In questa puntata della rubrica Senza Parole le redattrici Giorgia Rossi, Giovanna Di Pietro e Lara Abrhams dialogano con la giornalista Sara Giudice approfondendo la narrazione mediatica effettuata sulla chirurgia estetica.
Qui puoi leggere alcuni estratti del dialogo, dal quale hanno preso ispirazione le tavole a fumetti dell’illustratrice Fosca Vianiello.
Più ci si ritocca, più cresce la ricerca spasmodica della perfezione. Si pensa che seguendo un certo numero di interventi si possa raggiungere un canone estetico definitivo, ma la realtà è diversa: gli standard di bellezza cambiano continuamente. È come inseguire una chimera, una corsa senza fine. Questo può portare a una vera e propria dipendenza. Ho visto un servizio sul cosiddetto “doping estetico”, un fenomeno particolarmente diffuso nel mondo dello spettacolo. I ritocchi estetici possono creare una dipendenza simile a quella delle droghe. Spesso si pensa solo agli interventi chirurgici, ma in realtà rientrano in questa categoria anche trattamenti meno invasivi, come iniezioni di vitamine o ormoni della crescita (GH), che in alcuni casi vengono persino venduti illegalmente.
Esiste infatti un intero mercato sommerso legato alla medicina estetica. Alcuni farmacisti evitano di emettere fatture nominali, permettendo ai chirurghi di indirizzare i pazienti all’acquisto di filler e altre sostanze in nero, eludendo controlli e tassazioni. Questo crea un sistema opaco, in cui corruzione e commercio illegale si intrecciano con il desiderio sempre crescente di aderire a un ideale estetico irraggiungibile.
Lara Abrahams, redattrice
Il fenomeno è molto sentito, e i social media hanno un ruolo determinante. Questo non significa che prima altri strumenti di comunicazione non influenzassero le masse—ogni epoca ha avuto il suo mezzo dominante. Un tempo era la televisione, oggi sono i social, soprattutto per la generazione dei ventenni, anche più giovani.
Quando ero ragazzina, la televisione imponeva il canone estetico predominante. Oggi sono i social a definire i modelli di bellezza. Questo ha portato a un cambiamento evidente nel gusto delle ragazze più giovani, che spesso tendono all’omologazione—a dire il vero, una dinamica sempre presente nelle tendenze estetiche.
Per esempio, molte desiderano il cosiddetto “naso alla francese” o un fisico simile a quello di Kim Kardashian. Ogni epoca ha i suoi riferimenti: in passato era preferito un sedere piccolo, oggi quello più pronunciato è considerato desiderabile. L’unica costante sembra essere il seno grande, che continua a rappresentare un canone di bellezza ricorrente.
I social non solo diffondono questi ideali, ma amplificano l’accessibilità alla chirurgia estetica. Non c’è più solo l’influenza del gruppo sociale: oggi sono gli stessi chirurghi a promuovere i loro servizi, così come le agenzie che organizzano viaggi all’estero per interventi a costi ridotti. Prendiamo il caso della Turchia, dove molti chirurghi estetici sono altamente qualificati, specializzati soprattutto in rinoplastiche e trapianti di capelli. Non si tratta quindi di una questione di bassa qualità, ma di un’offerta economicamente più vantaggiosa, che permette anche alle più giovani di accedere ai migliori professionisti del settore.
Non amo i giudizi moralisti su questo tema. Credo fermamente che l’autodeterminazione passi anche attraverso la libertà di modificare il proprio corpo. Tuttavia, vale la pena interrogarsi su alcuni aspetti. Il primo è il rapporto con l’accettazione di sé: fino a che punto la scelta di cambiare il proprio aspetto è dettata da un desiderio personale e non da una pressione sociale?
Inoltre, non va sottovalutato l’impatto psicologico di un intervento chirurgico, con tutti i rischi che comporta. È importante chiedersi: cosa cambia davvero nella propria vita dopo un’operazione estetica? Questo cambiamento aiuta a stare meglio con sé stessi o è solo un tentativo di colmare un vuoto interiore che avrebbe bisogno di essere affrontato diversamente?
Sara Giudice, giornalista
La prima cosa che guardiamo anche noi noi stesse, sono quei tratti sessuali, per esempio, le labbra, le cosce, il seno, il sedere, eccetera, eccetera, che dovrebbero essere cioè che sono completamente sovrapposte alle cose che guarderebbe un uomo su di noi. Cioè è molto strano questo secondo me.
Giorgia Rossi, redattrice
Sui social esiste un dibattito acceso sulla chirurgia estetica, con posizioni spesso agli estremi. Da un lato, c’è una critica feroce verso le ragazze che scelgono di ricorrere ai ritocchi, quasi a volerle stigmatizzare. Dall’altro, esiste una corrente opposta che spinge per l’accettazione totale di sé, sostenendo che bisogna amarsi a prescindere, senza mai mettere in discussione il proprio aspetto.
Questa polarizzazione crea una situazione paradossale: o si interviene chirurgicamente per cambiare ciò che non piace, o si aderisce rigidamente all’idea che bisogna amarsi incondizionatamente, anche se si prova disagio per qualche aspetto del proprio corpo. Sembra non esserci più una via di mezzo, un equilibrio in cui si possa semplicemente riconoscere le proprie insicurezze senza per forza sentirsi in errore.
Lara Abrahams, redattrice
Accettare le proprie fragilità dovrebbe essere una possibilità, non un obbligo. Perché non si può ammettere, ad esempio, di non sopportare il proprio doppio mento e decidere di fare qualcosa a riguardo, senza essere giudicati? L’autodeterminazione è la chiave: non si deve essere prigionieri né della necessità di cambiare per forza, né del dogma dell’accettazione totale. Liberiamoci da questi schemi soffocanti e smettiamo di ridurre tutto a un giudizio morale.
Giovanna Di Pietro, redattrice