Senza Parole n73

Questo articolo parla di:

Ogni mese chiediamo a un artista di esprimersi al di fuori dei limiti dei media tradizionali, rigorosamente Senza Parole, sul cartaceo.

 

Le vignette di questo numero sono ispirate da un tavolo di discussione organizzato da Scomodo, in collaborazione con Greenpeace, per approfondire il tema della comunicazione delle questioni ambientali e come questa possa influenzarci sia positivamente, attraverso la speranza, sia negativamente, con l’insorgenza di paura, frustrazione e ecoansia.

Abbiamo ripercorso la nascita e l’evoluzione della narrazione della crisi climatica, dai primi momenti di attenzione pubblica fino all’approdo sui social e alla stagione dei “green influencer”, interrogandoci su come sia cambiato il linguaggio, le priorità e il pubblico di riferimento.

Ne abbiamo parlato con Silvia Moroni, divulgatrice della sostenibilità e Giancarlo Sturloni responsabile comunicazione di Greenpeace e con Sofia Piccini e Giovanna Di Pietro, redattrici di Scomodo.
La rubrica è stata curata da Alessia Sarrica.

Nel primo numero abbiamo affrontato la definizione APA di Ecoansia come paura cronica del destino ambientale. Oggi ci concentriamo sull’aspetto comunicativo: vi chiederei quando e come nasce la comunicazione della crisi climatica sui social, e in seguito quella sull’Ecoansia.

Alessia Sarrica, redattrice

 

Ricordo che a gennaio del 2021, IlSole24ORE pubblica un articolo in cui vengono nominati per la prima volta i green-influencer. Io avevo appena iniziato il mio progetto @parlasostenibile con un focus sulla sostenibilità alimentare – tema del mio ultimo master – e sono rimasta sorpresa su come l’aspetto ecologico fosse approdato sui social. Inoltre, all’inizio i contenuti andavano viralissimi grazie all’algoritmo di allora, nascevano profili con toni diversi, alcuni più polarizzanti e altri meno. Direi che il 2021-23 è stato l’età dell’oro di questa comunicazione, usata inizialmente dai brand in modo sconsiderato. Poi sono arrivate regole europee e cambiamenti geopolitici: oggi l’attenzione si è spostata, anche se la divulgazione è aumentata.

Silvia Moroni, divulgatrice di @parlasostenibile

 

Non esistono studi che diano una risposta definitiva, ma posso immaginare che, così come sui giornali c’è stato un picco di attenzione nel 2018 grazie a Fridays For Future – un movimento globale come non se ne vedevano da tempo – anche sui social l’attenzione sia aumentata, anche perché composto in gran parte da giovani. Sui media tradizionali, invece, la crisi climatica finisce già in prima pagina alla fine degli anni ’80 sul New York Times. Un altro momento è stato il 2015 con l’Accordo di Parigi, un momento di grande speranza, poi inabissato dalla pandemia prima, e dalle guerre in Ucraina e a Gaza poi. Dal 2022, come Greenpeace, monitoriamo la presenza del tema nei Tg e sui giornali mainstream e abbiamo registrato un calo netto di attenzione: nel 2024 di crisi climatica si è parlato circa la metà rispetto al 2023. Come spesso accade per i rischi ambientali, anche nel caso della crisi climatica i primi a parlarne sono stati gli scienziati, attraverso riviste specialistiche, libri e articoli, poi le associazioni ambientaliste e infine il dibattito pubblico. Di Ecoansia, invece, si parla da circa dieci anni, ma negli ultimi 4-5 l’attenzione è cresciuta perché gli impatti del cambiamento climatico sono diventati visibili ovunque. Non si parla più dell’orso polare, ma di effetti diretti sulle persone. Le alluvioni in Emilia-Romagna, per esempio, hanno portato alcuni residenti a dire: qui non ci posso più vivere. Oggi si parla di migranti climatici in Romagna, cosa impensabile fino a pochi anni fa. Più gli impatti sono vicini, più cambia la percezione. L’Ecoansia è un impatto a tutti gli effetti: un impatto psicologico con possibili conseguenze sanitarie che stiamo ancora cercando di comprendere.
Giancarlo Sturloni, responsabile comunicazione di Greenpeace

Riuscireste a rintracciare qualche elemento in particolare che riteniate sia una differenza, magari nel bene e anche nel male, tra la comunicazione dei social media e quella dei media istituzionali? E che tipologia di richieste vengono fatte dal pubblico?

Sofia Piccini, redattrice

C’è sicuramente una differenza di target d’età: i media tradizionali, televisione compresa, parlano a un pubblico più adulto e hanno quindi un approccio diverso. Sui social, invece, ci si rivolge a millennial e Gen Z, usando un linguaggio più vicino al loro, spesso anche slang.

