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Senza parole – ep.10

Un tema tormentato da cattive narrazioni è al centro di una discussione tra redattori, esperti, e un artista. Sarà lui a reinterpretare il tema con il suo lavoro grafico, un linguaggio visivo che denuncia i limiti dei media tradizionali esprimendosi rigorosamente senza parole.

Questo articolo parla di:

La narrazione effettuata dalla cronaca italiana e che emerge dai social media attorno ai disturbi alimentari  è spesso parziale e irrisoria del problema. 

In questa puntata della rubrica Senza Parole le redattrici di Scomodo dialogano con Giulia Paganelli, antropologa e scrittrice, e Camilla Hennig, psicoterapeuta. 

Da questo dialogo sono nate le tavole a fumetti di Luca Salvatori. 

In Italia si parla di più di 3 milioni di persone affette da disturbi del comportamento alimentare (DCA) e, si tratta di dati sottostimati. A fronte di un problema così presente come quello dei DCA, la narrazione mediatica è riduttiva: prevalgono ancora delle narrazioni incentrate sui disturbi considerati principali, cioè anoressia e bulimia. Tutti gli altri disturbi tendono a scomparire dalla narrazione e, soprattutto, tendono a scomparire le persone protagoniste, lasciando sempre parola ad altri (parenti, amici, medici) e poco spazio a quella che è l’esperienza individuale. 

C’è la tendenza a classificare ed etichettare, senza che emergano le esperienze delle persone, il che porta alla creazione di bolle tematiche sui social, soprattutto sui gruppi Telegram. 

Giulia Riva, redattrice




Da una parte assistiamo ad un fenomeno di esposizione mediatica del disturbo al fine di cercare una “comunità” in cui sentirsi accolti, correndo il rischio di fossilizzarsi nella propria condizione da cui pensiamo che scaturisca l’attenzione che riceviamo dagli altri. Dall’altra parte, la narrazione propende verso il delineare l’immagine di un corpo il più sano possibile, senza tenere in considerazione gli effetti che può provocare sulla salute mentale.

Leyla Nour Saidani, redattrice




Per come vengono narrati, i disturbi alimentari ricordano i femminicidi e la tossicodipendenza: c’è la ricerca di un colpevole, del “mostro”, mentre la  problematizzazione a livello sociale è scarsa. I disturbi alimentari sono sintomo non solo della persona, ma anche della società in cui la persona vive.

Naomi Wolf ha identificato come il mito della bellezza, così come il mito della magrezza, sia iniziato in risposta ai movimenti e alle conquiste femministe, a partire dagli anni Venti. 

Camilla Hennig, psicoterapeuta 



Sabrina Strings, docente all’Università di Stanford e autrice di L’origine del Terrore della Grassofobia, spiega come il problema dell’ideale di bellezza del corpo magro nasce, più o meno, quando si aprono le tratte transatlantiche di schiavismo dalla costa africana alla prima parte degli Stati Uniti, quando i corpi neri, a un certo punto, si inseriscono all’interno dei contesti nord-atlantici. 

Nella storia occidentale l’unico momento in cui la pancia può ingrandirsi è il momento della maternità, che, nell’immaginario, ha un’aura eterea. 



Non si parla di corpi quando si parla di DCA: si parla solo di quello che le persone fanno ai loro corpi. 

Il tema del corpo è un argomento più vasto che ha segni e marchi su di sé che vengono colmati di significato culturale e questo cambia completamente quello che noi pensiamo sia un corpo biologico, trasformandolo in un arazzo di simboli. 

Inoltre, la percentuale di corpi magri è il 16% di tutti quelli che hanno un disturbo del comportamento alimentare. Gli altri corpi non li vediamo perché senza quella magrezza veicolante, non suscitano nell’osservatore un sentimento di accudimento che è quello che, in realtà, cerca di veicolare la stampa e l’informazione , quando parla di disturbi del comportamento alimentare.

Giulia Paganelli, antropologa e scrittrice



A fronte della problematica dei disturbi alimentari, c’è anche una risposta insufficiente da parte della politica. Di recente è stato proposto un disegno di legge volto a criminalizzare chi va, in sostanza, a indurre altre persone ad “avvicinarsi” ai disturbi alimentari. 

