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If Body è il programma pubblico di arti visive e performative organizzato dalla piattaforma curatoriale Locales, che dal 2020 affronta la complessità della città e delle comunità che la abitano. Abbiamo partecipato al primo evento, tenutosi il 19 luglio.

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If Body è il programma pubblico di arti visive e performative organizzato dal collettivo LOCALES, che dal 2020 affronta le complessità della città di Roma e delle comunità che la abitano. Abbiamo partecipato al primo evento, tenutosi il 19 luglio.

 

Il 19 luglio 2023 si è tenuto il primo appuntamento di If Body, programma pubblico di arti visive e performative organizzato dal collettivo LOCALES, che dal 2020 si occupa di affrontare la complessità dei luoghi simbolo della città di Roma e delle comunità che li abitano. Gli eventi di quest’anno – performance, mostre, talk e laboratori – sono in totale sei e si terranno a Roma tra giugno e settembre. Ognuno degli appuntamenti vuole approfondire un aspetto diverso riguardo il tema del corpo e la sua percezione nell’età contemporanea: la sicurezza degli spazi pubblici, l’oppressione e la stigmatizzazione dei corpi considerati “diversi” e la ricerca di un nuovo modo per stare a contatto con l’ambiente che ci circonda. 

 

Questi e molti altri temi verranno affrontati attraverso il linguaggio artistico con la partecipazione di artist* nazionali e internazionali che coinvolgeranno il pubblico in diverse esperienza collettive. La collaborazione tra artist* e partecipanti è spunto per ripensare collettivamente il nostro modo di stare al mondo, con un focus sul linguaggio non verbale: gesti, posture e movimenti che involontariamente esprimono i moti interiori di una soggettività, ma anche i condizionamenti esterni che ha ricevuto. Il sottotitolo del programma If Body è infatti Bodies that Talk, proprio per rimarcare il retaggio culturale, sociale e sentimentale che è archiviato nella memoria storica dei nostri corpi.

 

Imparare un modo nuovo di stare in contatto con l’altr* – inteso sia come corpo umano, che come ambiente naturale – non è facile, soprattutto in una città caotica e complessa come Roma. Per questo If Body vuole mettere in dialogo i diversi attori che popolano la città con una serie di eventi diffusi nell’area metropolitana: centro e periferia, archivi, architetture, spazi indipendenti, istituzioni pubbliche e private. Roma viene riletta come un’entità corporea composta da luoghi e narrazioni in continuo movimento che, anche se lontane tra loro, rimangono perennemente connesse e in dialogo . La rassegna affronta quindi tematiche legate al presente, usando l’arte per esprimere le istanze delle nuove teorie che vogliono ripensare la soggettività non più come entità chiusa, ma in relazione a legami affettivi e materici. 

 

I prossimi appuntamenti riprenderanno dal 7 settembre con il workshop Memorie da sottopelle. Laboratorio di Coreo/grafie Decoloniali a cura di Marie Moïse e Mackda Ghebremariam Tesfau’, presso il Teatro India. L’evento è in collaborazione con Short Theatre, festival multidisciplinare presente dal 2006 a Roma, con cui If Body 2023 condivide parte della propria programmazione.

 

A seguire, il 17 settembre verrà proiettato il film Fireflies (Lucciole) di Pauline Curnier Jardin & Feel Good Cooperative. Il film, realizzato nel 2020 durante la pandemia, è ambientato nelle periferie romane dove la città si confonde con la campagna e racconta la vita della Feel Good Cooperative, cooperativa formata da un gruppo di sex workers trans colombiane fondato dall’artista Pauline Curnier Jardin, dalla fotografa e sex worker Alexandra Lopez e dall’architettura e ricercatrice Serena Olcuire. Anche questo evento è co-realizzato con Short Theatre Festival e si terrà al Teatro India.

 

Dal 19 al 20 settembre Adelita Husni Bey terrà un workshop al Museo delle Civiltà. Questa sarà un’occasione per riflettere sul ruolo del museo come istituzione tramite la quale l’Europa ha costruito la propria identità a discapito delle altre culture. L* partecipant* sono invitat* a discutere e decostruire parole come “restituire” e “resistere” in dialogo con alcuni oggetti presenti nella collezione del museo.

 

Il 28 settembre si inaugura la prima personale in Italia dell’artista Holly Graham, la cui ricerca si concentra sulla figura del moro nell’arte italiana dall’antichità fino al barocco. Le opere di Graham sono un’occasione per riflettere sulla percezione che gli italiani hanno dell’ “altr*” e come hanno deciso di rappresentare la diversità nel corso dei secoli. La mostra sarà visitabile dal 28 settembre al 15 ottobre presso gli spazi di Lateral Roma.

 

Il 12 ottobre sarà possibile assistere ad una performance inedita della Feel Good Cooperative, durante la quale verranno attraversati gli spazi dell’EUR. Il quartiere presenta un’architettura spiccatamente fascista e con chiari richiami alle iconografie del Ventennio: l’obiettivo è quindi riflettere sugli spazi che abitiamo, sul significato storico che portano con sé e su come questo marginalizzi alcune soggettività.

