Lituania, Cipro, Romania e Polonia) senza educazione sessuo-affettiva obbligatoria per legge.
Lo ha detto bene Emilia Esini, consulente sessuologa di Maghweb: «La recente approvazione del DDL Valditara ci restituisce il miope paradosso delle istituzioni: chiedere il consenso ai genitori per insegnare alle ragazze e ai ragazzi cosa il consenso sia. La famiglia non può essere sola nell’educazione sessuale e affettiva, e il ruolo fondamentale della scuola e delle organizzazioni del terzo settore non può essere ignorato».
Il problema è strutturale
Quello che è successo la settimana scorsa non è una svolta: è la cristallizzazione di un ritardo che dura da decenni. L’Italia arriva al 2026 senza aver mai inserito l’educazione sessuale nei programmi scolastici, nonostante la Convenzione di Istanbul (ratificata nel 2013) la richiedesse esplicitamente. Nonostante i dati del Ministero della Salute mostrino che la famiglia italiana è uno dei contesti in cui è più difficile parlare di sessualità, contraccezione e infezioni sessualmente trasmissibili. Nonostante i femminicidi, il bullismo omofobico, i giovani che cercano risposte su Pornhub perché nessuno gliele ha date altrove.
È ampiamente documentato che l’educazione sessuale strutturata riduce i comportamenti a rischio, aumenta la capacità di riconoscere e nominare la violenza, migliora l’uso della contraccezione; eppure in Italia si continua a trattarla come se fosse una minaccia.
Il nuovo obbligo di consenso non introduce l’educazione sessuale, la rende più facile da evitare. Saranno spesso proprio i ragazzi che ne avrebbero più bisogno a non riceverla, in quelle famiglie dove già regna il silenzio su questi temi. Il risultato prevedibile, come segnalano numerose organizzazioni, è un aumento delle disuguaglianze educative e non una maggiore tutela.
A Palermo, nel frattempo, si fa un’altra cosa
Succede ogni anno, da tre anni, che Maghweb organizzi a Palermo il Sirene Festival. Dal 12 al 14 giugno 2026, negli spazi dell’EPYC, torna la terza edizione del festival sui diritti sessuali e riproduttivi, con un programma che attraversa tre giorni di talk, workshop, performance, musica e presidi di salute. Ingresso gratuito con tessera Arci.
Il tema scelto per quest’anno è “hackerare il sistema binario”: normale o deviante, sano o patologico, corpo da ascoltare o corpo da controllare. Queste sono le opposizioni che il festival mette in questione; non per provocazione, ma perché è dentro queste categorie che vivono i meccanismi di esclusione e silenziamento che danneggiano le persone reali.
Il programma è denso e deliberatamente plurale. Venerdì apre “Nonostante voi”, dialogo internazionale sull’accesso all’aborto tra Italia, Spagna, Francia e Nord Africa, con associazioni come Non è un veleno, Obiezione Respinta e MARA-MED. Sabato i laboratori entrano nel corpo: biohacking transfemminista con Alma Futura, autoesplorazione ginecologica con Speculari, workshop sull’eiaculazione con Diana J. Torres. Nel pomeriggio “Fuori binario” porta al centro corpi grassi, disabili, trans e razzializzati – con Antonia Caruso, Max Ulivieri, Marianna the Influenza – interrogando i criteri con cui la società decide chi può essere desiderato e raccontato. Domenica si parla di post parto con Marzia Floridia, di educazione sessuale per bambini con Laura Brambilla. Per tutta la durata, test HIV e sifilide gratuiti con Arcigay Palermo e ANLAIDS Sicilia.

Perché Sirene è un modello
Sirene funziona perché tiene insieme cose che nella conversazione pubblica vengono tenute separate: la dimensione scientifica e quella politica, il sapere esperto e quello dal basso, la salute sessuale e la giustizia sociale. Porta in uno spazio pubblico e accessibile argomenti che di solito finiscono o nel linguaggio clinico degli ambulatori o nel silenzio delle famiglie. Workshop partecipati, cerchi di parola, laboratori pratici, performance che fanno del corpo uno strumento di conoscenza.
In un paese in cui lo Stato ha appena reso facoltativa l’educazione sessuale per i minorenni e vietarla completamente alle elementari, questo tipo di spazio non è un’alternativa culturale: è un presidio. È il luogo in cui si produce il sapere che le istituzioni rifiutano di trasmettere, in cui si costruisce il linguaggio che manca, in cui le persone imparano a riconoscere e nominare la propria esperienza corporea e affettiva.
Il festival è costruito sullo stesso principio su cui dovrebbe fondarsi qualsiasi educazione seria: che conoscere il proprio corpo non è un pericolo, è una protezione. Che sapere cosa è il consenso, come funziona la contraccezione, cosa si intende per salute sessuale non rende i giovani più precoci o confusi: li rende più liberi e meno vulnerabili. È la stessa cosa che ripetono da anni OMS, UNFPA, UNESCO e la Convenzione di Istanbul. Ed è la stessa cosa che continua a essere ignorata ogni volta che qualcuno a Roma deve decidere cosa insegnare a scuola.
«In uno scenario politico che vuole mettere a tacere qualsiasi spazio che non tratti la sessualità come una questione puramente medica», dice ancora Esini, «Sirene dà spazio anche alla dimensione sociale e psico-emotiva, rimanendo un presidio che restituisce competenza ai giovani, informandoli cosicché possano prendere decisioni per sé stessi in autonomia».
Il problema del DDL Valditara non è solo che rende l’educazione sessuale facoltativa. È che risponde a una domanda sbagliata. Non “come facciamo in modo che ogni ragazzo e ogni ragazza abbia gli strumenti per stare bene, riconoscere la violenza, costruire relazioni sane?”, ma “come proteggiamo i genitori dal disagio di sapere cosa viene insegnato ai loro figli?”. A quella prima domanda, la legge appena approvata non risponde.
Palermo, nel frattempo, sta costruendo una risposta. Non è una risposta definitiva, né sufficiente da sola. Ma è concreta, accessibile, radicata in un progetto permanente che da anni opera in Sicilia per garantire ascolto e consulenze gratuite sulla salute sessuale. In un paese che fatica ancora a pronunciare la parola “piacere” in un’aula scolastica senza che qualcuno sobbalzi, non è poco. Infatti, come ci racconta Sofia Calderone, responsabile attività di informazione sulla salute sessuale e riproduttiva Maghweb: “Sirene Festival nasce nel solco del lavoro quotidiano di Non è un veleno, un presidio permanente di informazione, orientamento e mutualismo sui temi della salute sessuale e riproduttiva. In questi anni abbiamo incontrato persone che non sapevano a chi rivolgersi per accedere alla contraccezione, all’interruzione volontaria di gravidanza, alla visita ginecologica, al supporto ostetrico o semplicemente a informazioni affidabili sul proprio corpo. Ci siamo res3 conto che il problema non è soltanto l’accesso ai servizi, ma anche l’accesso alla conoscenza. Abbiamo così aperto uno sportello informativo fisico e online e una biblioteca transfemminista: i momenti di formazione e orientamento anche alle scolaresche ci hanno mostrato quanto bisogno esista di luoghi in cui fare domande senza paura e ricevere risposte affidabili”.
