A me piace sempre partire da un quadro di significato dentro cui poi tutti possiamo muoverci: per voi chi sono le seconde generazioni? Ne esiste una definizione univoca? Partendo dal presupposto che, per seconde generazioni si intende un po’ tutto e niente, in quanto è solo una generazione che viene dopo un’altra.
In questo caso abbiamo intercettato appunto come prima generazione quella dei soggetti migranti, e per secondi parliamo dei figli.
Alessia Sarrica, redattrice
Quando siamo nati come movimento Italiani senza cittadinanza ci siamo un po’ dati la definizione di figli e figli di migranti, ma senza mai sentire il dovere di usare la parola seconda generazione, perché secondo me ribadisce un legame alla migrazione più che alla vita stessa all’interno del contesto italiano. Ormai siamo alle terze, quarte generazioni, per cui lo considero un termine necessario e utile per generalizzare, ma non lo apprezzo molto e non lo trovo descrittivo.
Daniela Ionita, Presidenta di Italiani Senza Cittadinanza
Non so quante persone che vengono messe all’interno dell’insieme di seconda generazione si definirebbero tali, penso molte poche. A me non piace perché mi sembra un vestito abbastanza stretto: è comprensibile il significato, però è veramente stringente e di base, serve alle persone bianche per poter definire chi vive in Italia, non è bianco ed ha tra i 19 e 35 anni.
Inoltre, è una questione riduttiva perché non mette al centro l’esistenza delle persone ma fa valere il contesto, cioè: tu sei seconda generazione rispetto a questo contesto italiano. Dunque, non ha tanto a che fare con le persone ma con la predominanza del contesto; per preservare la bianchezza di questo territorio, in cui dopo è arrivata la seconda generazione. Questo è l’altro motivo per cui non mi piace, perché fa una cesura fino a un certo punto del passato, perché se tu sei una seconda generazione, allora prima? Niente! Vuoto!
La maggior parte delle persone con cui lavoro sono afrodiscendenti, o sono comunque di diaspore varie, e sono arrivato a usare il termine diaspora, perché aggiunge significato oltre la questione background migratorio, in quanto, di nuovo si concentra su tutto quello che c’era prima, escludendo quello che succede nel momento in cui si è in un contesto nuovo.
Invece la questione della diaspora secondo me è molto più: è transnazionale, supera i confini; la diaspora riesce a definire qualcosa che si stacca da un territorio, va in un altro territorio e comunque cresce, fa le proprie cose, in riferimento alle spore in natura. Ed è ciò che io ritengo sia capace di raccontare in maniera appropriata, per quanto una parola lo possa fare, la mia esperienza e l’esperienza di altre persone. Quindi, diciamo che le radici che hanno fatto, da dove si è staccata la spora in un altro territorio, però la spora è arrivata qua e comunque ha trovato il modo per continuare a crescere, a vivere tra i semi, a fiorire e a vivere con tutte le difficoltà del caso, però comunque a farlo. Questa è l’idea dell’esperienza diasporica, della diaspora, un termine in cui mi trovo meglio.
Murphy Tomadin, psicologo e psicoterapeuta
L’utilizzo del termine diaspora in questo senso è del tutto nuovo, puoi dirci di più?
Alessia Sarrica, redattrice
Appartenere a un corpo diasporico significa portare con sé un movimento: che sia stato fatto fisicamente, come chi è nato altrove e si è spostato da bambino, o che riguardi chi è nato e cresciuto in Italia. Dal mio punto di vista, tutto il processo di legittimarsi e riscoprire la propria identità implica comunque andare indietro, o più in profondità in una delle due direzioni, come si preferisce. Il corpo diasporico è l’esperienza più individuale; la diaspora è qualcosa di più ampio: una diaspora nigeriana sparsa nel mondo può includere i genitori che si sono spostati, ma anche i figli nati in paesi diversi.
Murphy Tomadin, psicologo e psicoterapeuta
È bello perché secondo me è sia singolare che plurale come termine: può caratterizzare un po’ tutti ma ancora viene usato per indicare una comunità; adesso anche io inizierò a usarlo.
Da un punto di vista invece più pratico e burocratico, come stanno le persone appartenenti alle varie diaspore in Italia oggi?