 

Agrogestualità: il rito del cibo 

La programmazione si apre con l’evento Agrogestualità a cura di Amelie Aranguren, artista spagnola che nei mesi precedenti è stata in residenza presso la Real Academia de España a Roma. Aranguren è membro dal 2010 di Campo Adentro/Inland, un progetto artistico iniziato nel 2009 che, con un focus sul mondo rurale, sostiene l’importanza dell’incontro tra campagna e città come base per uno sviluppo sostenibile. 

Durante la residenza Aranguren ha mappato tutti i produttori agricoli e mercati ortofrutticoli locali, creando una vera e propria mappa. Il progetto, chiamato Nuova Agrocittà, vuole restituire un’idea chiara di tutte le realtà che producono cibo nel rispetto dell’ambiente e della biodiversità: realtà che quindi si distaccano dalle logiche di mercato che ormai mettono perennemente a disposizione ogni tipo di frutta e verdura negli scaffali dei nostri supermercati, a priori dalla provenienza geografica e dalla stagione. Nuova Agrocittà è stato elaborato in 9 mesi durante i quali Aranguren si è confrontata con produttori, consumatori e attivisti di Roma e dintorni. 

In seguito alla mappatura Aranguren tiene un food happening – articolato nella preparazione di una cena vegetariana e in una performance – durante il quale invita l* partecipanti a riflettere su questioni molto attuali: da dove viene il cibo che consumiamo? Può esistere una diversa modalità di scelta e preparazione del cibo? Come ci nutriamo in un periodo di crisi climatica e ambientale?

Il food happening diventa un momento di condivisione incentrato sul cibo, sulla provenienza delle materie prime che consumiamo e sulla percezione che abbiamo dei corpi. L’evento consiste in una pratica di cucina collettiva, una performance e, infine, una cena.

La serata comincia con un momento collettivo di connessione con la terra, durante il quale la coreografa Stefania Carvisiglia guida l* partecipanti in una respirazione a occhi chiusi. Dopo questo primo momento vengono organizzati tre gruppi con funzioni diverse: un gruppo si occupa di tagliare, pelare e sbucciare gli ingredienti (la cena è totalmente vegetariana); un altro gruppo viene portato in cucina per occuparsi della preparazione delle portate, che consistono in ricette della cucina locale spagnola; l’ultimo gruppo ricopre invece il lato performativo dell’esperienza. 

Su un lungo tavolo vengono disposti gli ingredienti, che provengono tutti dalle aziende ortofrutticole mappate da Aranguren. Il primo gruppo inizia le operazioni di taglio e pelatura. Nel frattempo il gruppo “performativo”, guidato sempre da Stefania Carsiviglia, osserva i gesti che vengono compiuti lungo il tavolo della preparazione: infatti nel progetto di Aranguren non è solo importante interrogarsi sulla provenienza del cibo ma anche sulla sua preparazione pratica, sui gesti ad essa associati. Per questo al terzo gruppo viene chiesto di muoversi lungo il tavolo (anche ad occhi chiusi), osservare i movimenti associati alla preparazione delle pietanze e riprodurli.

Tramite questa azione i movimenti meccanici associati alla preparazione del cibo, che portano con sé secoli di storia e tradizione, vengono svuotati del loro significato e reinterpretati performativamente. Dopo un primo momento di osservazione, tutti i membri del terzo gruppo ripetono all’unisono uno dei gesti della cucina isolandolo dalla sua reale funzione e muovendosi nello spazio, in modo che diventi parte di una danza rituale.

Alla fine di questo momento dinamico, mentre il primo gruppo continua il suo lavoro di preparazione, al terzo gruppo viene chiesto di disegnare i movimenti. Il disegno può seguire due tecniche: il disegno dal vero oppure tenendo lo sguardo fisso su un movimento, senza guardare il foglio, riprodurlo su carta. Questa seconda tecnica è sicuramente più complessa, ma nonostante ciò l* partecipanti spaziano tra le due modalità di disegno.

Infine, il cuore della performance: il terzo gruppo viene invitato a cercare un nuovo modo di vivere lo spazio della cucina. Attraverso i movimenti introiettati durante l’osservazione, l* partecipanti applicano tutto ciò che hanno imparato nel corso dell’osservazione e si spostano nell’ambiente in modo diverso. Un’esperienza simile è difficile da rendere a parole, perché si tratta di energie che possono crearsi solo in un particolare contesto grazie alla guida di professionisti. 

Terminata la preparazione delle pietanze inizia la cena, un momento di convivialità accompagnato dalla consapevolezza di aver consumato materie prime provenienti da produttori sostenibili e di aver partecipato alla loro realizzazione. Come ha affermato l’artista in un’intervista rilasciata a NERO, «per noi era importante non solo trasformare il modo in cui l’arte avviene e si manifesta quando è inserita nelle condizioni storiche e materiali di quella che chiamiamo “arte contemporanea”, ma anche far rivivere le culture rurali. Volevamo mettere questi due processi in dialogo in modo che si rafforzassero reciprocamente e simbiotici; c’era la necessità di incoraggiare gli operatori culturali a riconsiderare i propri spazi di produzione e il loro significato e a guardare al rurale come una possibilità, come una piattaforma per un cambiamento ecologico e sociale più profondo e inevitabile. Poi, ovviamente, l’esigenza personale di rendere possibile la campagna in cui vorrei vivere».

di Alessia De Santis (Alessia De Santis)

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