Senza Parole n78

Ogni mese chiediamo a un artista di esprimersi al di fuori dei limiti dei media tradizionali, rigorosamente senza parole, sul cartaceo. Le vignette di questo numero sono ispirate da un tavolo di discussione organizzato da Scomodo per approfondire la narrazione a proposito di Dipendenza Affettiva.

Questo articolo parla di:

Ad oggi la disconnessione si può intendere in tanti modi: nella vita reale, dai social o dai dispositivi che ci servono per comunicare nelle relazioni quotidiane. Inoltre, si può declinare in un contesto lavorativo ed è qui che ci piacerebbe focalizzarci. Partirei dalla differenza tra la percezione del lavoro che hanno diciamo gli over 35 e la percezione del lavoro che hanno invece gli under 35: c’è una differenza? In cosa si può riscontrare o in cosa la possiamo osservare?

Alessia Sarrica, redattrice

 

Per capire che differenza c’è, bisogna ricostruire la storia di come ci siamo arrivati. Quando ero bambina, ad Arezzo, a un certo punto la mattina e la sera si sentiva una sirena. Mi dicevano: è il fabbricone. Al tempo esisteva una fabbrica ai confini delle mura della città, che dava il tempo e il ritmo della giornata: iniziava il lavoro, arrivava la pausa pranzo, poi si riprendeva e c’era la pausa per tutti. La città si muoveva all’alba, quando noi bambini eravamo ancora a letto. Poi uscivamo, andavamo a scuola, tornavamo a pranzo e nel pomeriggio c’era di nuovo movimento, perché gli adulti rientravano dalle fabbriche. Alle otto, poi, tutti a casa a cena.
Avevamo il ritmo dell’orologio e, se qualcuno aveva il telefono in casa, si chiamava quando si sapeva che poteva con più probabilità trovarlo. Per il resto eri libero, libero di decidere se essere rintracciabile o meno, se esserci o non esserci per gli altri. Oggi invece noi siamo continuamente iperconnessi, mappati, seguiti. Con la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70 ci sono state tante lotte operaie per ottenere benefici come i  riconoscimenti sul salario, la regolamentazione dei tempi di lavoro, le pause, i diritti.
Poi è arrivata la caduta del muro di Berlino e io l’ho percepita subito come un  problema sul piano del lavoro, perché il capitale, che è anche una forma di sfruttamento, va sempre dove il lavoro costa meno. L’Italia, negli anni Cinquanta e Sessanta, era appetibile proprio perché era povera. Poi c’è stato il boom: si facevano figli, si compravano elettrodomestici, le donne iniziavano ad affrancarsi da una serie di vincoli, anche se spesso, una volta madri, tornavano a casa come casalinghe. La parità di genere, del resto, non c’era allora e non c’è pienamente neanche oggi.
Dagli anni Novanta, un po’ alla volta, dalle grandi aziende alle piccole, il lavoro ha cominciato a spostarsi: prima in Polonia, in Albania, nei paesi balcanici, poi sempre più lontano, fino alla Cina. La manifattura è finita altrove. Noi boomer siamo stati la prima generazione cresciuta in tanti, dentro un paese che stava cambiando: una parte è riuscita a inserirsi, l’altra è vissuta in modo precario. Un precariato diverso da quello di oggi, certo: eravamo i primi a essere pagati in nero, a non avere contributi, a sapere che forse non avremmo avuto una pensione. I nostri genitori erano cresciuti con l’idea dello sviluppo, con l’immagine dei palazzi che salivano, delle autostrade che si costruivano. Poi, quando siamo arrivati noi, laureati e formati, si è fermato un po’ tutto.
Lo sviluppo, però, non può essere immaginato all’infinito, va costruito. Negli anni Cinquanta c’era stato un progetto politico e sociale che, pur con tutti i suoi limiti, aveva prodotto benessere. Poi quel progetto è venuto meno. L’Italia è stata bypassata, impoverita, trasformata. Non c’è stato un vero investimento sul terziario, sulla cultura, sui servizi, sulle competenze; così siamo rimasti un paese meno sviluppato di quanto avrebbe potuto essere.
Dagli anni ‘90 in poi, si è imposta l’idea che bisognasse arrivare, riuscire, anche a scapito degli altri. È venuta meno una politica sociale di redistribuzione e di servizi, e questo ha reso le classi meno agiate sempre più marginali, con minori possibilità di inserimento e di passaggio da una classe sociale all’altra. Nel mondo del lavoro si è smantellato un sistema conquistato attraverso le lotte operaie e studentesche. Oggi esistono centinaia di contratti che non tutelano davvero i lavoratori, ma piuttosto i datori di lavoro. Con l’intelligenza artificiale si apre poi un altro passaggio enorme, che rischia di colpire ancora una volta proprio le generazioni giovani più formate, più istruite, più competenti.

