Ogni mese chiediamo a un artista di esprimersi al di fuori dei limiti dei media tradizionali, rigorosamente Senza Parole, sul cartaceo.
Le vignette di questo numero sono ispirate da un tavolo di discussione organizzato da Scomodo per approfondire la narrazione a proposito dell’aspetto sociale e filosofico che potrebbe influenzare l’insorgenza dell’Ecoansia.
Ne abbiamo parlato con la dott.ssa Maura Gancitano, scrittrice, filosofa e fondatrice di TLON, con Silvia Visca, head of program biodiversity per Greenpeace e con Ani Shehi e Giovanna di Pietro, redattori di Scomodo.
La rubrica è stata curata da Alessia Sarrica.
Partendo dal presupposto per il quale abbiamo sempre meno risorse economiche e mentali – data la perenne stanchezza, in riferimento a Byung-Chul Han – al giorno d’oggi, cosa significa iper-consumismo e iper-produttività?
Alessia Sarrica, redattrice
Una possibile definizione è l’interiorizzazione del sistema capitalista, che di fatto ha come conseguenza il generare bisogni e paure fittizie e nascono dal distacco che l’essere umano – a livello sistemico – ha avuto dalla propria natura, con tutti gli altri esseri viventi e con il pianeta.
Nella società della prestazione, ci auto-sfruttiamo in nome di un’efficienza e un’ottimizzazione continua nonostante non siamo più costretti da un’autorità esterna, ma abbiamo talmente interiorizzato questa logica che crediamo di avere questo bisogno costante di consumare. Il paradosso è che non consumiamo per bisogno, ma per colmare dei vuoti prodotti proprio da questo sistema e non ne sono esenti né le persone nella loro individualità, né le associazioni, né le comunità che si occupano o hanno come missione l’ecologismo – un tempo ambientalismo. Io mi occupo di ecologismo a livello associativo in varie realtà, e mi rendo conto che anche noi rincorriamo questo paradigma e questo sistema dato che se non stiamo al passo, se non siamo dentro le caselle imposte questo sistema come i social, l’intelligenza artificiale etc. Noi siamo fuori.
Silvia Visca, head of program biodiversity per Greenpeace.
Mi colpisce molto il prefisso, come se il consumismo e la produttività da soli non siano più sufficienti per raccontare qualcosa una sorta di consumismo alla seconda. La società di consumi di cui parlava Pasolini non basta più per descriverci. La mia sensazione è che ci sia un legame nuovo con le cose e con gli oggetti – una dipendenza, che determina quel circuito per cui ottieni una soddisfazione immediata, poi finisce e ti serve un’altra scarica. L’iper indica che questo meccanismo è entrato dentro di noi e ha cambiato il modo di rapportarci con le cose, con lo status, con noi come persone nello spazio sociale. L’iper-consumismo e l’iper-produttività hanno colonizzato la nostra testa e sono entrati dove non dovevano entrare, cioè nella nostra identità.
Tutto questo è legato alla dimensione del tempo e alla sua accelerazione: ti obbliga a inseguire ciò che accade alla massima velocità. È tutto fugace: la sensazione è che devi fare tutto subito e le piattaforme ti spingono in un circolo vizioso, fatto di contagio emotivo, mentale e cognitivo – una dinamica per cui se c’è una cosa che funziona, la devi fare ora, renderla funzionale e subito comprensibile, senza increspature: deve essere liscia. È il black mirror dei telefoni: nulla deve essere difficile o fastidioso.
Il problema è l’introiezione: non serve più qualcuno dall’esterno a dirti come funzionano le cose, il meccanismo è entrato nelle teste e nelle coscienze, e così si consolida una dipendenza molto forte che prima era dalle cose mentre adesso è dallo stato di rincorsa che non dà mai un senso di sicurezza definitivo.