Katia Karamooz, redattrice
Esistono due piani distinti: quello sociale e culturale, e quello legale e politico. Il conflitto identitario che ne deriva non nasce solo dall’interno della persona, ma viene imposto dall’esterno: dal momento in cui arrivi in Italia, o ci nasci, e ti viene fatto presente il fatto che hai un cognome diverso, ti viene ricordato che sei diverso.
Questo accade da subito, da quando sei piccolo, con una pronuncia sbagliata del tuo nome e cognome, dal bullismo in classe, da comportamenti inadeguati da parte di chi dovrebbe valorizzare la tua identità plurima. E quando si cerca una risposta istituzionale, la scusa è sempre la stessa: «non abbiamo gli strumenti», ma nuovi nati arrivano ogni giorno, e quella scusa non regge.
La legge sulla cittadinanza non rispecchia la realtà sociale italiana di oggi, e più passa il tempo, meno la rappresenterà. In Germania, per esempio, chi nasce sul territorio ottiene la cittadinanza anche se i genitori non ce l’hanno, purché siano residenti da almeno cinque anni. Strumenti diversi esistono, ma in Italia non c’è nemmeno la volontà di confrontarsi con i bisogni reali di queste generazioni – c’è una frustrazione enorme legata proprio a non riconoscere questo corpo diasporico come parte effettiva dell’Italia, nonostante le si sfruttino a livello economico e lavorativo. Non si riconoscono come soggetti politici con diritti propri ma solo con doveri, e questo si aggiunge l’accanimento dei decreti sicurezza, che hanno continuato ad associare questi corpi al problema sicurezza. E più si va avanti, più non ci sono cambiamenti, più la frustrazione cresce perché queste generazioni invecchiano senza vedere riconosciuti i diritti che gli spettano. Inoltre, dal momento in cui si parla di background migratorio e di seconda generazione, si collega sempre quella persona alle scelte dei genitori, non alle scelte del singolo. Non c’è una agency e, da un punto di vista legale, i ragazzi e i bambini spesso dipendono ovviamente fino alla maggiore età dai genitori.
Quando si pone un genitore in una condizione di precarietà legale, si condanna automaticamente anche il figlio: in caso di divorzio o instabilità economica, sono i bambini a pagarne le conseguenze: nei percorsi di cittadinanza, nel rinnovo dei permessi. Non si tratta solo di cambiare una legge: si tratta di restituire dignità a persone singole, riconoscendole come individui con una propria agency, non come appendici di una storia familiare che non hanno scelto.
Daniela Ionita, Presidenta di Italiani Senza Cittadinanza
Se dovessi rispondere in maniera molto concisa alla domanda: “come stanno le cose da questo punto di vista?”, direi che stanno male.
C’è una dimensione esistenziale profonda in chi nasce e cresce in questo paese: il contesto italiano diventa parte integrante di sé, e le persone vogliono riconoscersi, anche, o persino soltanto, come italiane. Ma questo sentimento si scontra con una realtà esterna che lo nega e non lo legittima. Mi sento italiano, ma non posso dimostrarlo perché, per esempio, non ho i documenti, perché qualcosa non torna.
È molto difficile riuscire a sentirsi come persone integre – le cui parti sono tutte coese – cioè alcune dimensioni della persona non riescono a essere legittimate dall’esterno come davvero proprie. Perché alcune dimensioni non possono essere anche legittimate all’esterno come facenti parte di sé. Perché l’esterno ti dice tu italiano non lo sei, e puoi aver fatto tutto quello che hai fatto, italiano non lo sei, anche se hai il documento. C’è il titolo clamoroso del romanzo di Esperance Hakuzwimana, Tutta Intera che rappresenta esattamente quello che fatico a vedere nelle persone con cui lavoro: non riescono a sentirsi davvero intere, perché è un processo che continua a essere frammentato, tu lo costruisci, lo tiri verso di te, nasce da te, lo vuoi così, il contesto lo prende, lo getta via e dice no, quella roba no, l’italiano no.
Murphy Tomadin, psicologo e psicoterapeuta
La sensazione che io ho sempre avuto è di conflitto, di dover trovare sempre un compromesso, ci sono delle forze esterne che ti dicono quello che tu dovresti essere in un senso o nell’altro; che per me è sempre stato: vabbè ma tu sei italiana, cancellando tutta una parte della mia identità, della mia storia dall’esterno. Voi come avete vissuto questa ricerca, non la voglia di trovare un compromesso, ma la voglia semplicemente di essere?
