In questa puntata della rubrica Senza Parole la redattrice Amelia Stoduto dialoga con Tobia di Tobia Vintage Shop e la giornalista Lorenza Ferraiuolo a proposito del mercato del second hand e della sostenibilità a essa legato.
Qui puoi leggere alcuni estratti del dialogo, dal quale hanno preso ispirazione le tavole a fumetti dell’illustratore Ruben Rovati.
Amelia: Come vi siete avvicinati al second hand e al vintage?
Lorenza: Io mi sono riscoperta appassionata di second hand, per un certo periodo di tempo l’ho snobbato: sono cresciuta con il mito del mercato, con i miei compagni di scuola alle elementari andavamo a comprare al mercato. Ovviamente va fatta una distinzione tra mercato dell’usato e mercato comunale che spesso veniva considerato male: mia madre non ha mai comprato qualcosa per me o mio fratello al mercato perché era “da poveri” quindi lo snobbavo. Poi sono cresciuta e mi sono avvicinata ad un altro tipo di mercato. Ora vivo a Roma, sono partita nel weekend e il primo pensiero che ho fatto è il fatto che mi sto perdendo Porta Portese, il che la dice lunga, però appunto mi sono scoperta quasi fanatica dei prodotto di nicchia spulciato tra i banchi del mercato che credo comunque sia diverso dal prodotto vintage.Oggi si fa un po’ di confusione tra vintage e seconda mano, anche perchè con l’ascesa del fast fashion tu al mercato, ma anche su piattaforme online come Vinted, trovi prodotti fast fashion, di Zara, H&M, che costano poco in negozio e costano ancora meno su queste piattaforme o al mercato e sono comunque prodotti scadenti.
Tobia: Per quanto riguarda me la mia paura è che tra qualche anno (non tra 15 anni ma veramente a breve) tutto quello che adesso ovviamente è fast fashion e tante persone comprano diventi l’unica cosa che arriva sui banchi del mercato, mentre tutto quello che è vintage di qualità non arrivi più nei banchi. Per quello che noi possiamo percepire la gente si sta un pizzico avvicinando in Italia quello che è il vintage e secondhand ma comunque la percentuale è bassissima per chi ne fa uso, per chi vende, per chi ne fa pubblicità. Ho paura che tra qualche anno si possa perdere quello che è il prodotto vintage vero, come ha detto Lorenza si trovano già dei prodotti fast fashion. Anche quando vado a comprare io all’ingrosso, dove io vado a fare tanta selezione, so già dove si trovano ormai solo capi fast fashion e questa cosa è molto molto negativa. Ovviamente tanti fornitori mi dicono no Toby, ma non è così, però la percentuale di anno in anno sale sempre di più.
Lorenza: E’ verissimo, a me è capitato a Porta Portese di avere accanto di ragazze che prendevano una maglietta di shein, ad esempio, e dicevano “guarda guarda €1”.Ok, ma tu quel capo dovresti pagarlo comunque poco: bisognerebbe capire che un conto è acquistare prodotti di buona qualità usati, un conto è acquistare prodotti di scarsa qualità usati che comunque si, è sempre un modo per creare una circolarità, però bisognerebbe porsi il problema di come arrivano, da dove arrivano. Poi c’è il discorso che tante vendite on-line girano all’interno di un raggio di territorio piccolo: mi è capitato di spedire un prodotto da vinted a poche centinaia di metri da casa mia che è ridicolo perché sono comunque spese, costi di trasporto e consumi.
Tobia: Ovviamente oggi è facile, anche attraverso le piattaforme, che le persone si soffermino al prezzo e non alla qualità, nel senso che le persone vedono un capo e lo comprano “tanto costa €5”, ma non è un ragionamento giusto da fare.
Lorenza: E’ un discorso molto legato all’ iperstimolazione: noi vediamo un sacco di cose che crediamo di volere. Succede con i vestiti, con i brand. Una cosa che crea un vantaggio rispetto alla scelta fisica è che quando tu scegli on-line selezioni. Tu fai una ricerca mirata, per esempio scrivi pantalone nero, il brand che ti interessa, la taglia che ti interessa senza fare magari un acquisto compulsivo: un acquisto on-line è sicuramente più oculato perché hai già l’obiettivo di comprare quel pantalone.
Tobia: Secondo me però poche persone hanno questo tipo di riflessione intelligente, in una piattaforma su dieci persone due hanno questo approccio, altri vedono una polo Lacoste €5 e la comprano, e spesso poi è strappata, bucata o macchiate con una macchia d’olio. Purtroppo secondo me in Italia è venduta bene la parola Vintage ma non siamo pronti a quello che è proprio il vintage: una ragazza o un ragazzo che arriva ti chiede sempre la taglia di un capo, ma nel vintage non devi guardare la taglia, devi guardare come com’è, se ti piace quello che provi, se è corto, se è grande, ma basandosi su di te e sul capo, non pensando di poter avere la stessa cosa in tutte le taglie.