Noi siamo cresciuti prima con l’idea che fosse sufficiente studiare per farcela, ma poi usciti dall’università si capiva come in Italia ce la si potesse fare in tutt’altro modo e non per meriti.

Quindi voi, probabilmente, sarete cresciute con genitori che hanno vissuto questa precarietà diversa, ma comunque precarietà, con grandi preoccupazioni, dalle quali hanno cercato di tutelarvi iperproteggendovi. Poi, però, siete stati sbattuti in un mondo lavorativo che non vi accoglie, non vi vuole davvero accogliere ma solo usare.
Spesso si lavora per aziende considerate prestigiose, e proprio lì diventa difficile vedere che ciò che appare ambito, desiderabile, formativo, può essere in realtà sfruttamento. Quando sta per scadere un contratto agevolato – un tirocinio, uno stage, un avviamento al lavoro – l’azienda ti demansiona, ti demotiva, e alla fine sei tu che te ne vai. Non ti licenzia, così può dire: io non ho licenziato nessuno. Intanto, però, prende un’altra persona da formare, da far “crescere”, da pagare poco. Il meccanismo resta sempre lo stesso: o hai troppa esperienza, o ne hai troppo poca. C’è quindi una mentalità centrata sul come ti posso inquadrare affinché io possa comunque guadagnarci. E penso che questa sia, in generale, una certa mentalità imprenditoriale.

Dott.ssa Stefania Tucci, psicologa e divulgatrice scientifica

 

Dato che c’è un mondo del lavoro che respinge la fascia più giovane, mi chiedo se sia stato questo che poi ha fatto sì che noi non abbiamo più come priorità il lavoro. O meglio, non è che tutto deve girare attorno al lavoro, ma prima la nostra vita e poi in più il lavoro. Secondo me noi ci identifichiamo anche meno con il lavoro che facciamo rispetto ai nostri genitori, non è più la prima cosa che dice chi sei.

Angelica Ricci, redattrice

 

Ad oggi siamo più di otto miliardi e la manodopera è in abbondanza per un capitale che adesso è tecnologico, non più manifatturiero. Quindi al di là dello sfruttamento, in generale, dobbiamo andare verso una modalità di vita in cui il lavoro è marginale. Ad esempio, in ambito redazionale, oggi, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale può sostituire il lavoro di tante persone  e un articolo viene pagato niente, ridistribuito in migliaia di reti, di canali, di radio, e sono sempre le stesse notizie, raramente ci sono approfondimenti o giornalismo d’inchiesta o cose del genere. Tutto questo ha trasformato la società che non riesce più a concentrarsi sulle cose e che scrolla-scrolla-scrolla. Quando vi ho parlato delle sirene all’inizio, era appunto uno scandire i tempi del lavoro. Non erano tante le persone che vivevano per lavorare.

