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Senza parole – ep. 5

Un tema tormentato da cattive narrazioni è al centro di una discussione tra redattori, esperti, e un’artista. Sarà lui a reinterpretare il tema con il suo lavoro grafico, un linguaggio visivo che denuncia i limiti dei media tradizionali esprimendosi rigorosamente senza parole.

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La narrazione del successo, accademico e lavorativo, da parte della cronaca italiana è spesso parziale e banale. Un racconto distorto rispetto allo stato reale dei fatti e che incita alla costante performatività. Ne abbiamo parlato con Maura Gancitano, filosofa e scrittrice, e da questo dialogo sono nate le vignette di Alec Trenta



Se oggi i giornali fanno più attenzione a considerare cosa è notiziabile o meno, dipende molto da quello che l’opinione pubblica percepisce come ridicolo, assurdo, offensivo. Veniamo da decenni di narrazione dell’eccezionalità, dell’eccellenza e le persone che superano certi standard hanno iniziato man mano a far notizia. Il fenomeno dipende soprattutto dal fatto che vengono raccontate solo le esperienze singole, le individualità, mai le collettività. Lo stesso procedimento include anche la narrazione di questioni stigmatizzanti, il che è quasi un paradosso: da qui l’inspiration porn, per cui una condizione di solito criticata e giudicata negativamente diventa un esempio. Ci piace la persona autistica della Silicon Valley perché fa molte cose incredibili utilizzando il funzionamento divergente del suo cervello; se invece parliamo di un gruppo di persone autistiche che chiedono dei diritti dà fastidio, non è una narrazione eccezionale, perché viene dal basso. Vedo però qualcosa muoversi, la sensibilità sta cambiando, ci sono più strumenti per capire che se non riesci a superare certe condizioni non è solo perché non ti sei impegnato abbastanza, ma perché spesso ci sono disuguaglianze difficili da superare e a volte non vale nemmeno la pena di distruggersi la vita per superarle. 

Maura Gancitano, filosofa e scrittrice 




Tolta la forma dell’inspiration porn, c’è una totale assenza delle voci dei non-privilegiati, come gli studenti lavoratori, sia nei social che a livello mediatico. La maggior parte di questi deve conciliare lavoro (spesso sottopagato o in nero, senza tutele) e studio – con le difficoltà di portare avanti un percorso più complesso subendo in molti casi anche una discriminazione a livello accademico. è una contraddizione: se viviamo in un mondo che premia la produttività dovremmo allora elogiare chi lavora e studia contemporaneamente. Questo non accade perché, a causa del sovraccarico di attività, i risultati degli studenti lavoratori non sono ‘soddisfacenti’: ciò viene inteso quale fallimento personale la cui unica spiegazione è che ‘non si è fatto abbastanza’. Si assiste anche ad una responsabilizzazione estrema dell’individuo (secondo la tipica etica capitalista e, prima ancora, calvinista): sulle spalle del singolo viene scaricato il peso di mancanze cui dovrebbero piuttosto sopperire le istituzioni.

Giulia Riva, redattrice




La narrazione dal basso non è presente perché non rientra in uno schema narrativo chiaro. Se racconti la storia di successo di solito puoi seguire una progressione che sembra quasi il viaggio dell’eroe. Le ‘altre’ storie sono tutte diverse e non seguono una linearità, sono molto più complicate, e a volte impediscono di unire tutti i puntini; l’idea di Steve Jobs per cui i puntini si uniscono sempre alla fine può valere solo se le cose vanno in un certo modo. 

Nella vita della maggioranza delle persone le cose a volte non hanno senso e non ne avranno mai; questo spesso suscita rabbia, una rabbia che non si trasforma in speranza. I millennial come me non avevano proprio un’alfabetizzazione, siamo quella generazione a cui sono state fatte tante promesse e quando queste stesse promesse sono state disattese nessuno ci ha insegnato a capire perché certe cose non succedevano, era solo nostra la responsabilità. I nostri genitori ci avevano detto che se ti impegni ce la fai, quasi fosse una formula matematica. Oggi si può iniziare ad essere maggiormente coscienti, anche solo per non dividersi ed è importante che tutto questo diventi consapevolezza e coscienza politica.

Maura Gancitano, filosofa e scrittrice




C’è una spinta costante alla performatività, che si vede anche nel modo in cui si guardano bambini e bambine. Questo crea anche un senso di impotenza perché non tutte le persone hanno talenti eccezionali, e non è possibile che tu sia bravo in tutto quindi in qualche modo proverai sempre frustrazione. 

Oggi è facile che dei ragazzi finiscano in un flusso di contenuti che dicono loro che devono essere prestanti, ricchi, e quindi vengono spinti spesso alle truffe, ad una serie di luoghi tossici. I disturbi del comportamento alimentare nei giovani oggi stanno crescendo moltissimo anche per questo. 

Un altro target di riferimento molto forte è quello legato alle donne italiane che non lavorano, ossia più del 50%: molte sono madri, frustrate, stanche, con tutto il carico mentale sulle spalle e [ci sono] altre donne dello stesso target che dicono loro che possono guadagnare, essere delle donne in carriera pur rimanendo a casa. Nella maggioranza dei casi si fa leva sul quel senso di impotenza e di insoddisfazione fortissimo che quel target vive. 

Infine in Italia ci sono molte persone che non si sono laureate e che si sentono in difetto, vedono il non essere laureati come un peccato originale che le rende sempre inferiori. 

Dall’altro lato ci sono persone che per conseguire la laurea si sono distrutte, devastate. Abbiamo dei dati sulla salute mentale dei dottorandi che sono terribili: sei volte di più la possibilità di avere depressione, è una bomba a orologeria. 

Maura Gancitano, filosofa e scrittrice




Questo modello per quanto recente al momento è ben solido, connesso intimamente con il mondo accelerato che viviamo oggigiorno, ma anche poco sostenibile per i ritmi di un essere umano come dimostrano i dati allarmanti sulla salute mentale e lo stress tra i giovani: in università sentiamo davvero di un numero preoccupante di persone che tentano suicidi o che arrivano a gesti estremi per la pressione legata allo studio (e non solo).

La parola che abbiamo nominato più spesso è ‘frustrazione’, che forse è un po’ la chiave. Ci chiediamo a questo punto quale possa essere la prospettiva futura. 

Dei cambiamenti iniziano ad esserci e sta iniziando una decostruzione forse proprio perché abbiamo raggiunto un limite non più sostenibile; allo stesso tempo sembra che nella realtà quotidiana e a livello istituzionale i cambiamenti siano ancora minimi.

Alice Nanni, redattrice




Bisogna pretendere delle iniziative politiche. I dati di Confartigianato dicono che nei prossimi quindici anni otto milioni di persone perderanno il lavoro per le intelligenze artificiali. 

Se questo dovesse davvero accadere non si può chiedere ad otto milioni di persone di reinventarsi, perché è chiaro che a reinventarsi potrà essere una percentuale minima di persone. E le altre cosa andranno a fare? Devono essere le istituzioni a creare delle possibilità e a cercare di rendere la vita sostenibile e vivibile per tutti e tutte.

Se il cambiamento deve venire dalle istituzioni questo significa che lo dobbiamo chiedere. 

Maura Gancitano, filosofa e scrittrice




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