Maura Gancitano, scrittrice, filosofa e fondatrice di TLON
Ciò che chiamiamo sistema capitalistico contemporaneo è una struttura di grammatica identitaria – che non consente un’identità stabile, ma ci costringe in un flusso di accelerazione costante che spesso ci dilania: la società della performance è anche la società del burnout.
Sul fondo c’è la tecnologia: abbiamo legato l’iper-produttività all’evoluzione tecnologica e alla consapevolezza che queste tecnologie consumino enormi risorse idriche, energetiche e minerali.
Come si tiene insieme la responsabilità morale verso l’ambiente con la necessità di stare al mondo, in un mercato e in un’era digitale che spingono a usare questi strumenti fino a renderli quasi obblicatori per restare competitivi?
Ani Shehi, redattore
Al momento, si parla di bisogno di pensiero critico rispetto al rapporto tecnologia-ecologia e rispetto al cambiamento climatico e alle azioni da intraprendere. Due giorni fa ho sentito Enrico Giovannini, che si occupa di sviluppo sostenibile e parlava di come ci sia stato uno smantellamento progressivo di tante decisioni che l’Unione Europea aveva preso negli ultimi anni. Quando si invoca la “ragionevolezza” delle azioni o il pensiero critico, il problema è capire cosa significhino davvero.
Sono concetti ombrello: sotto pensiero critico possono passare anche complottismi o posizioni conservatrici. Anche l’ecologia e il senso etico spesso diventano un cappello sotto cui si può diffondere per esempio l’idea che non si debba cambiare niente, che tutto sommato vada bene così e che, chi dice che bisogna cambiare le politiche economiche, stia chiedendo troppo perché non è ragionevole ed è estremo. Quindi il problema di certi concetti troppo larghi è che poi favoriscono delle posizioni mediocri, che non vogliono portare una trasformazione. Sappiamo che, a lungo termine, andare verso una trasformazione ecologica e una sostenibilità umana e ambientale porterà un miglioramento anche economico, però sulle prime è una posizione troppo scomoda. È difficile accettare che bisogna attraversare una trasformazione che sembra toglierti qualcosa affinché poi possa generare effetti benefici.
È una questione di potere ma anche del rapporto con l’imperfezione, perché l’ecoansia a volte deriva dal fatto che sei consapevole che non sei perfetto. Secondo me, le persone che provano ecoansia sono spesso le persone che stanno facendo di più per l’ecosistema, ma che sanno che non possono cambiare le cose da sole e che il comportamento che hanno non può essere perfetto – ciò porta a un giudizio verso di sé che è impietoso con un contraccolpo psicologico fortissimo.
Di conseguenza, bisogna fare i conti con l’imperfezione, ossia con il fatto che non può esserci un comportamento individuale perfetto. Io mi ricordo, non so, 15 anni fa, una volta ho fatto una spesa con mio padre che mi diceva: “perché scegli questa carta igienica? Ma che cosa cambi tu?”, cioè cosa cambia la tua scelta? E quindi c’è un po’ questa dimensione, questo rapporto tra l’individuo e il collettivo che è stato usato spesso per mettere tutto a carico della persona, ed è stato anche un veicolo di comunicazione e di propaganda di chi invece poteva realmente cambiare le cose a livello sistemico, come le aziende del petrolio. D’altro canto, c’è questa inquisizione che ci si fa da soli – questo giudizio su di sé costante che diventa paralizzante.
Maura Gancitano, scrittrice, filosofa e fondatrice di TLON
Sull’intelligenza artificiale, ci sono normative e tentativi di regolamentazione europei, come l’Artificial Intelligence Act del 2024 e il piano Draghi, pensati per valutare costi, benefici e impatti ambientali. Oggi, però, con l’attuale maggioranza europea, si tende a usare l’OMNIBUS: un atto legislativo trasversale che dichiara di semplificare ma finisce per deregolamentare, evidenziando un rischio politico concreto.
