In questa puntata della rubrica Senza Parole le redattrici Giulia Riva e Gioia Maurizi dialogano con il giornalista Andrea Frollà approfondendo le modalità di narrazione mediatica sull’attivismo climatico e la sostenibilità ambientale.
Qui puoi leggere alcuni estratti del dialogo, dal quale hanno preso ispirazione le tavole a fumetti dell’illustratrice Elisa Lipizzi.
L’attivismo climatico sembra riguardare solo una parte della popolazione, generalmente quella parte identificabile come Generazione Z. Nella storia sono sempre state le generazioni più giovani ad avere una maggiore sensibilità verso le problematiche legate all’ambiente, perché considerate chiaramente come le generazioni del futuro. L’attivismo diventa così quasi un fattore identitario e oggi anche i media alimentano questa dinamica: vediamo come le maggiori testate e i telegiornali in Italia diano sempre più spazio alle modalità e ai mezzi utilizzati da chi fa attivismo piuttosto che al reale problema di fondo, che ci riguarda tutti da vicino, il cambiamento climatico.
Giulia Riva, redattrice
La domanda che dovremmo farci è se è giusto che ci sia questa associazione generazionale: è il cortocircuito mediatico e narrativo che attribuisce il problema del cambiamento climatico alle generazioni più giovani. Secondo me l’errore, anche a livello mediatico, è stringere troppo questa associazione tra giovani e sostenibilità ambientale: è chiaro che la sostenibilità fa più breccia nei giovani perché i fenomeni legati al cambiamento climatico hanno per noi un peso molto maggiore. Ma questo è in realtà un tema trasversale e come tale andrebbe trattato. Il dovere primario di chi fa informazione è aiutare le persone a capire che impatto hanno e a renderle più consapevoli dei rischi e delle opportunità. Di certo è difficile portare l’attenzione delle persone su questi temi: il rischio è che si vada a far leva sull’aspetto più tragico, creando nell’immediato un effetto di coinvolgimento ma senza riuscire a far capire cosa c’è dietro e a sensibilizzare sul lungo periodo. Un tema su cui si dovrebbe insistere è quello delle filiere: non basta che un prodotto sia etichettato come al 100% sostenibile se poi, per esempio, il suo trasporto produce emissioni e inquinamento.
Andrea Frollà, giornalista
I media dovrebbero promuovere una narrazione non emergenziale ma piuttosto strutturale rispetto alla crisi climatica. Non è facile: i giornali, che oggi sono spesso in difficoltà sul piano economico, hanno inoltre a disposizione uno spazio molto limitato, per cui è difficile scegliere di cosa parlare. Spesso si dà la priorità alla politica estera e interna o ancora alla cronaca nera: la tematica ambientale finisce per essere avvertita come meno urgente e la sua complessità non trova posto in un sistema mediatico che ogni giorno deve inseguire milioni di notizie diverse. Così il giornalismo non riesce ad offrire una visione ampia e approfondita rispetto al fenomeno del cambiamento climatico, che tuttavia ci riguarda da tempo e ci riguarderà sempre di più nel futuro.
Giulia Riva, redattrice
A volte si tende più a iper-responsabilizzare il singolo rispetto a ciò che dovrebbe fare nel proprio quotidiano, piuttosto che spostare l’attenzione su settori e aziende problematiche che hanno molto impatto sulle persone e sulle comunità. Del resto, è difficile dare un’unica soluzione: ci sono tanti problemi interconnessi tra loro, che riguardano tante persone ed entità diverse, dalle istituzioni al pubblico al privato fino ai rapporti con l’estero. C’è attenzione rispetto alla catena del valore dal punto di vista legislativo: l’Europa sta insistendo molto sulla rendicontazione di sostenibilità delle aziende e questo non è semplice, dato che grandi aziende e PMI si rendono incastrate in questo obbligo: il rischio è che ciò aumenti la pressione su di loro senza innescare alcun cambiamento culturale, anche perché i tempi sono molto stringenti. Per di più in molti Paesi extraeuropei le aziende non hanno tutti questi occhi puntati addosso e inquinano molto di più.
Gioia Maurizi, redattrice
Non si può pretendere di diventare sostenibili da un giorno all’altro: è questo uno dei limiti delle battaglie dell’attivismo. Siamo di fronte a un fenomeno enorme, che va trattato con analisi e approfondimenti. Il fulcro sta proprio nella complessità. Inoltre la conoscenza di questi problemi andrebbe portata molto di più all’interno della politica e delle istituzioni: altrimenti si scrivono leggi, decreti e direttive che non stanno in piedi. E il rischio è quello di creare disillusione nelle persone.
Andrea Frollà, giornalista