Amelia: Mi si è accesa una lampadina proprio sulla parola età: soprattutto con l’avvento dei social si sono avvicinati, (che all’apparenza sembra un gran bene) al vintage al second hand tanti giovanissimi che vogliono vivere l’esperienza che ormai fa “figo” di andare a Porta Portese o al mercato a viale Papiniano a Milano, però poi vogliono andare là e comprarsi il jeans di Zara, cercare comunque la cosa che è in trend adesso, e volevo sapere che ne pensate entrambi.
Tobia: Sulla vendita live (non on-line), secondo il mio punto di vista questo accade non nella generazione che oggi ha 25 anni, ma tra i diciottenni. Il fatto che adesso è diventato figo andare al mercato fa arrivare tanti ragazzi che vogliono fare hype, diventare famosi su queste piattaforme. E’ solo un trend, ma fondamentalmente la persona in quel momento è lì perché vuole prendere delle visualizzazioni, la gente fa i video con i capi a €1, €2 perchè è ciò che sta andando di moda adesso. Il social è 50/50, ci ha aiutati ma allo stesso tempo distrutti: hai più facilità ad arrivare a un prodotto ma allo stesso tempo si è persa la dinamicità dell’acquisto, le persone chiedono le foto dei capi su whatsapp anche se vivono a 3km dallo store, piuttosto che venire a vederli dal vivo. Ovviamente non voglio fare di tutta l’erba un fascio, però tante persone cercano solo business, come succede anche con il “vintage premium” dei marchi di lusso: il vintage premium in realtà potrebbe essere anche un capo senza brand ma di alta qualità, 100% cotone o simili, ma non lo si considera tale perché il marchio fa moda.
Lorenza: Se le giovani generazioni iniziano a guardare al mercato non come una cosa per poveri ma come qualcosa di accessibile a tutti, in cui tutti possono acquistare anche capi di qualità e fare il figurone, magari è un cambio di passo che sul lungo periodo potrà portarci a uno stile di vita più sostenibile. Una soluzione a quell’ attaccamento al business di cui parli potrebbe essere lo swap party, quindi lo scambio collettivo di vestiti all’interno di una stessa città o territorio dove io ti porto il mio vestito e lo scambio con te ma non c’è un profitto. E qui la critica a questa modalità di approccio è proprio il fatto che se non c’è business, non c’è soldo. Il motivo per cui per esempio piattaforme come vinted vanno avanti è che io sono portata ad acquistare anche capi che magari so che non sfrutterò più di una volta, perchè ho già la sicurezza che quel vestito poi lo potrò vendere, cosa che prima non succedeva perché un vestito al massimo passava alla sorella, alla figlia ecc.
Tobia: Questo secondo me dipende: se tu compri un vestito Bottega Veneta o un vestito Valentino difficilmente lo rivendi perché stai facendo una scelta oculata e stai spendendo €500, se tu compri un vestito di €50 invece ti viene da pensare di rivenderlo perchè l’hai comprato anche più alla leggera.
Lorenza: Credo che un cambio il passo graduale si stia facendo, già per il fatto che è stato sdoganato il semplice mercato come come luogo fisico.
Amelia: Una cosa interessante di cui parlavate entrambi e della quale mi fa piacere sentire un po’ di più è proprio la questione riguardo la qualità vs il brand. Se io penso al Vintage come lo intendo io ,vado lì alla ricerca del capo, ad esempio una giacca di pelle, che sia di pelle buona anche se senza brand; non vado al Vintage a comprarmi la maglietta di Zara, ma non tanto per una questione di brand ma perchè io immagino che la giacca di pelle che non ha brand ma è stata fatta da una buona pelletteria oppure anche il blazer sartoriale che è no brand ma è stato fatto dal sarto tot anni fa e mi arriva ancora qua intatto è evidentemente di alta qualità, ed è quello che per me ha più senso comprare. Invece vedo nelle generazioni più piccole che è diventato figo comprare al mercato però loro vanno al mercato e sperano di trovare la maglietta di Zara della stagione scorsa, uguale a quella che comunque va di moda in quel momento, anche se è tutto poliestere.
Lorenza: Ma io come ti dicevo prima, penso di essere diventata un po’ più oculata nella lettura delle etichette e anche le mie amiche, credo di non essere l’unica, perché si sa che una cosa in elastina o poliestere non dura. Un buon esempio sono le scarpe, che puoi comprare a 30 euro ma magari poi ti durano 3 mesi, non è la stessa cosa di comprare delle scarpe che costano molto di più ma ti durano.