Accanto a questo ci sono i social network, che incarnano la “società liquida” di cui parlava Bauman: contenuti che entrano ed escono, senza possibilità di interiorizzare, comprendere o agire. Nemmeno chi porta un messaggio ecologista ne è immune, perché i social sono i canali più accessibili. Serve quindi un esercizio collettivo di visione critica: fermarsi, auto analizzarsi, valutare costi e benefici rispetto al proprio impatto e ai propri obiettivi, senza cadere nella colpevolizzazione.
È importante agire a livello locale. Studiamo impatti ambientali da un punto di vista scientifico ed economico, ma la dimensione socio-psicologica è spesso assente per mancanza di finanziamenti. Ciò rende difficile capire quali siano i trigger positivi o negativi per l’azione climatica. Sinora sembra che uno dei più efficaci è radicare l’azione nella comunità locale: avvicinare le persone all’azione concreta, rendendola meno astratta rispetto ai problemi globali.
Silvia Visca, head of program biodiversity per Greenpeace.
Ci troviamo tra l’incudine e il martello, cioè tra: la scelta di abbandonare completamente la faccia della terra, cioè social media, internet, ormai non si può fare nemmeno più una ricerca Google senza incappare nell’intelligenza artificiale; quindi, è impossibile… Oppure giocare al gioco secondo le regole di questo sistema e sentirsi in colpa. Quindi ci siamo detti: perché non provare a fare è un esercizio di immaginazione rispetto al futuro? Partendo dal concetto di speranza radicale di Jonathan Lear, che descrive come una comunità possa continuare a vivere e agire anche di fronte all’incertezza e alla perdita delle certezze tradizionali, se vi doveste immaginare un futuro con una speranza radicale, come lo immaginereste? E come coltivarla dentro frustrazione, rassegnazione ed ecoansia?
Giovanna Di Pietro, redattrice
Dalla fine degli anni ’70 in poi ci hanno raccontato che esiste solo l’individuo, che dobbiamo farcela da soli e questa idea ha portato allo smantellamento delle possibili alternative, anche a livello economico… Adesso ci stiamo rendendo conto che questo è un problema di immaginazione: c’è una mancanza di idee, cioè per questo che poi Fischer diceva: «”è più facile immaginare la fine del mondo e la fine del capitalismo,» è perché non si riesce a immaginare niente al di fuori. Quello che secondo me è importante non è trovare la soluzione perfetta, perché il rischio poi qui è di nuovo la paura del fallimento, ma non possiamo applicare le teorie che si hanno oggi, dobbiamo immaginare qualcosa di diverso. E però ci vuole coraggio, ci vuole rapporto con l’errore, con il fallimento, ci vuole molteplicità, ci vogliono tante sperimentazioni e ci vuole anche l’entusiasmo di farlo, perché altrimenti è sempre lì la del: vabbè che ci proviamo, tanto stiamo per estinguerci.
Per questo trovo che sia molto interessante vivere in tempi come questi, che sono tempi decisivi, e che dobbiamo fare conti col fatto che non siamo educati alla cooperazione e che quindi anche noi, ci confrontiamo con la difficoltà di immaginare un futuro diverso e modalità diverse di relazione, ma per farlo è necessaria una molteplicità: tante intelligenze diverse che possano contribuire.
Maura Gancitano, scrittrice, filosofa e fondatrice di TLON
La mancanza di entusiasmo è il tema centrale: abbiamo molta paura che questo sistema finisca e che l’alternativa sia peggiore. Forse si ha la gioia necessaria, quel senso di meraviglia che è utilissimo nell’affrontare situazioni nuove; non siamo per niente stati educati a immaginare con gioia. Lo spirito con cui ci viene chiesto di affrontare il futuro è quasi sempre un pessimismo che si maschera da efficienza, da realismo, da scelte più “intelligenti” da fare.