Per quanto riguarda i contenuti, per la mia esperienza le persone cercano soprattutto gli aspetti pratici della sostenibilità. Non mi chiedono di spiegare gli effetti dell’aumento della temperatura del Mediterraneo, ma come risparmiare acqua in casa. Interessa anche il percorso personale, non solo quello universitario o quotidiano, ma anche gli errori: raccontarli funziona molto. Si crea uno scambio di esperienze stimolante e molto vario. Detto questo, va messo un cappello su tutto: il nostro pubblico è una nicchia. Viviamo dentro bolle che possono farci pensare che una certa comunicazione funzioni, ma non è affatto detto che abbia lo stesso effetto fuori da quel contesto.

Silvia Moroni, divulgatrice di @parlasostenibile 

 

Se doveste dare una definizione di Ecoansia, quale sarebbe? E come si può affrontare?
Edoardo Massa, grafico

 

Con parole mie… Per me è una preoccupazione rispetto al futuro che sarà sempre di più toccato dagli effetti del cambiamento climatico. Poi ci sono diversi modi per affrontarla: il primo è non cadere nel disfattismo climatico dicendo: «tutto è perduto e ormai che senso a cambiare?!». Poi promuovere attività piccole ma che diano forza e speranza, seguendo un po’ il principio del: «la cosa migliore che puoi fare per combattere il cambiamento climatico è parlare del cambiamento climatico».

Silvia Moroni, divulgatrice di @parlasostenibile

 

La risposta che viene data più spesso è l’azione collettiva, quando possibile: sentirsi parte di un gruppo che reagisce, soprattutto quando la paura è forte e rischia di trasformarsi in paralisi. Di fronte a una situazione di rischio, la cosa più utile è che qualcuno dica cosa fare, permettendo alle persone di agire. Per quanto riguarda la differenza tra media tradizionali e social, abbiamo fatto una piccola analisi sulla crisi climatica e abbiamo visto che, soprattutto sui giornali, l’attenzione si concentra molto sugli aspetti economici e politici. Nei principali quotidiani italiani a parlare di crisi climatica sono in larga parte attori economici e politici. È un dato sorprendente, ma diverso da quanto accade sui social, dove la divulgazione porta più attenzione agli aspetti scientifici, alle questioni ambientali e ad altri tipi di attori. Detto questo, “social” vuol dire tutto e niente: se guardiamo alle fonti di informazione principali in Italia, il 60% delle persone dice di informarsi tramite la tv, e solo al secondo posto arriva Facebook.
Giancarlo Sturloni, responsabile comunicazione di Greenpeace

 

Questo dipende dall’età degli italiani, è chiaro che le nuove generazioni sono poche, quindi torna il target di età.

Silvia Moroni, divulgatrice di @parlasostenibile 

 

Sono poche e sempre meno, è vero, e l’età resta un aspetto cruciale. È un paradosso: il Corriere della Sera può avere numeri inferiori di vendita a quelli di un influencer, ma attenzione al potere di influenza: un conto è avere follower, un altro è parlare alla classe dirigente. Il Corriere parla ancora a chi prende decisioni, ed è per questo che esiste ancora: i numeri da soli non spiegano tutto.

Analizzare il sistema della comunicazione è complesso proprio perché è frammentato, con obiettivi e pubblici molto diversi, e senza dati è facile muoversi per sensazioni. Se poi guardiamo all’Ecoansia, siamo su un microtema quasi invisibile: già la crisi climatica è poco presente, figuriamoci l’Ecoansia. Nei Tg la crisi climatica compare circa una volta ogni dieci giorni, l’Ecoansia poche volte l’anno.

Giancarlo Sturloni, responsabile comunicazione di Greenpeace

Tornando ai contenuti più “pratici” sui social e meno approfonditi, mi chiedevo se ci fossero dei rischi e quali potrebbero essere.

Giovanna Di Pietro, redattrice

Il rischio è sempre la troppa semplificazione, il fatto di dare delle informazioni che siano manchevoli sia di pezzi che di contesto. È importante ricordare però che sui social sono importanti le community che continuano a seguire il profilo e solo con la continuità si può avere una panoramica un po’ più approfondita di un argomento. Io, ad esempio, ho altri canali di approfondimento come: podcast, newsletter, libri, in cui, comunque, tratto sempre una milionesima parte di quello che si potrebbe dire.

Silvia Moroni, divulgatrice di @parlasostenibile

 
Bisognerebbe partire dal presupposto che la comunicazione è sempre semplificazione, non esiste un atto comunicativo che non semplifichi. Si devono scegliere le parole, ridurle all’osso e, nel tempo limitato che si ha a disposizione, provare a dire qualcosa che resti. Basti pensare a quando a un esperto viene chiesto un intervento al Tg: 30 secondi. Non è un formato così diverso da un video su Instagram. Parliamo quindi, ancora una volta, del mezzo che oggi è centrale per l’informazione.