Tobia: Brava, si gira e si rigira ma il concetto è proprio semplice: come si fa per logica, ad andare a comprare un capo a pochi euro che dopo pochi lavaggi è scolorito e distrutto e non un capo importante, figo, anche se di seconda mano. Io molte volte cerco di recuperare dei capi di alta qualità con una patch, un ricamo, proprio perchè non trovo sensato buttare una cosa di qualità.
Lorenza: A me è capitato di partire pensando di dover stare via un giorno e poi ho allungato la permanenza,quindi ho dovuto prendere tutta roba all’armadio dei miei genitori, ma in realtà io ho trovato tutti capi di qualità, jeans levi’s, un maglioncino lino e cotone e ho pensato cavolo, non è così scontato. Prima c’era solo qualità, non avevi la possibilità di comprare cose così a casaccio.
Amelia: Mi è piaciuto quello che ha detto Lorenza sul fatto dell’armadio dei genitori, perché io mi rendo conto anche tra le mie amiche, grandi frequentatrici di vintage Market eccetera, io porto spesso vestiti sia di mia madre che di mio padre e le mie amiche dicono “io non ho mai guardato nell’armadio dei miei genitori”. Succede che tu ti professi amante del vintage, vai a comprare il vintage e il second hand a costo zero che hai nell’armadio di casa dei tuoi non lo guardi neanche, perché tante volte il pensare di comprare ti dà comunque una sensazione diversa. Secondo me anche nell’improbabile, nella cosa che magari tu non pensi di poter mettere, se gestita in maniera stilosa come diceva Tobia puoi trovare una risorsa, e così anche negli swap party e in tutto quello che può essere anche un po’ il riciclo no profit se così lo vogliamo definire. Poi è chiaro che anche chi ha negozi vintage deve lavorare però a livello di concetto è importante questa cosa.
Lorenza: Forse il titolo di questo incontro dovrebbe essere proprio “L’arte dell’arrangiarsi”, che è un verbo visto male,come prima lo erano i mercatini,perché tu pensi che arrangiarsi sia un andare a togliere quando invece dovresti vederlo come un aggiungere.
Tobia: Questo è un lavoro che deve fare chi ha veramente passione, deve avere quell’amore, io delle volte lo vorrei trasferire e penso e spero che che arrivi alle persone perché questo non è un lavoro che può fare chiunque, lo devi avere proprio nell’anima, cioè il fatto che io adesso vi faccio ridere. Ieri ho fatto il centesimo evento e ho fatto un post simpatico, imperfetto come piace a me,e quando mi arriva un messaggio carino, quando le persone mi dicono una cosa bella è perchè io ci metto l’amore e la passione, non apro una balla di capi usati perchè ci devo fare 50 o 70 euro o con l’obiettivo di avere 1000 capi uguali, tratto bene il singolo capo perché devi averne ancora più cura che con un capo nuovo,e ci tengo che questo sia messo in evidenza.
Amelia: Questo va in netto contrasto con il consumatore/rivenditore seriale che trovi ad esempio su vinted, nel senso che tu come tanti altri anche fuori hai la cura, la passione per il capo che ha una sua storia, un suo passato e che tu rigeneri e rivendi non perché lo vuoi vendere per fare i soldi ma perché vuoi dargli una seconda vita e invece c’è poi la persona che si compra un vestito e dice “Ah vabbè, non mi piace più, ora lo vendo” e ovviamente è molto diverso e questo si percepisce.
Lorenza: E’ lo stesso meccanismo per cui alla fine i soldi che tu ricavi non vanno direttamente sul conto ma sulla piattaforma: è un modo per incentivare poi ad acquistare all’interno della piattaforma stessa.
Tobia: Qui a Napoli si ragiona al ribasso, se io metto un capo a 11 euro subito un altro lo metterà a 10 e un altro a 9, che è un modo di vendere a un acquirente che guarda veramente solo il prezzo e non sta lì a dire questa cosa la pago €5 in più, ma è di un’altra qualità o ha una particolarità, si vede che è stata trattata, rigenerata bene,è un acquirente facilone. È un peccato doversi ritrovare ancora a pensare di vendere a questo tipo di acquirente. Rom invece per me una bella piazza, non solo Market ma anche pop-up. Ci sono addirittura delle occasioni in cui dei pezzi io non li vorrei vendere perchè ci tengo troppo, poi però penso che è anche bello che qualcuno lo indossi e dica “l’ho comprato da Tobia”
Amelia: Però è bello che tu sai di mandare fuori dei pezzi iconici, sai che quel pezzo che va fuori è un pezzo di un certo tipo, che incontra un certo tipo di cliente.
