In questa puntata della rubrica Senza Parole le redattrici Giulia di Cairano e Sofia Piccini dialogano con Davide Sisto, autore e ricercatore presso l’Università di Trieste a proposito del mercato del lutto sui social.
Qui puoi leggere alcuni estratti del dialogo, dal quale hanno preso ispirazione le tavole a fumetti dell’illustratore Gianzo.
Fin dalle civiltà antiche, il lutto è stato tradotto in condivisione, ritualità e estetizzazione tanto che, ad esempio nella pratica delle prefiche, venivano persino pagate alcune donne ai funerali per piangere. Ad oggi, pubblicare contenuti sul lutto ha il fine di cercare vicinanza o è un atto individualista che spettacolarizza il dolore? E in che modo condividere il lutto sui social può portare ad esorcizzare la paura della morte?
Giulia Di Cairano, redattrice
Partirei da GriefTok – la nicchia di TikTok in cui si parla di lutto – in cui c’è una netta divisione: se la persona ha vissuto un lutto questa manifestazione viene considerata in modo positivo. Al contrario – se il lutto non lo si conosce o non lo si è mai esperito – è più probabile che la reazione sia un domandarsi: perché parla di questa cosa così, in questo modo?
Parlare di morte in un contesto pubblico e aperto come i social è importante in una società death-free che decide come questa non faccia parte della vita e poi, quando arriva, diventa più complesso e traumatico affrontarla. Darle spazio, invece, ci costringe a rimetterla nell’insieme delle cose, nella normalità e ci fa ri-abituare alla sua esistenza.
Se per esempio si subisce la perdita di un genitore in giovane età, è più difficile trovare dei pari con cui condividere questa esperienza, e anche se magari si va in terapia, lo psicologo non è un tuo pari. Per questo, è chiaro che possa esserci una dose di spettacolarizzazione, ma chi usa questi spazi è perché ha bisogno di un luogo per comunicare il proprio malessere.
Beatrice Petrella, giornalista e autrice
È importante ritracciare in modo sintetico la storia del lutto: fino al Novecento le persone non si percepivano come singoli individui-protagonisti, ma erano all’interno di una comunità che seguiva delle regole specifiche, spesso dettate dal mondo ecclesiastico con riti fissi e rigidi.
Con l’avvento del capitalismo – dal secondo dopoguerra in poi – è iniziato un processo di individualizzazione e la morte è diventata un tabù. Ciascuno si è quindi abituato a vivere il lutto come qualcosa di privato o appartenente alla propria dimensione familiare.
I social media hanno rotto gli argini mettendoci di fronte ai limiti di questa modalità, infatti, in un certo senso, piangere in pubblico tramite lo schermo è diventato un modo per uscire da questa prigione del privato a cui eravamo abituati e, di conseguenza, si pensa che questo sia solo esibizionismo.
Nessuno è obbligato a farsi vedere mentre piange o a celebrare un lutto in collettività ed è giusto che chi non se la senta continui a conservare quel momento per sé. Però ci sono tante persone che hanno trovato in questa dimensione un modo per ottenere un calore umano che si fa fatica ad avere nell’offline.
D’altro canto, ricordiamoci sempre dei funerali nella dimensione offline: le persone scelgono l’abito specifico, si fanno belle per farsi vedere dagli altri… Spesso non sono interessate al morto ma al ben apparire e al far invidia agli altri.
Per questo credo che il problema sia l’umano e non il mezzo; cioè, la persona superficiale lo è fuori dalla dimensione online, così come lo è dentro.
Se rintracciassi un limite dell’uso dei social non sarebbe tanto in chi si espone ma in chi partecipa e commenta in quanto bisognerebbe essere molto magnanimi e rispettosi nei confronti della sofferenza di ciascuno, indipendentemente dal modo in cui la si esprime.
Davide Sisto, autore e ricercatore
I funerali dal vivo sono un coacervo di situazioni e diventano una performance pubblica. Una cosa su cui mi concentrerei sono le foto col morto, in quanto non può dare il consenso – ammesso che non l’abbia dato in vita – oppure come ne venga riutilizzata la voce attraverso l’intelligenza artificiale.
Beatrice Petrella, giornalista e autrice
E cosa accade ai profili social dei defunti?