Il rischio vero è quando semplificare diventa banalizzare. Con i bambini serve un certo livello di semplificazione, con gli adulti un altro. La semplificazione è sbagliata quando diventa manipolazione e produce danni concreti: di fronte a un rischio basso si dice “non preoccupatevi, non succederà niente”, poi succede davvero e ci sono vittime – è quello che è accaduto con il terremoto dell’Aquila: un’informazione scientifica è stata banalizzata, trasformata in falsa sicurezza, e ha contribuito a causare morti. La vera competenza di questo mestiere sta nel semplificare senza tradire la complessità e senza tradire l’informazione. Un’ultima domanda è come raggiungere tutti, ma qui il problema è un altro: la frammentazione. Non esiste più un vero mezzo di massa, nemmeno la televisione, almeno non nel senso in cui lo era prima.

Giancarlo Sturloni, responsabile comunicazione di Greenpeace

 

Esistono, quindi, strategie comunicative più efficaci? Una comunicazione centrata sulla denuncia e sull’urgenza può essere controproducente, rispetto a una comunicazione orientata al cambiamento dei comportamenti quotidiani?

Sofia Piccini, redattrice

Un mix di tutto sarebbe perfetto. Ultimamente sento il bisogno di essere molto chiara e trasparente sulla sostenibilità. Poco tempo fa ho fatto un box domande chiedendo feedback anche sulla mia comunicazione e alcune persone mi hanno detto: «ok i consigli pratici, ma si può fare di più?».

Cerco quindi di collegare la situazione attuale alla quotidianità, alla praticità reale. Se parliamo di auto elettriche, per esempio, ha senso citare gli aspetti positivi delle rinnovabili, ma anche quelli negativi legati alle materie rare. E soprattutto: quante persone possono davvero permettersi un’auto elettrica? Inserire anche questi elementi aiuta a costruire un ragionamento e ad aprire uno scambio di opinioni. Mi è stato chiesto anche di mostrare cosa non funziona della sostenibilità. Allo stesso tempo, però, serve bilanciare le notizie catastrofiche con proattività: raccontare i disastri ambientali senza indorare la pillola, ma lasciando spazio alla speranza. Io non sono nemmeno così ottimista, però se non ci crediamo almeno un po’, che senso ha? Un po’ di idealismo serve.

Silvia Moroni, divulgatrice di @parlasostenibile

 

Io concordo con Silvia su tutto. A livello di studi, non esiste un messaggio efficace che parli solo di un problema senza affiancargli una soluzione, o viceversa. Non si può chiedere alle persone di attivarsi se non percepiscono un problema come importante, urgente e concreto: le due cose devono andare insieme. Il nodo iniziale è sempre comunicativo, perché spesso il problema non è nemmeno conosciuto. Quando si è iniziato a parlare di PFAS, il primo obiettivo era far capire alle persone cosa fossero e perché preoccuparsene. Con la crisi climatica la situazione è diversa, ma non risolta: se ne parla di più e da più tempo, ma ancora non viene vissuta come un’emergenza. Non reagiamo come abbiamo reagito al COVID-19 proprio perché non la percepiamo come urgente. Questa differenza è enorme sul piano mediatico, percettivo, politico e culturale. Non siamo più nella fase in cui bisogna dimostrare che la crisi climatica esiste, ma non è passato il messaggio di quanto sia vicina. Anche per errori comunicativi: parlare di generazioni future o di orsi polari ha restituito l’idea di un problema lontano. Oggi invece bisogna mostrare che riguarda direttamente le persone e che esistono azioni concrete.

Le soluzioni le conosciamo già, e molte sono applicabili subito. Se trattassimo la crisi climatica come un’emergenza, potremmo affrontarla come il COVID: quando l’emergenza è stata dichiarata, ricerca, fondi e attenzione mediatica si sono concentrati sul vaccino e in meno di un anno era disponibile. Lo stesso potrebbe accadere per il clima. Gli economisti stimano che basterebbe investire il 3–5% del PIL mondiale per una transizione energetica rapida. La Gran Bretagna, entrando nella Seconda guerra mondiale, ha destinato il 50% del PIL all’economia di guerra: quando vuoi farlo, lo fai. Il problema è enorme, senza precedenti, ma conosciamo i meccanismi del riscaldamento globale e abbiamo le tecnologie. Quello che manca è lo scatto. E non è solo una questione di volontà politica, c’è un elefante nella stanza: un’economia basata sui combustibili fossili che finanzia gran parte dei media. Dall’altra parte, pochi soggetti con risorse minime. Smettere di bruciare fossili è la soluzione, lo sappiamo dall’Ottocento. I messaggi giusti esistono, ma c’è chi investe decine di milioni di euro ogni anno per impedirne la diffusione.
Giancarlo Sturloni, responsabile comunicazione di Greenpeace

di Alessia Sarrica (Alessia Sarrica)

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