Giovanna Di Pietro, redattrice
Io penso che questa epoca sia quella con il gap generazionale sia più aspro; questo è stato dovuto all’avanzamento incalzante e velocissimo della tecnologia ma per ciò c’è un antidoto: cercare di studiare qual è l’approccio psico-sociologico alle tematiche ambientali, cercare di costruire l’entusiasmo, l’immaginario ad esempio: Italia Impossibile, ha fatto questa campagna in cui ha chiesto agli studenti, fornendo anche degli strumenti, di immaginarsi delle città alternative. Io spero che queste iniziative si moltiplichino e che chi fa attivismo e porta certi messaggi, riesca ad incorporare questo nuovo approccio.
Silvia Visca, head of program biodiversity per Greenpeace
L’entusiasmo ha due radici culturali: giudaico-cristiana e greco-romana. Dal primo punto di vista nasce dall’azione morale, ma oggi è difficile sentirsi santi in una società immersa nell’immoralità. Per i Greci, invece, è una forza naturale, una possessione divina dalla natura: non solo alberi e animali, ma anche il respiro e la connessione profonda con il mondo naturale. Non so se anche voi abbiate delle pratiche di naturalizzazione…
Ani Shehi, redattore
La parola che mi viene in mente è fiducia: stiamo abbandonando quell’idea del progresso per cui le cose potrebbero andare sempre meglio. Sarebbe necessaria un po’ più di fiducia reciproca che porti a una maggiore cooperazione, anche se poi diventa una questione globale nel momento in cui vediamo un esercizio del potere feudale con strumenti ipertecnologici.
Quindi, da un lato c’è una mancanza di rispetto in sé stessi, di autoefficacia, c’è la sensazione di non poter fare qualcosa di significativo, e poi c’è l’entusiasmo che, etimologicamente, è il sentire il divino. Ad oggi, ciò non ha più a che fare con Dio, ma con una motivazione intrinseca e la ricerca di senso.
A mio avviso, questo è un po’ il senso di Botanica della meraviglia, in cui la meraviglia è la risposta. Io ho trovato meraviglia in pratiche di lettura condivisa online con le persone, rispondendo alla difficoltà del concentrarsi nella lettura in una dimensione di body doubling a distanza, che ha funzionato molto. Lì non conta quante persone si collegano ma quello che succede, e quella sensazione di meditazione che ti dà la lettura rispetto all’allontanarti da registrazioni costanti. La meraviglia deriva a volte anche dal poter essere liberi di fare delle cose lontano da quell’iper produttività di cui si parlava, dall’idea di misurare l’impatto in numeri globali e con la possibilità di coinvolgerci reciprocamente.
Maura Gancitano, scrittrice, filosofa e fondatrice di TLON
Per me è lo yoga, che pratico da quando ho 15 anni, con tutta la parte di connessione fisica con la natura, con gli elementi naturali che ci manca: viviamo in contesti cementificati e anche tramite i sensi non riusciamo a riconnetterci con le persone, con gli elementi, con quello che c’è intorno.
Silvia Visca, head of program biodiversity per Greenpeace
A me piace pensare che un modo per riconnettersi alla natura sia riconnettersi ai legami e coltivare le relazioni; dato che stiamo tutti i giorni a produrre, quel momento in cui si rincontrano gli affetti aiuta a coltivare la nostra parte più umana, che è quella poi più naturale per quel bisogno insito nell’essere umano di entrare in contatto con l’Altro, che dà un senso di pienezza, per quanto poi nella cultura odierna si cerchi di sradicare questo aspetto.
Alessia Sarrica, redattrice
Joan di Dianchelle parla del fatto che, rispetto agli anni ’20, non siamo più abituati a vedere i morti in casa, non ce li abbiamo più, facciamo fatica a sapere come comportarci. Lei perde il marito, e a questo trauma risponde con un penisero magico, cioè lei crede che il marito tornerà assolutamente. Per me questa è una speranza radicale, che non porterà a nessuna conseguenza vera, ma la aiuta a immaginarsi un futuro migliore.
Giulia Di Pietro, redattrice