Alessia Sarrica, redattrice
L’eredità digitale è un tema molto spinoso che a livello di diritto non è regolamentato. Ne rientrano tutti gli account da noi creati e di cui ci curiamo troppo poco. Alcune aziende stanno cercando di colmare il gap attraverso la possibilità di nominare un contatto erede che se ne possa occupare dopo. Va pure detto che gli account di persone decedute non adeguatamente conservati, possono essere vittime di hacking. Al contempo c’è la memorializzazione, cioè gli account di deceduti – molto giovani, spesso morti per cause violente – diventano uno spazio di ricordo per i cari.
La situazione di questi account che rimangono e fluttuano credo ci dica molto di noi e degli spazi di cui abbiamo disperatamente bisogno per parlare di morte, d’altronde la morte arriva sui social in modo accidentale e poi ci rimane, ridando quegli spazi che di fatto non abbiamo.
Beatrice Petrella, giornalista e autrice
Ciascuno di noi dovrebbe porsi la domanda: come voglio sopravvivere post mortem? Voglio rimanere presente? E se rimango così presente, le altre persone che mi hanno amato, saranno felici oppure no? Allora sarebbe necessario fare un po’ di ecologia digitale, cioè una specie di pulizia dei propri dati, magari un tot di volte l’anno rispetto a ciò che si ritenga sia utile o meno che rimanga.
Tuttavia, fare un testamento digitale aiuterebbe a evitare delle conseguenze peggiori e permetterebbe ai nostri cari di non trovarsi in una situazione ancora più drammatica di quella che già si verrebbe a creare affinché loro soffrano il meno possibile e la nostra memoria venga rispettata secondo le nostre volontà.
Davide Sisto, autore e ricercatore
Viviamo in un mondo in cui la morte ci appare estranea, incompatibile con un’idea di sviluppo continuo e con promesse di “immortalità” digitale e tecnologica. A questo riguardo vi chiedo: secondo voi, in una società che ha paura della morte, ha difficoltà a morire e non vuole morire, com’è possibile fare un’Educazione alla Morte?
Sofia Piccini, redattrice
Io svolgo questa attività da tanti anni e non ci sono delle regole universali. Da un lato c’è un positivo istinto di sopravvivenza che ci spinge a non pensare alla morte e va tutelato. Dall’altro lato la morte non deve diventare un limite: se io mi ripeto che potrebbe capitare da un momento all’altro, tenderei a fissarmici e non farei più nulla, in quanto sarei terrorizzato dal fatto che ogni gesto possa essere l’ultimo. In generale, però, da bambini si ha una consapevolezza della morte più inconscia-non ragionata, su cui non ci si sofferma troppo. Nel passaggio verso l’età adulta, gli adolescenti sono i primi che discutono di morte dato che ne hanno una consapevolezza razionalizzata e si pongono molte domande esistenziali. Ecco, bisognerebbe in qualche modo continuare a porsi queste domande anche da adulti così si riacquisirebbe una naturalezza nell’affrontare la propria mortalità.
Davide Sisto, autore e ricercatore
Per questi temi, l’online è utile ma non è abbastanza. C’è l’illusione del per sempre – una tendenza all’infinito – che sembra essere un’estensione dell’istinto di sopravvivenza: il fatto che però siamo riusciti a raggiungere ciò con l’online, non significa che poi lo si possa fare sul serio. Sembra quasi che non si possa concepire un mondo in cui non ci siamo e non si possa concepire l’idea di dare spazio, anche se tutto va avanti con o senza di noi. Questo ci ricorda che alla fine siamo uno tra tanti, che è super confortante anche se non ci piace pensarlo.
Beatrice Petrella, giornalista e autrice
A questo proposito, lutti in senso figurato e in senso metaforico fanno parte del quotidiano – un bambino molto piccolo a cui cade il giocattolo che si rompe, la sua reazione è simile a quella di un lutto. Così anche le prime relazioni sentimentali che terminano. Se non si prende coscienza di questo e ci si lavora, poi si diventa degli adulti non in grado di affrontare le perdite. Chi non accetta la fine di una determinata situazione, non scende a patti con la propria mortalità e con la perdita e non sa stare in tutte quelle situazioni in cui si è costretti ad accettarne la fine. Questo è un punto fondamentale perché la fine fa parte della nostra vita. Viviamo in una società che pretende che le cose non finiscano e qui è l’aspetto negativo delle tecnologie: le tecnologie ci danno la sensazione che tutto sia eterno.
Davide Sisto, autore e ricercatore