Si punta sempre alla repressione e mai alla prevenzione tant’è che in Italia i fondi vengono tagliati e non c’è un numero sufficiente di Centri specializzati nella cura dei DCA, che anzi stanno chiudendo. 

Giulia Riva, redattrice




Per quanto riguarda la diffusione dei DCA tra gli uomini, ci sono delle assonanze con il tema della violenza sessuale: in terapia è difficile che un uomo dichiari una violenza sessuale subita, allo stesso modo in cui è difficile che dichiari un’insicurezza estetica sul proprio corpo. Ma perché? Perché dietro c’è la logica dell’uomo che non mostra la propria vulnerabilità in nessun ambito quindi, anche i disturbi alimentari assolutamente sono più caratterizzati, negli uomini, come qualcosa legato alla forza, al controllo. Se guardiamo i casi di vigoressia sono più comuni, ovviamente negli uomini. Confermano che lo stereotipo del disturbo alimentare maschile è qualcosa che va verso la creazione di un corpo invulnerabile, cosa che per le donne va, invece, più verso, la fragilità, il ‘farsi più piccole’, ‘occupare meno spazio’. 

Camilla Hennig, psicoterapeuta 




Nel momento in cui si inizia a parlare di disturbi del comportamento alimentare, anche le professioni sanitarie, in realtà, non diagnosticano agli uomini i disturbi del comportamento alimentare.

Nella narrazione fatta dalla cronaca, poi, gli uomini sono per la maggior parte assenti, e questa assenza porta ad una mancata rappresentazione. 

Se non c’è una storia, non c’è l’attenzione, perché senza il racconto e la rappresentazione di quello che può essere un disturbo del comportamento alimentare, non stereotipato, non che ha a che fare con un corpo magrissimo e solamente anoressico, ma che prevede tutta una gamma di corpi,  allora tu non esisti, ed è difficile assimilare il fatto che tu invece fai parte di quell’insieme. 

Giulia Paganelli, antropologa e scrittrice




Penso che essenzialmente la nostra società sia animata da un voler controllare costantemente le proprie abitudini e questo si evince anche da molti utenti sui vari social, che propongono questa nuova realtà, che è la realtà fit, di diete preimpostate in cui non c’è più un puntare al cibo come benessere ma al cibo come assunzione di determinati nutrienti che ovviamente porta ad un controllo delle proprie abitudini. In questo anche lo sport ha un ruolo essenziale, perché molto spesso è il motore che alimenta i DCA, perché viene visto come un modo attraverso cui bruciare calorie, per cui c’è questo meccanismo basato sul connubio sport-cibo. Nonostante questo lo sport, come aveva affermato anche Meloni prima che salisse al governo, viene considerato come una tecnica per risolvere quelle che lei aveva chiamato “devianze”. 

Leyla Nour Saidani, redattrice



In certe famiglie, quelle in cui si sviluppano più spesso i DCA, lo sport è un traguardo, un obiettivo che il genitore magari anche lui/lei disturbato/a a livello alimentare propone, un po’ alla stregua della scuola e dei buoni voti, come una cosa che è performativa, assolutamente da fare in certi modi, problematico se non si fa o se si fallisce, per cui si crea un perfetto contorno di performance e aspettative intorno allo sport, in questo tipo di famiglia. Ed è un gran peccato, perché lo sport potrebbe potenzialmente essere una risorsa per ascoltarsi, per ascoltare il corpo dall’interno e non guardarlo dall’esterno come una roba che dev’essere cesellata, modificata… però le persone spesso non lo vedono così, perché sono state cresciute ed educate a vederlo solo in ottica performativa.

Camilla Hennig, psicoterapeuta




Da un lato, anziché la diagnosi categoriale che dice “sì ce l’hai, no non ce l’hai”, è più utile per il/la terapeuta fare una diagnosi dimensionale, cioè hai una sfumatura, uno spettro tra il non avere un disturbo affatto e averne tutte le caratteristiche […]  l’altro aspetto è considerare il disturbo non solo come un problema ma anche come una strategia, che la mente elabora per far fronte a situazioni che possono essere traumi, eventi, cose che ci sono accadute.

Camilla Hennig, psicoterapeuta



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