Poi invece, in certe aziende si è maturata l’idea e la convinzione che dover arrivare, dover avere prestigio, dover fare soldi fosse un must e ciò ha creato una cultura in cui il lavoro ha acquisito un primato rispetto al resto della vita , per cui si stava fino alle sette e oltre. Io ricordo che avevo una paziente che lavorava per una grande azienda nazionale, era laureata, e in genere si metteva la terapia alle sette di sera a Roma. A volte mi mandava un messaggio dicendo: non posso venire perché è arrivato adesso il capo. Dopo tutta una giornata durante la quale aveva lavorato per 1200 euro al mese, doveva rimanere per non farsi scavalcare, per non farsi considerare inadeguata. Io credo che sia importante che il lavoro che si andrà a fare nella vita sia in un ambito per il quale si nutre una passione, anche se non si può sempre scegliere. Io ho scelto di lavorare da libera professionista piuttosto che sottostare a regole che secondo me sono folli, perché poi sono regole in cui quello che passa è l’identificazione con l’aggressore, cioè: io prima subisco molti maltrattamenti, molti sfruttamenti, molte umiliazioni, quindi poi quando assumo e ho un ruolo di potere lo faccio agli altri, invece che dire cambiamo un po’ le regole e diamo vita ad  una leadership diversa. Però sì, il lavoro deve ritornare ad essere una parte della nostra esistenza, alla quale poi noi alterniamo la nostra vita privata: per molti il lavoro è diventato la vita.

Dott.ssa Stefania Tucci, psicologa e divulgatrice scientifica

 

Noi partiamo però con una palla da 100 kg al piede: non possiamo più sognare come le altre generazioni dato che ci viene venduto un mondo in crisi, in cui è difficile fare figli, inserirsi nel lavoro e scegliere un percorso senza pensare che ogni decisione determini tutto il futuro.  Nel 2026, tra guerre, pandemie, narrazioni gigantesche e l’iperconnessione, è ancora possibile trovare equilibrio tra lavoro e vita privata senza sentirsi in colpa?

Angelica Ricci, redattrice

 

Quest’idea di un futuro che non c’è si è andata delineando nel tempo e negli ultimi anni è esplosa. L’idea di un grande problema così annichilente, di un Armageddon così importante scatena angosce primordiali e fondamentali, quindi è molto difficile far fronte a questo. Voi avete questa cappa su di voi, ma ce l’abbiamo tutti, in particolare le generazioni giovani a cui è stata tolta la possibilità di immaginare, però è anche vero che avete la possibilità di immaginarlo, cioè di ritrovare un modo per immaginarlo questo futuro.

Dott.ssa Stefania Tucci, psicologa e divulgatrice scientifica

 

Quindi cercare di trovare un equilibrio attraverso l’imparare a ri-immaginarsi un futuro?

Alessia Sarrica, redattrice

 

Da una parte c’è un sistema di valori collettivo, dall’altra c’è un’esperienza individuale, personale, con delle particolarità. Io posso sentirmi in difficoltà, inadeguato in certe cose, oppure invece andare dritto verso l’obiettivo. Vedendo dall’esterno queste cose e magari facendosi aiutare, io posso in qualche modo veramente riuscire a ri-immaginare la mia vita, decidere di scegliere come viverla in qualche modo. Però se incamero in automatico quello che mi viene passato dalla generazione che mi ha preceduto, pensando che sia la cosa giusta e non lo metto in discussione, ma aderisco, mi scontro con i miei problemi, con le angosce etc. Molti per reggere queste cose la non scelta la fanno attraverso l’uso di sostanze o attraverso altre addiction, come possono essere i giochi. Le donne hanno un problema in più: dopo il ’68 c’era una condivisione collettiva che faceva sì che si confrontassero insieme , ma dagli anni Ottanta ci siamo ritrovate sole a pensare che il problema fossimo noi: trattate male, pagate meno, scavalcate. Io l’ho sempre detto: se avessi avuto la barba mi avrebbero presa più sul serio. Ogni donna ha dovuto costruirsi da sola un percorso di affrancamento da stereotipi e inibizioni patriarcali. Ma una società che non inserisce e non rispetta le donne va, inevitabilmente, verso la propria rovina.

Dott.ssa Stefania Tucci, psicologa e divulgatrice scientifica

di Alessia Sarrica (Alessia Sarrica)

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