Katia Karamooz, redattrice
Sono cresciuto a Trieste, molto in periferia rispetto a com’è strutturato il territorio italiano, e persone non bianche, soprattutto coetanei, bisognava trovarle col binocolo. Per la questione dell’adozione ho avuto la cittadinanza fin da subito, quindi non ho vissuto tutta quella procedura legata all’ottenimento: nonostante ciò, la questione più interna, identitaria, ho avuto modo di approfondirla e arricchirla di significati nel momento in cui sono andato via da Trieste ed è lì che ho incontrato persone con cui condividessi un’esperienza, persone che sono diventate presenze vere. Il problema si crea quando senti qualcosa che però non vedi nel tuo contesto, e il contesto non valida quel tuo sentire. Le opzioni sono due: o riesci a rimanere centrato su quello che senti, a discapito di una realtà esterna che ti dice costantemente che non è così, oppure a un certo punto cedi, assimili, ti diluisci. E poi lo sai, dentro. Lo sai e basta.
Inoltre, io mi sono approcciato al mondo social attorno ai ventanni e un modo per potermi specchiare nell’esperienza di altre persone nere non ce l’avevo, al massimo ci arrivavo attraverso film o musica. Quell’effetto specchio l’ho trovato molto più avanti, spostandomi in altri posti in Italia. Ed è una cosa banale a dirsi, però fondamentale: tutto quello che sentivo aveva senso di esistere, perché anche te lo stai sentendo, anche te, anche te e questo ti tiene. Lo dico anche pensando a Trieste, che ha un retaggio particolare legato alla psichiatria, all’idea del manicomio con l’istituzione che ammala. Ecco, traslato sull’esperienza diasporica: è il contesto che ti ammala. Non c’è qualcosa di sbagliato dentro di te; magari te staresti pure bene, ma ti continuano a dire: questo non lo sei, questo non puoi, questo non lo sei.
Murphy Tomadin, psicologo e psicoterapeuta
Io sono nata e cresciuta in Romania, poi mi sono trasferita in provincia di Brescia, a maggioranza leghista, e questo ha fatto sì che crescessi con un’urgenza costante: imparare l’italiano, performare a scuola, integrarmi. Avevo intorno una comunità diasporica viva: mia madre infermiera, le sue colleghe vicine di casa, le feste tutte insieme, la Romania sempre presente in casa, ma dall’altro lato c’era questa pressione
L’ho capito davvero solo cinque o sei anni fa: il mio nome e cognome erano stati cambiati all’anagrafe perché non esistevano le lettere giuste in italiano e cercarle su internet era evidentemente troppo, all’epoca. E ancora oggi i miei documenti da cittadina italiana non riportano né le lettere giuste né la pronuncia giusta e io mi presento con la pronuncia scorretta del mio cognome. Solo nell’ultimo periodo sto iniziando a rivendicarlo con molta rabbia nel rendermi conto di come sia possibile che questo continui ad accadere.
Sono stata fortunata, ripeto: sono white passing e quando la Romania è entrata nell’Unione Europea la stabilità legata ai documenti c’era. Mi sono confrontata con un altro aspetto: quello di classe, perché a diciotto anni, con un background migratorio, senza cittadinanza presa dai tuoi, ti trovi a dover scegliere: università e lavoro insieme, o solo lavoro, a seconda di cosa ti porti dietro. Fare tutto da zero con questa legge significa anche questo, affrontare un percorso che è legato alla classe sociale. Quello che succede a tante persone è questo rendersi conto all’improvviso, spesso dopo le superiori, di come il sistema abbia funzionato durante tutti quegli anni. Perché quando sei dentro, sei presa dal conflitto quotidiano, dalla famiglia, dall’età. Ma nel momento in cui c’è uno stacco da quella costante imposizione che è l’istituzione scolastica in Italia, capisci quanto il mondo sia diverso da come te lo avevano presentato. E ti rendi conto di aver perso anni, persone, radici, perché nel percorso di assimilazione ti tolgono proprio la voglia di cercarle, quelle radici. Il rigetto verso le origini è spesso un rigetto imposto. Quello verso il sistema italiano, quando arriva, è invece un rigetto consapevole. E distinguere i conflitti identitari che sono tuoi da quelli che ti sono stati costruiti addosso per me è stato un passaggio importante.
Daniela Ionita, Presidenta di Italiani Senza Cittadinanza